lunedì 11 luglio 2016

Una finestra sul mare


Un accenno di rosa. Uno spruzzo d’azzurro. Una pennellata di bianco.
Il tutto racchiuso in una cornice di vento e salsedine. Una cornice impalpabile, indefinita, che invita lo sguardo a tuffarsi dentro per perdersi nei rivoli di mare baciati dal sole.
Silenzio profondo, lo sguardo scivola nell’aria calda e profumata.
E’ la Laguna dello Stagnone, una riserva naturale che lambisce Marsala, sulla costa più occidentale della Sicilia. Un’oasi magica, sospesa nel tempo, che ha sedimentato in sé secoli di storia mescolando le vicende dell’uomo alla ricchezza della natura.
Il ritmo lento delle onde del mare culla le imbarcazioni da pesca, scolpite in un quadro emotivo di rara bellezza, soprattutto al tramonto quando i colori del cielo accendono il sale di sfumature tanto intense quanto inafferrabili, sfuggenti, struggenti. 
E quando l’ombra dei mulini a vento si allunga con le sue braccia levate al cielo sulle distese di cristalli immacolati, ecco che il pensiero si sovrappone al sentimento: è impossibile afferrare la bellezza della natura, istanti rubati con lo sguardo sfumano nel momento stesso in cui gli occhi si posano. 
Un soffio di vento ed è già domani.
La Riserva prende il nome dallo "Stagnone", una laguna che si fa largo da Punta Alga a San Teodoro e che ospita quattro isole: Mozia, Isola Grande o Lunga, Schola e Santa Maria. Dall’imbarcadero storico è possibile raggiungere Mozia in pochi minuti, con la lentezza che queste acque basse ma profonde di storia meritano. Ad accogliere l’ospite, un concerto di cicale, tanto invisibili quanto assordanti nella loro frenetica coralità. Un invito ad inoltrarsi per i sentieri dell’isola con riverente rispetto verso una storia secolare che ancora trasuda dai ruderi, orgogliosi di raccontarsi in una memoria che va tramandata.
In epoca fenicia, infatti, lo Stagnone era un punto fortemente strategico, poiché l’incantevole Mozia rappresentava un influente centro commerciale, fondamentale per gli scambi tra Oriente e Occidente. La successiva conquista romana diede nuovo vigore alla Laguna in un’impennata di vitalità che la portò infine a vestirsi di bianco, a trasformarsi cioè, con la dominazione spagnola nel XV secolo, in quella immensa distesa di sale che è oggi.
Molte specie di pesci, tra orate, spigole, triglie, anguille, saraghi, seppie, polpi e crostacei, popolano le calde acque della Laguna, felice habitat per la deposizione delle uova e per il ripopolamento ittico, tutelato dal regolamento della Riserva. Un buon esempio di complicità tra uomo e natura.
Alla ricchezza marina fa da contraltare la fauna in superficie, poiché in alcuni periodi dell’anno molte specie di uccelli  concedono a questi lidi la propria presenza. Impagabile la nuvola rosa che piumata si posa sul bianco del sale, quando i fenicotteri scelgono di sostare qui durante i loro richiami migratori. Palme, giunchi e le salicornie completano il quadro con quel tocco di verde che non potrebbe mancare in un’opera d’arte perfetta, ricamata tra il cielo, la terra e il mare.
Un paio di kite surf, poco oltre le saline, si sfidano in vertiginose evoluzioni attardandosi nel vento del tramonto, librando i propri colori tra le frange di nuvole scarlatte. 
Un accenno di rosa. Uno spruzzo d’azzurro. Una pennellata di bianco....
E’ la vita che continua, un’opera d’arte senza fine.


sabato 9 luglio 2016

Persone


Dietro ogni sguardo, dentro ogni voce, in mezzo a tante parole scritte, c’è sempre una persona che si nasconde e si racconta. Bisogna ascoltare per vedere. 
A volte bisogna restare in silenzio e aspettare senza fretta che dal sipario emerga il protagonista, senza veli, con la naturalezza dell’improvvisazione.
Essere curiosi di conoscere chi si cela dietro uno sguardo, dentro una voce, in mezzo a tante parole scritte è un dono reciproco. 
Un dono che due persone si scambiano per sempre. 

sabato 2 luglio 2016

Il doppio sguardo di Sophia


IL DOPPIO SGUARDO DI SOPHIA
L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura

Di Carla Stroppa

Ci sono libri che si leggono e libri che si ascoltano. Perché è la voce stessa di chi scrive a raccontare, contagiando il lettore inevitabilmente sedotto da un “io narrante” che sa toccare i meandri più profondi dell’anima.
Il doppio sguardo di Sophia. L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura (Moretti & Vitali, 2016) di Carla Stroppa - psicoanalista junghiana innamorata di intrighi intellettuali capaci di placare la sua sete di meraviglioso – prende per mano il lettore e lo trasporta nel caleidoscopico universo femminile, attraverso un percorso interiore fatto di riflessioni esistenziali, casi clinici e racconti letterari che, pescando nell’ermeneutica junghiana più pura, approdano all’immaginario letterario di Apuleio, Cazotte, Lagazzi, Calvino. Niente accademismi ma una coinvolgente immersione alla scoperta di quell’eterno femminino ben rappresentato da Goethe nel suo Faust, che trascende tempo e spazio. Un femminino che si evolve metaforicamente in quattro archetipi di donna, dalla più primitiva alla più sofisticata: Eva, Elena, Maria e Sophia. Ognuna di esse va oltre le proprie radici storiche (pagana, cristiana e gnostica) e incarna simbolicamente uno stadio, una rappresentazione della conoscenza dell’anima attraverso snodi ontologici che tessono un continuum teso verso il livello più evoluto. Quello sapienziale, quello di Sophia, che con il suo doppio sguardo riesce a comprendere tutto, luce e ombra, destra e sinistra, maschile e femminile, perché agguanta la visione dell’intero, coronando finalmente il processo individuativo.  
Tutti, donne e uomini, sono mossi da questa tensione esistenziale: esprimersi, espandersi, crescere in un costante rapportarsi agli altri, all’altro da sé, a partire dal contatto primario con la madre, che può essere tanto fortificante quanto rovinoso. Dipende. Ma da lì, da quell’imprinting emozionale che marchia a fuoco l’anima, la spinta verso la propria individuazione (diventare ciò che si è) è inevitabile, naturale e tuttavia complessa, laboriosa e molto spesso dolorosa.
Aristofane l’ha ben rappresentato: gli uomini primitivi erano rotondi in origine, una rotondità che li rendeva felici. Eppure, gonfi di smisurata superbia, diedero l’assalto al cielo e Zeus li punì tagliandoli in due. Da quella lacerazione, lo straziante rimpianto all’unità originaria. Ecco l’anelito universale a diventare la più alta incarnazione dello spirito femminile: Sophia, la Sophia gnostica, la Sophia-Iside (regina di ogni eros e sapienza femminile). Cercare di ricomporre in una sintesi superiore l’unità spezzata è l’indispensabile missione di ognuno perché senza questa riconciliazione si può sopravvivere, certo, ma non vivere.
La clinica psicoanalitica e il linguaggio dei sogni, di cui Carla Stroppa è sensibile interprete, insegnano che senza qualcuno capace di ascoltare con responsabilità appassionata chi è alla disperata ricerca di sé, spesso ci si perde, si finisce definitivamente alla deriva, trascinati da un mortifico disallineamento tra Io e Anima.
Il rischio è quello di fermarsi a quello stadio che Jung ha definito “persona”, ovvero la maschera sociale che ognuno indossa per compiacere le attese esterne disconoscendo la voce del proprio mondo interiore imbavagliato, calpestato, mortificato. Quest’adattamento al ruolo sociale implica una pericolosa perdita di identità: tra l’Io rappresentato e l’Io sentito si scava un vertiginoso baratro dentro il quale si rischia di precipitare perdendo definitivamente il senso della propria esistenza, perdendo sempre più di vista il traguardo: Sophia.
Tuttavia in ogni frattura si nasconde un humus fecondo da cui può cominciare il percorso esistenziale verso una “seconda nascita”: un risveglio della coscienza capace di contenere i sintomi trasformandoli creativamente in valori.
L’esperienza umana e clinica di Carla Stroppa, alimentata dall’amore per la letteratura e la poesia, la porta a puntare il dito contro il Faust goethiano incarnato nei miti del mondo occidentale moderno fortemente patriarcale: il desiderio di possedere, di apparire, di identificarsi in un illusorio Io eroico maschile, da parte di donne impossessate dal bisogno di diventare forti, potenti, dominanti come loro. Gli uomini. Ma questa affannosa rincorsa ad un’idealizzata parità risponde solo a un miraggio, a una menzogna ed è proprio così, inseguendo il beffardo mito del successo a tutti i costi che si svende il senso di sé, barattando l’individuazione con l’individualismo.
Le donne, simultaneamente padrone e schiave della propria ambivalente natura, introverse e intuitive, salvifiche e demoniache, spirituali ed erotiche, sono vittime privilegiate di questa subdola seduzione che può condurre alla dissolvenza. Eppure smascherare la sceneggiata è possibile. Lo insegna la mitologia, lo insegna la letteratura, lo insegna la clinica.
Lo insegna questo libro dalla voce suadente che, invitando chi legge a sdoppiare lo sguardo, lo aiuta a guardare oltre, fino a vedere la propria anima.