martedì 29 settembre 2015

mercoledì 23 settembre 2015

Il dono


Il primo assaggio d’autunno s’è presentato con ardita insolenza.
Nemmeno il tempo di dire addio al bikini ed ecco che le montagne specchiate sul lago si son vestite di bianco, rubando la scena al poetico foliage dei boschi. Un bianco verginale, che con il suo apparente candore vuole rendere romantico questo repentino voltafaccia stagionale. Stagioni sempre più capricciose, ancor più di una bella donna innamorata dell’amore!
Così, mentre gli amanti di canoe e di stand-up paddle s’attardano con gli ultimi morbidi sciabordii lacustri, gli affezionati delle vette cominciano a spolverare scarponi e racchette.
E mentre dai comignoli del paesello s’elevano i primi sentori di buona legna bruciata nel camino, gli insetti tardivi presi alla sprovvista bussano con frastornata disperazione ai vetri delle finestre, quasi a voler mendicare l’ultimo sorso di calore.
E io, seduta qui, cullata tra l’eco ancora vibrante dell’estate e il primo assaggio d’un autunno assai precoce, mi beo del privilegio di assorbire con delicato piacere ogni immagine, ogni odore, ogni sensazione che la Natura tutt’attorno dona a chi ha il dono di sentire.
Un dono che non conosce stagioni.

martedì 22 settembre 2015

L'immensa grandezza dell'infinitamente piccolo



Tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande la differenza è talvolta trascurabile.
Guardando il cielo punteggiato di costellazioni per lo più sconosciute o il mare popolato da creature con fogge e colori che superano l’inverosimile, penso che tutto sommato i due immensi abissi, quello celeste e quello marino, un po’ si somiglino.
Si somigliano per il misterioso fascino che li anima e li avvolge, fascino solo in parte afferrabile dalle logiche della comprensione e tuttavia carezzabile dall’immaginazione.
A metà tra le due vertiginose vastità galleggia, poi, un altro abisso altrettanto seducente, per quanto microscopico al cospetto dei primi.
E’ l’universo dell’animo umano. Potrebbe stare racchiuso in una mano, come un cuore. O in due, come un cervello. Tuttavia non si tratta di un organo, né di una stella, né di un pesce. E’ un qualche cosa che non si vede, non si tocca e non si sente, eppure esiste.  
Ed è qui, dentro quest’impalpabile tessuto ricamato di sogni e pensieri, paure e passioni, desideri e illusioni, che si srotolano quelle paludose sabbie mobili inespugnabili dall’umana ragione, di cui siamo al contempo schiavi e padroni.
Valli e dune, vette e precipizi, giungle e deserti, che si ripiegano su se stessi infinite e infinite volte, moltiplicando curve che cercano linearità, anfratti che cercano spazio e ombre che cercano luce. Sfuggenti alla matematica precisione di qualsiasi strumento di misurazione, le geometrie dell’animo umano sbeffeggiano la logica della ragione e somigliano piuttosto alle rivoluzioni cromatiche riprodotte da un caleidoscopio, i cui vitrei ectoplasmi s’aggregano e disgregano con l’alchimia di un tocco da illusionista, animando una composta danza di spettri.  
Ed è qui, in mezzo ai liquidi fantasmi di quest’immaginario caleidoscopio, che si nasconde e rivela l’immensa grandezza dell’infinitamente piccolo. Un infinitamente piccolo silente e invisibile, ruggente e accecante, in cui è facile perdersi senza più ritrovarsi: entrarci come schiavi è un gioco da lillipuziani ma uscirne da padroni è un’impresa da giganti. 

venerdì 11 settembre 2015

L'enigma


Esistono uomini 
che hanno poteri magici davvero straordinari.
Riescono a trasformare 
più donne 
in una sola donna.
O in una donna sola
...

LADY MARMALADE & CUORE DI MAMMA



Passione e sentimento da spalmare


"Preparare una salsa è un po’ come fare l’amore", scrivevo qualche tempo fa. Oggi, con un po' di sana e onesta ironia, aggiungerei che delle prime si potrebbe anche fare a meno. Del secondo assolutamente no!
Tuttavia, tornando alle salse, occorrono passione, fantasia, gentilezza e quell’esperienza necessaria a guidare l’istinto nella scelta degli ingredienti, delle dosi e dei tempi. In cucina, certamente, la materia prima ha un ruolo protagonista – come l’amante a letto, appunto - ma non esclusivo, perché ciò che crea l’alchemica magia sono anche le quantità, le proporzioni, i tempi e le pause, il cui equilibrio si tradurrà poi nel piacere all’assaggio. Sapori e aromi devono incedere, dunque, in maniera armonica fin dalla preparazione, assecondando ritmi cadenzati quale oculato preludio d’altri più accesi movimenti. La complicità che si stabilisce tra le mani e gli ingredienti è il segreto di un buon risultato, poiché ogni piccolo tocco, intimo o ardito ma mai arrogante, rivela la sensibilità di un bravo partner, così come quella di un bravo chef.
Questa stuzzicante metafora vale per tutti i tipi di preparazioni culinarie, s’intende. Tuttavia, penso che salse, confetture e marmellate si prestino particolarmente a una piacevole traslazione in chiave erotica, sia per quanto riguarda la messa in opera, sia la degustazione, possibilmente condivisa in giusta compagnia.
Non so se Angiolino Berti – che anni fa avevo coinvolto in un mio articolo – s’ispiri a un sentimento amoroso durante la confezione delle sue famose salse. So, però, che il risultato è certamente una sintesi esemplare di come si possa trasformare in sensuale bontà alcuni dei prodotti più semplici e naturali della Terra.
Angiolino gestisce l’Hotel Al Cacciatore, nel cuore della Toscana, a Bettolle vicino al Castello di Valdichiana, hotel che s’affaccia sul ristorante sempre di sua proprietà, Opera Teatro del Gusto. Insieme alla famiglia conduce con arte e sapienza anche il Gran Bar Prestige, offrendo così un servizio completo agli avventori di passaggio e ai tanti turisti innamorati dei buoni sapori toscani. I suoi interessi spaziano dalle gare sportive, alle mostre di pittura e di fotografia, e rivelano un artista e un amante della vita in tutti i sensi. Tuttavia, la produzione di salse, mostarde, marmellate e confetture resta la sua vera passione e nel laboratorio sottostante l'Hotel quest’alchimista del buon gusto traduce la polposità della frutta in dolcezza da spalmare.
“La fantasia è come la marmellata – ha scritto Italo Calvino - bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane”. Così opera Angiolino: concretizzando la sua fantasia. Mescola, misura, sperimenta, assaggia, annusa, azzarda e infine ottiene prodotti deliziosi, completamente naturali, per il piacere dei palati più curiosi ed esigenti. Non somiglia, forse, anch’egli a una laboriosa ape che sfaccenda con amore attorno ai suoi preziosi frutti?
Le dolci new entry di Angiolino sono due confetture appena nate, dai nomi tanto golosi quanto allusivi.
Lady Marmalade – la prima - s’ispira alla nota canzone del gruppo femminile “Labelle” che negli anni ’70 accendeva sensuali fantasie al ritmo di “Voulez-vous coucher avec moi, ce soir …”. Inclusa in seguito nella rivista statunitense “Rolling Stone” tra le 500 migliori canzoni di sempre, Lady Marmalade è parsa perfetta per battezzare proprio la 500° dolce creazione di Angiolino. Pere, mele e nespole sono gli ingredienti eletti che, insieme a zucchero, succo di limone e amore, trasformano la frutta in una sinfonia dal sapore intenso e vellutato.
Cuore di Mamma – la seconda new entry, e 501° confettura – deve invece il suo nome a teneri ricordi d’infanzia evidentemente ancora cari. E’ dedicata alla mamma di Angiolino, il più piccolo di quattro fratelli, e racchiude in sé le lunghe passeggiate in campagna tra filari di vite uva-fragola e odore d’erba tagliata, fragranze indimenticabili che quel bambino resuscita oggi con il suo lavoro. Così, pere, mele e fragole si sposano a meraviglia per il piacere di chi vorrà assaggiare questa confettura, cullato da quegli stessi profumi di un'assolata campagna toscana dall’immutata bellezza. 
Ringrazio Angiolino Berti per continuare a deliziare i miei sensi con le sue nuove dolcezze, muse ispiratrici di spensierate righe, scritte tra un cucchiaino di frutta, un segreto desiderio e un sospirato piacere. 

giovedì 10 settembre 2015

lunedì 7 settembre 2015

Parlarsi



Resto convinta che spesso siano i libri a scegliere noi, e non noi i libri. Solo che lo scopriamo dopo, leggendo.
Scopriamo, cioè, l’esistenza di un filo invisibile che trascende spazio e tempo e allaccia i nostri moti d’animo, i nostri desideri, le nostre frustrazioni, il nostro mondo interiore a quello esteriore. Nessuno può provarlo, è vero, ma nessuno può altrettanto provare il contrario.
Così mi piace pensare che quel magico filo invisibile abbia oggi allacciato me e il libro di Eugenio Borgna “Parlarsi. La comunicazione perduta”.
Forse in risposta a un desiderio di ascolto, mi è capitato tra le mani questo breve saggio, scritto con l’abituale disarmante semplicità di chi sa scrutare negli abissi più oscuri dell’animo umano. Di chi sa che per far luce nel labirinto di quelle tenebre esiste un solo, prezioso strumento: la parola. Una comunicazione semplice, onesta, sincera, trasparente, vera. Una comunicazione che per poter funzionare ha bisogno innanzitutto di saper ascoltare.
Ma che cos’è in sostanza questa “comunicazione”, questa parola-marmellata, questa parola-valigia, come direbbero i linguisti? Non somiglia forse a un ponte? Un ponte fatto di lettere, di sillabe, di parole che pongono in relazione se stessi con gli altri. Ma il motore che sospinge le parole ad attraversare il ponte e tessere un terreno comune su cui incontrarsi è la passione: senza l’emozione la comunicazione sarebbe solo un involucro vuoto, incapace di dare e incapace di ricevere. Perché le parole sono creature viventi e pertanto hanno un cuore pulsante.
In ogni forma di comunicazione, e soprattutto in quella terapeutica, l’Io si confronta con un Tu nell’orizzonte di un Noi che fonde e trascende l’Io e il Tu in una nuova dimensione dalla quale si esce cambiati e non si è più quelli di prima. Nella vita non c’è solo qualcuno che parla e qualcuno che ascolta ma ci sono contemporaneamente – anche nel silenzio – un parlare e un ascoltare legati in una continua circolarità di esperienze che nascono dalla nostra capacità di emozionarci.
Anche se in questo libro Borgna volge, come sempre, uno sguardo privilegiato ai suoi pazienti e alla relazione squisitamente terapeutica, credo abbia molto da offrire anche a chi non vive necessariamente un contesto patologico. Esistono così tante forme quotidiane di sofferenza, spesso subdole, spesso invisibili ai nostri stessi occhi, magari travestite da seducenti miraggi, ammalianti spettri dal voluttuoso abbraccio che poi, alla fine, ci si rivoltano contro azzannandoci a tradimento, lasciandoci soli con i nostri frammenti di coscienza da ricomporre.
Ecco allora che in queste situazioni di inattesa sofferenza, di quotidiani travagli interiori, diventiamo tutti un po’ pazienti in affanno, bisognosi di parole, magari racchiuse in un libro come questo, magari donate da un amico lontano che ha imparato ad ascoltare.
Tutti abbiamo bisogno di parole.
Parole che curano, che leniscono ferite e mitigano dolori.
Parole che aiutano a capire.
Parole che aiutano a vivere.