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venerdì 19 agosto 2016

Pioggia albifera


Come dentro una fiaba. Acqua, aria e silenzio…
Il bozzolo di nuvole piano piano si dissipa e il lago si risveglia con un’aria vagamente ottobrina che tutt’a un tratto fa dell’estate un ricordo.
Eppure la pioggia albifera deve avergli regalato gioia, non tristezza.
Sono gli umani a subire un sentimento ombroso di fronte all’inatteso grigiore del mattino che ruba il sorgere del sole. Gli animali al contrario si beano di quel dono, l’acqua del cielo che sposa l’acqua del lago. Per questo forse oggi sembrano cantare in maniera diversa.
La famiglia di svassi pare più arzilla, i due piccoli sembrano pazzerellare di vita e ha dell’incredibile che da due creaturine così minuscole possa levarsi una voce così potente! 
L’airone cenerino, che di solito riposa sornione sul pontile, spicca il volo con un grido stridulo che echeggia a lungo nell’aria. L’eleganza del suo battito d’ali sfida quella dei due cigni, troppo impegnati nella loro bianca danza per curarsi di quel principe alato.
Anatre e folaghe, nella loro buffa modestia, punteggiano il lago a manciate e sembrano chiacchierare tra loro come le comari che si ritrovano la mattina al mercato di un qualunque paesello di campagna. 
Mentre i gabbiani volteggiano bassi, con canti insieme ridenti e lamentosi, ognuno a caccia del suo pesce che curioso guizza ardito in superficie per spiare il mondo capovolto.
Un mondo che sembra una fiaba. Acqua, aria e silenzio…

   

lunedì 4 aprile 2016

La risposta


Molti mi domandano perché abbia scelto di vivere proprio qui.
Lontano da tutto, lontano da tutti, isolata da mondo.

Come fai a resistere in questo silenzio?  Una manciata di casette affacciate su un lago sempre immobile, sempre uguale al giorno prima e al giorno dopo … sempre lo stesso panorama quando ti svegli la mattina … sempre le stesse voci, quelle degli uccelli, come dici tu, che anticipano l’alba rubandoti al sonno, magari a un bel sogno! Ti svegli che è ancora buio e vai a letto che è già buio …
Come fai senza le luci della città? Senza il rumore della società che cammina, che pulsa, che va avanti! Qui dove stai tu sembra che il tempo si sia fermato, non cambia mai niente, solo il colore delle colline a ogni cambio di stagione, sai che divertimento! Tu lo chiami dolce rifugio ma a me fa venire in mente quel libro in cui lui un bel giorno scopre di essere l'unico essere sulla Terra, tutta l'umanità sparita …come si intitola … Dissipatio H.G , di quello scrittore strano che infatti ha fatto una triste fine.
Che desolazione! Come hai fatto a sopportare l’inverno qui? Le giornate così corte, avvolta presto dal torpore della sera, dal freddo pungente, dal grigiore della solitudine … almeno in città esci e sei tra la gente.
E adesso che è primavera non ti viene voglia di uscire in compagnia, andare a fare shopping, a ballare, a divertirti come tutti quelli che vivono in una città grande?
Qui hai solo la Natura, la "tua Natura". Montagne, colline, prati, lago, pecore, mucche, asini, uccelli …tu dici che ognuno di loro ha un canto diverso, che ti dà gioia ascoltarli …che i gabbiani per esempio ridono e piangono secondo come si sentono, che le anatre parlano come Paperino, i cigni soffiano come flauti e che le folaghe suonano come trombette. E immagino che per te persino i pesci emettano voci, o no…? Chissà cosa ti dicono! Dai ammettilo, è tutto così così tranquillo e noioso qui!

Molti mi domandano perché abbia scelto di vivere proprio qui.
Lontano da tutto, lontano da tutti, isolata dal mondo.
Beata sorrido. E la risposta la lascio a loro …

lunedì 21 marzo 2016

L'Amore liquido


Ti voglio bene.
Ti amo.
Tu sei fatta apposta per me.
Quante volte nella vita ci siamo sentiti dire queste parole! Quante volte persone tanto diverse tra loro hanno manifestato lo stesso sentimento, lo stesso trasporto, lo stesso bisogno di amare noi.
Noi, proprio noi. Scelti tra centinaia di altri esseri umani a portata di mano, magari più interessanti, più attraenti, più intelligenti, più eccitanti. Insomma migliori di noi!
Com’è possibile che persone tanto diverse possano tutte trovarci “fatti apposta per loro”? e amarci indistintamente allo stesso modo?
E viceversa, com’è possibile innamorarsi più volte nella vita di individui spesso agli antipodi tra loro, per aspetto, carattere, abitudini?
Forse, quel sentimento che ci ostiniamo a chiamare “amore” o “bene”, cercando inconsapevolmente di scolpire in una certezza qualcosa di assolutamente evanescente, non è affatto qualcosa di solido, di cristallino, di definitivo, cui poter dare un nome preciso.
Ma è, piuttosto, un po’ come l’acqua.
Un liquido, un flusso, un fluido che di volta in volta prende la forma del contenitore che lo ospita e lo alimenta. Così come l’acqua si adatta al profilo del letto che accoglie un fiume, allo stesso modo il sentimento amoroso sgorga ineluttabile e s’incanala verso quella persona che in quel preciso momento della vita risponde ai nostri desideri, appaga le nostre aspettative, sollecita i nostri sensori epidermici, chimici, feromonali e intellettuali.
Forse, allora, tanti sono i moti di quel sentimento chiamato “amore” quante sono le persone al mondo che lo coltivano. Ogni volta diverso, eppure sempre uguale e indispensabile.

Come l’acqua. Perché senza si muore.

lunedì 4 gennaio 2016

Il senso del bello per la neve


E d’improvviso tutto si veste di bianco.
Mi domando perché la neve, comune fenomeno atmosferico stagionale, desti in noi un senso di magica fascinazione. L’impatto visivo con quel mistico candore che ammanta i contorni terrestri rivelandone un’altra bellezza risveglia d’istinto un sentimento di ipnotica attrazione, del tutto slegato al pensiero razionale. E’ come se la neve, con le sue segrete geometrie, possedesse un senso tutto suo che dialoga direttamente con i nostri recettori emotivi.
Lo chiamerei il senso del bello per la neve.
I bambini lo capiscono al volo.
Loro non hanno bisogno di parole per sentire. 
E la comparsa della neve è sempre una eccitazione dei sensi, una giostra di entusiasmi. Eppure, anche crescendo, anche disfacendoci dolorosamente di quella morbida placenta fatta di ingenuità e di elementare sentire, anche noi adulti avvertiamo puntualmente l’emozione per la neve.
Forse, non è solo una risposta estetica, allora. Forse, sotto quell’immensa mano bianca che ci emotivizza riportandoci all’infanzia, germinano radici ancestrali che si abbeverano di questa magia destinata a liquefarsi nel tempo.
E se fossero tutti e cinque i nostri sensi a concertare il senso del bello per la neve?
Il bianco, dopo tutto, è la fusione di tutti i colori. Lì dentro si riversa tutto l’arcobaleno.
Un bianco che piace perché solletica la vista, quindi, evocando un candore verginale, una purezza, un’innocenza propria dei bambini, degli angeli e degli animali, io direi, un bianco che sa di bontà.
Un bianco che piace perché stuzzica il tatto, con quella soffice lama tagliente che brucia le dita e che tuttavia invita a giocarci con un irresistibile fame di stringerla e darle forma, forse per offrirle inconsciamente un vita concreta.
Un bianco che vien voglia di mangiare, anzi di bere, come fosse latte, il primo nutriente affettivo, dono di un’osmosi materna scolpita non solo in ognuno di noi ma nella memoria dell’umanità.
Un bianco che si fa ascoltare, con quel suo religioso silenzio che tutto assorbe, tutto racchiude e tutto domina, risucchiandoci in un altro universo, quello di una fiaba, quello di noi stessi, riportandoci al primo rigurgito di vita.
E un bianco che incuriosisce anche l’olfatto, sì, perché anche se i limiti umani non ci consentono di cogliere gli umori che la terra emana sotto la neve, questi fremono: basterebbe guardare i nostri cani seguire eccitati le tracce visibili solo al proprio naso e imparare che anche la neve odora di vita. Forse, in questo caso, noi adulti dovremmo osare un passo ancora più umile, ancora più coraggioso, e avventurarci ben più indietro nel tempo. 
Forse dovremmo tornare non solo bambini ma animali.

Allora sì che scopriremmo finalmente il senso del bello per la neve.

giovedì 3 dicembre 2015

Gioco di specchi


Mi domando se siano i paesaggi a colorare le nostre emozioni o viceversa.
Se un cielo gravido di grigio possa essere artefice di un inspiegabile malessere interiore, oppure se sia un’inconsapevole negatività emotiva a rendere quel medesimo cielo minaccioso ai nostri occhi.
E che dire di un languido lago rassegnato all’abbraccio dell’inverno? Ai più, un paesaggio lacustre che galleggia nella stagione più arida di colori suggerisce indolenza, tristezza, melanconia. Persino depressione. A pochi altri, invece, il lago d’inverno rassicura e accompagna con la sua muta quiete una palpabile serenità interiore.
Allora penso che forse questo dialogo silente tra i nostri stati d’animo e gli scenari in cui ci immergiamo altro non sia che un gioco di specchi. Noi vediamo fuori ciò che siamo dentro.
L’importante è non abituare lo sguardo, non lasciarlo addormentare davanti alle sfumature dei paesaggi apparentemente immobili, perché anche quelle più impercettibili sono messaggere di vitali vibrazioni.
E’ lo sguardo capace di stupirsi, di emozionarsi e di innamorarsi ogni volta, anche davanti allo stesso panorama, quello che sa cogliere la poesia della Natura, sempre e comunque. Che sia un cielo gravido di grigio, o un lago sprofondato nell’inverno.

E lo stupore, si sa, è quel colore che rende tutto migliore. 
Dentro e fuori.

mercoledì 2 dicembre 2015

Il vagito dell'Universo


Facile è amare la Natura quando si risveglia. Quando la primavera sboccia d’inebrianti colori e l’estate schiude i suoi sensuali odori.
Ma si può altrettanto amare la Natura quando si assopisce. Quando si ritira nel suo letargico sonno, piano piano, in punta di piedi, sottovoce. Quasi chiedendo scusa alle creature viventi per sottrar loro colori e profumi, ecco che mesta si avvia verso il suo obbligato regredire, al ritmo ossequioso di una luce sempre più pallida, sempre più fredda. Fino a liquefarsi in una fragile penombra ai confini col mondo soffice dei sogni.
Così le piante finiscono per somigliare a immobili scheletri abbozzati in uno sfumato leonardesco, il cielo sembra piovere dentro il lago e le colline attorno paiono scivolare anch’esse dentro quell’enorme pozza grigioazzurra che è l’inverno.
Il silenzio si fa forte. Tutto tace. Eppure da qui, tra cedri e cipressi che come spavaldi scudieri sorvegliano il mio scrivere, sembra quasi di avvertire un leggero suono, un rumore di sottofondo, denso, costante, emanato da una sorgente invisibile, vicina o lontana non saprei dire. Sembra un filo teso tra la Natura e me. Che sia il primo vagito dell’Universo? L’eco sordo del Big Bang? Quella inquietante radiazione cosmica di fondo sfuggita di bocca alla Terra nell’istante del suo nascere, tanto impalpabile quanto presente, testimone di immensa forza e precaria certezza?
Ecco che allora, cullata da questo ancestrale lamento mai spento, sento che la Natura non muore mai per davvero. E che quel suo puntuale, lento e progressivo sopirsi fino quasi a scomparire non è che un’altra splendente manifestazione della sua eterna bellezza.
Un altro volto. Un altro vestito. Un altro trucco con cui lei si mostra, si spiega, si lascia guardare e si lascia amare.

Da chi la sa vedere.    

mercoledì 23 settembre 2015

Il dono


Il primo assaggio d’autunno s’è presentato con ardita insolenza.
Nemmeno il tempo di dire addio al bikini ed ecco che le montagne specchiate sul lago si son vestite di bianco, rubando la scena al poetico foliage dei boschi. Un bianco verginale, che con il suo apparente candore vuole rendere romantico questo repentino voltafaccia stagionale. Stagioni sempre più capricciose, ancor più di una bella donna innamorata dell’amore!
Così, mentre gli amanti di canoe e di stand-up paddle s’attardano con gli ultimi morbidi sciabordii lacustri, gli affezionati delle vette cominciano a spolverare scarponi e racchette.
E mentre dai comignoli del paesello s’elevano i primi sentori di buona legna bruciata nel camino, gli insetti tardivi presi alla sprovvista bussano con frastornata disperazione ai vetri delle finestre, quasi a voler mendicare l’ultimo sorso di calore.
E io, seduta qui, cullata tra l’eco ancora vibrante dell’estate e il primo assaggio d’un autunno assai precoce, mi beo del privilegio di assorbire con delicato piacere ogni immagine, ogni odore, ogni sensazione che la Natura tutt’attorno dona a chi ha il dono di sentire.
Un dono che non conosce stagioni.

mercoledì 22 luglio 2015

L'ora dei pipistrelli


C’è un istante ben preciso che separa la sera dalla notte. E’ l’ora dei pipistrelli!
E’ un istante che pare sopraggiungere all’improvviso. Si crea nell’aria come un immenso punto chiaroscuro che tutto inghiotte, mastica e risputa, una sfumatura alquanto indecisa tra l’essere e il non essere, tra la veglia e il sonno. Succede ovunque probabilmente ma a me sembra più evidente qui, dove i colori dell’acqua si mescolano a quelli dei boschi.
Sì, perché quando il lago si scrolla di dosso il calore del sole e le stelle cominciano a chiacchierare, ecco che il teatro naturale cambia vistosamente scenario e protagonisti.
Non è solo una questione di tinte. Anche le creature diurne, infatti, sembrano volatilizzarsi insieme all’ultimo chiarore per lasciare spazio solo a loro, ai pipistrelli e alla loro tenebrosa danza.
Colpevoli solo d’essere oggetto di umani (o forse inumani) pregiudizi, i pipistrelli a quest’ora s’appropriano puntualmente del proprio spazio quasi a voler recriminare una più giusta collocazione nell’universo.
Eppure, al loro naturale sopraggiungere, molti scioccamente si ritraggono, io compresa. Non che abbia qualcosa di razionale contro di loro, povere creature del buio assai utili all’ecosistema, tuttavia non riesco ad abituarmi alla loro nevrastenica ballata. Sembra che non abbiano mai sosta, compaiono all’improvviso come sollevati da un uragano di molecole invisibili e con il loro imprevedibile volteggiare ricamano nell'aria un pentagramma che ricalca certi brani jazz dall’indecifrabile melodia, intuibile solo a sopraffini  intenditori. Impossibile rintracciare una grammatica nei loro movimenti, eppure una logica c’è. Insetti, correnti d’aria, sorgenti sonore, barriere fisiche. Ecco: barriere fisiche. Perché mai dovrei temere che uno di loro possa malauguratamente, per un assurdo errore matematico, sbagliare mira , direzione, traiettoria e finire proprio addosso a me?! Non è mai successo, è vero, eppure ogni sera al sopraggiungere dell’ora dei pipistrelli, mi assale questo inguaribile timore, ereditato dai fantasmi notturni di un’infanzia scompigliata.
Allora, consapevole dei miei resistenti ostacoli interiori, saluto il mio lago, do il benvenuto alle stelle e in fretta e furia mi ritiro dal giardino che volge lo sguardo alla prima luna.

Appena in tempo, sono arrivati! Prima uno, poi due, poi quattro e cinque insieme, come una flotta aerea sollevata d’urgenza in missione. I pipistrelli anche oggi cominciano la danza e sicuramente staranno ridendo di quella buffa donna che, immancabilmente, ogni volta a quest’ora, scappa via dal giardino con le mani sulla testa. Chissà, a pensarci bene forse per loro è lei, con le sue nevrasteniche fughe dal nulla, quell’istante preciso che separa la sera dalla notte!

martedì 21 luglio 2015

La differenza


Cullata dalle carezze liquide del lago, m’abbandono per qualche lungo istante all’ozio.
Piacevole vizio per pochi privilegiati un tempo, condizione spesso subita oggi. Ma che cosa trasforma l’abbondanza di tempo a disposizione da insofferenza a piacere? Quale la differenza tra vuoto, noia, aridità e pienezza, ispirazione, creatività?
In fin dei conti starsene così lungamente in contemplazione di un panorama che pare essere sempre identico a se stesso - unico accenno di vitalità concesso dal bavaglio dell’afa qualche papera, una coppia di svassi e una famiglia di cigni che sfida la superbia degli umani col suo solenne corteo - potrebbe risultare monotono alla maggior parte delle persone. Eppure, gettando i propri pensieri a capofitto in questo pozzo d'innaturale incanto, ci si può abbeverare di qualcosa di speciale: lo stupore, uno stupore in ogni istante diverso come la luce rifratta da un  prisma, diverso a seconda del calar dello sguardo ... che si posi su una collina o su un filo d’erba, sul profilo della città all’orizzonte o sulla roccia che sostiene il tuo piede. Ed e’ proprio quello – lo stupore - l'alchemico segreto che trasforma il vuoto in pienezza, la noia in ispirazione e l’aridità in creatività.
Così, quando presa da ingenuo slancio emotivo ho sussurrato a chi mi stava accanto “Dio, guarda là che meraviglia!” indicando due buffi svassi appassionatamente coinvolti in una danza di corteggiamento, mi sono sentita rispondere “Embè, che c’è di speciale … son due uccelli che nuotano!” allora, stupita, ho capito la differenza. 
La differenza tra chi sa stupirsi e chi no.
Tra guardare e vedere. Tra noia e ozio. Tra gli altri e me. 

domenica 8 marzo 2015

Un cielo fitto di stelle



“Ricordo che passato lo tsunami, quando ho aperto gli occhi, ho visto un vuoto desolante intorno a me, ma anche un cielo immensamente fitto di stelle sopra di me. Erano tantissime e bellissime. Allora ho pensato che tutte quelle stelle dovevano essere le vite umane cadute sotto lo tsunami e andate a brillare lassù. Per loro, noi sopravvissuti avevamo il dovere di ricominciare e di ricostruire insieme il nostro paese, il nostro futuro… ”
Questa è una frase toccante che ho ascoltato in uno dei  documentari trasmessi in questi giorni da un’emittente giapponese, NHK World, durante un’intervista a un sopravvissuto alla catastrofe dell’11 marzo 2011 in Giappone. Con voce ferma e sguardo limpido, l’uomo intervistato è riuscito a comunicare con dignitosa commozione l’essenza del modo di sentire e di pensare orientale, così lontano dal nostro.
L’inevitabile dolore che ogni essere mortale capace di soffrire vive di fronte a una devastazione di tale portata suscita reazioni così diverse a seconda della cultura e della religione in cui si è imbevuti. Noi occidentali, e soprattutto noi italiani, di fronte alla perturbante ribellione della Natura che ci ricorda quanto siamo minuscoli rispetto ad Essa, abbiamo bisogno di trovare subito un colpevole. Qualcuno contro cui scaricare tutta la rabbia che la nostra impotenza alimenta, perché giustizia sia fatta in un processo terreno dove ognuno s’improvvisa giudice divino, con tutte le infami speculazioni che ne conseguono.
Gli orientali invece, e soprattutto loro, i giapponesi, non hanno bisogno di trovare un colpevole ma una soluzione, perché si sentono parte della Natura anche quando si scatena contro ogni previsione. L’obiettivo si profila nitido, schietto, mentre ancora la catastrofe fa sanguinare le ferite aperte: bisogna rialzarsi tutti insieme per trovare il modo migliore di rimettere assieme i brandelli e trasformarli di nuovo in case, scuole, ponti, strade. “Insieme” è la parola magica che fa la differenza: uniti nello stesso dolore, noi ci azzanniamo per scagionare le nostre colpe e puntare il dito sulle responsabilità altrui. Loro si prendono per mano per ricominciare daccapo, subito, riuscendo a trasformare il dolore in volontà e la tragedia in coraggio.
Da ogni catastrofe può nascere un insegnamento. E ripensando alla frase di quell’uomo dalla voce ferma e lo sguardo limpido, penso che dovremmo tutti imparare a guardare con occhi nuovi un cielo fitto di stelle in una notte buia. Forse quel cielo ci aprirebbe gli occhi e ci aiuterebbe a vedere ‘oltre’ i nostri stessi limiti.

domenica 1 marzo 2015

Le stagioni dell'Anima



Passeggiavo lungo il fiume oggi.
Una timida mattina di marzo appena nato, dipinta lievemente di un rosazzurro velato. Passeggiavo senza una meta e guardando la natura tutt’attorno, ancora acerba e sonnolenta, pensavo che dopo tutto le persone somigliano alle piante nel loro cammino lungo i sentieri della vita. Anche l’essere umano, infatti, obbedisce a una specie di ciclicità terrena, seguendo le stagioni dell’Anima: percorre tratti d’esistenza più o meno lunghi, più o meno ramificati, più o meno intensi, e poi a un certo punto, si accorge che per poter andare avanti, deve necessariamente abbandonarli e lasciarsi indietro parti di sé. Deve morire per poter rinascere. Deve potare arbusti secchi e foglie avvizzite, fardelli e orpelli che conserveranno tracce nei ricordi ma che lasceranno spazio a nuove fioriture, a nuove crescite. A nuovi incontri.
Pensavo, insomma, che puntualmente sul sentiero della vita sopraggiungono stagioni in cui occorre liberarsi del passato per raggiungere il futuro, senza rinnegarlo o dimenticarlo – guai, perché senza memoria saremmo nessuno - ma accettandolo consapevolmente come qualcosa che è stato e che ora non è più. Dentro quel passato di cui ci amputiamo ci sono anche compagni di viaggio che hanno condiviso parte della nostra esistenza ma che tuttavia non ci corrispondono più, perché troppo lontani da ciò che diventiamo. Dentro quel passato di cui ci amputiamo c’è una parte di noi che rivendica nuova linfa vitale e che ha bisogno di terra fragrante, di aria pulita e di acqua fresca per rinascere tenace e vigorosa. Proprio come le piante!
Ripensandoci, forse la passeggiata lungo il fiume in questa timida mattina di marzo appena nato, immersa in una natura ancora acerba e sonnolenta, non era affatto casuale. 
Una meta l’aveva… 

martedì 20 gennaio 2015

Geografie del Tempo



Scorgendo una nuvola
Penso ad alta voce
Quant’è bello
Il cielo da quaggiù

Quante volte ci capita di avere dei pensieri che crediamo appartenere solo a noi e invece poi scopriamo che altri hanno espresso le nostre stesse riflessioni, magari con parole assai migliori! Pensieri, sentimenti, emozioni identiche a distanza di secoli, di chilometri, indifferenti all’idioma e all’appartenenza geografica, che si ripetono rimbalzando qua e là nel mondo o, chissà, nell’Universo.
La poesia qui sopra, così apparentemente puerile, avrei voluto scriverla io ogni volta che, col naso all’insù, mi sono sentita rapita dalla bellezza di un fazzoletto d’azzurro spruzzato di bianco. Invece è di Wordsworth, delicato poeta inglese che, tra il 700 e l’800, proprio in virtù del suo fanciullesco candore verso la Natura è stato a lungo sbeffeggiato dai suoi contemporanei e dagli intellettuali più razionali.
Rivalutato definitivamente dopo la sua morte, vive ormai in eterno, grazie alle sue parole gentili, soffici, grate a una Natura che lui sapeva cogliere nei minimi dettagli, dal filo d’erba al ruscello, dalla coccinella al volo d’uccello. Sapeva coglierla e cantarla in Odi degne del più sublime paesaggio, animale, fiore o frutto che avesse il privilegio d’incontrare il suo sguardo.
Dei suoi pensieri, uno in particolare mi attrae. Un pensiero che con presunzione credevo fosse solo mio o di pochi altri sconosciuti sparsi per l’Universo. Ed è questo: Wordsworth, mettendo a confronto la Londra del suo tempo e le campagne circostanti, si chiedeva “come si potesse vivere anche tra vicini da perfetti sconosciuti ..” Quel “mondo turbolento di uomini e cose” che era Londra rappresentava per il poeta un danno, non solo per la salute del corpo ma soprattutto per la salute dell’anima.
Wordsworth accusava la città di favorire emozioni malevole, fatali! Invidia, orgoglio, egoismo, ambizione, superficialità e indifferenza agli altri … ed era convinto che solo la campagna, il contatto con la natura potesse stimolare e ristabilire un atteggiamento benevolo verso sé e verso gli altri. Non è un concetto originale, è vero, e nemmeno esclusivo di Wordsworth (o mio) visto che molti filosofi e intellettuali hanno pascolato sui simili campi di riflessioni, elogiando il rifugio nella Natura come salvezza dell’anima. Eppure, sarà per la semplicità con cui Wordsworth carezza l’argomento o sarà per il suo sguardo francescano nei confronti di ogni Creatura, a partire dall’erba o dalle nuvole, che lo sento particolarmente vicino a me. Molte delle sue Odi somigliano a Haiku e anche se la metrica inglese non obbedisce alle leggi delle poesie giapponesi, penso a Wordsworth come a Basho, per la suggestione che le immagini di poche righe sanno infondere.
Penso a cosa abbiano sentito ‘dentro’ questi poeti al cospetto di un tramonto o di un’alba, di un temporale o di un arcobaleno, linguaggi naturali universalmente comprensibili, certo, ma particolarmente cari ai bambini, agli innamorati e agli artisti. Paesaggi e panorami non solo esteriori ma intimi, che corrispondono agli archetipi dell’animo umano, per questo dunque sono ricorrenti e rimbalzano nello spazio e nel tempo, privandoci dell’esclusività di pensiero. Ci sono poi personaggi, come Wordsworth, che sanno dar vita nuova a questi scenari esteriori traducendoli in vibrazioni interiori attraverso l’enfasi delle parole. E c’è chi, invece, se li tiene stretti dentro, silenti ma nascostamente vivi.
Vero è che certi spettacoli naturali ci accompagnano per tutta la vita e col loro silenzio ci parlano: penso ai miei deserti, agli oceani, alle isole che tanto amo e che, quando si riaffacciano alla mia coscienza, fanno riaffiorare insieme al panorama anche il sentimento che l’ha animato la prima volta. Spesso, questi ritorni di fiamma, queste istantanee di memorie emotive e sensoriali, diventano medicine: è come se venissero in soccorso nei momenti di particolare solitudine, per farmi compagnia. 
Anche a questa sensazione di intimo conforto diluito nel tempo, sensazione che credevo essere solo mia, Wordsworth aveva dato un nome, un nome bellissimo: “Geografie del tempo”.

Esistono nella nostra vita geografie del tempo,
che con netta preminenza conservano
una forza rinnovatrice
che penetra, che ci permette di salire
già alti, ancor più in alto, e ci solleva quando cadiamo.