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venerdì 21 giugno 2013

La donna che sussurrava ai pellicani



Circa cinquant’anni fa lo Yucatan era ancora una coriacea distesa di sabbia e rocce, simile a uno sperone galleggiante proteso tra il Mar dei Caraibi e il Golfo del Messico. In superficie, una landa vergine popolata da iguane, facoceri, felini, scimmie e serpenti, avviluppata dall’intreccio di mangrovie assetate di sale. Sottoterra, un dedalo di fiumi e rivoli d’acqua dolce che formano i cosiddetti “cenotes”, tunnel e grotte di stalattiti e stalagmiti dai colori fiabeschi che tutt’oggi si possono visitare ripercorrendoli a nuoto dal cuore della terra fino allo sbocco in mare. Alla fine degli anni 60, un gruppo di speculatori alla riscossa ha trasfigurato vertiginosamente il volto naturale di quest’angolo di Messico rimpiazzandolo con ambiziosi disegni umani. E’ nata così Cancún. E l’isola dello Yucatan, lunga 23 chilometri con capitale Chetumal, separata dalla terraferma da due canali collegati al mare attraverso una fitta rete di fiumi e lagune, s’è trasformata in un cocktail da brochure patinata, a metà tra Las Vegas e Miami: mega alberghi, centri commerciali, ristoranti, discoteche, torri panoramiche, zoo e acquari. Tutto ricorda un immenso parco giochi, dove la Natura è stata definitivamente addomesticata nei Parchi di Xel-Ha, Xcaret, Xplor, e dove persino i delfini sono stati turisticizzati per nuotare con noi umani all’interno del Delfinario, grande attrattiva della Riviera Maya.
Oggi, la Riviera che si srotola da Cancún verso Sud per 
oltre 135 chilometri è pressoché questo: il mare da un lato e la giungla dall’altro, separati dalla mano dell’uomo, la carretera 307. Tuttavia, per riscoprire il volto nudo dello Yucatan, basta spingersi un po’ più a sud e infilarsi nel labirinto di sentieri nascosti dalla foresta, che come linguaggi segreti portano a baie ancora selvagge affacciate sulla barriera corallina del Belize, la seconda per ricchezza dopo quella australiana.
Dimentichiamo per un attimo, quindi, Playa del Carmen e la  Quinta Avenida per avventurarci nel cuore di Akumal, Tulum e Sian Ka’ an.
Akumal è la Baia delle Tartarughe che, tra aprile e ottobre, di giorno nuotano come angeli a pochi metri dalla riva, mentre la notte risalgono guardinghe il bagnasciuga per cercare un angolo indisturbato dove deporre le uova. E’ imperdibile nuotare insieme a loro, pare di volare in un acquario dove il tempo è dilatato e rallentato. E’ qui che s’impara a sentirsi ospiti del mare, parte della Natura, e non dominatori di essa e se non fosse per i ristorantini che popolano la spiaggia di borotalco di Akumal si avrebbe l’illusione di un insperato ritorno all’Eden perduto.
Salutando le tartarughe e riprendendo la carretera, si scivola ancora più a sud, fino alla più nota spiaggia della Riviera Maya, Playa Paraiso, che carezza Tulum. Una lingua di sabbia candida lunga 10 chilometri dove si erge sovrana l'unica acropoli maya sulla costa, poiché questo luogo in origine non era una città fortificata bensì un porto. Le rovine di El Castillo e del Tempio del Dio Discendente, la misteriosa divinità a testa in giù, assumono le sfumature che il sole dona loro, mentre gigantesche iguane riposano indifferenti alla presenza umana tra rocce roventi e  palme assetate di vento. Un tuffo in mare, dopo aver ripercorso secoli di storie truci e leggende inquietanti, è un sollievo soprattutto quando la temperatura e l’umidità diventano implacabili.
Ma è proseguendo oltre Tulum pueblo che si tocca definitivamente l’anima più vergine della Riviera Maya. Percorrendo una lunga strada sterrata che dal cuore di Tulum sbocca al mare, si arriva a Sian Ka ‘an, una biosfera tra laguna e oceano avvolta nella giungla, dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco. Qui sorge anche una delle case di Antonio Banderas, ben occultata ai curiosi dalla folta foresta. Osservando l’intrico di piante, ci si stupisce di come la vegetazione sia riuscita a sconfiggere la roccia spingendo le sue radici in profondità nella dura terra per trovare l’acqua. Qui vive stabilmente una comunità di messicani di circa 600 persone; la biosfera infatti non potrebbe ospitarne più di 900, pena l’equilibrio dell’ecosistema. Anche la pesca, prima fonte di sostentamento, è regolata e limitata giornalmente per non violentare il mare. La gente di Sian Ka ‘an è semplice e accogliente, non sempre ha un tetto ma ha quasi sempre un’amaca in cui dormire, cullata dalla fresca leggerezza del vento. Una scuola, una chiesa e una specie di farmacia, tutto qui. E se la vita degli abitanti si ripete identica a se stessa ogni giorno in ogni stagione, quella del turista ha molto più di cui godere. A bordo di lance si può andare alla ricerca di delfini e tartarughe in libertà, lontano dall’artificiosità dei parchi acquatici, soffermandosi a fare snorkeling nelle piscine naturali in cui si tuffano le mangrovie. Solo pesci, stelle marine, rettili e uccelli: dalle fregate magnifiche ai pellicani pardi, dai cormorani all’aquila marina.
Anche qui si sapora l’anima della Natura cui vien spontaneo avvicinarsi con pudico rispetto. Se si è fortunati, ci si può trovare completamente soli e assistere ai voli acrobatici dei pellicani che ingordi pescano i pesci. Sono buffi e vagamente sgraziati nel loro tuffarsi in acqua: pesantemente s’alzano nel cielo sospinti dal vento per avvistare dall’alto il boccone di turno, poi si gettano a capofitto nel mare, come frecce lanciate da un arco invisibile, l’istinto. Se sono abili riemergono col lungo becco rigonfio di pesce, altrimenti tocca loro ripetere la pesca, impresa faticosa poiché il piumaggio dei pellicani è folto e permeabile. Per questo, prima di ogni tuffo, si spalmano sulle penne un olio che il becco secerne spontaneamente e che li rende più agili nel mare. Anche la loro pancia è strutturata per agevolare l’impatto con l’acqua essendo provvista di un naturale air bag che ammortizza il colpo. Non esibiscono canti melodiosi i pellicani, eppure con quell’occhietto luminoso che osserva attento dall’alto del becco, sembrano comunicare anche con noi. E’ come se benevolmente si concedessero alla curiosità umana lasciandosi avvicinare senza apparente timore. Guardandoci, paiono dire: “Va bene, resta pure qui, creatura che non appartieni né al mare né al cielo. Tu non m’interessi perché non rubi il mio pesce e non usurpi la mia aria e se non ti avvicini troppo possiamo essere amici.”
Per qualcuno un linguaggio tra noi e gli animali, pellicani compresi, esiste davvero, mentre per altri, i più, è solo una follia. Eppure trovandomi spesso sola sulla spiaggia a osservare i tuffi pindarici dei simpatici pennuti, ho sussurrato loro parole buffe senza alcun imbarazzo, fiduciosa d’essere in qualche modo ascoltata e capita. E ho ringraziato non so quale invisibile presenza che solo il vento fosse testimone di questa complice intesa tra Donna e Natura.
Questo è il Messico! 

(Su Mete d'Italia e del Mondo di luglio)

mercoledì 19 giugno 2013

Messico, nuvole e amore



L’accoglienza del Messico è stata piuttosto scoraggiante, a dire il vero. Una coda d’uragano che ha colpito Miami ha lambito per qualche giorno anche la Riviera Maya donandole un malinconico sapore autunnale. Tuttavia i giorni di pioggia, calda come lacrime, sono presto sfumati nell’oblio, cancellati definitivamente da un sole avvolgente e penetrante come il chili yucateco.
Un calore avvolgente e penetrante come l’abbraccio che mi ha accolto al Pavoreal, un resort immerso nella natura selvaggia alle porte di Tulum, ancora pressoché sconosciuto al pubblico italiano che continua a preferire l’artificiale lusso di Playa del Carmen all’imprevedibile bellezza della Terra. Il privilegio d’essere una tra i pochi ospiti del resort mi ha permesso non solo di sincronizzarmi col ritmo quieto del cuore messicano ma anche di tessere fili emozionali profondi e sinceri con le persone che animano il piccolo villaggio.
A loro dedico spontaneamente queste righe, prima di decantare panorami ed esperienze vissute qui, per ringraziarli dell’indimenticabile affetto che mi hanno regalato.
Prima tra tutte c’è Angela, la receptionist dal sorriso d’angelo, sempre disponibile e complice delle necessità dei clienti. E’ lei, con la sua garbata presenza, che dà il benvenuto in quest’angolo di paradiso, dove regna sovrana la voce del mare, del vento e degli uccelli,  incontrastati sovrani del luogo, insieme a draghesche iguane, goffe rane e granchi azzurri.
Serena è invece la jefe del equipe, il capo dello staff d’animazione, tanto rigorosa nell’organizzare il programma di lavoro quanto sensibile alle più impercettibili sfumature dei sentimenti. L’ho battezzata Marlene Dietrich, per via della sua voce calda e della sua forte carica femminile in scena.
Poi c’è Giulia, che se non esistesse bisognerebbe inventarla. Lei non danza solo con il corpo, dai riccioli all’alluce, ma con l’anima e con tutta se stessa trasmette una vitalità contagiosa cui è difficile resistere. Mi ricorda Jo, di Piccole Donne Crescono, per la sua incontenibile energia e bramosa curiosità di conoscere il mondo.
Riccardo è la più recente new entry del resort e con la sua discreta presenza riesce a risultare comico senza muovere un dito, anzi…muovendo solo un dito persino quando balla. L’ho chiamato Mr. Bean, con tutto il rispetto per il suo aspetto fisico, il fatto è che strappa una risata solo a guardarlo.
Infine, ci sono i due ragazzi che più di tutti mi hanno toccato il cuore, Jacopo e Andrea.
Jacopo sul palco trasforma il tumulto delle sue emozioni in movimento, lui non balla semplicemente ma si racconta e si esprime spremendo l’anima alla ricerca di sempre nuova energia. Anche se, leggendo alcune sue poesie e racconti, credo che dentro il ballerino si nasconda il germe dello scrittore, romantico e struggente. Per questo il suo modo d’essere mi ricorda il delicato misticismo di William Blake.
E poi c’è Andrea, sorriso angelico e sguardo seducente. E’ votato al musical, lo si sente quando canta, quando balla ma anche semplicemente standogli accanto perché in lui vibra l’artista da grande palcoscenico. Mentale e sentimentale, ha la tempra del conquistatore, di terre e di cuori, per questo mi ricorda il grande Giulio Cesare.
Ognuno di loro - insieme agli Chef, ad Alessandro il pasticcere, a José el cocinero habanero màs sabroso de la Riviera Maya, e a tutto il personale messicano del Pavoreal – hanno trasformato le nuvole in sole e il vento in un abbraccio. Ognuno di loro ha lasciato impresso il suo sguardo nella mia mente e la sua voce nel mio cuore e ora vorrei salutarli così:
Angela, convinci la direzione a investire di più sul Pavoreal perché realizzi tutte le potenzialità che ha in sé, lo merita davvero!
Serena, continua a cantare coma Marlene ma dai meno crocette ai tuoi ragazzi, ti vogliono bene come tu a loro!
Giulia, non spegnere mai quel sorriso che t’illumina, è un dono raro!
Riccardo, occhio che prima o poi al Dreams s'accorgono che non sei americano e ti becchi un sacco di crocette!
Jacopo, l’amore può far paura ma è anche una straordinaria fonte d’energia e d’ispirazione: vivilo con coraggio!
Andrea, prima di venire ad applaudirti a La Scala, spero di rivederti dalle nostre parti, per rinnovare il prolungato abbraccio che ci siamo scambiati alla partenza!
E siccome le partenze sono sempre dolorose, vorrei asciugare le lacrime dell’addio con il sorriso dell’arrivederci. Perché, a volte, una semplice vacanza può trasformarsi in sentimento e non avere mai fine.