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mercoledì 4 settembre 2013

Somiglianze



A volte la somiglianza tra regno vegetale e regno animale è straordinaria. Basta saperla scovare.
Cogliere un fico maturo dalla pianta del giardino, per esempio, può portare inaspettatamente a tuffarsi in mare per imbattersi in uno dei suoi tanti abitanti. Sì, perché se adagiamo sul piatto quel bel frutto rosso pregno di linfa zuccherina e lo tagliamo delicatamente in cinque fettine, i suoi lembi vermigli si schiuderanno mollemente ai lati come docili lingue, scoprendo un cuore carnoso che rasenta l’oscenità tanto appare sensuale. Ed ecco che questa profferta lasciva del fico allo sguardo, prima ancora che al palato, ricorda la foggia di una stella marina alla deriva. Una meravigliosa asteroidea che, con le braccia affusolate dai riflessi d’oro rosso, s’abbandona sulla roccia lucente, mentre tutto il corpo turgido si lascia avidamente leccare dal sole e dal mare, proprio come una dea assetata di vita.
Ripensandoci … a volte la somiglianza tra regno vegetale e animale è straordinaria, sì, ma lo è ancor di più quella con il regno degli esseri umani. Basta saperla scovare!

mercoledì 8 maggio 2013

L'Arte d'Essere Donna



L'eterno femminino nell'Arte


“Donna non si nasce, si diventa”.
Così affermava Simone De Beauvoir ne “Il Secondo sesso”, opera destinata a mettere a nudo l’immagine della natura femminile e i suoi molteplici ruoli nella società borghese dagli anni Cinquanta in poi.
Ma cosa significa quest’affermazione tanto lapidaria quanto intuitivamente vera?
Creatrice per natura, la donna inventa se stessa sbocciando come un fiore i cui petali si colorano con le sfumature della sua linfa vitale. Fiorisce nella propria casa, nella propria famiglia prima come figlia poi come giovane consapevole spesso ribelle, e quindi come madre. Ma anche nella società, nel teatro culturale, come protagonista rivoluzionaria e conservatrice al tempo stesso di un ciclo vitale ineluttabile. Ogni epoca, attraverso la cultura e il linguaggio che le è proprio, partorisce di volta in volta una donna nuova, originale, frutto di radici e tradizioni ineliminabili ma anche di innovazioni e trasformazioni inevitabili.
La donna riassume in sé, quindi, una duplice natura: una esterna che si muove disinvolta nel presente proiettata verso il futuro e una interiore che respira nell’ombra traendo forza dal passato. Il dialogo tra queste due nature, combinato in migliaia di espressioni diverse, determina la personalità e la socialità di ogni creatura femminile. E’ il risultato di quella sfumatura e di quella fragranza che contraddistingue ogni fiore nell’immenso prato dell’universo.
La storia trabocca di donne che si sono realizzate nella propria interezza, mescolando sapientemente i toni di un’intricata natura in un’armoniosa sinfonia. Personaggi femminili che hanno saputo incarnare quell’eterno femminino tanto caro a Goethe. Faust, infatti, nel “Coro mistico” si rivolgeva all’anima umana definendola il femminile eterno che ci trae in alto.  Esiste qualcosa che ci attrae oltre la materia, oltre l’illusione: è la necessità di pensare, di porci delle domande. Questa facoltà, che probabilmente è presente solo nell’essere umano, che ci spinge a ricercare una soluzione per gli infiniti enigmi del mondo è una facoltà squisitamente femminile: è l’immaginazione.
E cosa meglio dell’arte è in grado di esprimere quest’eterno femminino creativo, fonte di conoscenza che ci trae in alto? Da sempre, in ogni sua sintesi simbolica e mitologica, l’arte traduce l’invisibile in visibile, il mistero in bellezza, il sogno in realtà e, con un linguaggio che trascende la razionalità, permette di cogliere in trasparenza ciò che si nasconde sotto il visibile attraverso la suggestione delle emozioni. La complessità è per definizione anche ambiguità, un’ambiguità che rappresenta l’essenza dell’arte poiché lascia spazio all’interpretazione, cioè al dialogo tra artista e fruitore. Come diceva Voltaire, del resto, “il segreto per diventare noiosi è dire tutto”. Di conseguenza, l’Essere donna non è mai noioso e quando si esprime attraverso la creatività svetta sulle cime del sublime, sia quale musa ispiratrice, sia quale artefice d’opere d’arte.
Le arti figurative, in special modo, essendo più intuitive di altre, ci aiutano a percepire le infinite sfumature del femminino declinato in diverse tipologie caratteriali a seconda dei panorami storici in cui sboccia. Tuttavia, sotto questi modelli epocali, sembrano ricorrere delle costanti sintetizzabili in alcuni archetipi psicologici dell’Essere donna.
Prendendo in prestito il termine “archetipo” dalla teoria psicoanalitica di Jung, è più facile afferrare l’intimo legame tra arte e psicologia femminile. Il concetto d’archetipo si riferisce a una rappresentazione mentale primaria, propria dell'inconscio collettivo, che si manifesta in simboli universali presenti in tutte le culture di ogni epoca storica. Attraverso l’arte, ovvero attraverso il linguaggio dei simboli e delle immagini, si entra direttamente in contatto con la psiche, quindi con le emozioni e i sentimenti. L’immaginazione è il processo che pone in dialogo l’inconscio con il conscio senza la necessità di ricorrere a un linguaggio razionale, ecco perché da sempre l’arte figurativa appartiene alla cultura della specie umana. E da sempre, l’archetipo di Madre - quello femminile per eccellenza - è ciò che permea quell’inconscio collettivo di cui Jung parla, come un magma sotterraneo che scorre nella carne di ognuno di noi. Attraverso l’arte, quest’archetipo diventa intuitivamente percepibile: l’Essere Donna si manifesta e si esprime attraverso simboli riconducibili a tutti. Uomini compresi, perché “tutto l’essere dell’uomo presuppone la donna: corporalmente e spiritualmente. Il suo sistema è a priori messo a fuoco sulla donna, così come nel mondo esistono l’acqua, la luce, l’aria, il sole …” e senza essere necessariamente junghiani risulta condivisibile quest’appassionata affermazione.  La storia dell’arte conferma, infatti, la concezione di Jung e lo dimostra sin dalle prime raffigurazioni artistiche risalenti ai nostri antenati del neolitico, in cui il maschile era del tutto assente o compariva tutt’al più come un piccolo insignificante uomo accanto a una madre potente e maestosa.
Ecco perché l’arte – quale narrazione della psiche – è lo specchio privilegiato del femminino.
L’artista moderno è ormai consapevole dell'interrelazione fra la propria opera, la propria storia e un inconscio sotteso che trascende il tempo. E’ un apriscatole psicologico, come si definiva Kokoschka – uno dei primi artisti moderni - che con quest’espressione ha interpretato bene lo spirito dei suoi contemporanei ma anche l’afflato originale con cui l’arte è nata insieme alla stessa civiltà umana.
Avvicinarsi a un’opera d’arte, dunque, permette di scostare il sottile velo dell’immaginario sulla realtà per avventurarsi alla scoperta di mondi lontani, di creature ignote e di abissi in parte inesplorati.
Primo tra tutti, l’Essere Donna. 

venerdì 29 marzo 2013

Le evoluzioni




Spesso, nel corso della vita, donne e uomini evolvono in maniera diversa.
Le donne cambiano, senza bisogno di cambiar uomo.
Gli uomini cambiano donna, senza riuscire a cambiar se stessi.

martedì 4 settembre 2012

Il colore del bacio




L’articolo che avevo scritto settimana scorsa sul pettegolezzo ha suscitato parecchie curiosità. Alcune persone mi hanno scritto chiedendomi se anche le coccole e, soprattutto, i baci potessero avere la stessa atavica origine e derivassero, quindi, dall’evoluzione dell’uomo.
Ebbene, sollecitata da questi interrogativi, mi sono informata e ho imparato qualcosa d’interessante che spero affascini anche voi. Premetto che mentre c’è concordanza tra gli scienziati sul fatto che carezze e coccole appaghino i bisogni primari di appartenenza e familiarità - sia nei primati, sia negli umani - più complesso è il significato sociale del bacio. Da un punto di vista evolutivo, non è chiaro se noi umani ci baciamo per puro istinto o per apprendimento culturale. Si sa solo che ci piace farlo. Lo stesso Darwin, nel suo trattato “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, del 1872, era molto incuriosito da questo comportamento affettivo. Notava che il bacio, in varie parti del mondo, era espresso con lo strofinamento dei nasi, anziché con l’unione delle labbra e fosse comunque qualcosa di molto antico. Il coinvolgimento del naso gli fece pensare che l’annusare fosse legato alla necessità di stabilire un rapporto con gli altri. Tuttavia, riconobbe anche un evidente desiderio di scambiarsi piacere attraverso questo contatto ravvicinato. Darwin concluse, dunque, che il bacio, sia labiale che nasale, fosse un comportamento innato ed ereditario, rinforzato dal piacere.
Oggi, alcuni antropologi cercano di mettere in discussione quest’ipotesi, considerando il bacio come un’espressione puramente appresa e culturalmente diversificata. Tuttavia, il buon vecchio Darwin resiste, anche perché la sua accezione originaria di bacio comprende una vastissima gamma di atteggiamenti, comuni sia agli umani sia ai primati: accostare le guance, strofinarsi, darsi colpetti sulle braccia, sul petto o sullo stomaco o portarsi al viso le mani o i piedi altrui. Probabilmente, il bacio labiale come lo concepiamo noi, è frutto sia dell’esperienza della nutrizione durante la primissima infanzia, sia dell’annusare un altro individuo per riconoscerlo o misconoscerlo (cosa che facciamo normalmente tutti i giorni, anche se inconsapevolmente). Entrambe le esperienze – nutrizione e annusamento - sarebbero a loro volta intrecciate nell’interconnessione tra visione dei colori, desiderio sessuale ed estroflessione delle labbra, assai accentuate negli umani rispetto ai primati. Milioni d’anni fa, infatti, i nostri antenati frugivori dovettero affinare i sensi per sopravvivere. L’olfatto non bastò più a un certo punto e la vista prese il sopravvento: imparare a individuare a distanza le diverse sfumature di rosso fu indispensabile per scoprire tra i cespugli i frutti più maturi e le bacche più nutrienti. Il segnale ‘rosso’, nel corso dell’evoluzione, ha significato quindi ‘ricompensa’ e tale corrispondenza si è fissata nei circuiti neurali degli ominidi trasferendosi fino a noi. Si sa, infatti, che il rosso accelera i battiti cardiaci e le pulsazioni, creando uno stato d’eccitazione e aspettativa. Secondo uno dei più autorevoli neuroscienziati, Vilayanur Ramachandran, i nostri antenati condizionati al ‘rosso = cibo’, hanno spostato la stessa attenzione sulle parti del corpo di colore rosso, trovandole altrettanto attraenti delle bacche e dei frutti. In pratica, il colore rosso è diventato il segnale di ottenimento del piacere non solo dal comportamento di ‘mangiare’ ma anche di ‘fare sesso’. Basta pensare al ‘di dietro’ delle femmine di certe scimmie quando sono in estro per capirlo: sembrano dei cuscini prêt-à-porter gonfi e rossi come il fuoco, segnale del momento buono per accoppiarsi. In senso traslato, è lo stesso richiamo sessuale che le donne umane lanciano attraverso le labbra.
Ma come s’è spostata l’attenzione dalle parti basse alle labbra? L’evoluzione sarebbe avvenuta con il passaggio dalle quattro zampe alla postura eretta, un’elevazione che ha trasferito i segnali sessuali femminili più vistosi dal basso all’alto, col conseguente spostamento  dello sguardo maschile. Le labbra sarebbero, dunque, un’eco genitale, come ben lo definisce lo zoologo britannico Desmond Morris: la bocca femminile somiglia alle labbra intime, per consistenza, spessore e colore. Infatti, con l’eccitazione, anche le labbra della bocca s’inturgidiscono e s’arrossano, diventando più gonfie, sensibili e attraenti. In fin dei conti, noi donne utilizziamo i rossetti proprio per accentuare questo atavico messaggio, anche se lo facciamo inconsapevolmente, mascherandolo dietro effimera vanità. Pensate che i primi rossetti sembrano risalire a cinquemila anni fa, ai Sumeri, mentre le donne egizie, greche e romane usavano bacche e vino rosso per rosseggiare le labbra e invogliare gli amanti a voluttuosi baci.
Un’ipotesi ulteriore, proposta sempre dal genio di Morris, è che l’eco genitale della femmina appaia anche di foggia perfetta per suggere il capezzolo, altro richiamo sessuale necessario all’evoluzione. Ebbene, con la postura eretta, le labbra rosse non furono il solo segnale migrato dal basso all’alto, poiché anche il seno divenne gradualmente più vistoso e nudo di peli, per evocare la tonda morbidezza delle natiche. Non sorprenderebbe, seguendo Morris, che l’evoluzione abbia plasmato capezzolo e labbra in modo da stare bene insieme per nutrire e dare piacere, dato che l’allattamento soddisfa anche il bisogno ancestrale di sicurezza, fiducia e amore, con la conseguente cascata chimica che inebria il cervello.
Visto così, il bacio è senz’altro rosso e anche se s’allontana un po’ dalla visione romantica che ne abbiamo, ci fa capire quanto sia intimamente connesso con la nostra natura primordiale. Lo dimostrerebbe anche il fatto che non solo noi umani ci scambiamo labbra, lingua, alito e saliva. Lo fanno anche gli animali, a modo loro. I bonobo, per esempio, si baciano esattamente come noi, spessissimo e con evidente godimento. Lo fanno, però, per ragioni non necessariamente legate al sesso e alla riproduzione: si baciano per risolvere conflitti nel gruppo, per consolidare relazioni, per calmarsi dopo uno spavento o per sfogare ansie troppo intense. Ma anche tanti altri animali si baciano: i gatti si scambiano delicate leccatine sulla testa; i cani, le mucche e i cavalli si leccano con avidità da ogni parte del corpo tecnicamente raggiungibile; i criceti aderiscono muso a muso; gli scoiattoli si strofinano i nasi come gli eschimesi; le tartarughe si danno piccoli colpi con le teste; le giraffe intrecciano i colli; gli elefanti si esplorano con le proboscidi; e persino certi pesci tropicali (i gourami) aderiscono bocca a bocca spesso e volentieri. Sono tutti comportamenti di scambio olfattivo, gustativo e tattile che somigliano molto a quello che per noi rappresenta il bacio e, pur non avendo nulla a che fare con l’innamoramento, soddisfano gli stessi nostri bisogni primari.
Insomma, probabilmente il bacio fa parte del nostro retaggio evolutivo ed è quindi imparentato con lo spulciamento, il linguaggio e il pettegolezzo. Di certo, quest’appassionato comportamento sociale è molto più piacevole di altre eredità e nei secoli s’è diffuso ovunque, modificandosi con le mode e le culture, contagiando anche i popoli più refrattari. In qualsiasi maniera si manifesti e lo si chiami –alla francese, all’eschimese, con la lingua, sulle guance – il bacio è un meraviglioso istinto che non mente, un linguaggio universale che allaccia visceralmente due anime trascendendo i corpi. Con il bacio si conosce l’altro raggirando tutte le sovrastrutture razionali e logiche che l'essere umano ha sviluppato, trovandosene suo malgrado spesso prigioniero. Baciare è il preludio erotico che muove la carne senza interferenze, è sentire il fremito del corpo là dove esso sgorga, cavalcando i sensi fino a penetrare le emozioni più segrete. Ammettiamolo: un bacio soffice, lento e profondo scioglie le pieghe più intime del nostro essere e può sconvolgere più di un focoso amplesso.
In conclusione, è affascinante riscoprire ogni tanto la scimmia che c’è in noi. E se non è il bacio in sé a renderci creature speciali sulla Terra, ci resta sempre il privilegio di poter descrivere questa magica alchimia. Personalmente, ritengo che il bacio sia un’arte animata dalla complicità e che nessuno meglio degli innamorati possa esprimerne l’essenza. Forse, solo i poeti rasentano i sospiri degli amanti e possono prestar loro le liriche adatte a ricamare la passione. Una delle definizioni più belle e originali del bacio, a mio parere, è stata scritta proprio da un poeta e drammaturgo francese, Edmond Rostand, che nel suo Cyrano de Bergerac lo colora così:
“Ma poi che cos’è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, una promessa più precisa, una confessione che si vuol confermare … un apostrofo rosa messo tra le parole T’amo.”