Visualizzazione post con etichetta vegetarianismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vegetarianismo. Mostra tutti i post

lunedì 24 novembre 2014

THE CHINA STUDY


Se l’Uomo è ciò che mangia, l’Uomo muore anche di ciò che mangia


Avete mai avuto la sensazione di voler catturare un istante per sempre? E’ un sentimento urgente e profondo che coinvolge non solo l’animo dei poeti o degli innamorati ma, evidentemente, anche quello di alcuni scienziati.
Colin Campbell, insieme al figlio Thomas, ha realizzato questo desiderio. Illustre scienziato americano, insegnante di Nutrizione biochimica alla Cornell University, partecipa da oltre 50 anni a numerose ricerche sulla nutrizione, l’alimentazione e la salute. The China Study, libro edito da Macro Edizioni, è il coronamento di questo suo impegno, come scienziato e come uomo. E’ lo studio comparato più completo sull’alimentazione mai condotto finora, destinato a far discutere a lungo scienziati, medici e nutrizionisti d’ogni nazione. Un libro che, come un’istantanea, sintetizza un panorama monumentale, sia spazialmente sia temporalmente, mettendo a fuoco i meccanismi che regolano l’alimentazione nel Mondo, le correlazioni tra alimenti e malattie degenerative e le politiche che troppo spesso avvelenano la sana comunicazione.
Lo studio inizia nel 1983 e si basa sulla comparazione tra le abitudini alimentari della Cina rurale e quelle dell’America post-industriale, intrecciando un’enormità di dati statistici, demografici, geografici, biologici e genetici con una meticolosità certosina, in un’epoca in cui non si ricorreva ancora all’uso d’internet.
Ex carnivoro, cresciuto a latte e manzo e convertito al vegetarianismo, Colin mira a rivoluzionare lo status quo culturale e scientifico di un Paese in cui regna sovrano Mc Donald, dimostrando con toni allarmanti come il benessere in cui viviamo rischia di farci soccombere, perché se l’uomo è ciò che mangia, l’uomo muore anche di ciò che mangia. Questo libro rivela con infallibile chiarezza l’evidente correlazione tra l’assunzione di proteine animali e lo sviluppo delle cosiddette malattie del benessere: infarto, ictus, cancro, obesità e molte malattie autoimmuni degenerative come il diabete e la sclerosi multipla. Pensate che mentre leggete questo capoverso, il cuore di un americano sta per essere colpito da infarto; terminato di leggere quest’articolo, le vittime saranno quattro; e nel giro di 24 ore, 3000 americani avranno potenzialmente un attacco cardiaco. Come combattere questa guerra con le semplici armi a nostra disposizione? Colin dimostra che uno stile di vita equilibrato e soprattutto una dieta ricca di frutta, verdura e fibre impediscono l’insorgere di questi mali moderni e ne rallentano l’evoluzione a stadi conclamati.
Sostenendo che il cibo consumato ogni giorno è la prima arma contro la morte per malattia, Colin scuote le menti e gli animi di tutti noi ma soprattutto fa vacillare chi gestisce le politiche nutrizionali a livello mondiale. E’ feroce il suo attacco contro chi inquina volutamente l’informazione per interessi economici macroscopici. Colin colpisce con un linguaggio accalorato, denso di coraggio e passione che, come una spada, squarcia un varco nelle nostre coscienze annebbiate da una spregiudicata disinformazione, offrendoci l’opportunità di diventare protagonisti responsabili del benessere nostro e dei nostri figli. 
Se siete in cerca di un libro che prescriva pseudo diete e banali ricette, The China Study non fa per voi. Ma se volete prendervi carico della vostra salute a partire dalla tavola, questo è il libro che vi spalancherà un universo di sapere sommerso e affascinante, destinato a rivoluzionare le abitudini alimentari mondiali. 

lunedì 17 novembre 2014

La rivoluzione della salute


Ovvero, gli ormoni della felicità


Immaginate un bambino nato e cresciuto nel Giappone degli anni ‘40. L’educazione tradizionale estremamente rigida cui è stato sottoposto, prevedeva che venisse regolarmente legato ad un albero in un bosco per un giorno intero;  che restasse solo di notte in montagna a contemplare le stelle; che giacesse a lungo sotto una cascata gelida fino a perdere i sensi; che digiunasse per una settimana con il permesso di bere solamente acqua. E molto altro ancora.
Non stupitevi. In Giappone, questi sono stati a lungo esercizi d’ordinaria amministrazione, con cui introdurre i bambini alle pratiche ascetiche. Lacrime e smarrimento sarebbero destinati a tradursi progressivamente in forza interiore e gioia di vivere.
Uno di questi eroici bambini si chiama Shigeo Haruyama. Protagonista ed erede di queste tradizioni, è nato a Kyoto nel 1940 da una famiglia fortemente imbevuta nell’arte medica orientale e, oggi, è uno dei medici giapponesi più affermati nel mondo. Chirurgo, esperto di agopuntura, moxa, shiatsu e direttore di una clinica di successo dedicata alla salute psicofisica e alla prevenzione dell’invecchiamento, il Dottor Haruyama è anche uno scrittore dallo stile gentile ed essenziale, in perfetto stile nipponico. Con il suo libro “La rivoluzione della salute”,  di Macro Edizioni, ha venduto oltre 5 milioni di copie solo nel suo paese.
I segreti del successo professionale di quest’uomo trapelano da queste pagine che mescolano piacevolmente vivaci aneddoti sulla sua vita personale e insegnamenti pratici volti a sconfiggere lo stress e mantenere a lungo un cervello attivo in un corpo altrettanto longevo e sano. Il Dottor Haruyama intreccia le antiche discipline orientali con i metodi diagnostici occidentali più all’avanguardia, per curare e guarire non solo chi già soffre ma anche i mibyo, che in giapponese significa chi non è non ancora malato.
Come curare, dunque, i mali della vita moderna e come prevenire i danni che lo stress provoca? La terapia del dottor Haruyama si basa sui cosiddetti ormoni della felicità. Non si tratta di elisir magici ma di sostanze chimiche spontaneamente secrete dal nostro cervello che suscitano in noi sensazioni piacevoli e appaganti, vere e proprie morfine cerebrali. Se ne conoscono almeno venti ma i principali sono l’adrenalina, la noradrenalina, la beta-endorfina e l’encefalina. La liberazione di questi ormoni dipende dall’atteggiamento interiore con cui si affrontano le situazioni e ci si relaziona alle persone. Banalmente detto, avere buoni pensieri, scatena buoni ormoni. (Meglio ancora sarebbe frequentare ‘buone persone’ ma questo non è sempre concesso!)
Questa formula sembra essere scientificamente dimostrata, almeno per ora, e il Dottor Haruyama la sfrutta prescrivendo ai clienti la sua ‘confezione tripla’: alimentazione, movimento e meditazione. Una corretta alimentazione per liberare le endorfine; un equilibrato movimento per sviluppare i muscoli; la meditazione per stimolare le onde alfa che albergano nell’emisfero cerebrale destro, responsabili del senso di rilassatezza e beatitudine.
Una simile rivoluzione psicofisica, presupposto per vivere a lungo in salute, non è un miraggio e si ottiene praticando esercizi molto più godibili (anche per chi non è masochista) del digiuno forzato e della sottomissione al gelo di una cascata. Leggendo questo libro, troverete perciò qualche buon consiglio su come aspirare alla veneranda età di 125 anni in gran forma psicofisica. Inoltre, scoprirete perché gli intellettuali e gli amanti dell’amore fisico sembrano essere decisamente avvantaggiati in questo lungo cammino che pare non avere limiti nella ricerca del piacere.
Attività intellettuale e sano sesso sono, infatti, gli ingredienti indispensabili per arrivare al traguardo colti, appagati e felici. In una parola, vivi!

Tofu, miso e yuba
Per quanto riguarda l’alimentazione, invece, il dottor Haruyama insiste sul benessere apportato da un particolare tipo di cibo tradizionalmente orientale, ma ormai diffuso anche in Occidente, ricavato dalla soia: il tofu. Volgarmente detto ‘formaggio di soia, il tofu deriva dalla cagliatura delle componenti proteiche del latte di soia, separate tramite un procedimento di riscaldamento o scrematura. Da cibo prediletto dei monaci buddisti, il tofu è declinato in mille ricette in tutto il mondo e alla mistica seduzione esotica ha aggiunto la fantasia culinaria internazionale. Altri due cibi derivati dalla soia e ugualmente virtuosi, ma meno diffusi in occidente, sono il miso e la yuba. Il miso è un condimento giapponese estratto dai semi di soia dopo una fermentazione di mesi da cui si ottiene una pasta che va dal giallo al marrone chiaro. Il miso è la base di una zuppa molto apprezzata in Giappone, tanto che spesso rappresenta il primo pasto della giornata. La yuba, invece, si ottiene portando a ebollizione il latte di soia: il calore produce una superficie cremosa e densa composta dalle proteine e dai lipidi della soia. Questo strato viene schiumato e fatto essiccare fino a formare delle foglie giallognole, che in giapponese si chiamano yuba, appunto.

Dopo aver letto La Rivoluzione della salute del dottor Haruyama mi sono sentita decisamente rincuorata: nutrendomi di tofu regolarmente e praticando le sopraddette attività q.b. ogni giorno, mi sento candidata a diventare una centenaria sana e felice !      


lunedì 11 febbraio 2013

"Si fa presto a dire Uva"



Bayer CropScience In scena alla Fruit Logistica Di Berlino

“SI FA PRESTO A DIRE UVA”


Fruit Logistica, la fiera leader nel settore della frutta e della verdura, si è svolta dal 6 all’8 febbraio a Berlino. Nel suo ventesimo anno di vita, l’evento ha confermato il proprio successo: oltre 56.000 visitatori e circa 2.500 espositori provenienti da 83 Paesi hanno celebrato l’apoteosi del commercio ortofrutticolo internazionale. Dalla semina al raccolto, dal trasporto all’imballaggio, fino alla vendita e al consumo, i prodotti della terra sono stati i veri protagonisti del salone e hanno sfilato tra i padiglioni degli stand mostrando con orgoglio ai visitatori ogni fase della filiera. Un ampio programma di eventi, seminari, workshop e spettacoli hanno mescolato la Cultura alla Coltura, la tradizione all’innovazione, il sapere al sapore, offrendo una ‘tre giorni’ coinvolgente e stimolante sia per gli operatori strettamente legati al settore, sia per i tanti curiosi e appassionati del mondo agroalimentare. 

Presentato il progetto “Magis” uva da tavola.
All’evento non poteva mancare Bayer CropScience che con la sua presenza ha arricchito il panorama ortofrutticolo grazie ad un’iniziativa particolarmente interessante, tutta made in Italy. Si tratta del progetto Magis Uva da tavola. Magis, dal latino “di più”, o “sempre meglio”, evoca la natura e lo scopo del progetto: continuare a identificare, creare e diffondere l’innovazione necessaria per migliorare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica della produzione di uva da tavola in Italia. Magis uva da tavola è gestito da un Comitato tecnico-scientifico presieduto dal professor Franco Faretra dell’Università degli Studi di Bari. L’intero team rappresenta l’avanguardia nella ricerca e nella gestione della sostenibilità della produzione di uva da tavola. Il progetto che nel 2012 ha coinvolto inizialmente undici aziende in Puglia e in Sicilia, rappresenta oggi la risposta univoca a molteplici richieste: ai mercati offre una produzione adeguata a standard di sicurezza sempre più rigorosi; ai consumatori, uva di alta qualità; al territorio, una sempre maggiore sostenibilità ambientale; ai produttori, una sicura sostenibilità economica e di conseguenza sociale per tutte le comunità locali. Per la prima volta, agricoltori, comunicatori scientifici e industria collaborano per migliorare e garantire la sostenibilità e la sicurezza dell’uva italiana nel modo più concreto, efficace e trasparente.

“Si fa presto a dire uva”
Nell’ambito della grande rassegna berlinese è stato presentato anche “Si fa presto a dire uva”, un cortometraggio realizzato da Bayer CropScience con il patrocinio della Regione Puglia. Ideato coerentemente alla logica dei libri di “Coltura & Cultura”, il video vuole far conoscere attraverso l’attrattiva delle immagini come e dove viene prodotta l’uva da tavola migliore del mondo. Ormai i consumatori conoscono sempre meno la campagna. Molti non hanno mai respirato i luoghi in cui nascono i frutti che consumano e tanto meno sanno come e da chi vengono prodotti. E questo è tanto più vero per l’uva da tavola, che nasce in territori fortemente vocati e specializzati, come la Puglia e la Sicilia, per esser poi esportata in tutto il mondo. Nell’immaginario collettivo questa lontananza tra chi produce e chi consuma può alimentare indifferenza o, peggio, diffidenza. 
Questo video racconta piacevolmente la quotidianità della realtà agreste pugliese, attraverso il confronto fra un agronomo competente (Duccio Caccioni) e una donna curiosa di sapere (Giorgia Senesi). Una passeggiata all’ombra delle vigne che invita gli spettatori a capire e assaporare insieme tutto il fascino di questa terra e dei suoi preziosi frutti. Perché si fa presto a dire uva, appunto, ma in realtà dietro questo miracolo generoso della natura sta il lavoro paziente e appassionato dell’uomo. Attenzione, cura, conoscenze, sacrifici e tenacia intrecciano quotidianamente tradizione e innovazione per portare sulle nostre tavole un’uva di grande qualità, ottenuta attraverso un’alleanza trasparente tra uomo e ambiente. Per mantenere e incentivare questo primato, la produzione di uva italiana deve essere orientata al miglioramento continuo ed è questo l’obiettivo di Magis Uva da tavola. Il video ha attratto un vasto pubblico meritandosi sentiti applausi. La partecipazione degli autori, Giovanni Carrada e Duccio Caccioni, insieme agli interventi di Paola Sidoti responsabile della comunicazione di Bayer CropScience, Dario Stefano Regione Puglia assessorato risorse agricole, Giacomo Suglia presidente Apeo, Paolo Bruni presidente Cso, Marco Salvi, presidente Fruitimprese, hanno reso ancora più penetrante il messaggio. Gli spettatori hanno avuto così il piacere di gustare un’uva dolce e croccante, insieme alla consapevolezza del valore inimitabile che questo frutto rappresenta in Italia e nel mondo.    

Dal salone di Fruit Logistica alla sala del Bundestag.
Il Parlamento Federale Tedesco ha ospitato i protagonisti del progetto Magis Vino, riuniti nella sala di vetro del ristorante Käfer, il famoso Giardino d’Inverno. La locazione particolarmente suggestiva è altresì benaugurante: un centro di potere costruito sulla solennità del passato che svetta lieve e trasparente verso il futuro.
Per l’occasione hanno tenuto alcune stimolanti relazioni gli esperti del segmento ortofrutta di Bayer CropScience; Manuela Casaleggi, responsabile del progetto Magis; Franco Faretra, professore dell'Università di Bari e coordinatore del CTS di Magis; Vitale Nuzzo, professore Università della Basilicata; Rosario Di Lorenzo, professore Università di Palermo; Giuseppe La Macchia, dell’agenzia per il commercio estero Ice di Roma.
“Insieme” è la parola che anima il progetto, simbolicamente rappresentata dalla compresenza di persone non necessariamente vicine per appartenenza geografica ma unite sia nell’orgoglio italiano, sia nei propositi di questo cammino culturale, economico e sociale della nostra uva da tavola. “Comunicazione” è l’altra parola d’ordine che Bayer CropScience da sempre promuove, sorretta da un’informazione puntuale e trasparente, il vero collante strategico per la realizzazione di ogni progetto. Come ha ben detto Giovanni Carrada, rivolgendosi a tutti i presenti e in particolare ai numerosi produttori pugliesi e siciliani, “non abbiate paura di dire al mondo quello che fate!”
Con quest’augurio Bayer CropScience ha brindato al successo di Magis Vino, conferma del valore italiano nel mondo ed esempio da seguire per un futuro di qualità.

Paola Cerana

martedì 4 settembre 2012

I colori della salute



Schopenhauer diceva che “nove decimi della nostra felicità si basano sulla salute. Con questa, ogni cosa diventa fonte di godimento”.
Ma che cosa intendeva esattamente per salute? E cosa intendiamo oggi noi con questa parola che nei secoli ha articolato il suo significato proporzionalmente alla complessità della società? Se un tempo per salute s’intendeva sinteticamente assenza di malattie, oggi il concetto è molto più sofisticato. Si preferisce parlare di benessere per intendere lo stare bene non solo fisicamente, nel corpo, ma anche psicologicamente, nel cuore e nella mente.
Sta di fatto che il benessere comincia da tavola e questa convinzione, tipica del pensiero occidentale, resiste sin dai tempi d’Ippocrate, quando il medico era, guarda caso, innanzitutto un esperto di alimentazione. Se è vero che siamo ciò che mangiamo, è altresì vero che non solo il nostro corpo – fatto di muscoli, pelle, ossa, fibre, sangue, cellule, molecole e atomi – è il risultato di un’alimentazione possibilmente sana. Lo è anche il nostro cuore, appunto, inteso in senso metaforico e poetico, come la sintesi dello stare bene umorale, affettivo e sociale. E lo è, a maggior ragione, il nostro cervello, concepito non solo come marchingegno chimico ed elettrico ma soprattutto come motore pensante che traduce l’energia in ragionamenti, emozioni, desideri, ricordi e sogni.
Perciò, oggi, a un concetto di salute essenzialmente organico, focalizzato sulla quantità e la sostanza degli input che ingeriamo, inspiriamo, assorbiamo e assimiliamo, si aggiunge un concetto più spirituale, olistico, basato sulla qualità, sulle virtù nascoste e le proprietà intrinseche di questi input. L’idea di salute occidentale s’intreccia, così, a quella più tipicamente orientale che esalta l’armonia tra corpo e ambiente, tra Uomo e Natura, abbracciati in un continuo scambio in cui nulla viene perso e tutto si rinnova, cresce e si trasforma, modificando contemporaneamente l’essere umano e ciò di cui esso fa parte.
Tuttavia, quella che dovrebbe essere una delle esperienze più semplici e gratificanti dell’esistenza (insieme all’amore e al sesso!) ovvero mangiare, sembra comportare sempre maggiori preoccupazioni, dubbi e frustrazioni, anziché puro godimento. Colpa, forse, anche di un’informazione spesso imprecisa, contraddittoria e strumentalizzata, che crea confusione e ansia anziché chiarezza e buonumore.
Personalmente, da buona vegetariana, mi sento a posto con me stessa, in perfetta forma psicofisica e in armonia con la Natura. Con questo, però, non voglio sbandierare il vegetarianismo come filosofia assoluta della sana alimentazione, perché sono convinta non esistano ricette nutrizionali perfette, totalizzanti e condivisibili da tutti. Oltretutto, la scienza, compresa quella alimentare, è in continuo fermento, è come una fiamma che brucia costantemente e nel momento stesso in cui si accende una miccia a scaldare un’ipotesi, contemporaneamente scatta altrove un’altra scintilla pronta ad infiammare gli animi, provocando un incendio ancor più prepotente e contagioso. Credo che nessuna autorità possa convincere, completamente e a lungo, un individuo o una società della correttezza di una tesi nutrizionale, poiché la valutazione finale su ciò che è buono e sano viene dalla profondità della psiche e dagli organi di senso di ognuno. Tuttavia, abbiamo bisogno di alcuni parametri, di punti di riferimento che ci indichino il cammino senza rischiare di mandarci fuori strada.
Io non ho mai saputo porre una distanza tra un tenero vitello che pascola beato nei prati e una bistecca fumante al sangue nel piatto. Mentre ho sempre subito il fascino istintivo per la frutta e le verdure raccolte nel mio orto, perché questo è stato il mio imprinting alimentare. Da qui, le mie predilezioni a tavola. Certo, oggi quando mi aggiro tra i banchi di frutta e verdura per far spesa, qualche perplessità sorge spontanea anche a me e orientarmi tra etichette e indicazioni dei prodotti cosiddetti naturali, a volte mi crea più imbarazzo che certezze.
Il linguaggio, in certi casi, anziché semplificare le cose, le complica e accentua la distanza tra l’oggetto in discussione e la consapevolezza che se ne ha. Penso che il vocabolario utilizzato per definire la ‘bontà’ dei cibi, oggi, sia sintomatico di questa nuova concezione olistica della salute. Un cibo oggi è considerato tanto più salutare quanto più è fresco, puro, vergine, leggero, antiossidante, vitaminico, disintossicante, depurativo, energizzante. Tutti attributi impalpabili e invisibili, che riconducono a benefici concreti intuibili più con la fiducia che con la ragione. Frutta e ortaggi dovrebbero essere per definizione, quindi, i simboli di un’alimentazione pulita e trasparente, che ci fa sentire e stare bene. Però, poi, entrano in gioco altri vocaboli a complicare la faccenda e a guastare la festa: biologico e transgenico, tanto per fare due esempi. Parole che incombono come miraggi o come spettri sugli scaffali affollati dei supermercati, nelle ceste colorate dei mercati e sulle tavole imbandite delle nostre case e che, anziché orientarci nelle scelte, spesso illudono o inquietano.
Non ho la competenza necessaria per dispensare consigli e informazioni certe, perché io stessa mi dibatto continuamente tra letture spesso contraddittorie. Però mi informo. E credo sia dovere e responsabilità di tutti noi informarsi approfonditamente su questi temi, senza innamorarsi di una tesi, di una filosofia, di una bandiera ideologica ma mantenendosi costantemente recettivi al confronto e aperti al dialogo, rinunciando a velenose e sterili polemiche. Anche perché i traguardi delle scoperte scientifiche, anche in campo alimentare, sono spesso visibili a distanze temporali lunghissime, imprevedibili nel presente o nell’immediato futuro.
Goethe disse una volta: “In realtà si sa solo quando si sa poco. Col sapere, aumenta il dubbio.” E’ tremendamente vero! Una cosa certa e meravigliosa è, tuttavia, questa: quando la Natura è all’opera è straordinaria, sia a livello microscopico che macroscopico, sia nel bene che nel male perché la Natura contiene potenzialmente tutto, senza bisogno d’artifici e correzioni. Vi siete mai chiesti, per tornare un attimo al mio amore per i vegetali, perché frutta e verdura hanno in genere colori così accattivanti? Che voi crediate in Dio, nell’evoluzione o semplicemente al caso, l’invitante bellezza dei vegetali è uno straordinario esempio della saggezza della Natura e il nesso tra colore e salute è scientificamente provato. I colori dei vegetali derivano, infatti, da una varietà di sostanze chimiche, gli antiossidanti. Le piante esprimono la propria bellezza colorandosi: catturano l’energia del sole e la trasformano in vita tramite la fotosintesi, che muta l’energia solare in zuccheri semplici e poi in carboidrati complessi. Il tutto è azionato dallo scambio di elettroni tra molecole, il che rende il processo di fotosintesi simile a un reattore nucleare. Gli antiossidanti sono colorati perché la proprietà chimica che consente di assorbire elettroni crea anche colori visibili. Così, i carotenoidi appaiono gialli grazie al beta-carotene (come nella zucca), rossi per il licopene (nei pomodori), arancioni per via della cripto xantina (nelle arance), e così via. Alcuni antiossidanti sono incolori, è vero, come l’acido ascorbico, o vitamina C, e la vitamina E, perché agiscono in parti più nascoste delle piante, parti che devono essere protette da elettroni capricciosi. L’azione degli antiossidanti, questo è appurato, è quella di combattere i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento di ogni organismo. Il problema di noi esseri umani è che non siamo in grado di produrre scudi naturali per difenderci dai radicali liberi. Non siamo piante, non siamo in grado di compiere la fotosintesi, perciò non produciamo antiossidanti. Sono i vegetali a fornirceli, quindi, perché frutta e verdura, una volta ingerite, agiscono in armonia con il nostro organismo e rilasciano tutto il bene che contengono, promuovendo un concerto di sostanze salutari insostituibili.
Per questo, mi piace pensare che i vegetali appaiano così belli, colorati, attraenti e sensuali per solleticare piacevolmente tutti i nostri sensi e rendere non solo più appetitoso ma anche più utile il consumo che ne facciamo.
Per concludere, è doveroso informarsi e sapersi orientare con spirito critico tra libri, riviste e siti internet che ci aggiornano vertiginosamente sul mondo dell’alimentazione, senza lasciarci ingenuamente ipnotizzare e circuire. Occorrono cautela nel comunicare, prudenza nell’ascoltare ma sempre tanta curiosità e fame di sapere. Viviamo nel benessere, è vero, ma disinformati rischiamo anche di soccombere al benessere.
Forse, dunque, una corretta e onesta informazione potrebbe produrre quel un percento mancante di felicità di cui parla Schopenhauer nel suo aforisma, all’inizio di quest’arzigogolato discorso. Di sicuro, il saggio filosofo si sarebbe trovato d’accordo con un altro grande personaggio vissuto in tempi più recenti, Massimo Troisi, quando nel film “Ricomincio da tre”, scambia con la compagna d’avventure queste fulminanti battute:
Lei: “Cosa vuoi che ce ne importi degli altri: quando c’è l’amore c’è tutto …”
Troisi: “No, chille è ‘a salute!”

Vegetariani si nasce o si diventa?



Che i vegetariani abbiano atteggiamenti diversi rispetto ai carnivori e siano più sensibili verso gli animali, mi sembra possibile.
Una notizia recente trasforma, tuttavia, questa semplice ipotesi-verità in una specie di scoop scientifico. Un esperimento neurologico condotto al San Raffaele di Milano, in collaborazione con le Università di Ginevra e Maastricht, avrebbe dimostrato che i carnivori sono meno empatici rispetto ai vegetariani, perché alcune aree del cervello sono attivate in maniera differente. Sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale, venti onnivori, diciannove vegetariani e ventuno vegani, ai quali sono state mostrate immagini di esseri animali e umani sofferenti. I ricercatori avrebbero rilevato che "rispetto a soggetti onnivori, i vegetariani e i vegani presentano una maggiore attivazione di aree del lobo frontale del cervello associate allo sviluppo e alla percezione di sentimenti empatici." Non solo. La ricerca avrebbe anche rivelato che "i vegetariani presentano una maggiore attivazione del cingolo anteriore (cioè, hanno una maggiore attenzione verso gli stimoli e un maggior controllo delle emozioni), mentre i vegani attivano maggiormente il giro frontale inferiore, (l’area cerebrale che inibisce le stimolazioni cognitive ed emotive ma anche la condivisione delle emozioni).
Ora che ho scoperto di avere un magnifico giro frontale particolarmente sensibile agli altri – umani e non - mi sorgono spontanei alcuni interrogativi: il cervello di noi vegetariani funziona così in conseguenza della dieta vegetariana, oppure è la struttura del cervello a indurci verso questo tipo di alimentazione? Insomma, i famosi neuroni specchio responsabili dell’empatia sono causa o conseguenza dell’alimentazione? E ancora: c’è qualche relazione più profonda tra struttura biologica e scelta alimentare?
La domanda non è peregrina. Infatti, molti studiosi sostengono che la preferenza per una dieta carnivora, vegetariana o vegana non dipenda tanto da principi o simpatie, bensì da una base biologica non modificabile (come invece è il cervello) riconducibile al gruppo sanguigno che, a sua volta, è legato alla storia dell’evoluzione. Il primo a parlare di ‘teoria del gruppo sanguigno’ fu un naturopata, Peter D’Adamo, negli anni ‘90, in un libro titolato “Eat right for your type”. Secondo D’Adamo, ognuno avrebbe un organismo più adatto a digerire e metabolizzare nutrienti diversi, quindi tutti seguiremmo istintivamente una dieta coerente al gruppo sanguigno. Le persone con gruppo O storicamente discendono dai cacciatori, quindi per sentirsi in forze hanno bisogno di assimilare proteine animali, che forniscono loro il carburante necessario. Le persone con gruppo A (A come Agricoltura) discendono dai primi antenati sedentari, gli agricoltori. Hanno un metabolismo lento e per questo mal digeriscono la carne, il latte e tutto ciò che è ricco di grassi saturi, che rubano energie, appesantiscono e causano difficoltà di concentrazione. E’ naturale, quindi, che la loro dieta prediletta sia quella vegetariana. Le persone con gruppo B discendono invece dai nomadi, gli abitanti della steppa. Hanno un apparato digerente molto forte, che tollera bene sia latticini sia i vegetali ma anche la carne, eccetto quella di pollo. Infine, le persone con gruppo AB discendono dai caucasici e dai mongoli. Queste persone sono le più elastiche nella scelta alimentare e tollerano normalmente un'alimentazione onnivora, risultato di un’armoniosa alleanza tra i gruppi  A e B.
Tra tante suggestive teorie, alcune dal sapore vagamente lombrosiano, mi sembra che in fine emerga una sola indiscutibile verità: ognuno di noi è ‘unico’, con il suo cervello e il suo gruppo sanguigno. Se il secondo è un destino, il primo è una straordinaria opportunità perfettibile, attraverso la cultura, l’allenamento ma anche attraverso una sana alimentazione che nel corso di tutta un vita varia e si modifica, proprio come il cervello. Quindi, ognuno può trovare, senza forzature né esasperazioni, l’equilibrio alimentare che lo faccia stare bene nel corpo, nel cuore e nella mente, possibilmente in armonioso rispetto degli altri, animali compresi. Questa piccola grande verità non farà mai sentire un carnivoro colpevole d’essere un individuo crudele e insensibile, né illudere un vegetariano di poter diventare un asceta o un francescano. 
Dobbiamo comunque ammettere che l’Homo Sapiens-Sapiens è diventato onnivoro, lasciandosi alle spalle frugivori ed erbivori. Si è nutrito, cioè, allo stesso tempo di carni e di prodotti spontanei della terra per migliaia e migliaia di anni, privilegiando l’una o l’altra scelta a seconda di quello che era nella sua disponibilità del momento. La scelta di eleggere o escludere una delle soluzioni è avvenuta quindi più recentemente, in tempi cosiddetti storici, per motivi esclusivamente culturali e dalle considerazioni morali, etiche o salutistiche. Scelte, tra l’altro, avvenute, perlopiù, nella maturità delle persone. Si sa che Empedocle, Pitagora, Plutarco, Voltaire, Show, Tolstoj e Einstein sono stati dichiaratamente vegetariani ma siamo altrettanto certi che da bambini e in gioventù costoro non abbiano mangiato il corrispettivo di quelle che oggi chiamiamo una bella bistecca al sangue o una saporita cotoletta d’abbacchio? Io stessa, che sono vegetariana dall’età di quindici anni (sarà per via del mio gruppo sanguigno?), ricordo benissimo quanto amassi da bambina la cotoletta alla milanese o il fegato alla veneziana. Insomma, nessuno potrebbe legittimamente affermare che le opere, le scoperte e i comportamenti di questi illustri personaggi siano tutti dovuti esclusivamente ad intelligenze nutrite soltanto a pane, cavolfiori, mele, olive e pomodori.
Allo stesso tempo, pur accettando la teoria scientifica di una maggiore empatia verso gli animali da parte dei vegetariani rispetto ai carnivori, non ci sorprenderebbe scoprire efferate crudeltà di pensiero e d’azione in persone rigorosamente vegetariane e, al contrario, pensieri nobili ed elevati in persone fondamentalmente carnivore. Per eccesso, qualcuno afferma, per esempio, che Hitler fosse un vegetariano, mentre Gesù un onnivoro. In realtà, nessuna di queste due affermazioni è provata. Hitler fu costretto dal suo medico a modificare la sua dieta rinunciando in buona parte alla carne anche condizionato dall’uso crescente di quelle che oggi chiameremmo anfetamine; e di Gesù si sa praticamente poco o nulla in proposito, a parte la faccenda dei pesci e delle nozze di Cana.
Questa esasperata contrapposizione è molto efficace per sottolineare il fatto che l’uomo resta un ‘animale’  ancora non del tutto noto a se stesso. Siamo esseri complessi, fatti di carne, di ossa, di materiale pensante ma anche di funzioni ancora misteriose e inesprimibili. Parliamo di anima, di spirito, di conscio, di subconscio, di sconosciute empatie, di suggestioni, coincidenze e preveggenze. Forse il vero limite dell’uomo è proprio questo: il fatto che un giorno egli potrà pure scoprire la formula che spiega tutto l’Universo ma non mi stupirebbe se non sarà mai in grado di capire del tutto se stesso. Come scriveva dell’uomo, Hans Magnum Enzensberger nella sua opera “Gli elisir della scienza”, in elogio dei due teoremi di Gödel sulla incompiutezza delle teorie matematiche: “Puoi descrivere la tua lingua / nella tua propria lingua / in parte ma non completamente / Puoi analizzare il tuo cervello / col tuo stesso cervello / ma non del tutto …” 

Feuerbach e l'insalata mista




E se Feuerbach avesse ragione? Se davvero noi fossimo quel che mangiamo?
Il tema non è così peregrino come potrebbe sembrare, almeno per quanto mi riguarda. In primo luogo, perché sono vegetariana, mangio poco e non sono golosa. Poi perché, a differenza di quello che le mie preferenze alimentari potrebbero far pensare, sono molto interessata, anzi innamorata, dell’arte culinaria e amante dei piaceri della tavola!
Sono convinta, infatti, che si possa gustare un universo infinito di sapori, profumi e aromi anche dentro i prodotti che nostra Madre Terra generosamente ci offre tutti i giorni. Per di più, penso che nell’assaporare certe sensazioni primordiali, la morigeratezza sia una virtù, e non un difetto. Una virtù che, insieme alla curiosità, alla lentezza e alla fantasia (e, magari, alla giusta compagnia), amplifica ed esalta le emozioni, anziché mortificarle.
Frutta e verdura meritano, pertanto, devozione e ammirazione, tanto che da sempre hanno ispirato artisti, letterati e persino scienziati.
Innanzitutto, sono ‘creature’ vive, sensuali, dalle forme bellissime e docili al tocco. Ogni frutto della Natura è un piccolo capolavoro in miniatura, unico per foggia, dimensione e colore. Pensateci: non c’è una pesca, un fico, una carota o un pomodoro identico all’altro. E quasi tutti, se non addirittura tutti, dialogano con le molteplici e complesse sfumature dell’appetito umano, stuzzicando non solo l’acquolina in senso stretto ma evocando anche - in maniera spesso inequivocabile - l’erotismo e il sesso.
Non a caso, in tempi lontani, la statua di Priapo, figlio procace di Afrodite, si ergeva fiera negli orti e nei giardini, quale custode della fertilità e dell’agricoltura. Addirittura, molto spesso, il simbolo si riduceva (o ampliava, a seconda dei casi e dei gusti) nell’essenziale, ovvero in un energico fallo dritto, che imperava con orgoglio sulle colture. Il valore ispirante e simbolico del regno vegetale è dunque immenso: dalla mitologia, alle tradizioni religiose, dall’arte, alla poesia e alla letteratura, fino al linguaggio quotidiano. Dai tempi più antichi ci arriva, per esempio, il mito del Pomo della discordia di Paride, il frutto del bene e del male dell’Eden, il fico certamente mangiato da Adamo ed Eva (dedotto dalla foglia dello stesso frutto con cui si coprirono le proprie nudità). E poi, ancora, si sa che la fragola nella mitologia nordica rappresenta la dea dell’amore Frigga e, nel simbolismo cristiano, la Vergine Maria. Nell’arte pittorica, sarebbe sufficiente un nome: Caravaggio, con le sue splendide nature morte. E che dire poi dell’arte fiamminga e degli antropomorfismi dell’Arcimboldo? Anche l’arte letteraria pullula di esempi, basterebbe leggere “Afrodita” di Isabel Allende per farsi una cultura saporita e piccante. Il sesso orale nella letteratura erotica veniva, infatti, spesso definito ‘frutto proibito’, anche se oggi questo raffinato pudore fa sorridere. Persino nel Cantico dei Cantici, che è un capolavoro di sensualità, si elogiava il sodalizio tra i frutti della Terra e i piaceri del sesso e dell’amore: “Con dolci d’uva e con mele, sostenetemi e resuscitatemi. Muoio d’amore”, dice Sulamit a Salomone. E ancora: “Favi colanti le tue labbra, oh sposa, miele e latte nella tua bocca, come un Libano di aromi, delle tue vesti l’odore”, canta Salomone all’amata, pregustando in questo caso miele tiepido e mandorle tritate sul corpo disteso e languido della donna.
Non c’è dubbio, quindi: frutta e verdura da sempre stimolano l’immaginazione. Entrambe invogliano alla condivisione, ispirano la creatività e inducono al gioco, goloso, e amoroso! Non per niente, moltissimi vegetali e frutti sono considerati ancora oggi cibi afrodisiaci, vuoi per la loro forma allusiva, vuoi per la morbidezza o la durezza, la ‘polposità’, la dolcezza, la succosità, insomma tutte qualità esplicite dell’atto amoroso. Anche nei giochi culinari, come in quelli erotici, si prediligono infatti le fogge falliche e tonde (come le zucchine e le pesche), le consistenze polpose e umide (come i mango e i pomodori), i colori delicatamente sensuali che evocano le parti turgide e tumide del corpo (melagrane e fichi, per esempio), o i toni più intensi e accesi che rimandano a più torbide oscurità (come le olive nere, le melanzane o le prugne) e gli aromi persistenti (come il frutto della passione, che tanto amo, o l’aglio, perché no!).
Insomma, non ci si annoia davvero ad essere vegetariani! Ogni giorno, ogni stagione offre i suoi piaceri, a volte persino con qualche sorpresa. Ho letto recentemente, infatti, che uno dei frutti più amati, più comuni e guarda caso anche più comunemente associati al piacere sessuale – la banana – è oggetto di un curioso progetto. C’è, infatti, chi sta studiando come produrre banane meno curve e possibilmente dritte. Il motivo sarebbe l’esigenza di rendere più agevole e conveniente il loro trasporto, ospitandone una quantità maggiore nelle cassette. Sarà! A me pare un peccato violentare la naturale foggia di banana, sorridente e perfetta anche quando è imperfetta, con le sue piccole ammaccature e i suoi vezzosi nei. Non solo la trovo più bella e originale ma anche più ergonomica e divertente. Mi domando se la stessa sorte potrebbero subire in futuro anche i pomodori, le melanzane o le pere! Ispirerebbero certamente i pittori cubisti ma, probabilmente, non i poeti e forse nemmeno gli amanti!
Noi, per concludere, non solo godiamo dell’universo infinito di sapori, profumi e aromi dei  doni che la nostra Terra ci regala ma approfittiamo anche della sua memoria per arricchire la nostra anima di emozioni artistiche e per colorare il nostro linguaggio quotidiano. Pensate a quante espressioni spesso rubiamo al mondo vegetale per far capire ciò che proviamo o a cosa alludiamo in un particolare momento: il frutto del peccato, la mela bacata, vuoto come zucca, rosso come un peperone, le pigne in testa, la bocca a ciliegia, il seno a pera, il naso a patata, gli occhi a mandorla, la pelle di pesca …
Dunque, se quello che diceva Feuerbach, è vero, gli amanti della carne non si stupiscano se dentro di sé ogni tanto sentiranno la paura del coniglio, la rassegnazione del pollo o la tenerezza del vitello mangiati a pranzo. Nel mio caso, invece, potrò sentire solo l’allegria del ravanello, l’esuberanza della fragola, la passione del mango o, alla peggio, la confusione dell’insalata mista mangiata la sera precedente.