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mercoledì 18 giugno 2014

“CHANGE LATITUDES, CHANGE ATTITUDES”: CAMBIARE LATITUDINE CAMBIA L’ATTITUDINE


Via giacca, cravatta e tacchi a spillo per scoprire in libertà la naturale bellezza del Sud della Florida

(prima parte)


Ogni viaggio è unico, come un’opera d’arte che non ammette repliche. Visitare luoghi già esplorati e amati comporta sempre il rischio di una sottile delusione, perché qualcosa inevitabilmente cambia col tempo, fuori e dentro di sé.
Eppure, tornare a Culebra dopo soli tre mesi non ha reso più tenue il mio innamoramento per quest’isola caraibica sconosciuta ai più che, anzi, ho ritrovato ancora più affine a me. Ancora più calda, ancora più invitante, e se pensavo di avere visto già tutto su questa terra rubata al mare mi sbagliavo. Mai sottovalutare le isole, perché come le creature solitarie sono scrigni di sorprese, per chi sa ben cercare. E infatti a Culebrita sono stata guidata da un avventuroso indigeno alla scoperta di un angolo sconosciuto ai più, per via del difficile accesso che ne preserva la naturale bellezza. Così, questa volta, lasciandoci alle spalle la candida Playa Kennedy, ci siamo incamminati tra rocce e mangrovie e dopo un percorso non proprio agile siamo finalmente approdati alla meta agognata, la piscina naturale: una vasca creata dalle rocce in cui le onde s’insinuano in un costante fluire schiumoso creando un gioco spontaneo di vortici, risucchi e gorgoglii. Uno spontaneo idromassaggio nato dalla natura, di cui godono i minuscoli pesci dai colori iridescenti che trasformano la vasca in un acquario a cielo aperto, avvolto dall’oceano e nascosto allo sguardo umano. 


Il privilegio d’immergersi qui compensa la difficoltà di raggiungere quest’angolo ameno e per un attimo ho avuto la sensazione dolcemente inquietante di ricongiungermi con l’utero materno: quel galleggiare nel nulla come nel liquido amniotico mi ha procurato un primordiale piacere risvegliato dal mare.
Così, grazie anche a quest’inattesa rivelazione, il mio secondo viaggio a Culebra mi ha dato la certezza che al prossimo ritorno l’isola avrà in serbo altre nuove emozioni. Del resto qui è “casa” ormai per me e la casa è un sentimento che non tradisce. Solo con questa segreta certezza ho potuto lasciare l’isola senza lacrime, del resto il viaggio sarebbe proseguito verso nuovi panorami, esteriori e interiori: la Florida, the sunshine State.

Gateway to the Keys: da Key West a Miami
Lasciati Culebra e Puerto Rico, il viaggio ha preso la rotta di Key West, la punta più a sud della Florida a poche bracciate di mare da Cuba. Ecco che il paesaggio cambia completamente rimescolando i moti d’animo che dalla conturbante sensualità culebrense si colorano di stravaganti eccitazioni. Vale la pena percorrere in auto il tratto di strada da Key West a Miami, con la lentezza che i limiti di velocità impongono, a vantaggio dello sguardo che scorre quieto sulla piattezza azzurra dell’orizzonte. Un filo d’asfalto grigio sembra squarciare in due l’oceano, quasi a voler simbolicamente dividere l’Atlantico dal Golfo del Messico. 


Ci si ritrova in’immensa bolla blu in cui le auto avanzano pazientemente per raggiungere le mete più effervescenti della Florida, in cui la mondanità più eccentrica convive incredibilmente con la natura più selvaggia. Da Key West, 42 ponti collegano la città a Big Pine Key, Marathon, Islamorada e Tavernier fino a Key Largo con il suo Crocodile Lake Wildlife Refuge, e lungo tutto il percorso la natura sembra aver messo d’accordo mare, terra e esseri umani. Straordinaria è infatti la convivenza di una vegetazione fitta e provocante con il mare e la sua barriera corallina: mangrovie, palme e conifere resistono alla presenza umana e gli animali sono i veri padroni di casa qui, coccodrilli compresi che pullulano apparentemente indisturbati fino a trionfare negli Everglades, alle porte di Miami.
Il punto di partenza è dunque Key West, una delle città più ricche d’America nel 1890, caduta in bancarotta nei seguenti anni Trenta. La Old Town attorno a Mallory Square rievoca il suo passato spagnoleggiante e il contrastato rapporto tra America e Cuba. 


Mentre il piacevole susseguirsi di edifici in stile coloniale color pastello rende palpabile la presenza di Hemingway, rievocato in un misto di storia e di leggenda dai numerosi locali sempre affollati, primo tra tutti il famoso Sloppy Joe’s Bar. Qui la vita sembra un gioco inventato da una pagina di libro, un gioco colorato, come le piante flamboyant che rosseggiano imponenti tra palme da cocco e soffici banani: un drink al vento caldo del tramonto, musica che ritma le ore, infradito ai piedi, sole sulla pelle, sale tra i capelli e tanta, tanta voglia di dimenticarsi del resto del mondo per vivere così: easy going! Guardando l’indolente allegria che dipinge i volti delle persone pare proprio vero che “change latitudes, change attitudes”, ovvero che cambiando latitudine cambia l’attitudine … l’attitudine alla vita che scorre più leggera se consumata su queste spiagge dove il dolce far niente sospinto dalla brezza marina diventa pericolosamente disarmante. Un calcio a giacca e cravatta, a tacchi alti e inutili sfoggi e via, un tuffo nella semplice dimenticanza del senso del dovere, della formalità, della rigida apparenza per gustare l’illusoria sensazione d’essere liberi, definitivamente se stessi. 


Quei tramonti rosso fuoco che sfumano nell’indaco inducono alla tentazione di voltare davvero le spalle al mondo per rinascere qui e vivere alla giornata, dimentichi di chicchessia, nella più adolescenziale libertà. Spiare i volti della gente che si raduna al Westin Sunset Pier, tutti con lo sguardo rapito dal sole che muore nel mare, mi fa pensare come sia bello condividere realmente lo stesso panorama, in un mondo in cui la condivisione è banalizzata dalla virtualità. Si sprofonda in una contemplazione qui, una contemplazione che porta lontano: c’è chi pensa, chi sogna, chi ricorda, chi spera, chi ringrazia, chi semplicemente si bea d’essere parte di un attimo fuggente sbalzato tra il cielo e il mare, tra il giorno e la notte, magari accanto a chi si ama. 
Tuttavia, dopo ogni tramonto giunge puntuale l’alba a rischiarare le idee con la sua lucida poesia! E così anche una città ebbra di rosea stravaganza come Key West svela altri volti accattivanti più impegnati. Non alludo al Southernmost Point Buoy, il luogo dove posa la boa più fotografata al mondo per essere il punto degli Stati Uniti più vicino a Cuba. Penso piuttosto a una visita al Fort Zachary, per esempio, per rivivere le suggestioni di una fortezza della metà dell’Ottocento circondata da un immenso parco naturale popolato da iguana e uccelli tropicali; al Mel Fisher Treasure Museum, che invita ad esplorare i tesori dei galeoni spagnoli Atocha e Santa Margarita; all’Harry Truman Little White House, il museo presidenziale di Key West, in origine il luogo dove Truman visse la sua stagione governativa. Imperdibili poi il Key West Aquarium, per ammirare delfini e tartarughe marine (anche se l’oceano è ovviamente l’esperienza migliore), e il Key West Butterfly Conservatory, dove centinaia di farfalle dai colori surreali animano un lussureggiante giardino botanico che pare un quadro di Mirò costellato da uccelli tropicali e fenicotteri rosa.



Il mare è l’altra attrattiva di Key West con tutte le opportunità di pesca d’altura e di immersioni al reef che l’Atlantico offre e lo confermano anche i ristorantini della città: un pullulare di locali variopinti e allegri di musica in cui trionfano granchi, aragoste, gamberi, grouper, snapper e tiburon (lo squalo fritto è una prelibatezza da queste parti, insieme al gator, l’alligatore). Al Stoned Crab Restaurant, per esempio, a due passi dall’Hotel The Inn at Key West,  si può consumare il miglior granchio della città, oltretutto senza troppi sensi di colpa, perché il granchio qui non viene ucciso (così dicono) ma viene privato di una sola chela, la cui amputazione non provocherebbe (così assicurano) alcun danno (?). 

Un altro curioso ristorante alle porte della città è il Thai Life, un ristorante fluttuante, una vera e propria barca dove si possono gustare le migliori prelibatezze thailandesi condite da tramonti senza eguali. Chi invece volesse calarsi nei sapori e nelle atmosfere tipicamente cubane non può perdersi una cena a El Meson de Pepe, una riproduzione in miniatura de La Habana, con i suoi piatti, i suoi sigari, la sua musica e il suo rum.


Prima di proseguire il viaggio verso la prossima meta - Tampa e i suoi dintorni - ecco alcuni indirizzi utili per vivere direttamente sensazioni ed emozioni che le parole possono solo timidamente suggerire. L’importante è partire!
The Thai Life Restaurant http://thailifekeywest.com/
The Inn at Key West Hotel http://theinnatkeywest.com/

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giovedì 27 febbraio 2014

EL PARAISO EN TIERRA


Culebra, l’sola che non c’è … forse!



Sono ormai pochi gli angoli di mondo sopravissuti alla barbarie della colonizzazione turistica. Soprattutto frugando tra le Isole delle Antille, contaminate dall’artificialità della mondanità e del lusso, è difficile ritrovare la bellezza semplice della verginità. Eppure è ancora possibile.
Svelare il nome dell’Isola che mi ha innamorato per la sua disarmante esuberanza, nuda di artifici e ancora sufficientemente refrattaria alla conquista, mi turba un po’. Ne sono gelosa, provo un senso di pudore e vorrei proteggere anziché esibire agli appetiti dei turisti d’assalto questa piccola perla del Caribe. Tuttavia mi è irresistibile il desiderio di raccontarla con velata discrezione, come fosse un languido sogno da interpretare, o un’invenzione inafferrabile della mia fantasia.
Il nome di quest’isola grande appena sette miglia (isola che forse non c’è) è Culebra, una porzione di terra silente e selvaggia lambita dalle acque turbolente del Caribe, in fronte a S.Thomas e Virgin Gorda. La si può raggiungere da Puerto Rico in due modi: con il traghetto da Fajardo in un’ora scarsa di navigazione, oppure in aereo in una ventina di minuti, su charter Highlander che offrono una panoramica privilegiata Cayo Luis Peña, su Vieques (altro gioiello naturale fino a poco tempo fa occupata dall’esercito americano per le esercitazioni militari) e sui cayos corallini disseminati nel blu. Vista così, dal cielo, Culebra pare davvero un miraggio, un’emersione terrestre dal profondo cristallino, e dalle poche case presenti si può intuire quanto l’isola sia ancora intatta e fedele alla natura.
Con Puerto Rico condivide le radici indigene e la recente colonizzazione americana, il suo nome racconta infatti il suo passato poiché deriva da San Ildefonso de la Culebra, che era il titolo nobiliare del Ministro di Ultramar, pueblo dell’isola, tra il 1876 e il 1886. Oggi quest’isola conta circa due mila abitanti stabili ed è meta di villeggiatura per gli Americani desiderosi di fuggire per un po’ dal frastuono della civiltà. Molti hanno case proprie qui, anche perché l’ospitalità di hotel, B&B e posadas è fortunatamente limitata rispetto ad altre isole delle Antille, pur non mancando. Il modo migliore per vivere l’isola è affittare una casa e le possibilità sono molte, godendo così dell’indipendenza e della libertà di spazi e tempi del dolce far niente. La bellezza di Culebra sta anche in questo: nel suo desiderio di restare fedele a se stessa senza ostentare lusso e mondanità, con le sue case in legno dipinte in colori pastello, i piccoli negozi di souvenir, i mini market in “città” necessari alle esigenze quotidiane, i pochi bar dove godersi un roncito la sera … e poi le strade tortuose oggi asfaltate ma puntualmente correlate dalle carretere sterrate che s’inerpicano fin sulle colline e poi giù verso le spiagge.
Le spiagge … ecco il sortilegio che scatena l’innamoramento definitivo per Culebra! Sopraggiungere dalla carretera soffocata da mangrovie e fare i primi passi sulla sabbia bianca di Playa Flamenco è un’emozione che leva il respiro. Questa è la spiaggia più famosa di Culebra per la sua morbida bellezza, caratterizzata da un vecchio carro armato americano che, come una balena piaggiata, sembra paradossalmente fuori luogo qui ma nello stesso tempo appartiene al paesaggio, sorprendendo il turchese del mare e il candore della sabbia col suo groviglio di memorie arrugginite. Ma la cosa più straordinaria di questa lunga spiaggia è la dispersione di gente, perché anche nei giorni di festa e di massima frequenza la concentrazione di persone è sempre minima, tanto da lasciare a ognuno la propria intima solitudine. Qua e là, ogni tanto, il vento porta con sé i ritmi di un reggaethon o di un merengue, sgusciati fuori da qualche radio dei puertoricani che qui vengono a crogiolarsi al sole senza rinunciare ai ritmi criolli. Ma per lo più è la voce del mare a vincere, talvolta increspato ma spesso amabile e invitante col suo quieto tepore.
Altre spiagge imperdibili di Culebra sono quelle di Carlos Rosario, raggiungibile a piedi da Playa Flamenco, e quella di Tamarindo, poco prima. C’è poi la Playa del ultimo dìa (questo è il suo soprannome), una piccola lingua di sabbia dalla parte opposta dell’isola, dove si racconta che un importante avventuriero (di cui non si dà il nome) venisse puntualmente a fare l’ultimo bagno prima di ripartire per l’Europa, rito sacrale in virtù del prossimo ritorno. Da qui i tramonti sono struggenti e non è raro riuscire a sentire, nella solitudine dei propri pensieri, il suono acuto del cocquì. Sembrerebbe il canto insistente di un uccello tropicale, in realtà si tratta del verso di un sapito – un ranocchio piccolissimo – talmente diffuso ma al contempo invisibile per le sue minime dimensioni da essere diventato il simbolo di Culebra. Oltre al cocquì, pochi altri animali abitano l’isola: iguane, serpenti, galli e galline ovunque, cervi che nuotano persino da un cayo all’altro in cerca di cibo, e poi pellicani, fregate, boogies e colibrì. Il resto della fauna locale appartiene alle profonde acque dell’Atlantico e alla barriera corallina.
Se Culebra con le sue spiagge scioglie il cuore, Culebrita sconvolge l’anima, come fosse davvero il paradiso in terra. E’ un’isoletta raggiungibile in pochi minuti di barca veloce ed è nota per il suo faro in pietra e mattoni, costruito sulla sommità della collina nel 1874, per monitorare le navigazioni da e verso S. Thomas e le Isole Vergini. Scendendo dal faro si attraversa una fitta foresta di mangrovie, punteggiata qua e là da enormi cactus che infondono al paesaggio un’atmosfera vagamente dantesca. Ma una volta espugnata la foresta, ecco che dalle mangrovie si sbuca su una delle spiagge più belle che io abbia mai visto in vita mia. La chiamano Playa Kennedy per essere stata meta privilegiata del Presidente, eppure sembra essere quanto mai lontana da ogni definizione e più vicina al romanzo di Defoe, Robinson Crusoe, per la sua selvaggia natura. Giunta qui, ho avuto la sensazione di essere l’ultimo, o il primo, essere umano sulla terra, e tutt’a un tratto mi è tornato alla mente un altro romanzo della mia vita: Dissipatio Humani Generis, di Morselli. Sì, il dramma di scoprire d’essere sola al mondo capovolto in estasi! L’esaltazione di sentirmi ricca senza niente nella pienezza del silenzio, il desiderio di fermare il tempo in quest’eternità di solitudine, la preghiera che nessuno osi interferire in questo dialogo estatico tra me e l’universo. Annullarmi nell’acqua tiepida, abbandonarmi alla brezza sotto lo sguardo di soffici nuvole che corrono veloci per non farsi catturare dal mio sguardo che gioca a dar loro nomi e forme … dimenticare chi sono e ritrovare me stessa. Qui, nella semplicità del nulla.
Sopraffatta da quest’emozione che si ripercuote in me anche ora, raccontandola, ho capito d’aver lasciato a Culebrita un pezzetto del mio cuore. O forse, in verità, è Culebrita ad essere entrata tutta nel mio cuore. E così, languidamente, conserverò per sempre il suo dolce ricordo come fosse un dono divino, un dono d’amore, fino al mio prossimo ritorno in questo insperato paradiso.  

mercoledì 26 febbraio 2014

LOS INCANTOS DE LA ISLA DEL ENCANTO


Puerto Rico: amore a prima vista

La brezza lieve portata dagli alisei dell’Atlantico, il piacevole tocco del sole del Caribe e la voce delle onde che si struggono sulle spiagge ... e si è definitivamente perduti, perché questo è amore a prima vista.
Questa è l’accoglienza irresistibile che offre San Juan, capitale di Puerto Rico, a chi sceglie di avventurarsi alla sua scoperta. Città inebriante, musicale, colorata, dalla promiscuità culturale contrastata che nel corso dei secoli le ha donato la seduzione di una terra conquistata che oggi sembra rivalersi sui moderni conquistadores – i turisti – conquistandoli a sua volta con il suo indiscreto fascino.



Dai Tainos ai Conquistadores alla libertà
Insieme a Cuba, Repubblica Dominicana e Haiti e Giamaica, Puerto Rico è la quarta isola delle Grandi Antille. Come amano dire i puertoricani, Puerto Rico y Cuba son dos alas del mismo pajaro, ovvero Cuba e Puerto Rico sono due ali dello stesso passero. Ed è proprio questa la sensazione che si ha venendo qui: quella di una segreta complicità culturale e razziale tra le due Isole che, nonostante i differenti sincretismi maturati nel tempo, sembrano tenersi per mano a dispetto delle colonizzazioni di Americani ed Europei, per non tradire l’orgoglio delle radici indigene.
In origine, Puerto Rico fu abitata da diverse tribù di indiani americani tra cui i tainos che vissero anche nel periodo successivo all’arrivo di Cristoforo Colombo, nel 1493. Questo pacifico popolo aveva sviluppato una cultura, un linguaggio e un sistema religioso piuttosto sofisticati. Essi, per esempio, davano accesso al potere anche alle donne che secondo la loro cultura potevano permettersi anche più di un marito, il quale alla morte della moglie veniva bruciato insieme a lei. I tainos ottenevano oracoli dai loro dei e dai morti attraverso pratiche di alterazione mentale, come l'inalazione di una polvere allucinogena ricavata dai semi di cohoba e da conchiglie frantumate. Probabilmente queste pratiche distrassero i tainos dalle prassi difensive, infatti, non seppero difendersi dall’attacco dei coloni spagnoli nel 1508.
I coloni, si sa, schiavizzarono ed evangelizzarono i tainos, esponendoli alle malattie provenienti dall'Europa e nel giro di poco tempo questo popolo si estinse insieme alle sue leggende e alla sua cultura.
I coloni spagnoli invece si stabilirono a San Juan, che divenne così uno degli avamposti più strategici di tutto il Nuovo Mondo, tanto che nel secolo successivo la città subì un esplosivo processo di fortificazione per essere difesa dalle incursioni marittime di inglesi, francesi e olandesi. Gli spagnoli furono molto abili nell’imporre ferree regole al fine di controllare il commercio regionale, da qui l’importazione degli schiavi africani costretti a lavorare nelle piantagioni di zucchero, di cotone e tabacco. Quando la rivoluzione incominciò a mettere sottosopra il Nuovo Mondo, gli spagnoli abbandonarono la politica commerciale totalitaria nel tentativo di tenere Puerto Rico e Cuba sotto la propria influenza coloniale. Iniziarono così i contrasti tra gli spagnoli, i nazionalisti puertoricani e il governo coloniale circa i pro e i contro l'indipendenza, finché nel 1897 gli Stati Uniti occuparono il paese governando Puerto Rico come un protettorato coloniale per cinquanta anni. Nel 1917 i puertoricani ottennero la cittadinanza statunitense e nel referendum del 1951 l’Isola divenne uno Stato libero associato agli Stati Uniti e non più una colonia.
Questi trascorsi storici trapelano ancora oggi nelle stradine, nelle piazze di San Juan, ma anche nel linguaggio, nelle canzoni e negli sguardi stessi dei puertoricani, giustamente fieri delle proprie origini. Da qui l’incantesimo che l’Isola dell’Incanto procura a chi fortunosamente le si avvicina.


I tre volti di San Juan
Al primo impatto la città respira e trasmette una sensazione di internazionalità, di multi etnicità che ricorda vagamente l’atmosfera di Barcellona, elevata all’ennesima potenza tropicale. Questo è il volto più esteriore e superficiale di San Juan ma non per questo poco seducente. L’analogia con la bella città di Gaudì si svela attraverso il profilo architettonico del Condado e Isla Verde – il quartiere moderno in cui si concentrano i grandi hotel, i ristoranti chic e i negozi più fashion – profilo che svetta leggero dal mare al cielo, come sospinto dagli alisei. Si ha una sensazione di libertà qui, di grandi spazi che non trasmettono il peso del cemento sulla naturalezza delle spiagge.
Uscendo dalla mondanità del Condado, non molto lontano, si raggiunge anche piedi la Vieja San Juan, dove si può ammirare il suo secondo volto, quello storico. E’ l’estrema parte occidentale della città denominata Isleta de San Juan, circondata e protetta dalle antiche mura fortificate. Il contrasto tra l’azzurro del mare, il verde della vegetazione e il bronzeo marrone delle fortezze dona allo sguardo un sussulto di meraviglia in cui si mescolano tempi lontani e vicissitudini tuttora palpitanti. 


Esplorare il Castillo San Cristobal (VII sec.) e il Castillo San Felipe del Morro (1539) dà la sensazione di un tuffo in un passato fiero ancora vivo. Il primo è tuttora la più grande fortificazione europea in America Latina e il secondo è stato la prima baia dove le navi provenienti dall’Europa potessero attraccare, per questo appetibile e attaccabile. Con i suoi massicci cannoni disposti su sei livelli, il Morro resta un’opera maestra di ingegneria militare che sorveglia dall’alto tutta la città. Da qui lo sguardo scorre lungo il cimitero, pittoresco cuore di statue in pietra affacciate sul mare che sembrano conversare con i suoi sospiri salati.  Poco più in là il vasto barrio de La Perla, dove non è consigliabile avventurarsi, e oltre le piazze raggiungibili a piedi o su pittoreschi bus colorati: Plaza de Armas, Plaza Colòn, Plaza San Josè e la deliziosa Plazita Santurce collegate tra loro da stradine in pavè costellate di edifici coloniali dai colori sgargianti. Lilla, azzurro, viola, rosa, tutte le case riecheggiano i colori dei fiori, comunicando la straordinaria vitalità, la vibrante musicalità della città e del suo popolo.


E questo arcobaleno porta al terzo volto di San Juan, quello del pueblo. Pueblo che si riversa e si rispecchia sia lungo le spiagge pubbliche che si srotolano lontano dal centro storico e mondano, sia inerpicandosi sulle montagne attraverso una vegetazione selvaggia e lussureggiante. Raggiungere in auto le lunghe lingue di sabbia costeggiate da un lato dal mare e dall’altro dai chioschi che offrono i piatti gustosi dell’isola è un’avventura emozionale indimenticabile. Qui si respira il puro caribe, l’anima salsera, fatta di ritmi di bomba y plena, di volteggi sensuali, di piaceri carnali trasmessi non solo dalla musica coinvolgente ma anche dai profumi penetranti che, sospinti dal vento, invitano a fermarsi per un ardito assaggio. 

La frituras è l’anima della cucina puertoricana: friggere è un’arte e tutto qui si frigge. I chioschi delle spiagge di Luquillo e Loiza sono il destino (destino in spagnolo significa destinazione ma qui lo intendo in italiano) perfetto per averne conferma: alcapurrias, bacalaitos, pastellitos, sorullos, bolitas, mofongo y tostones sono solo alcune tra le specialità, preparate e servite nella semplicità più disarmante, tipica del Caribe. E la musica è il condimento del fritto, insieme alla birra del luogo – la Medailla – e al ron – il mitico Don Q – declinato in Cocquito per i gusti più maliziosi. Senza dimenticare l’immancabile lechon, il maiale allo spiedo, e tutte le altre carni dal coniglio all’iguana!


Il volto del pueblo si completa salendo sulle montagne, immergendosi in una vegetazione che rivendica la sua evidente superiorità sulla civiltà urbana. Il massimo dell’esuberanza è offerta da el Junke, la foresta nazionale di oltre 28000 acri, ma dappertutto per chilometri  l’abbraccio del verde è spontaneamente inestricabile: pini, palme, bambù, flamboyant, banani, frangipane, bunganville e tulipani d’Africa si ergono e si intrecciano, benedetti dal sole e dalla pioggia. E guardando questa miracolosa esplosione della Natura, non si può fare a meno di sentirsi perdutamente innamorati degli incanti della Isla del Encanto.


Scendendo nuovamente dalle montagne e proseguendo per Fajardo si torna al mare e si raggiunge il porto da cui partono le barche da pesca, i charter turistici e i traghetti per Culebra. 
Ma questa è un’altra storia che merita un capitolo a parte, perché Culebra è il Paraiso en Tierra. E' puro Amore ...

Un grazie speciale a Susan, Pedro e Angelo, per aver reso questo mio viaggio inolvidable!

martedì 11 febbraio 2014

Me voy!




Una pequena porciòn de maravillosa tierra perdida entre las turbulentas aguas del Caribe me està esperando. 
Esta isla se llama Culebra! 
Por dos semanas voy a olvidarme del trabajo, de la politica, de la economia, de todos los problemas de nuestro pobre pays, y voy a buscar mi misma en el silencio del viento y en las caricias del mar … Me voy a olvidar de mi idioma también y no quiero escribir nada de nada, solo vivir cada dia como si fuera el ultimo, en el abrazo del Caribe.
Hasta luego a todos, la Natura me llama!

martedì 11 settembre 2012

Una sfida vertiginosa



La curiosità per tutto ciò che è nuovo e sconosciuto mi ha portato spesso a sfidare i miei limiti, viaggiando a metà tra il coraggio e l’incoscienza.
Ripenso ancora con viva emozione a una delle mie più straordinarie avventure, una vera e propria partita contro me stessa, e raccontarla ora è un po’ come riviverla. 


E’ estate e mi trovo a Roatan, al largo delle coste dell’Honduras. Affascinata dallo spirito d’avventura di un gruppo di Americani, mi lascio convincere a partecipare al Seeshore Canopy Tour, senza sapere nemmeno esattamente di cosa si tratti. Con una pacca sulla spalla e un fragoroso “don’t worry, let’s go baby!”, mi trascinano con loro, assicurandomi che in America il canopy è uno sport ormai diffusissimo, divertentissimo e nient’affatto pericoloso. In pratica, ci si lancia da un albero all’altro appesi a delle funi come scimmie. Ma sarà, proprio, solo così?


Scopro, in realtà, che il canopy nasce diversi anni fa, in Costa Rica, dal progetto di Darren Hreniuk, un canadese innamorato della natura, che ha voluto inventare un modo tutto nuovo per far conoscere la foresta ai turisti, partendo da una diversa prospettiva, ovvero dall’alto! Da allora, il canopy si è diffuso un po’ ovunque, dall’Alaska alla foresta amazzonica, fino ad approdare anche in Europa e sta riscuotendo un crescente successo come sport estremo, con diversi livelli di difficoltà, abbordabile anche dai meno esperti e dai più giovani. Come avrei potuto rinunciare, quindi, a quest’esperienza da brivido a me sconosciuta? Ok, let’s go! 
Unici italiani, tra una decina di vivaci Americani, siamo io e mio figlio di dieci anni, che si è sempre dimostrato molto più coraggioso di me. Al parcheggio del resort ci aspetta un vecchio camioncino un po’ ammaccato, senza finestrini e tutto colorato, che ci dovrebbe portare - almeno si spera - fino al punto più alto dell’isola. Già questa pare essere un’impresa: la foresta è raggiungibile attraverso salite tortuose e sterrati a strapiombo, che ci tocca affrontare a bordo di questo trabiccolo tutt’altro che rassicurante. 
Per fortuna, ce la fa! Arriviamo in cima alla montagna, alla base di partenza del Seeshore Canopy Tour, dove tre simpatici ragazzi hondureni ci accolgono con un gran sorriso, pronti a fornirci l’attrezzatura necessaria e le istruzioni utili prima di intraprendere l’avventura. Già alla vista dell’equipaggiamento capisco che non deve essere affatto uno scherzo: elmetto di protezione per la testa, imbragatura con doppio moschettone (capirò dopo perché ne occorrono due) e guanti enormi e spessi per proteggere le mani. Ognuno di noi comincia a infilarsi l’attrezzatura e, alla fine della vestizione, vedendo mio figlio mascherato in quel modo, mi pento immediatamente d’averlo coinvolto in quest’impresa, anche se lui, al contrario, pare molto divertito e nient’affatto preoccupato. Nemmeno quando gli traduco tutte le istruzioni da seguire durante il percorso, per evitare di farsi male, sembra esitare, mentre io, per un attimo, vorrei davvero poter tornare indietro e non aver mai dato ascolto agli Americani e al mio maledetto spirito avventuriero. 

Ma siamo qui, ormai, e siamo tutti pronti. Tra poco si vola! 


Il tour consiste in un percorso di un’ora circa. Partendo da una piccola piattaforma di legno, costruita sui rami di un albero, ci si lancia agganciati ad un cavo d’acciaio - zip line – collegato ad un altro albero, fino a raggiungere la successiva piattaforma, ad un’altezza variabile dai 50 ai 100 metri. I cavi sono lunghi da 50 a 135 metri e sono due, tesi parallelamente, ecco perché due moschettoni: uno è di sicurezza, così, nel caso il primo dovesse malauguratamente sganciarsi, ci sarebbe sempre il secondo (e se si sganciasse anche il secondo …?). La postura durante il volo è fondamentale per evitare incidenti: una mano, quella davanti, afferra il moschettone, mentre quella dietro sta sul cavo, per frenare all’arrivo. Ma attenzione, perché se per caso un dito scappa oltre il moschettone addio mano! Non solo: la testa dev’essere sempre leggermente scostata di lato, perché l’urto contro il cavo d’acciaio non sarebbe piacevole, nonostante la protezione del casco; tuttavia non deve essere troppo esposta all’esterno, per evitare di colpire rami e foglie. Infine, le gambe vanno spinte in avanti rispetto al resto del corpo e tenute sempre incrociate, come essere seduti, per evitare di roteare su se stessi e perdere l’equilibrio durante il volo. 

Mi spiegano che appena ci si lancia, si ha la tentazione di stringere forte il cavo con la mano dietro per frenare, dato che la velocità mette i brividi e a tratti spaventa. In realtà, questo è un errore da non fare, perché così facendo si rischierebbe di fermare la corsa, restando sospesi a metà line, per dover essere poi recuperati da uno dei ragazzi, con enorme fatica per lui e perdita di tempo per tutti. 

Ok, capito tutto! Siamo pronti per la prima zip line! Io e il mio ragazzo siamo gli ultimi. Guardando gli Americani volare uno alla volta, come uccelli un po’ goffi nell’aria, sono presa da un duplice pensiero. Uno mi conforta e l’altro un po’ mi angoscia: tutti prima di noi sono arrivati sani e salvi alla seconda piattaforma, bene! … ma una volta fatto il primo lancio non esiste possibilità di tornare indietro, è un percorso a senso unico, fatto di una sequenza di lines a lunghezza e velocità crescente. Quindi, una volta partiti è inutile ogni ripensamento. Così come è inutile questa mia sciocca riflessione, perché adesso tocca a me e dopo di me … al mio ragazzo! 

Mi lancio, socchiudo gli occhi come a voler dimezzare la paura e spontaneo mi scappa un grido liberatorio. La sensazione è un miscuglio di paura di cadere, voglia di arrivare ma anche di fermare quei secondi in volo che mi separano dalla piattaforma che mi aspetta. L’adrenalina mi percorre in una scossa: energia, illusione di libertà, di assenza di limiti … tutto concentrato in pochi secondi che sembrano durare un’eternità. Sento solo il vento che mi sostiene, mi spinge e mi frena. Spariscono cavi, moschettoni e imbragatura, mi sembra davvero di volare calamitata da una forza atavica che annulla ogni umana debolezza. Quasi non mi rendo conto di averlo fatto davvero e approdo sulla piattaforma successiva col cuore a mille e il vento ancora tra i capelli.

Una volta atterrati occorre essere svelti e ripartire subito, non c’è tempo per pensare né per voltarsi indietro. I ragazzi mi aiutano a sganciare i moschettoni e a riagganciarmi alla successiva line, in fretta, perché le piattaforme sono strette e non ospitano più di tre o quattro persone contemporaneamente. Tutto sommato, mi sento molto più sicura appesa al cavo che non in piedi su quel fazzoletto di legno senza riparo alcuno, vista anche la mole di alcuni miei compagni d’avventura. Nel trambusto, faccio a malapena in tempo a lanciare uno sguardo indietro e vedere il mio ragazzo sospeso nel vuoto: sta volando anche lui, viene verso di me mentre io sto per ripartire. Niente grido liberatorio, gli occhi bene aperti sul vuoto, nessuna traccia di paura sul suo viso … sembra un piccolo Tarzan, penso, che coraggio! Mi commuove e mi rende ancora più orgogliosa di lui. Adesso posso affrontare la prossima corsa con più gusto e con maggior tranquillità.

Cinque, dieci, quindici lines, perdo quasi il conto dei voli a strapiombo nel vuoto! E’ vero che ogni lancio è sempre più lungo e la velocità aumenta ma, paradossalmente, il timore scivola via e l’insicurezza lascia pieno spazio ad una piacevole ebbrezza. E’ una sensazione orgasmica, corpo e mente si fondono in un rimescolarsi dei sensi. La foresta tutt’attorno e l’oceano in lontananza non sono semplicemente un panorama, non stanno fuori di me: mi sento appartenere a questa natura. Potrei essere un falco o una scimmia, un qualsiasi animale in perfetta armonia con questo teatro selvaggio. L’oceano sembra vicino da quassù, si vede persino la barriera corallina dove il blu si stempera d’azzurro. Mi vien voglia di volare su una line così lunga da poter arrivare a tuffarmi nel mare. Peccato invece, l’ultima piattaforma è alle mie spalle ormai e l’avventura è quasi finita.
Una volta atterrata definitivamente al capolinea, sento le gambe tremare per la tensione; le mani e i muscoli delle braccia fanno un po’ male per aver stretto troppo il cavo e il moschettone; la testa gira ancora piena di vento, vagamente ubriaca. Lentamente, ci liberiamo tutti dell’imbragatura. Gli Americani si complimentano col mio giovanotto con uno spontaneo applauso corale e sembrano dei giganti buoni attorno a un cucciolo. E lui si sente fiero per essere il più giovane intrepido del gruppo, forse non del tutto consapevole delle sue prodezze ma certamente felice per avere qualcosa di speciale da raccontare agli amici, al suo ritorno a casa. 

Il tour è durato un po’ più di un’ora eppure i minuti sono volati, come noi sulle lines. Sarei pronta a ripartire per una nuova serie ma non sarebbe la stessa emozione, forse. Mancherebbe l’incoscienza, l’incognita della reazione fisica e soprattutto emotiva, l’aspettativa adesso sminuirebbe la sorpresa, chissà ... Così salutiamo e ringraziamo i ragazzi che ci hanno accompagnato e assistito durante il viaggio e risaliamo a bordo del nostro scassatissimo camioncino colorato, che non fa più alcuna paura ormai. 

Il caldo e l’umidità aumentano la percezione della stanchezza fisica che all’improvviso mi assale ma la soddisfazione è indescrivibile. Guardo le espressioni degli Americani che, lungimiranti, si erano premurati di portar con sé birra e rhum per ricaricarsi, e resto in ascolto dei loro commenti, curiosa di conoscere le loro sensazioni. Da tutti i loro sospirati “Oh my God!”, scopro con una certa soddisfazione che anche i più spavaldi e temerari hanno provato un brivido di paura. Qualcuno, addirittura, si ripromette di non ripetere mai più una simile pazzia, nonostante l’entusiasmo. 

Così, sprofondo nel sedile, accarezzo la mano di mio figlio e silenziosamente mi consolo, pensando a come sono fatta! Intrepida e curiosa sì ma … le vertigini sono un mio limite fisico da sempre, che non ho mai potuto superare! Mi bastano pochi metri da terra per soffrire e mai e poi mai avrei immaginato di riuscire a vincere quella ridicola sensazione di angoscia e d’impotenza di fronte all’altitudine. 

Accetto, quindi, un rhum, come meritato premio al mio riscatto, e brindo con gli amici Americani mentre la radio trasmette un’allegra canzone country. George Strait canta “There’s a road a winding road that never ends, full of curves lessons learned at every bend, going’s rough unlike the straight and narrow … It’s for those who go against the grain, have no fear dare to dream of a change…”. 


Mai aver paura di osare e di sognare di cambiare, è vero … Faccio mie queste parole e, durante il lento viaggio di ritorno, guardo con occhi nuovi la foresta che si tuffa nell’oceano, quella foresta che mi ha accolto nel suo cuore e che mi ha restituito al mondo più ricca e più forte. 
Intanto penso già a quale sarà la prossima sfida con me stessa!

Sulle tracce di Henry Morgan



E’ l’ora della siesta. Cullata dall’amaca guardo l’oceano e ascolto il rifrangersi delle onde sul reef che accompagna una carezza di azzurri, verdi e blu fin sulla spiaggia.
Mi trovo a Roatan, a cinquantasei chilometri al largo della costa dell’Honduras, una piccola isola che appartiene all’arcipelago della Bahia, prolungamento naturale della barriera corallina del Belize. Insieme a Utila e Guanaja è la maggiore delle isole della Bahia, la più popolata e anche la più tecnologicamente avanzata, tanto che vanta addirittura qualche strada asfaltata, particolare che quasi stona in tanta selvaggia natura. Tutto attorno altri sessantacinque atolli, tra cui i Cayos Cochinos, coronano l’arcipelago e pare quasi siano lì a proteggere un incanto in gran parte ancora vergine.
Affascinata da tanta bellezza mi rendo conto del perché un pirata della portata di Henry Morgan avesse scelto proprio queste terre come quartier generale delle sue prodezze. L’intraprendente giovane arrivò dal Galles nel 1655 circa come manovale di contratto, ovvero come schiavo bianco ma grazie alle sue intrepide imprese divenne ben presto bucaniere e in seguito  corsaro, fino ad essere nominato Governatore di Giamaica. Insomma, una carriera degna di merito e ancora oggi si parla di lui come il leggendario Re dei Pirati.
Gli abitanti di Roatan, gli islenos, hanno voluto dedicare proprio ai pirati la capitale dell’isola, battezzandola Coxen Hole, da Coxen, altro famoso brigante dei mari, anche se il centro commerciale e vitale resta West End, col suo susseguirsi di negozi di souvenirs,  ristoranti, pulperias, spesso costruiti su palafitte di legno bagnate dalle onde. Pare che i pirati abbiano tenuto qui a lungo le loro basi e ancora oggi si narra di tesori sommersi che il mare tuttora custodisce e che il fato, o meglio la suerte, potrebbe un giorno decidere di restituire a qualche fortunato. L’ultima cassa piena d’oro è stata rinvenuta alla fine degli anni ’50, da allora più nulla ma la leggenda vuole che il più ricco tesoro di Henry Morgan sia ancora nascosto qui e non necessariamente negli abissi.
Mi guardo attorno e penso che fortunatamente siano davvero pochi a conoscere o a credere a questa leggenda, perché quest’isola gode del privilegio di non essere ancora infestata dai turisti (al contrario dei mosquitos purtroppo). Gli stessi islenos vivono pigramente, incuranti di ricchezze da scoprire e forse proprio per questo motivo sempre gentili e sorridenti, nonostante spesso manchi l’acqua potabile o l’energia elettrica, paiono sempre invidiabilmente sereni. Gli abitanti di Roatan discendono dai Garifuna, tribù originaria di Saint Vincent, nata da una mescolanza non sempre pacifica tra neri africani e caribi. Il popolo dei Garifuna nel 1797 viene in parte deportato dagli Inglesi a Roatan e  ancora oggi convivono sull’isola aspetti culturali e linguistici tipici dei Caraibi britannici assieme a quelli più marcatamente ispanici. E’ così che spesso gli islenos comunicano tra loro in una sorta di spanglish assolutamente incomprensibile ai turisti. Anche i tratti somatici rivelano questa dualità e all’esuberanza della pelle nera e di una corporatura forte e atletica si contrappone la dolcezza mulatta e mite tipica della sensualità latina.
A questo mix culturale fa da scenario un panorama naturale altrettanto ricco di contrasti, un concentrato di colori e profumi davvero unico. Eccolo, io penso, questo è il vero tesoro di Roatan. Non oro e preziosi nascosti negli abissi o seppelliti sulle montagne, bensì una natura prepotente, mozzafiato, esuberante come i pirati che ha ospitato. Sulle spiagge si alternano palme da cocco e pini marittimi che affondano le radici fin quasi nel mare, lasciando qua e là respiro a rigogliose piante di papaya. Anche l’interno dell’isola è un groviglio fitto di vegetazione capace di scoraggiare qualsiasi umana penetrazione.
Quel che più mi colpisce rispetto ad altre isole caraibiche è il silenzio che qui domina, o meglio l’assenza dei ritmi musicali, frenetici e sensuali che lascia rispettosamente la parola alla natura. Strani gorgheggi, veri e propri dialoghi, si elevano dalle piante, pappagalli e tucani, gabbiani e avvoltoi si scambiano voci in un tam-tam continuo mentre anatre e pavoni fanno bella mostra di sé fin sulla spiaggia, tra ombrelloni di paglia scomposti dal vento,  per un bagno al tramonto.
Sgranocchiano giorno e notte le guatusas, piccoli simpatici roditori simili al tapiro, che si uniscono così alla sinfonia. A dire il vero spesso capita anche di sentire grida di spavento di qualche gringo impreparato agli assalti delle scimmie, piccole curiose scimmie dispettose, golose e ladre che sorprendono alle spalle, si arrampicano su gambe e braccia, non demordono, anzi spesso mordono, finchè non viene offerto loro qualche cosa di ghiotto. Molto meno invadenti le iguana, lente e silenziose, che osservano immobili quasi pensierose, veri e propri draghi, a ricordare che i dinosauri sono davvero esistiti.
Unica nota dolente nel panorama faunistico di Roatan sono le sunflies, instancabili, impercettibili, insopportabili insetti dalle minuscole ali bianche, le cui punture sono inversamente proporzionali alle loro dimensioni. Non c’è repellente che tenga ma, penso, se la loro presenza può fungere da deterrente ad una rovinosa invasione turistica, allora tutto sommato provo simpatia anche per loro.
Il linguaggio della natura che colma il silenzio dell’isola proviene anche dal mare. Sono i delfini a parlare questa volta, pare ridano e mi piace credere che davvero sia così, che si prendano gioco di quei tipi mascherati con tubi di gomma, occhiali e pinne, tutti intenti a corromperli con qualche sardina per rubare loro una fotografia, una carezza e magari, perché no, un bacio.
E’ così che ripenso a Roatan, ora che sono rientrata nei confini della civiltà. Rivivo i colori dell’oceano e il silenzio delle montagne, il profumo dolce di sigaro e rhum al tramonto, la sabbia docile sotto i piedi e il vento tiepido tra i capelli … rivedo il bacio che il delfino mi ha regalato, le conchiglie di madreperla accarezzate e restituite al blu, le stelle cadenti che la notte mi hanno suggerito desideri proibiti, … ripenso al sorriso e ai volti gentili che hanno stupito i miei occhi e che non scorderò mai …
Cullata dall’amaca, questa volta nel mio giardino, mi vengono in mente le parole di una ballata gallese, lette su una scatola di rhum prima di partire :
“Eri un grand’uomo Henry Morgan, un re senza corona, quando alzavi le tue vele, eccoti ora essere tutt’uno con questa tua meravigliosa terra.”