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mercoledì 18 giugno 2014

“CHANGE LATITUDES, CHANGE ATTITUDES”: CAMBIARE LATITUDINE CAMBIA L’ATTITUDINE


Via giacca, cravatta e tacchi a spillo per scoprire in libertà la naturale bellezza del Sud della Florida

(prima parte)


Ogni viaggio è unico, come un’opera d’arte che non ammette repliche. Visitare luoghi già esplorati e amati comporta sempre il rischio di una sottile delusione, perché qualcosa inevitabilmente cambia col tempo, fuori e dentro di sé.
Eppure, tornare a Culebra dopo soli tre mesi non ha reso più tenue il mio innamoramento per quest’isola caraibica sconosciuta ai più che, anzi, ho ritrovato ancora più affine a me. Ancora più calda, ancora più invitante, e se pensavo di avere visto già tutto su questa terra rubata al mare mi sbagliavo. Mai sottovalutare le isole, perché come le creature solitarie sono scrigni di sorprese, per chi sa ben cercare. E infatti a Culebrita sono stata guidata da un avventuroso indigeno alla scoperta di un angolo sconosciuto ai più, per via del difficile accesso che ne preserva la naturale bellezza. Così, questa volta, lasciandoci alle spalle la candida Playa Kennedy, ci siamo incamminati tra rocce e mangrovie e dopo un percorso non proprio agile siamo finalmente approdati alla meta agognata, la piscina naturale: una vasca creata dalle rocce in cui le onde s’insinuano in un costante fluire schiumoso creando un gioco spontaneo di vortici, risucchi e gorgoglii. Uno spontaneo idromassaggio nato dalla natura, di cui godono i minuscoli pesci dai colori iridescenti che trasformano la vasca in un acquario a cielo aperto, avvolto dall’oceano e nascosto allo sguardo umano. 


Il privilegio d’immergersi qui compensa la difficoltà di raggiungere quest’angolo ameno e per un attimo ho avuto la sensazione dolcemente inquietante di ricongiungermi con l’utero materno: quel galleggiare nel nulla come nel liquido amniotico mi ha procurato un primordiale piacere risvegliato dal mare.
Così, grazie anche a quest’inattesa rivelazione, il mio secondo viaggio a Culebra mi ha dato la certezza che al prossimo ritorno l’isola avrà in serbo altre nuove emozioni. Del resto qui è “casa” ormai per me e la casa è un sentimento che non tradisce. Solo con questa segreta certezza ho potuto lasciare l’isola senza lacrime, del resto il viaggio sarebbe proseguito verso nuovi panorami, esteriori e interiori: la Florida, the sunshine State.

Gateway to the Keys: da Key West a Miami
Lasciati Culebra e Puerto Rico, il viaggio ha preso la rotta di Key West, la punta più a sud della Florida a poche bracciate di mare da Cuba. Ecco che il paesaggio cambia completamente rimescolando i moti d’animo che dalla conturbante sensualità culebrense si colorano di stravaganti eccitazioni. Vale la pena percorrere in auto il tratto di strada da Key West a Miami, con la lentezza che i limiti di velocità impongono, a vantaggio dello sguardo che scorre quieto sulla piattezza azzurra dell’orizzonte. Un filo d’asfalto grigio sembra squarciare in due l’oceano, quasi a voler simbolicamente dividere l’Atlantico dal Golfo del Messico. 


Ci si ritrova in’immensa bolla blu in cui le auto avanzano pazientemente per raggiungere le mete più effervescenti della Florida, in cui la mondanità più eccentrica convive incredibilmente con la natura più selvaggia. Da Key West, 42 ponti collegano la città a Big Pine Key, Marathon, Islamorada e Tavernier fino a Key Largo con il suo Crocodile Lake Wildlife Refuge, e lungo tutto il percorso la natura sembra aver messo d’accordo mare, terra e esseri umani. Straordinaria è infatti la convivenza di una vegetazione fitta e provocante con il mare e la sua barriera corallina: mangrovie, palme e conifere resistono alla presenza umana e gli animali sono i veri padroni di casa qui, coccodrilli compresi che pullulano apparentemente indisturbati fino a trionfare negli Everglades, alle porte di Miami.
Il punto di partenza è dunque Key West, una delle città più ricche d’America nel 1890, caduta in bancarotta nei seguenti anni Trenta. La Old Town attorno a Mallory Square rievoca il suo passato spagnoleggiante e il contrastato rapporto tra America e Cuba. 


Mentre il piacevole susseguirsi di edifici in stile coloniale color pastello rende palpabile la presenza di Hemingway, rievocato in un misto di storia e di leggenda dai numerosi locali sempre affollati, primo tra tutti il famoso Sloppy Joe’s Bar. Qui la vita sembra un gioco inventato da una pagina di libro, un gioco colorato, come le piante flamboyant che rosseggiano imponenti tra palme da cocco e soffici banani: un drink al vento caldo del tramonto, musica che ritma le ore, infradito ai piedi, sole sulla pelle, sale tra i capelli e tanta, tanta voglia di dimenticarsi del resto del mondo per vivere così: easy going! Guardando l’indolente allegria che dipinge i volti delle persone pare proprio vero che “change latitudes, change attitudes”, ovvero che cambiando latitudine cambia l’attitudine … l’attitudine alla vita che scorre più leggera se consumata su queste spiagge dove il dolce far niente sospinto dalla brezza marina diventa pericolosamente disarmante. Un calcio a giacca e cravatta, a tacchi alti e inutili sfoggi e via, un tuffo nella semplice dimenticanza del senso del dovere, della formalità, della rigida apparenza per gustare l’illusoria sensazione d’essere liberi, definitivamente se stessi. 


Quei tramonti rosso fuoco che sfumano nell’indaco inducono alla tentazione di voltare davvero le spalle al mondo per rinascere qui e vivere alla giornata, dimentichi di chicchessia, nella più adolescenziale libertà. Spiare i volti della gente che si raduna al Westin Sunset Pier, tutti con lo sguardo rapito dal sole che muore nel mare, mi fa pensare come sia bello condividere realmente lo stesso panorama, in un mondo in cui la condivisione è banalizzata dalla virtualità. Si sprofonda in una contemplazione qui, una contemplazione che porta lontano: c’è chi pensa, chi sogna, chi ricorda, chi spera, chi ringrazia, chi semplicemente si bea d’essere parte di un attimo fuggente sbalzato tra il cielo e il mare, tra il giorno e la notte, magari accanto a chi si ama. 
Tuttavia, dopo ogni tramonto giunge puntuale l’alba a rischiarare le idee con la sua lucida poesia! E così anche una città ebbra di rosea stravaganza come Key West svela altri volti accattivanti più impegnati. Non alludo al Southernmost Point Buoy, il luogo dove posa la boa più fotografata al mondo per essere il punto degli Stati Uniti più vicino a Cuba. Penso piuttosto a una visita al Fort Zachary, per esempio, per rivivere le suggestioni di una fortezza della metà dell’Ottocento circondata da un immenso parco naturale popolato da iguana e uccelli tropicali; al Mel Fisher Treasure Museum, che invita ad esplorare i tesori dei galeoni spagnoli Atocha e Santa Margarita; all’Harry Truman Little White House, il museo presidenziale di Key West, in origine il luogo dove Truman visse la sua stagione governativa. Imperdibili poi il Key West Aquarium, per ammirare delfini e tartarughe marine (anche se l’oceano è ovviamente l’esperienza migliore), e il Key West Butterfly Conservatory, dove centinaia di farfalle dai colori surreali animano un lussureggiante giardino botanico che pare un quadro di Mirò costellato da uccelli tropicali e fenicotteri rosa.



Il mare è l’altra attrattiva di Key West con tutte le opportunità di pesca d’altura e di immersioni al reef che l’Atlantico offre e lo confermano anche i ristorantini della città: un pullulare di locali variopinti e allegri di musica in cui trionfano granchi, aragoste, gamberi, grouper, snapper e tiburon (lo squalo fritto è una prelibatezza da queste parti, insieme al gator, l’alligatore). Al Stoned Crab Restaurant, per esempio, a due passi dall’Hotel The Inn at Key West,  si può consumare il miglior granchio della città, oltretutto senza troppi sensi di colpa, perché il granchio qui non viene ucciso (così dicono) ma viene privato di una sola chela, la cui amputazione non provocherebbe (così assicurano) alcun danno (?). 

Un altro curioso ristorante alle porte della città è il Thai Life, un ristorante fluttuante, una vera e propria barca dove si possono gustare le migliori prelibatezze thailandesi condite da tramonti senza eguali. Chi invece volesse calarsi nei sapori e nelle atmosfere tipicamente cubane non può perdersi una cena a El Meson de Pepe, una riproduzione in miniatura de La Habana, con i suoi piatti, i suoi sigari, la sua musica e il suo rum.


Prima di proseguire il viaggio verso la prossima meta - Tampa e i suoi dintorni - ecco alcuni indirizzi utili per vivere direttamente sensazioni ed emozioni che le parole possono solo timidamente suggerire. L’importante è partire!
The Thai Life Restaurant http://thailifekeywest.com/
The Inn at Key West Hotel http://theinnatkeywest.com/

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venerdì 28 febbraio 2014

PUERTO RICO, SABOR CRIOLLO


Curiosità, segreti e ricette tradizionali dalla Isla del Encanto



Per conoscere veramente un Paese e cercar di capire la sua gente è necessario parlare il suo linguaggio. Condividere un idioma non è sempre facile, spesso è impossibile, ma c’è un altro strumento di comunicazione molto importante: la cucina.
Assaggiare, annusare, essere curiosi, lasciarsi coinvolgere dai sapori, dalle fragranze, dalle stravaganze della gastronomia di un popolo aiuta non solo ad avvicinare le culture ma ad arricchirle reciprocamente.
La gastronomia di Puerto Rico, isola appartenente alle grandi Antille, rispecchia il carattere criollo, sabroso per definizione, che ha resistito alle contaminazioni americane restando fedele alle radici latine. Una cucina sabrosa, ovvero saporita, come la musica che normalmente condisce l’atmosfera di condivisione del piacere anche a tavola.
L’anima della cucina puertoricana è il fritto, las frituras, accompagnata da salse e condimenti di vario tipo, da quelle agrodolci a base di frutta a quelle piccanti, a base di pique. Friggere a Puerto Rico è un’arte e tutto si può friggere, dalla carne, al platano, al pesce, alle verdure. Il tutto accompagnato da una fresca cerveza, la Medailla è quella nazionale, e per finire da un ron, o roncito, il Don Q, orgoglio di Puerto Rico, nella variante di Coquito per i gusti più raffinati. 
Da notare che la gastronomia criolla sfrutta moltissimo la carne, dal lechon asado (il maiale allo spiedo), al pollo asado, al coniglio fritto, fino all’iguana, che dicono essere davvero gustoso. 
Da buona vegetariana mi limito a proporre alcune ricette senza carne, comunque immancabili su una tavola quotidiana, sia nelle case, sia nei chioschi del pueblo lungo le spiagge, sia nei ristoranti tipici più ricercati delle città.
Un grazie speciale va al mio Cocinero Mandinga, ma le sue ricette resteranno un mio segreto! 



EL ESCABECHE
Questo non è un piatto o una ricetta ma una tecnica fondamentale per marinare i cibi ereditata dagli spagnoli e diffusa in tutto il Caribe. A Puerto Rico si usa sia con le carni, sia con la yuca e il platano, alimenti base qui.

Ingredienti (per ¾ tazze)
1 ½ tazza di olio di oliva
1 cipolla
3 spicchi d’aglio
6 foglie di alloro
grani di pepe nero
½ tazza di aceto bianco
sale q.b.

Procedimento
In un tegame profondo scaldare l’olio di oliva a fuoco lento. Aggiungere la cipolla, l’aglio, l’alloro, i grani di pepe e mescolare bene. Versare l’aceto, salare e cucinare a fuoco lento per 12 minuti, mescolando ogni tanto. Togliere el escabeche dal fuoco e lasciare che raggiunga la temperatura ambiente ed è pronto. La quantità del tempo in cui si lascia macerare il cibo determina l’intensità del sapore.

EL PIQUE
Tradizionalmente il Pique è una salsa piccante fatta in casa a base di aceto, che si usa conservare in una bottiglia simile a quella del ron.

Ingredienti (per una bottiglia da 500 ml)
20 peperoni caballero (rossi)
10 foglie di coriandolo
10 spicchi d’aglio
3 once di ananas maturo
1 cucchiaio di zucchero
2 tazze di aceto bianco
½ tazza di olio vegetale
½ tazza di olio di oliva

Procedimento
Tagliare i peperoni caballero a metà per il lungo affinchè i semi fuoriescano durante la fermentazione e metterli nella bottiglia di vetro che possa poi chiudersi ermeticamente. Aggiungere il coriandolo, l’aglio e l’ananas. Con un imbuto versare nella bottiglia il sale, lo zucchero, l’aceto, gli olii e tappare bene. Agitare e lasciare fermentare in luogo fresco per almeno una settimana.
Una considerazione: l’aglio durante la fermentazione può cambiare colore e tendere all’azzurro, questo non compromette la qualità del pique, è solo un effetto chimico.


MOFONGO
Il Mofongo è una preparazione davvero gustosa che si presta a diverse declinazioni, quella di platano è la mia preferita. Un’altra versione tipica è quella con la yuca (specie  di patata locale).

Ingredienti (per 2-3 persone)
2-3 platani
olio di semi
sale q. b.
2/3 spicchi d’aglio
1 manciata di gamberi sgusciati
2 cucchiai di pomodoro

Procedimento
Tagliare il platano a tronchetti di circa 2-3 cm di lunghezza e metterli a bagno in acqua fredda e sale grosso per un'ora circa. Scaldare l'olio di semi in una tegame non tanto grande ma alto.
Scolare il platano e asciugarlo bene (molto importante), poi buttarlo poco alla volta nell'olio bollente e farlo friggere per 2-3 minuti (non deve diventare troppo scuro).
Togliere il platano dal fuoco e metterlo in un pestello con uno spicchio di aglio e un goccio di olio di semi o di oliva. Per questa operazione si consiglia di pestare 3-4 pezzi di platano per volta con uno spicchio di aglio. Pestare il platano fino a che non diventa una poltiglia. Poi rivestire con il platano alcune formine di alluminio (da budino). All'interno delle formine mettere i gamberi sgusciati, preventivamente cotti con aglio, olio e un po' pomodoro.
Chiudere le formine con uno strato di platano pestato (che funge da coperchio), ribaltare la formina su un piatto: ecco pronto il mofongo.
Uno o due mofongo per persona sono più che sufficienti perché è molto consistente.
Alcune precisazioni: per il Mofongo serve il platano verde, ossia una specie di banano molto grande di color verde scuro e che va sempre consumato cotto. Attenzione mentre spellate il platano perche' macchia mani e vestiti. Infine, il mofongo cosi' come i tostones vanno sempre serviti caldi, al limite tiepidi, perchè una volta raffreddati perdono in sapore e consistenza, diventando pastosi.

TOSTONES
Sono simili alle patatine fritte, quelle tonde, ma molto più consistenti e saporite perché a base di platano. Accompagnano i piatti base di carne ma sono stuzzicanti anche da soli.

Ingredienti (per 4 persone)
2 platani
8 cucchiai d'olio di semi
sale q.b.
1 batticarne

Procedimento
Sbucciare i platani e tagliarli a rondelle di circa 1 cm di spessore. Scaldare l'olio in una grande padella antiaderente. Soffriggere le rondelle da entrambi i lati per 4 minuti circa (finchè si colorano leggermente). Scolare le rondelle e asciugare l'olio in eccesso con della carta da cucina. Con il batticarne schiacciare le rondelle già cotte e passarle di nuovo per 2 o 3 minuti nell'olio caldo. Scolare le chips così ottenute, salarle e servire calde.

BACALAITOS
Sono delle focaccine molto sottili e croccanti a base di baccalà, che a Puerto Rico si usa in infinite declinazioni. Sono una vera squisitezza e accompagnano ogni momento della giornata, per un pranzo, una cena o uno snack.

Ingredienti (per una dozzina)
12 once di filetti di baccalà ammollato in acqua dal giorno precedente
½ tazza di farina
1 cucchiaio di lievito in polvere
1 cucchiaino di ‘adobo’ (preparato con glutammato monosodico)
2 cucchiaini di coriandolo tritato
olio vegetale

Preparazione
Pulire bene il baccalà. Versare in un recipiente la farina, il lievito, l’adobo e il coriandolo e aggiungere 3 tazze d’acqua. Mescolare bene finché si forma un composto uniforme, senza grumi. In un tegame grande e già caldo versare l’olio e cominciare a friggere il composto in modo da formare delle focacce larghe e piatte. Friggerle per almeno 10 minuti e voltarle qua e là finchè dorano. Togliere i bacalaitos dall’olio e lasciarli asciugare in carta assorbente.
I bacalaitos sono l’apogeo della frituras puertoricana, il massimo dell’espressione criolla a tavola. Provare per credere!


COQUITO
E’ una specie di Bailey a base di ron, una deliziosa crema leggermente alcolica, raffinata e sensuale.

Ingredienti
1litro rum (possibilmente Don Q oro o anejo) 
1 tubetto di latte condensato 
2 barattoli di crema di cocco
6 uova (solo rossi)
1 dl latte
1 pizzico di cannella
facoltativo chiodi di garofano

Preparazione
E’ semplicissimo. Versare tutto nel frullatore fino a quando sarà ben amalgamato. Imbottigliare e lasciare in frigo per qualche ora, è ottimo anche nei giorni successivi e resiste a lungo, se non lo si finisce tutto d’un fiato. Come si dice a Puerto Rico … hiendete!


Un consiglio: se decidete di visitare San Juan, capitale di Puerto Rico, il miglior ristorante della città è al primo piano dell’Hotel Condado, in pieno centro. Si chiama Pikayo ed è reso celebre dal talento dello Chef Por Wilo Benet che sposa sapientemente la fantasia criolla alla raffinatezza estetica.

giovedì 27 febbraio 2014

EL PARAISO EN TIERRA


Culebra, l’sola che non c’è … forse!



Sono ormai pochi gli angoli di mondo sopravissuti alla barbarie della colonizzazione turistica. Soprattutto frugando tra le Isole delle Antille, contaminate dall’artificialità della mondanità e del lusso, è difficile ritrovare la bellezza semplice della verginità. Eppure è ancora possibile.
Svelare il nome dell’Isola che mi ha innamorato per la sua disarmante esuberanza, nuda di artifici e ancora sufficientemente refrattaria alla conquista, mi turba un po’. Ne sono gelosa, provo un senso di pudore e vorrei proteggere anziché esibire agli appetiti dei turisti d’assalto questa piccola perla del Caribe. Tuttavia mi è irresistibile il desiderio di raccontarla con velata discrezione, come fosse un languido sogno da interpretare, o un’invenzione inafferrabile della mia fantasia.
Il nome di quest’isola grande appena sette miglia (isola che forse non c’è) è Culebra, una porzione di terra silente e selvaggia lambita dalle acque turbolente del Caribe, in fronte a S.Thomas e Virgin Gorda. La si può raggiungere da Puerto Rico in due modi: con il traghetto da Fajardo in un’ora scarsa di navigazione, oppure in aereo in una ventina di minuti, su charter Highlander che offrono una panoramica privilegiata Cayo Luis Peña, su Vieques (altro gioiello naturale fino a poco tempo fa occupata dall’esercito americano per le esercitazioni militari) e sui cayos corallini disseminati nel blu. Vista così, dal cielo, Culebra pare davvero un miraggio, un’emersione terrestre dal profondo cristallino, e dalle poche case presenti si può intuire quanto l’isola sia ancora intatta e fedele alla natura.
Con Puerto Rico condivide le radici indigene e la recente colonizzazione americana, il suo nome racconta infatti il suo passato poiché deriva da San Ildefonso de la Culebra, che era il titolo nobiliare del Ministro di Ultramar, pueblo dell’isola, tra il 1876 e il 1886. Oggi quest’isola conta circa due mila abitanti stabili ed è meta di villeggiatura per gli Americani desiderosi di fuggire per un po’ dal frastuono della civiltà. Molti hanno case proprie qui, anche perché l’ospitalità di hotel, B&B e posadas è fortunatamente limitata rispetto ad altre isole delle Antille, pur non mancando. Il modo migliore per vivere l’isola è affittare una casa e le possibilità sono molte, godendo così dell’indipendenza e della libertà di spazi e tempi del dolce far niente. La bellezza di Culebra sta anche in questo: nel suo desiderio di restare fedele a se stessa senza ostentare lusso e mondanità, con le sue case in legno dipinte in colori pastello, i piccoli negozi di souvenir, i mini market in “città” necessari alle esigenze quotidiane, i pochi bar dove godersi un roncito la sera … e poi le strade tortuose oggi asfaltate ma puntualmente correlate dalle carretere sterrate che s’inerpicano fin sulle colline e poi giù verso le spiagge.
Le spiagge … ecco il sortilegio che scatena l’innamoramento definitivo per Culebra! Sopraggiungere dalla carretera soffocata da mangrovie e fare i primi passi sulla sabbia bianca di Playa Flamenco è un’emozione che leva il respiro. Questa è la spiaggia più famosa di Culebra per la sua morbida bellezza, caratterizzata da un vecchio carro armato americano che, come una balena piaggiata, sembra paradossalmente fuori luogo qui ma nello stesso tempo appartiene al paesaggio, sorprendendo il turchese del mare e il candore della sabbia col suo groviglio di memorie arrugginite. Ma la cosa più straordinaria di questa lunga spiaggia è la dispersione di gente, perché anche nei giorni di festa e di massima frequenza la concentrazione di persone è sempre minima, tanto da lasciare a ognuno la propria intima solitudine. Qua e là, ogni tanto, il vento porta con sé i ritmi di un reggaethon o di un merengue, sgusciati fuori da qualche radio dei puertoricani che qui vengono a crogiolarsi al sole senza rinunciare ai ritmi criolli. Ma per lo più è la voce del mare a vincere, talvolta increspato ma spesso amabile e invitante col suo quieto tepore.
Altre spiagge imperdibili di Culebra sono quelle di Carlos Rosario, raggiungibile a piedi da Playa Flamenco, e quella di Tamarindo, poco prima. C’è poi la Playa del ultimo dìa (questo è il suo soprannome), una piccola lingua di sabbia dalla parte opposta dell’isola, dove si racconta che un importante avventuriero (di cui non si dà il nome) venisse puntualmente a fare l’ultimo bagno prima di ripartire per l’Europa, rito sacrale in virtù del prossimo ritorno. Da qui i tramonti sono struggenti e non è raro riuscire a sentire, nella solitudine dei propri pensieri, il suono acuto del cocquì. Sembrerebbe il canto insistente di un uccello tropicale, in realtà si tratta del verso di un sapito – un ranocchio piccolissimo – talmente diffuso ma al contempo invisibile per le sue minime dimensioni da essere diventato il simbolo di Culebra. Oltre al cocquì, pochi altri animali abitano l’isola: iguane, serpenti, galli e galline ovunque, cervi che nuotano persino da un cayo all’altro in cerca di cibo, e poi pellicani, fregate, boogies e colibrì. Il resto della fauna locale appartiene alle profonde acque dell’Atlantico e alla barriera corallina.
Se Culebra con le sue spiagge scioglie il cuore, Culebrita sconvolge l’anima, come fosse davvero il paradiso in terra. E’ un’isoletta raggiungibile in pochi minuti di barca veloce ed è nota per il suo faro in pietra e mattoni, costruito sulla sommità della collina nel 1874, per monitorare le navigazioni da e verso S. Thomas e le Isole Vergini. Scendendo dal faro si attraversa una fitta foresta di mangrovie, punteggiata qua e là da enormi cactus che infondono al paesaggio un’atmosfera vagamente dantesca. Ma una volta espugnata la foresta, ecco che dalle mangrovie si sbuca su una delle spiagge più belle che io abbia mai visto in vita mia. La chiamano Playa Kennedy per essere stata meta privilegiata del Presidente, eppure sembra essere quanto mai lontana da ogni definizione e più vicina al romanzo di Defoe, Robinson Crusoe, per la sua selvaggia natura. Giunta qui, ho avuto la sensazione di essere l’ultimo, o il primo, essere umano sulla terra, e tutt’a un tratto mi è tornato alla mente un altro romanzo della mia vita: Dissipatio Humani Generis, di Morselli. Sì, il dramma di scoprire d’essere sola al mondo capovolto in estasi! L’esaltazione di sentirmi ricca senza niente nella pienezza del silenzio, il desiderio di fermare il tempo in quest’eternità di solitudine, la preghiera che nessuno osi interferire in questo dialogo estatico tra me e l’universo. Annullarmi nell’acqua tiepida, abbandonarmi alla brezza sotto lo sguardo di soffici nuvole che corrono veloci per non farsi catturare dal mio sguardo che gioca a dar loro nomi e forme … dimenticare chi sono e ritrovare me stessa. Qui, nella semplicità del nulla.
Sopraffatta da quest’emozione che si ripercuote in me anche ora, raccontandola, ho capito d’aver lasciato a Culebrita un pezzetto del mio cuore. O forse, in verità, è Culebrita ad essere entrata tutta nel mio cuore. E così, languidamente, conserverò per sempre il suo dolce ricordo come fosse un dono divino, un dono d’amore, fino al mio prossimo ritorno in questo insperato paradiso.  

mercoledì 26 febbraio 2014

LOS INCANTOS DE LA ISLA DEL ENCANTO


Puerto Rico: amore a prima vista

La brezza lieve portata dagli alisei dell’Atlantico, il piacevole tocco del sole del Caribe e la voce delle onde che si struggono sulle spiagge ... e si è definitivamente perduti, perché questo è amore a prima vista.
Questa è l’accoglienza irresistibile che offre San Juan, capitale di Puerto Rico, a chi sceglie di avventurarsi alla sua scoperta. Città inebriante, musicale, colorata, dalla promiscuità culturale contrastata che nel corso dei secoli le ha donato la seduzione di una terra conquistata che oggi sembra rivalersi sui moderni conquistadores – i turisti – conquistandoli a sua volta con il suo indiscreto fascino.



Dai Tainos ai Conquistadores alla libertà
Insieme a Cuba, Repubblica Dominicana e Haiti e Giamaica, Puerto Rico è la quarta isola delle Grandi Antille. Come amano dire i puertoricani, Puerto Rico y Cuba son dos alas del mismo pajaro, ovvero Cuba e Puerto Rico sono due ali dello stesso passero. Ed è proprio questa la sensazione che si ha venendo qui: quella di una segreta complicità culturale e razziale tra le due Isole che, nonostante i differenti sincretismi maturati nel tempo, sembrano tenersi per mano a dispetto delle colonizzazioni di Americani ed Europei, per non tradire l’orgoglio delle radici indigene.
In origine, Puerto Rico fu abitata da diverse tribù di indiani americani tra cui i tainos che vissero anche nel periodo successivo all’arrivo di Cristoforo Colombo, nel 1493. Questo pacifico popolo aveva sviluppato una cultura, un linguaggio e un sistema religioso piuttosto sofisticati. Essi, per esempio, davano accesso al potere anche alle donne che secondo la loro cultura potevano permettersi anche più di un marito, il quale alla morte della moglie veniva bruciato insieme a lei. I tainos ottenevano oracoli dai loro dei e dai morti attraverso pratiche di alterazione mentale, come l'inalazione di una polvere allucinogena ricavata dai semi di cohoba e da conchiglie frantumate. Probabilmente queste pratiche distrassero i tainos dalle prassi difensive, infatti, non seppero difendersi dall’attacco dei coloni spagnoli nel 1508.
I coloni, si sa, schiavizzarono ed evangelizzarono i tainos, esponendoli alle malattie provenienti dall'Europa e nel giro di poco tempo questo popolo si estinse insieme alle sue leggende e alla sua cultura.
I coloni spagnoli invece si stabilirono a San Juan, che divenne così uno degli avamposti più strategici di tutto il Nuovo Mondo, tanto che nel secolo successivo la città subì un esplosivo processo di fortificazione per essere difesa dalle incursioni marittime di inglesi, francesi e olandesi. Gli spagnoli furono molto abili nell’imporre ferree regole al fine di controllare il commercio regionale, da qui l’importazione degli schiavi africani costretti a lavorare nelle piantagioni di zucchero, di cotone e tabacco. Quando la rivoluzione incominciò a mettere sottosopra il Nuovo Mondo, gli spagnoli abbandonarono la politica commerciale totalitaria nel tentativo di tenere Puerto Rico e Cuba sotto la propria influenza coloniale. Iniziarono così i contrasti tra gli spagnoli, i nazionalisti puertoricani e il governo coloniale circa i pro e i contro l'indipendenza, finché nel 1897 gli Stati Uniti occuparono il paese governando Puerto Rico come un protettorato coloniale per cinquanta anni. Nel 1917 i puertoricani ottennero la cittadinanza statunitense e nel referendum del 1951 l’Isola divenne uno Stato libero associato agli Stati Uniti e non più una colonia.
Questi trascorsi storici trapelano ancora oggi nelle stradine, nelle piazze di San Juan, ma anche nel linguaggio, nelle canzoni e negli sguardi stessi dei puertoricani, giustamente fieri delle proprie origini. Da qui l’incantesimo che l’Isola dell’Incanto procura a chi fortunosamente le si avvicina.


I tre volti di San Juan
Al primo impatto la città respira e trasmette una sensazione di internazionalità, di multi etnicità che ricorda vagamente l’atmosfera di Barcellona, elevata all’ennesima potenza tropicale. Questo è il volto più esteriore e superficiale di San Juan ma non per questo poco seducente. L’analogia con la bella città di Gaudì si svela attraverso il profilo architettonico del Condado e Isla Verde – il quartiere moderno in cui si concentrano i grandi hotel, i ristoranti chic e i negozi più fashion – profilo che svetta leggero dal mare al cielo, come sospinto dagli alisei. Si ha una sensazione di libertà qui, di grandi spazi che non trasmettono il peso del cemento sulla naturalezza delle spiagge.
Uscendo dalla mondanità del Condado, non molto lontano, si raggiunge anche piedi la Vieja San Juan, dove si può ammirare il suo secondo volto, quello storico. E’ l’estrema parte occidentale della città denominata Isleta de San Juan, circondata e protetta dalle antiche mura fortificate. Il contrasto tra l’azzurro del mare, il verde della vegetazione e il bronzeo marrone delle fortezze dona allo sguardo un sussulto di meraviglia in cui si mescolano tempi lontani e vicissitudini tuttora palpitanti. 


Esplorare il Castillo San Cristobal (VII sec.) e il Castillo San Felipe del Morro (1539) dà la sensazione di un tuffo in un passato fiero ancora vivo. Il primo è tuttora la più grande fortificazione europea in America Latina e il secondo è stato la prima baia dove le navi provenienti dall’Europa potessero attraccare, per questo appetibile e attaccabile. Con i suoi massicci cannoni disposti su sei livelli, il Morro resta un’opera maestra di ingegneria militare che sorveglia dall’alto tutta la città. Da qui lo sguardo scorre lungo il cimitero, pittoresco cuore di statue in pietra affacciate sul mare che sembrano conversare con i suoi sospiri salati.  Poco più in là il vasto barrio de La Perla, dove non è consigliabile avventurarsi, e oltre le piazze raggiungibili a piedi o su pittoreschi bus colorati: Plaza de Armas, Plaza Colòn, Plaza San Josè e la deliziosa Plazita Santurce collegate tra loro da stradine in pavè costellate di edifici coloniali dai colori sgargianti. Lilla, azzurro, viola, rosa, tutte le case riecheggiano i colori dei fiori, comunicando la straordinaria vitalità, la vibrante musicalità della città e del suo popolo.


E questo arcobaleno porta al terzo volto di San Juan, quello del pueblo. Pueblo che si riversa e si rispecchia sia lungo le spiagge pubbliche che si srotolano lontano dal centro storico e mondano, sia inerpicandosi sulle montagne attraverso una vegetazione selvaggia e lussureggiante. Raggiungere in auto le lunghe lingue di sabbia costeggiate da un lato dal mare e dall’altro dai chioschi che offrono i piatti gustosi dell’isola è un’avventura emozionale indimenticabile. Qui si respira il puro caribe, l’anima salsera, fatta di ritmi di bomba y plena, di volteggi sensuali, di piaceri carnali trasmessi non solo dalla musica coinvolgente ma anche dai profumi penetranti che, sospinti dal vento, invitano a fermarsi per un ardito assaggio. 

La frituras è l’anima della cucina puertoricana: friggere è un’arte e tutto qui si frigge. I chioschi delle spiagge di Luquillo e Loiza sono il destino (destino in spagnolo significa destinazione ma qui lo intendo in italiano) perfetto per averne conferma: alcapurrias, bacalaitos, pastellitos, sorullos, bolitas, mofongo y tostones sono solo alcune tra le specialità, preparate e servite nella semplicità più disarmante, tipica del Caribe. E la musica è il condimento del fritto, insieme alla birra del luogo – la Medailla – e al ron – il mitico Don Q – declinato in Cocquito per i gusti più maliziosi. Senza dimenticare l’immancabile lechon, il maiale allo spiedo, e tutte le altre carni dal coniglio all’iguana!


Il volto del pueblo si completa salendo sulle montagne, immergendosi in una vegetazione che rivendica la sua evidente superiorità sulla civiltà urbana. Il massimo dell’esuberanza è offerta da el Junke, la foresta nazionale di oltre 28000 acri, ma dappertutto per chilometri  l’abbraccio del verde è spontaneamente inestricabile: pini, palme, bambù, flamboyant, banani, frangipane, bunganville e tulipani d’Africa si ergono e si intrecciano, benedetti dal sole e dalla pioggia. E guardando questa miracolosa esplosione della Natura, non si può fare a meno di sentirsi perdutamente innamorati degli incanti della Isla del Encanto.


Scendendo nuovamente dalle montagne e proseguendo per Fajardo si torna al mare e si raggiunge il porto da cui partono le barche da pesca, i charter turistici e i traghetti per Culebra. 
Ma questa è un’altra storia che merita un capitolo a parte, perché Culebra è il Paraiso en Tierra. E' puro Amore ...

Un grazie speciale a Susan, Pedro e Angelo, per aver reso questo mio viaggio inolvidable!

martedì 11 febbraio 2014

Me voy!




Una pequena porciòn de maravillosa tierra perdida entre las turbulentas aguas del Caribe me està esperando. 
Esta isla se llama Culebra! 
Por dos semanas voy a olvidarme del trabajo, de la politica, de la economia, de todos los problemas de nuestro pobre pays, y voy a buscar mi misma en el silencio del viento y en las caricias del mar … Me voy a olvidar de mi idioma también y no quiero escribir nada de nada, solo vivir cada dia como si fuera el ultimo, en el abrazo del Caribe.
Hasta luego a todos, la Natura me llama!