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mercoledì 22 gennaio 2014

IN CUCINA COL DOTTOR FREUD


Dal letto alla tavola!



Nonostante mi senta profondamente filo junghiana, devo ammettere che leggere Freud mi procura immancabilmente un piacere superiore rispetto alle immersioni nei tormentati saggi di Jung. 
Guizzi d’ironia, scioltezza di stile e pennellate erotiche ogni dove rendono i suoi scritti stuzzicanti e divertenti, oltre che istruttivi e riflessivi. Non ne parlo come di un maestro di pseudoscienza, ora, ma semplicemente come scrittore, perché Freud è indiscutibilmente uno che sa scrivere!
Esiste un suo libro, tra i tanti, che particolarmente m’intriga e paradossalmente resta tra i più sconosciuti, forse perché tratta di un tema apparentemente frivolo, non tanto da … lettino, bensì da tavola!
S’intitola “La cucina del Dottor Freud” scritto con pungente fantasia alla fine della lunga carriera del padre della psicoanalisi e pubblicato grazie all’interessamento di James Hillman. Freud definisce questo libro come un complemento alla sua autobiografia, “un saggio sulla reminiscenza, un po’ come le ultime opere di Jung: esso costituisce il mio personale Ricordi, creme, confetture …” (sagace la frecciatina al suo pupillo, che aveva scritto “Ricordi, sogni, riflessioni”).
Tuttavia, trovo che in queste pagine, oltre a gustose ricette appuntate a mano durante le sedute, coloriti aneddoti personali e digressioni intime legate a colleghi e pazienti, s’incontrino anche piccole, saporite verità psicologiche, pure anticipazioni scientifiche legate al piacere dei sensi a tavola. Infatti: “Questo libro è anche un contributo al principio del piacere nella vita quotidiana. Alla mia età, chi vuole ancora sentir parlare di seccature? Di problemi ne ho avuti fin troppi. Pensare invece a un buon piatto, al menù di domani, alla possibilità di appagare ancora un desiderio, questa è la fonte e la soddisfazione di una lunga vita ben vissuta.”
In queste pagine, infatti, si sente tutta la soddisfazione di un uomo giunto in vecchiezza che - avendo rinunciato, per naturale decorso dell’energia virile, alle gioie del sesso – non ha tuttavia rinunciato alla ricerca del piacere, riscoprendolo, appunto, nel cibo. Freud gode mangiando e gode cucinando! Così, alla fine dei suoi anni, rivaluta ed eleva al re dei piaceri l’erotismo orale che da fase psicosessuale primaria finisce con l’essere anche l’ultima nell’esistenza di una persona … come l’ultima cena, insomma! “Poiché la base dell’istinto sessuale è orale, esso adora mangiare. Il bambino viene prima dell’uomo, la lingua prima del pene, la bocca prima della vulva, filogeneticamente e ontogeneticamente. … All’inizio era la bocca. L’anatomia è destino.”
Trovo assolutamente veritiero questo spostamento del piacere da un oggetto (sesso) all’altro (cibo), pur restando radicato all’oralità. La vedo come una sublimazione socialmente accettata d’istinti altrimenti non esprimibili né condivisibili da animali umani adulti. Ormai anche le neuroscienze confermano il fenomeno – che da psicologico diventa neurologico - sostituendo alle spiegazioni goliardiche di Freud le tanto inequivocabili quanto fredde scansioni cerebrali. In pratica, sciogliere lentamente in bocca un cioccolatino fondente stimolerebbe, più o meno, le stesse aree cerebrali attivate da ben altri scioglimenti … E in alcune situazioni, anziché compensarsi, le due dimensioni potrebbero sovrapporsi in una compromettente orgia di sinapsi.
Meglio non pensarci per non ceder a facili scusanti, specialmente quando si assapora una libidinosa mise en bouche durante una degustazione professionale o una cena di lavoro, perché dalla tovaglia alle lenzuola il passo rischia d’essere assai breve. 
Tutta colpa del principio del piacere, come insegna il grande Chef Sigmund Freud … 

martedì 14 gennaio 2014

Il difetto


Lui:"Devo ammetterlo, un difetto ce l'ho: 
io non so stare solo con me stesso!"
Io:"Ti capisco, 
fossi in te non ci riuscirei neanch'io!"
Non ho capito perchè se l'è presa con me, visto che vuole essere sempre compiaciuto ...


giovedì 9 gennaio 2014

I miei amanti



I libri sono come gli amanti.
Alcuni sono un colpo di fulmine, altri una lenta carezza, altri ancora divorano, consumano, nutrono e non ti abbandonano più. Certi invece s’insinuano mellifluamente sottopelle e poi altrettanto sottilmente scivolano via, lontano dal cuore lasciando un inconsapevole languore. E non tornano più.
Impossibile ovviamente ricordare tutti gli amanti letti durante la vita, più facile invece è tracciare delle linee temporali che idealmente definiscano delle fasi. Fasi di passione, di abbandono e di ricerca. Fasi più o meno colorate.
Per esempio…
Una delle mie prime fasi d’innamoramento della lettura è stata certamente quella freudiana e junghiana, tanto che mi ha indiscutibilmente ‘imprintato’ il pensiero oltre che lo spirito. E la immagino bianca, una fase candida e verginale come la tela di pittore su cui tutti i colori potevano e dovevano ancora essere dosati. Come in un sogno da interpretare.
Poi c’è stata la fase sartriana e camusiana insieme, sicuramente nera anche per via di un accavallamento nietschiano che ha contribuito non poco a incupire il panorama emotivo della mia confusa anima. Ero molto giovane allora, eppure ricordo perfettamente le giornata passate con quegli amanti inquieti e quasi fu fatale quell’innamoramento del buio. Ma mi salvai, come sempre dopo allora.
Successivamente venne la fase dostoevskijana e russa in generale, che vedrei viola. Viola perché anch’essa maledettamente inquieta, tormentata e sofferta, eppure alla fine sempre salvifica e talvolta persino ironica. Nel frattempo, ne sono certa, ho tradito i miei amanti sovietici con qualche germanico, perché viva è ancora in me  qualche traccia hessiana e boelliana che ha screziato il viola di indaco, più leggero ma sempre profondo.
Le fasi d’amore letterario, naturalmente, non sono state tutte lunghe e importanti allo stesso modo, dipendeva da come le circostanze esterne influivano sulle onde interiori, da lì l’innamoramento più o meno leggero, greve, passeggero o duraturo. Brevi sono state le fasi rosa che poco ricordo, più lunghe invece quelle blu, grigie e azzurre… Indimenticabile quella niniana e milleriana, senza dubbio scarlatta! Ricordo quando restavo sprofondata ore e ore, giornate dopo giornate in una voluttuosa nuvola di piacere insieme alla trasgressiva coppia che tuttora, ripensandoci, mi turba i sensi. Così come indimenticabili son, per altri versi, le fasi proustiane, ricorrenti, risbocciate nella mia vita a balzelli, profumate, ricamate, rosazzurre. E anche la fasi camilleriane e baricchiane, per non far torto alla seduzione mediterranea che, non so perché, immagino legate alle sfumature delle stagioni: estiva, quindi gialla la prima, autunnale, perciò marrone la seconda.
Ma c’è una fase, e il suo rispettivo scrittore, che rappresenta il mio amante più fedele, ideale, senza tempo. E’ quella simenoniana che mi accompagna da moltissimo ormai, coi suoi toni confetto, velati e sensuali come le copertine dei libri sfornati ogni anno a decine, ancora oggi. L’ultimo è di ieri, l’ultimo mio amante simenoniano, e s’intitola L’Angioletto. Un libro che comincia coi profumi e finisce coi colori, casto e provocante al tempo stesso come un’adolescente inconsapevolmente lasciva.
Vorrei rileggerlo tanto è stato bello. Ma, ahimè, i libri sono come gli amanti. Quando ritornano, se ritornano, non sembran più gli stessi. 

lunedì 20 maggio 2013

mercoledì 10 aprile 2013

La cucina del Dottor Freud



Credevo di aver letto ormai tutto di Sigmund Freud. E invece no!
Ecco che per caso, sfogliando un libro recente di psicoanalisi, m’imbatto nella citazione di un titolo che manda letteralmente in subbuglio le mie papille mentali: “La cucina del Dottor Freud”. Una vecchia edizione di Raffaello Cortina, esattamente del 1985, che ancora riporta in quarta di copertina il prezzo in Lire, fantastico! Lo devo avere … lo ordino … è mio!
E’ stato merito di James Hillman il ritrovamento di questo golosissimo malloppo freudiano - titolo originario “Freud’s own Cookbook” - completamente dedicato a ricette di cucina raccolte a tema e piluccate qua e là durante i viaggi, gli inviti ma anche le sedute analitiche del Dottore che, evidentemente, oltre ai sogni annotava i menù dei suoi pazienti. Ricette raccontate con dovizia di dettagli e soprattutto introdotte e chiosate da aneddoti divertenti, spesso pungenti o piccanti, nello stile impeccabile dello “scrittore” Freud.
E’ inevitabile, infatti, in queste pagine l’intreccio tra il piacere del sesso e il piacere del cibo – di cui la bocca è la sublime sintesi - raccontato con un’ironia e un’autoironia talmente raffinate da trasformare il vecchio e severo padre della Psicoanalisi in un amabile e intrigante intrattenitore, con cui magari sperimentare in intimità qualche seducente ricetta!
Del resto, questo era lo scopo di Freud quando in tarda età scrisse questo manoscritto, il quale “ … vuole essere un contributo al principio del piacere nella vita quotidiana. Sembra già quasi un secolo da quando la psicopatologia venne esplorata e analizzata. E adesso basta! Alla mia età chi vuole ancora sentir parlare di seccature? Di problemi ne ho avuti fin troppi. Pensare invece a un buon piatto, al menù di domani, alla possibilità di appagare ancora un desiderio, questa è la fonte e la soddisfazione di una lunga vita ben vissuta.”

… To be continued …

venerdì 16 novembre 2012

L'età dell'inconscio



Ci sono libri che divertono, libri che commuovono, libri che insegnano e libri che annoiano. 
Poi ci sono libri che toccano!
“L’età dell’inconscio, arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai giorni nostri” di Eric Kandel è un libro che tocca i pensieri e le emozioni più taciute. 
Dopo averlo letto, diventa impossibile godere di un’opera d’arte senza rievocare nella mente queste pagine per sorprendersi, ogni volta come fosse la prima, dei meccanismi inconsci che ci animano al cospetto di un quadro o di un romanzo. Artista e fruitore dialogano nella stessa dimensione immaginifica che, grazie a Kandel, diventa tangibile, reale, quotidiana.
Anche Freud sarebbe deliziato da queste seicento pagine di poetica scienza.

martedì 4 settembre 2012

Un metodo molto pericoloso



Molti di voi hanno probabilmente visto al cinema “A Dangerous method”, l’ultimo capolavoro di David Cronenberg. Forse, però, pochi hanno letto il libro di John Kerr, “Un metodo molto pericoloso”, cui il regista canadese s’è ispirato per la sua sceneggiatura.
La storia si basa su fatti realmente accaduti agli inizi del secolo scorso e ruota attorno a tre personaggi coinvolti in un denso intreccio intellettuale e umano: Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, Carl Gustav Jung, suo intimo collaboratore, e Sabina Spielrein, giovane ebrea russa, paziente di Jung e poi allieva di Freud. Fu lo psicanalista Aldo Carotenuto a rendere pubblico per la prima volta il carteggio privato tra i tre, rinvenuto in uno scantinato ginevrino negli anni Settanta. Il manoscritto fu pubblicato nel 1980 come il “Diario di una segreta simmetria” e, forse, allora nessuno immaginava che quel prezioso documento sarebbe un giorno diventato un film di successo. Anzi, due, perché una prima sceneggiatura fu proposta nel 2002, da Roberto Faenza, con il film Prendimi l’anima, destinato tuttavia a non destare lo stesso clamore di quella di Cronenberg.
La storia, dunque, è nota. Tuttavia, là dove il film spegne i riflettori accendendo il piacere delle emozioni, il libro prosegue alimentando la voglia di sapere di più.

Il film.
La grida di rabbia di Sabina Spielrein (interpretata da Keira Knightley) irrompono nella sala buia alla prima inquadratura. La giovane donna, vestita di verginale bianco, viene strascinata a forza fuori dalla carrozza fin dentro l’ospedale Burghölzli di Zurigo, per essere curata dalla sua grave forma di isteria psicotica. E’ il 17 agosto 1904 e la ragazza è affidata al dottor Jung (Michael Fassbender), appena trentenne, da poco sposato con la ricca ma insipida Emma Rauschenbach, in attesa della loro prima figlia. Jung appare verosimilmente intelligente e ambizioso, tuttavia ancora acerbo e impreparato ad affrontare sia una malattia psichica di cui ancora poco si sa, sia una paziente così coinvolgente. L’analisi comincia nel rigore del setting: Jung siede su una sedia alle spalle della ragazza, accompagnando la fuga associativa dei suoi pensieri. Affiorano ricordi di un padre-padrone e di un’infanzia disturbata da una sessualità confusa, ricordi tanto torbidi e sporchi da stravolgere la gentile bellezza della donna in grottesche smorfie di dolore. Tuttavia, presto i confini del setting si sgretolano sotto la pressione di una partecipation mistyque che attiverà in entrambe nuclei affettivi pericolosi e inesplorati. E’ l’inizio del delirio. Quei due intensi mesi d’analisi avviano da un lato la donna verso una lunga e sofferta abreazione che, nonostante tutto, la condurrà alla guarigione e al riscatto di sé; dall’altro precipitano Jung in una tormentata malattia interiore, agitata dal crescente coinvolgimento analitico-amoroso con questa paziente dall’irresistibile carica psichica. Jung si sentirà talmente disarmato da chiedere aiuto a Freud (Viggo Mortensen), più anziano ed esperto: è questo il primo caso noto di supervisione in analisi. Acuto e impeccabile, Freud contribuirà a districare la matassa relazionale non senza traumi, avviando la storia di tutti e tre verso un epilogo conflittuale ma inevitabile e, al contempo, indirizzando la storia della Psicoanalisi verso l’evoluzione storicamente nota.
A spingere verso il baratro il giovane Jung contribuisce Otto Gross (interpretato da un intrigante Vincent Cassel), eccentrico medico e figlio di un noto criminologo. In quei mesi Otto viene affidato a Jung perché argini i suoi comportamenti trasgressivi in un’epoca impregnata di perbenismo e moralismo: è un altro caso di lotta contro il padre, come la Spielrein, in più è un erotomane, cocainomane, assertore del diritto alla poligamia e del suicidio. Quanto basta perché Otto e Jung vadano subito d’accordo. Sono due gemelli psichici, risucchiati nel vortice di una reciproca analisi, da cui Otto uscirà sconfitto, bruciando precocemente la sua romanzesca vita al fuoco dei suoi stessi archetipi, mentre Jung, corrotto dai suoi mefistofelici consigli, si fermerà a quell’oasi sospirata. Busserà, cioè, all’ipnotica porta di Sabina, cedendo definitivamente al suo abbraccio, tanto casto quanto mortifero. A volte devi fare qualcosa d’imperdonabile per continuare a vivere ed è ciò che sta per fare Jung.
Il film non è, dunque, solo la storia di tre personaggi. E non è nemmeno la storia d’amore tra Jung e Sabina, perché un’altra relazione profonda si pone in primo piano: quella tra Jung e Freud. L’anima di tutta vicenda trascende i singoli attori, perché, la vera protagonista è la Psicoanalisi: è la storia del pensiero di Jung, di quello di Freud e delle patologie con cui essi vengono giornalmente in contatto attraverso i loro pazienti. Perché è indubbio che il pensiero di ognuno è sempre debitore di coloro con cui si entra in risonanza. Il film lo racconta bene, in maniera molto suggestiva e coinvolgente, focalizzando la psicoanalisi non solo attraverso le sue teorie ma soprattutto puntando sul suo metodo, centrato sulla parola e sull’ascolto. Tutto ruota, dunque, attorno a quell’alchemica coinfettazione tra terapeuta e paziente da cui entrambe escono inevitabilmente modificati.
Il film riesce a dialogare a più livelli, catturando anche lo spettatore a digiuno di psicoanalisi e non a conoscenza della storia, come ho potuto constatare poi. Il susseguirsi delle scene è cadenzato con un ritmo perfetto, soppesato come il respiro di un atleta, preciso come il ticchettio di un orologio, grazie alla raffinatezza dei dettagli, alle ambientazioni realistiche e alla fedeltà dei dialoghi. Si assapora l’aroma di sigari e pipe, sfoggiati da mani inguantate e allusivi d’altre viziose dipendenze; si respira la brezza marina durante il viaggio di Freud e Jung verso l’America mentre i due duellano con pungenti battute; e si palpa il misterioso cigolio della libreria di Freud, anticipato da quel significativo calore nel diaframma di Jung durante uno dei loro colloqui. Che sia un puro caso o sincronicità non vien detto ma è deliziosamente lasciato alla sensibilità di ogni spettatore. Mai una sbavatura, dunque, mai una forzatura. Nemmeno durante le scene d’intimità tra una Sabina masochisticamente profferta alle sculacciate di Jung, che è sì amorevole complice ma solo parzialmente partecipe. La narrazione è così velata da convincere che il taciuto sia monumentale rispetto all’esplicito, come nell’attimo in cui s’allude alla perduta verginità di lei tra le braccia di lui, dettaglio clamorosamente sfuggito all’attenzione di un fanciullesco Jung.
Le allusioni erotiche e i sottintesi concettuali riempiono lo schermo fino all’ultimo e la partecipazione è tale che si approda con rammarico alla fine. Si arriva insieme a Jung – più malato dell’anziano Freud – con lo sguardo rovesciato su un lago apparentemente calmo. Un lago che diventa specchio della sua anima, su cui incombe l’angoscia di un sogno premonitore di sangue e sciagure. Il suo delirio è forse il prezzo necessario alla rinascita, perché solo il medico ferito può guarire. Accanto a Jung, la vita sboccia in grembo a una Sabina forte della sua conquistata femminilità, a sua volta rinata e sposata con un medico che presto la lascerà per sempre, a conferma che la crescita è un susseguirsi di vita e morte, di fusione e separazione. L’immagine del figlio che porta con sé dona un brivido d’illusorio sollievo del tutto fugace, perché il destino di Sabina, pur premiato dal successo come psichiatra, sarà troncato dalla falce nazista cui lei stessa si consegnerà ingenuamente insieme alle figlie.
All’orizzonte, poco prima che sullo schermo scorrano i titoli di coda, compare lo spettro della prima guerra mondiale e l’imminente separazione delle strade dei due grandi psicoanalisti.
Il resto è silenzio.


Il Libro.
John Kerr, l’autore di questo bel libro edito in Italia da Frassinelli, si è formato come psicologo clinico alla New York University. Con quest’ultimo saggio, ha voluto ripercorrere la nascita della psicoanalisi, interpretandola come la profonda interazione tra le idee del suo padre simbolico e quelle dell’allievo dissidente. In questa lettura storica, Sabina Splielrein diventa il ‘giro di vite’ nel percorso evolutivo di Jung, in parte responsabile del suo distacco da Freud. La separazione tra i due uomini rappresenta per entrambi la fine di un’avventura umana e intellettuale che nessuno dei due riuscirà mai a colmare. Insieme, Freud e Jung, hanno aperto un immenso orizzonte su un nuovo modo di affrontare il paziente: attraverso l’ascolto, la parola, dove persino il silenzio diventa una modalità di dialogo e di reciproca comprensione. La vera tragedia è, invece, quella di non essere riusciti a fare del metodo psicoanalitico uno strumento scientifico. Questo dramma è ben riassunto nel libro di Kerr che comincia molto prima della trama del film e, dove questo finisce, apre una seconda sceneggiatura, centrata sul delirio e sui sogni di Jung, ferito ma fermo nella volontà di ritrovare se stesso.
L’epilogo del rapporto tra i due psicoanalisti è simbolicamente segnato da una data precisa: il 7 settembre 1913, quando si apre il IV Congresso Psicoanalitico Internazionale. All’Hotel Beyerischer Hof di Monaco si riuniscono ottantasette illustri medici, tra cui naturalmente Freud e Jung, quale Presidente del convegno. Lo scisma tra i due geni è aspro e ormai insanabile. Sabina Spielrein non è presente. La sua gravidanza, del resto, non avrebbe giovato ai due uomini, poiché avrebbe evocato dolorosamente le origini del loro divorzio. Una notte, per autodifesa psichica, Sabina sogna persino di uccidere Jung, nell’inconscio tentativo di liberarsi dal bambino spirituale ancora conflittualmente vivo in lei: Sigfrido, l’eroe martire, il bambino senza padre, ovvero l’amato Jung. Poche settimane dopo, Sabina partorirà Renate, una femmina, una bambina forte e sana, battezzata simbolicamente con il nome della rinascita, ad allontanare definitivamente lo spettro della morte.
Tutto ciò è devastante per Jung: la rottura con Freud, la vendetta di Sabina, l’incerto futuro della psicoanalisi. Tuttavia, la cruda realtà sembra impallidire di fronte alle turbe interiori che lo devastano. Jung è alle prese, da tempo ormai, con i suoi crescenti deliri. Non ha scampo, sente di dover affrontare le sue fantasie e risolverle, per poter rinascere. E’ nell’ottobre dello stesso anno, durante un viaggio in treno, che ha per la prima volta una terrificante allucinazione. Jung vede chiaramente l’intera Europa sommersa dalle acque. Un’alluvione catastrofica sommerge ogni nazione, ogni città, solo la Svizzera resta salva: “ … vedo i flutti giallastri, le fluttuanti macerie delle opere della civiltà, gli innumerevoli morti, e infine il mare divenuto sangue ...”. Qualche settimana dopo, l’allucinazione si ripresenta ancor più lacerante. E al drammatico scenario di sangue s’aggiunge una voce mortifera che sprofonda Jung in un più grave tormento: “Guarda bene, è tutto vero, sarà proprio così, non c’è motivo di dubitarne.”
Stravolto dalla crescente inquietudine, il 27 ottobre del 1913, Jung scrive a Freud una lettera di dimissioni, rinunciando categoricamente all’incarico di curatore del Jahrbuch, la rivista psicoanalitica che, da quel momento in poi, si sarebbe ribattezzata Jahrbuch der Psychoanalyse. Jung si ritira da tutto, definitivamente, per dedicarsi a se stesso, alle sue paure e ai suoi fantasmi, confinandosi nella solitudine più completa. Non è mai stato nella sua indole chiedere aiuto e probabilmente non ci sarebbe stato nemmeno qualcuno in grado di aiutarlo in questa sua eroica impresa.
Per un lungo periodo, Jung s’abbandona in preda alle allucinazioni, sfruttando la sua solitudine per fare esperimenti con sogni e fantasie e smantellare con coraggio le incalzanti accuse della sua coscienza. Jung sprofonda talmente negli abissi di sé, da ritrovarsi spesso come atterrato sulla luna, o su una terra di morti, in cui immagini simboliche sembrano risucchiarlo in una dimensione mistico-religiosa molto più vicina alla morte che alla rinascita.
Una mattina, si sveglia nel suo letto a Küsnacht in preda al panico. Nel cassetto del comodino giace il revolver di servizio, carico e pronto. Jung sente che se non fosse riuscito a decifrare le sue visioni, si sarebbe certamente sparato. Paradossalmente, abbandonarsi senza difese alle proprie allucinazioni diventa la sua arma vincente. Jung conia in questo travagliato periodo l‘espressione ‘immaginazione attiva’, riferendosi proprio a quest’arrendevole darsi alle fantasie: solo così facendo lo psicoanalista sembra poter conquistare il pieno controllo su di esse e uscirne vittorioso. Affrontandole, infatti, riesce a separarsi dai suoi fantasmi, ridotti a ‘personaggi’ confinati in una dimensione propria, temibili certo, ma sempre preferibili rispetto all’immedesimarsi in loro.
Il 20 aprile 1914, Jung si dimette anche dalla presidenza dell’Associazione Internazionale Psicoanalitica. Invierà una lettera a Freud informandolo della decisione, siglando la fine del foglio con il contrassegno + + +, il simbolo con cui per tradizione si allontanava simbolicamente il diavolo. Poche settimane dopo, sarebbe scoppiata la prima guerra mondiale … i flutti giallastri, le fluttuanti macerie delle opere della civiltà, gli innumerevoli morti e il mare di sangue sarebbero divenuti realtà. Freud e Jung, i due geni sofferenti, esploratori di demoni e sogni, si separeranno per sempre, dunque, dopo il primo incontro avvenuto il 3 marzo 1907 che li serrò in un colloquio durato tredici ore. Si divideranno in un amaro silenzio, dopo aver condiviso un intenso cammino: Freud, con la sua razionalità e il suo pansessualismo, e Jung, con la sua esigenza mistica di esplorare l’invisibile, resteranno tuttavia i protagonisti di uno dei più affascinanti e fecondi movimenti culturali di tutti i tempi.
Una delle ultime immagini contenute nel libro è quella di un dottor Jung sempre più solitario, ritiratosi nella sua casa rurale di Bollingen, alla fine della sanguinosa guerra. Nella casa che ha costruito da sé, Jung passerà il tempo strappato al lavoro di analista dedicandosi al suo hobby preferito: l’intaglio della pietra. E, paradossalmente, resta proprio scolpita nella pietra la testimonianza di una delle ossessioni che lo accompagnerà fino alla vecchiaia. Tra i suoi ultimi lavori, infatti, vi è un trittico in sasso il cui soggetto è l’Anima. La prima tavola del trittico, mostra un orso curvo che spinge con il naso una pallina. Sotto, reca la scritta “E’ la Russia che manda avanti le cose.” Quest’immagine sembra voler evocare l’amara, eppur preziosa, eredità lasciatagli dalla giovane Sabina, scolpita per sempre nella tormentata coscienza di Jung.
Qui finisce anche il libro, purtroppo. Ma non la Psicoanalisi che tuttora vive e che, senza il rigore di Sigmund Freud, le intuizioni di Carl Gustav Jung e la sensibilità di Sabina Spielrein, non sarebbe certamente diventata ciò che oggi è.

Io.
Il film mi è piaciuto moltissimo. Visto senza aver letto prima la storia, può essere vissuto come un appassionante sogno, sganciato dalla realtà e dall’identità dei personaggi. Mentre vedere il film dopo avere letto il libro, consente di mescolare quel sogno alla realtà, arricchendola di dettagli inespressi e retroscena taciuti. Proprio quello che è successo a me. E se ciò che separa la realtà dalla fantasia è la ragione, mentre ciò che le unisce è il sogno, io quella sera al cinema, ho sognato una storia vera!