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giovedì 19 settembre 2013

Il cammino del fare anima




JAMES HILLMAN
Il cammino del fare anima e dell’ecologia profonda

di SELENE CALLONI WILLIAMS

Ogni libro possiede un’anima. Ma non tutti i libri parlano all’anima.
“James Hillman – Il cammino del fare anima e dell’ecologia profonda” di Selene Calloni Wiliams ha entrambe le qualità perché invita il lettore a entrare in contatto con il proprio mondo interiore e a porsi domande, guidato dalla voce narrante dell’autrice. Più che un libro si tratta di un diario, un dialogo che l’autrice intrattiene con Eva, bambina immaginaria e contemporaneamente donna del futuro. Leggendo queste pagine si ha la sensazione di correre insieme all’autrice lungo il fiume che attraversa Edimburgo e di specchiarsi insieme a lei nel volto del suo maestro, James Hillman. Volto che appare scolpito nel ghiaccio e che non svanisce al sole perché la sua anima trascende il tempo e lo spazio in un gioco di rimandi.
La corsa lungo il fiume è per Selene Calloni Williams il pretesto d’accompagnare il lettore verso la meditazione, gli insegnamenti del suo maestro e le immagini assorbite in Oriente, tra oracoli, lama, yogin e sciamani.
Ne risulta un viaggio caleidoscopico, interiore ed esteriore: dalle voragini della psiche a lande remote dove le visioni dei mistici orientali si fondono con il metodo immaginale di Hillman, rinforzandolo. Si tratta di un prezioso esercizio di ecologia profonda: imparare a chiudere gli occhi esteriori, quelli rivolti all’apparenza, e aprire quelli interiori, rivolti all’essenza, è l’unico modo per fare anima. “Tutto dipende da quello in cui abbiamo fiducia. A volte penso che non vi sia che una sola grande malattia nel nostro mondo: il non credere all’anima.”
Il libro è corredato da un suggestivo DVD: sciamani e mistici, dall’Argentina alla Birmania, dal Tibet alla Siberia, introducono in un mondo tutto da esplorare. Lasciarsi contagiare, in fondo, è un po’ come partire insieme a Selene Calloni Williams e il suo Daimon.

mercoledì 10 aprile 2013

La cucina del Dottor Freud



Credevo di aver letto ormai tutto di Sigmund Freud. E invece no!
Ecco che per caso, sfogliando un libro recente di psicoanalisi, m’imbatto nella citazione di un titolo che manda letteralmente in subbuglio le mie papille mentali: “La cucina del Dottor Freud”. Una vecchia edizione di Raffaello Cortina, esattamente del 1985, che ancora riporta in quarta di copertina il prezzo in Lire, fantastico! Lo devo avere … lo ordino … è mio!
E’ stato merito di James Hillman il ritrovamento di questo golosissimo malloppo freudiano - titolo originario “Freud’s own Cookbook” - completamente dedicato a ricette di cucina raccolte a tema e piluccate qua e là durante i viaggi, gli inviti ma anche le sedute analitiche del Dottore che, evidentemente, oltre ai sogni annotava i menù dei suoi pazienti. Ricette raccontate con dovizia di dettagli e soprattutto introdotte e chiosate da aneddoti divertenti, spesso pungenti o piccanti, nello stile impeccabile dello “scrittore” Freud.
E’ inevitabile, infatti, in queste pagine l’intreccio tra il piacere del sesso e il piacere del cibo – di cui la bocca è la sublime sintesi - raccontato con un’ironia e un’autoironia talmente raffinate da trasformare il vecchio e severo padre della Psicoanalisi in un amabile e intrigante intrattenitore, con cui magari sperimentare in intimità qualche seducente ricetta!
Del resto, questo era lo scopo di Freud quando in tarda età scrisse questo manoscritto, il quale “ … vuole essere un contributo al principio del piacere nella vita quotidiana. Sembra già quasi un secolo da quando la psicopatologia venne esplorata e analizzata. E adesso basta! Alla mia età chi vuole ancora sentir parlare di seccature? Di problemi ne ho avuti fin troppi. Pensare invece a un buon piatto, al menù di domani, alla possibilità di appagare ancora un desiderio, questa è la fonte e la soddisfazione di una lunga vita ben vissuta.”

… To be continued …

giovedì 24 gennaio 2013

Fantasmi all'opera



L’imperiosa realtà dell’illusione
In un tempo in cui tutti sentiamo l’urgenza di condividere tutto - notizie, pensieri, emozioni - fa bene ogni tanto andare controcorrente. Fa bene ritirarsi nel chiacchierio soffuso dell’anima e prendere confidenza con i protagonisti che vi abitano, lontano dal frastuono della superficialità: lì incontriamo i nostri fantasmi interiori, quelli che spesso ci perseguitano e che si manifestano attraverso il sogno, il ricordo, la fantasia, l’immaginazione.
Quest’incontro con se stessi può avvenire anche leggendo un libro. Non uno qualunque ma uno di quelli che fanno vibrare le corde più intime della nostra psiche. Carla Stroppa, psicoanalista junghiana e autrice di numerosi saggi, ci dà quest’opportunità. Nel suo recente libro “Fantasmi all’opera”, di Moretti & Vitali, ci invita ad esplorare quei panorami nascosti, tanto vivaci e contraddittori quanto misconosciuti e sottovalutati, che emergono nella quotidianità a dispetto della nostra consapevolezza.
Chi ha già confidenza con l’afflato lucidamente poetico della scrittrice sa di potersi abbandonare con fiducia a questo viaggio introspettivo, perché se intrattenersi con i fantasmi del nostro sottofondo psichico può essere destabilizzante, d’altro canto aiuta a renderli amici, complici di un’emersione creativa fatta di luce e colori.
In tutti noi albergano quest’inquietanti personaggi che vengono da un passato spesso tormentato: “Li guardiamo, li tocchiamo, li accogliamo con curiosità e persino affetto … alcuni sono intrinsecamente furbi, dotti, altri sono goffi e tremebondi, altri ancora sono così sofferenti e disperati che arrancano qua e là alla cieca; in ogni caso stanno cercando tutti la patria da cui sono stati esiliati.”
L’analisi - abbeverandosi anche al pozzo della letteratura, della fiaba, del gioco, della poesia e dell’arte - aiuta a smascherare questi fantasmi trasformandoli da demoni a déi, attraverso un’emancipazione creativa ed estetica. Comprendere che la psiche umana si nutre d’illusione tanto quanto di realtà significa fare pace con se stessi e realizzarsi fino a diventare quello che effettivamente si è vocati ad essere. Perché dai i propri disordini emotivi può sbocciare quella creatività, tanto inattesa quanto salvifica, che ci riscatta dalle nostre paure e dall’incapacità di superarle.
Certo, il cammino della propria individuazione non è né semplice né breve. Tuttavia, accade che in certi momenti della vita ci si senta talmente alla deriva, che questo cammino diventa inevitabile. Sbattuti a ridosso di un bivio oltre il quale la strada si biforca, il senso della propria identità e la prospettiva del futuro si confondono e l’Io rischia d’esser traghettato verso il buio, anziché verso la luce. In questa liminalità psichica è tutt’altro che facile decidere quale ramo scegliere. Spesso sono forze sotterranee a spingere l’agire cosciente, per questo è bene sapere riconoscere i fantasmi all’opera dentro di noi che giocano a confonderci e a ingannarci. A volte, si ha la sensazione che ad ogni piccolo passo in avanti si produca un temibile contraccolpo. Un contraccolpo che origina dal dubbio di sbagliare e che crea uno straniante senso di colpa difficile da elaborare, perché in quel senso di colpa così vivo, così graffiante si mescolano cose vere e cose false, illusione e realtà. Tuttavia, arrivati a un certo punto, il cammino è ineluttabile. E non è neppure scontato che si possa riprendere la via del ritorno, perché niente resta uguale a prima dopo aver osato avventurarsi tanto oltre e, come dice Jung, si rischia di diventare solo “ombre per il mondo di sopra.”
Eppure, da questo mondo di sotto si può riemergere forti di una nuova autenticità.
Carla Stroppa lo racconta con un pathos disarmante e coinvolgente, anche attraverso le storie di alcune pazienti rinate una seconda volta, nella cui anima ci si può velatamente rispecchiare. Pazienti rinate grazie all’analisi e alla presa di coscienza che l’Illusione, con i suoi molteplici fantasmi, è una parte irrinunciabile della psiche. Così come lo è di quella straordinaria avventura senza certezze che è la vita, la nostra vera irrinunciabile opera d’arte.

martedì 27 novembre 2012

James Hillman, verso il sapere dell'anima



“L’anima è vulnerabile e soffre; è passiva e ricorda. L’anima è immaginazione e un cavernoso deposito di tesori, confusione e ricchezza insieme. Però la vita, il destino, la morte non possono diventare consci; così con l’anima viene costellata una consapevolezza del nostro fondamentale essere inconsci.”
Sono solo alcune delle riflessioni di James Hillman concertate nel libro di Moretti & Vitali, a cura di Francesco Donfrancesco, dal titolo “James Hillman, verso il sapere dell’anima”. I saggi contenuti in questo volume rendono omaggio all’opera di uno dei più pregnanti pensatori del nostro tempo. Le voci degli autori convergono come una luce riflessa attraverso un prisma interpretativo che ricompone le infinite sfumature di questo psicologo americano innamorato della cultura europea e italiana. Anche grazie anche alle molte fotografie che ritraggono l’analista nella sua quotidianità, sfogliare le pagine di questo libro è un po’ come seguire i passi dell’Hillman uomo, semplice e sorridente, per le strade di Bologna, Firenze, Porto Ercole e Vignanello. Ne emerge un personaggio che tutti avremmo voluto conoscere per l’istintiva simpatia che suscita. Ma anche per la sua straordinaria levatura intellettuale, coinvolgente e contagiosa: pragmatico e filosofico, eretico e rivoluzionario, il più fedele erede di Jung è anche il suo più audace traditore poiché si sa che ogni allievo all’altezza del maestro riesce sempre a sorprenderlo. Tuttavia Hillman si sgancia dal pensiero junghiano abbracciandolo e non disdegnandolo. Decolla verso orizzonti audaci e ambiziosi, recuperando le preziose gemme di quella tradizione filosofica che sboccia in Plotino, Eraclito e Vico per atterrare in un presente in cui l’anima sembra essere sempre più mortificata dalla cultura della fretta e del materialismo.
Riconducendo il pensiero junghiano all’umanesimo italiano, Hillman rivaluta il sodalizio tra bellezza e giustizia, poiché la bellezza agisce come una voce che chiama a cose migliori, che spinge il cuore ad amare, la mente a immaginare. Eppure, la moralità senza bellezza immiserisce il cuore e la mente. Hillman punta il dito contro la perdita della facoltà originaria dell’uomo, la facoltà poetica e immaginativa, e coglie la causa dell’imbarbarimento della società moderna proprio nella diffusa incapacità di entrare in contatto con l’anima mundi sottesa a ogni essere vivente.
Fare anima è il concetto folgorante, davvero rivoluzionario, di Hillman: significa rovesciare il verso del proprio processo di crescita, pensare che anziché ascendere si debba discendere per conoscere le risposte ai propri interrogativi. Il cammino della comprensione è un progressivo oscuramento, un bagno nell’incertezza, volto alla ricerca di una verità obliqua e trasparente, mai rettilinea e cristallina. E’ un invito a riscoprirsi bambini per tornare a vedere gli angeli, quegli angeli che non sono fantasmi o miraggi ma le eloquenti manifeste sfaccettature di quell’anima mundi che dobbiamo assolutamente recuperare per non inaridire del tutto. Da qui l’esigenza di incoraggiare una psicologia politeista - perché l’anima è per sua natura politeista – per favorire la differenziazione e l’elaborazione di sè, non più l’individualizzazione di un illusorio unico Sè.
James Hillman, con profonda levità e pensosa ironia, ha teso un ponte intellettuale non solo teoretico ma soprattutto pratico tra passato e futuro, tessendo gli scenari culturali necessari per una psicologia più adatta all’uomo moderno. Queste pagine rappresentano la minuziosa testimonianza di quanto sia attuale e dinamico il suo spirito, anzi la sua anima. Anima che, attraverso la voce di chi ha avuto la fortuna di conoscere Hillman di persona, giunge viva e brillante anche a noi lettori, coinvolti in quello stesso sentimento di ammirazione e riconoscenza che trapela dai contributi degli autori.
Questo libro non rappresenta, dunque, solo un elegante omaggio James Hillman. E’ piuttosto è uno strumento concreto che contribuisce a trasformare l’incolmabile vuoto lasciato da un grande uomo in un terreno fertile da coltivare, in virtù di un raccolto intellettuale sempre più fruttuoso e contagioso. 

lunedì 3 settembre 2012

Il carovaniere dell'anima




Immaginiamo l’Umanità come una grande carovana.
Una carovana fatta di tante rissose colonne che procedono zigzagando verso un destino comune e misterioso. In quest’immaginaria processione verso l’ignoto, vi sono figure ricorrenti, come gli esploratori, i capi carovana, i consiglieri, i giullari, i tesorieri e via dicendo, fino ai miliardi di carovanieri che nascono, vivono e muoiono misconosciuti, chiedendosi fino all’ultimo: ‘ma io che ci faccio qui in mezzo?’. I carovanieri esploratori sono gli uomini di cultura, gli scienziati, gli intellettuali, i filosofi che procedono in avanscoperta per scrutare l’orizzonte e indicare agli altri la strada migliore da percorrere. Molti di loro non tornano più, o si ritirano in disparte, convinti dell’inutilità di indicare alcunché alle colonne indisciplinate di individui egoisti e ciechi. Altri, invece, tornano a mostrare strade ovvie e facili ma prive di una méta veramente significativa. Altri ancora, infine, fanno ritorno per suggerire le strade più impervie e difficili da percorrere che, però, possono condurre all’intuizione di quel destino misterioso verso cui si procede con affanno tutti insieme.
Ebbene, se penso a questa immaginaria carovana, uno degli esploratori più instancabili e interessanti è stato, a mio parere, James Hillman, analista d’ispirazione junghiana e toccante portavoce della psicologia del profondo. Infatti, nonostante la sua scomparsa, avvenuta un mese fa nel Connecticut all’età di 85 anni, egli ha lasciato, a noi umili carovanieri, un’immensa e preziosa opera letteraria. I suoi libri e le sue parole trascendono la sua missione di uomo e analista, continuando a dare un sostegno importante a quella parte di carovana particolarmente inquieta e affamata di capire il senso di quest’ineluttabile procedere.
“Invecchiando rivelo il mio carattere, non la mia morte”, aveva scritto tra le sue pagine. Sempre più lontano dal rigore della clinica ortodossa e sempre più terapeuta del Mondo, Hillman scuote le coscienze con la semplicità delle parole, dello sguardo e del sorriso e la sua eredità è tesoro sia per gli analisti, sia per i pazienti. “Occorre aprire una finestra nella stanza d’analisi. Io non sono, se non in un campo psichico con gli altri, con la gente, gli edifici, gli animali, le piante.” Con la sua sensibilità, Hillman restituisce all’Anima la sua centralità, in un tempo in cui sembra essere perduta, soffocata dal frastuono della superficialità. “L’Anima – intesa come simbolo, come Psiche, come Interiorità – in realtà, non è mai morta, è sempre stata a portata di mano.” Semplicemente, spesso non la ‘sentiamo’, non la notiamo, perché guardiamo nel posto sbagliato, altrove, presi dalla fretta e dall’indifferenza. Il difetto sta nella nostra vista, nelle lenti inappropriate che ci siamo abituati a indossare e che ci illudono di vedere lontano, nascondendo invece ciò che è vicino. E’ dentro noi stessi, nell’intimo silenzio del nostro cuore, che possiamo trovare l’Anima e solo prestando ascolto a questo silenzio attivo possiamo entrare in connessione con gli altri e con il senso più profondo della vita.
Non è facile entrare in contatto con se stessi. Per questo può essere utile un carovaniere esploratore, un interlocutore capace di cogliere i battiti più intimi del nostro Essere per aiutarci a sentirli. Nel momento in cui quest’incontro avviene, è come se un sipario si aprisse su un’orchestra e, improvvisamente, l’accozzaglia di rumori della carovana si trasformasse in un armonioso, intimo crescendo. Il contatto iniziale con l’inconscio è un’esperienza vitalizzante che dà le vertigini, è come se “una fonte da molto tempo ingorgata per incuria tornasse improvvisamente a scorrere.” E’ questo il senso viaggio: “la ricerca interiore che ci pone tutti ininterrottamente in terapia.” E’ un viaggio arduo, perché l’individuazione di sé richiede coraggio. Significa potare rami sterili, sfrondare erbacce, denudarsi completamente di sovrastrutture ingombranti e inutili fardelli per resuscitare le vere radici e poter finalmente gettare nuove gemme al sole. Non sempre questo viaggio è sostenibile in solitudine, per questo un buon carovaniere capace di ascoltare può essere prezioso. Perché “la conversazione come arte dipende in primo luogo dall’arte di ascoltare, accogliendo dentro di noi l’altro come fosse musica”, svuotandoci delle nostre note per far spazio a quelle altrui. Un simile incontro di Anime, un tale contagio psichico, può somigliare a una folie a deux che, tuttavia, conduce a trascendere l’individualità e ad avvicinarsi all’Anima del Mondo, attraverso la scoperta della nostra stessa Anima.
Tutti, probabilmente, possiamo trovare sul cammino un carovaniere esploratore come James Hillman, se sappiamo indossare le lenti giuste per guardare e prestare orecchie per ascoltare. Senz’altro, la méta della carovana resterà sempre inafferrabile ma, se non altro, l’affannoso zigzagare di ognuno potrebbe nel frattempo diventare un bel viaggiare insieme, verso un ineluttabile ma non più angoscioso mistero.