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domenica 21 agosto 2016

L'âme en peine


Malinconia.
Sentimento così irresistibile, insieme dolce e crudele, languido e inclemente.
A volte ci perseguita, altre lo si corteggia, in un gioco perverso di autodistruzione emotiva.
Basta un accenno, un profumo, un sapore, una musica casualmente ripescata nel disordine del passato per risvegliare un universo di emozioni magari con fatica seppellite.
Così, la sensazione di solitudine della bambina di ieri può tornare a far compagnia alla donna di oggi. Una vecchia canzone francese che parlava a un piccolo cuore inspiegabilmente triste riapre il sipario su un angolo semibuio di una casa di velluto.
… oui mais moi, je vais seule par les rues, l’âme en peine …
Un angolo senza tempo, fatto di silenzi, di lunghi, infiniti pomeriggi passati con l’unico vero amico, quello che sapeva capire anche il silenzio. Piccoli gesti. Uno stereo alla vecchia maniera, un disco in vinile, quelle note romantiche, qualche lacrima nascosta e tante, tante carezze.
Forse anche lui, nella sua istintiva natura canina, amava quella canzone francese e forse anche lui da qualche parte, adesso, rivive con la stessa malinconia degli umani quei lunghi, infiniti pomeriggi passati con la bambina. L’unica vera amica che sapeva capire anche il silenzio.


domenica 29 novembre 2015

Anche i cani ridono


C’era una volta una bambina che amava raccontare le favole al suo migliore amico.
Lei aveva circa quattro anni, proprio come il suo amico, un bel Setter inglese di nome Teddy.
Lui, occhi dolci da perdersi dentro, l’ascoltava sempre, serio e attento, come un vero cane da caccia concentrato sulla preda. E lei non si stancava mai di parlare, di raccontare, persino di domandare se quella storia gli fosse piaciuta oppure no, se la trovasse divertente oppure noiosa.
C’era una volta ma per davvero, perché questa non è una favola. E’ una storia vera.
Oggi quella bambina è donna ormai e non ha smesso di parlare con i suoi cani che negli anni si sono succeduti come le stagioni nella vita, sommando ricordi indelebili, calcificando emozioni che si sono via via impreziosite con la maturità.
Naturalmente, come per il primo amore, anche il primo cane non si scorda mai e resta in qualche modo unico, fonte di un imprinting emotivo speciale che in un certo senso sarà la misura per i successivi amori. Impossibile quantificare per davvero l’affetto per una creatura, sia umana sia animale, tutt’al più ripensandoci si avverte nel cuore una specie di vibrazione più forte, più intensa, legata spesso a un ricordo particolarmente significativo, un istante di gioia o di improvviso dolore.
Con Teddy i ricordi accumulati dalla bambina sono tantissimi e ancora vivi, nonostante il tempo passato. Lui e lei hanno vissuto insieme circa quattro anni, anni felici, fatti di estati calde trascorse in un giardino rigoglioso di fiori e di piante da frutto e di lunghi inverni bui dov’era bello coccolarsi insieme al caldo di una coperta di lana ai piedi delle scale. Era lì soprattutto che lei gli raccontava le favole.
Favole e poesie. Perché con l’inizio della prima elementare Teddy era diventato il maestro di ripetizione della bambina: ascoltava le lezioni di storia, di geografia ma soprattutto ascoltava le poesie che lei doveva imparare a memoria. Inutile dire che con tanto esercizio la bambina collezionava ottimi voti a scuola!
Per premio, o almeno lei immaginava fosse tale per Teddy, la bambina nei pomeriggi di sole invitava qualche compagna e metteva in scena un “teatrino” in giardino. L’attore era lui, Teddy, che docile e benevolo si prestava ad essere vestito e addobbato come un umano per lo stupore dei bambini. Poveretto! Non s’è mai ribellato, neanche quando era costretto a infilarsi magliette e calzoncini da cui la coda folta e rigida non sapeva proprio dove uscire. Forse il vero premio per lui erano le carezze e i biscotti che tutti gli offrivano finito il grottesco spettacolo, quando sbuffando se ne andava via per conto suo scrollando il pelo bianco e nero, nudo, finalmente libero di scodinzolare e di andare a riposare sotto l’albero di albicocche.
La bambina era inconsapevolmente grata a Teddy per la sua generosa complicità e con gli anni questa gratitudine s’è trasformata in consapevole affetto, fino a cucire tra i due un legame di profonda amicizia, nient’affatto diverso da quello tra due esseri umani. Per lei Teddy aveva un altro clamoroso pregio, oltre alla pazienza, un pregio che in realtà per gli adulti rappresentava un difetto: lui, Setter inglese doc, a caccia era una schiappa. Ogni volta che il padre della bambina lo portava con sé nelle riserve a fiutare lepri e fagiani tornava col sacco vuoto e il fucile intatto. Scrollava la testa, evidentemente deluso da un cane che sapeva andare a caccia solo di farfalle, lamentandosi che era tutta colpa delle troppe carezze e dei vizi che riceveva, che non era più un cane ma un bambino. Era proprio vero! E lei ne era fiera, così quando lo vedeva rientrare dalla battuta tutto ansante col pelo zeppo di erbacce e di spighe di grano sulle orecchie, prima ringraziava il cielo che fosse tornato (perché aveva sempre l’angoscia che si potesse perdere in una riserva) e poi lo spazzolava con amore fino a fargli dimenticare la brutta esperienza di spari e di poveri animali braccati.
Un giorno, tornata da scuola, Teddy non era al cancello ad aspettarla come al solito. Lei aveva capito immediatamente che qualcosa di brutto era successo. Del resto erano giorni che aleggiava un’atmosfera strana in casa: i silenzi dei genitori dicono più delle parole. In quel periodo, infatti, Teddy aveva cominciato a soffrire di crisi epilettiche, convulsioni improvvise che lo lasciavano stremato per lunghi minuti. Non si sapeva perché, solo succedeva e quando capitava bisognava intervenire subito con uno zuccherino imbevuto di valium, più altre medicine a lei sconosciute. Capirlo era facile ma accettarlo no. Da quel momento le sue mattine a scuola sembravano lunghissime, pesanti, immobili, non vedeva l’ora di scappare a casa per vedere se Teddy stesse bene, e imparare poesie non le piaceva più. E’ stata una mattina di tardo ottobre che, tornando a casa con la solita ansia, il dubbio era diventato certezza. L’amarezza del vuoto, il peso del silenzio, l’impotenza dei genitori. Sopraffatta da un nodo in gola, la bambina non aveva nemmeno dovuto chiedere. Solo voleva sapere se c’era qualcuno vicino a lui in quel momento, se aveva avuto il suo ultimo zuccherino al valium, se aveva sofferto … Ma per paura di sapere se n’era stata zitta e con le lacrime agli occhi, chiusa in un dolore ingiusto ancora troppo grande da capire, stringeva col pensiero forte a sé il suo più caro amico: Teddy, il Setter inglese che non sapeva cacciare e che ancora oggi, lei ne è certa, sarà da qualche parte, libero di correre dietro alle farfalle. 

La promessa a se stessa di non desiderare mai più un cane in vita sua è durata meno di un anno. Ogni lutto, si sa, ha una sua evoluzione e l’elaborazione aiuta a crescere.
Ricky è capitato per caso. Un pomeriggio di piena estate, durante un’uscita in auto, un buffo cagnolino a metà tra un biondo Yorkshire e un bruno volpino s’era messo in testa di voler a tutti i costi salire in macchina con lei e la madre. Abbaiava proprio a lei, alla sua portiera, e con slancio d’istintivo soccorso verso chi implora aiuto, la bambina ha aperto la portiera, è scesa dall’auto e lo sconosciuto le è letteralmente saltato tra le braccia. “Ti prego, ti prego, si chiama Ricky e vuole assolutamente venire a casa con noi!” supplicava alla madre già rassegnata. E così Ricky, non si sa poi il perché di quell’improvvisato battesimo, se n’è andato con loro, godendo degli stravizi della bambina per qualche mese. Sembrava felice, lei anche, compatibilmente con il ricordo ancora caldo di Teddy. Eppure, nonostante le effusioni quotidiane e i giocosi scambi di tenerezze, tra i due non si è mai allacciato un dialogo emotivo completo. Forse perché non ce n’è stato il tempo: Ricky evidentemente era uno spirito libero, un avventuriero, un vagabondo e forse non per sua volontà. Probabilmente, era rimasto fedele a qualcun altro e la sua lealtà lo portava ogni volta via, lontano. Fatto sta che ripetutamente aveva tentato di scappare, magari alla ricerca della sua prima casa, della sua vera famiglia, chissà. Fino a quando non è più tornato. Questa volta la bambina, nonostante la delusione, non aveva pianto ma le era servita la lezione: un cane non si affeziona a chiunque, può mostrarsi obbediente e grato ma l’amore è qualcos’altro. E Ricky forse era andato via proprio con la speranza di ritrovarlo.

Sperando di rallegrare la bambina, ormai ragazzina a dire il vero, suo padre le regalò per un suo compleanno una cucciola di Breton. Era l’età della prima adolescenza, la più controversa, e una compagnia pelosa poteva essere senz’altro una valvola di sfogo per lei, solitaria e introversa per natura. Certo che quella cucciola - l’aveva battezzata Lady - era proprio buffa. Sembrava isterica, irrefrenabile, sempre di corsa, in perpetuo movimento come fosse stata caricata a molla. Dal pelo rossiccio e bianco sparavano due occhietti azzurrissimi, accesi come lampi di ghiaccio, e a studiarla bene la ragazzina ci mise poco a capire che le femmine sono molto più furbe dei maschi. Anche tra i cani! Lady era disobbediente, testarda, irriverente eppure divertente e affabile con lei: forse l’aggettivo giusto è “ruffiana”. Inutile dire che il padre aveva scelto proprio un Breton perché in cuor suo sperava di allevare un alleato di caccia questa volta. In realtà il fallimento è stato ancora più clamoroso: Lady sembrava non avere “tartufo” che per torte e biscotti, nessun istinto di predatore, sempre distratta e indifferente al richiamo. Ma come si faceva a non volerle bene quando, dopo mille rimproveri, veniva vicino col muso basso e si sottometteva con le zampe in aria, mendicante perdono. Aveva una pancia rosa e tenera come quella di un maialino da latte, dello stesso colore del tartufo ma più delicata.
La sua vera natura si manifestò quando, un paio d’anni dopo, le fu presentato un bel Breton maschio e fu amore a prima vista. La ragazzina era cresciuta abbastanza ormai e aveva imparato a rispettare la volontà degli altri, anche (e soprattutto) quella degli animali. Lady aveva preferito trasferirsi nella famiglia del suo nuovo compagno, una famiglia di bravi allevatori, dove negli anni a venire avrebbe dato alla luce diverse cucciolate, tutte promettenti a caccia. Nel frattempo il padre della bambina aveva deciso di appendere il fucile al chiodo o, per lo meno, di dedicarsi solo al tiro al piattello, e in quello era un vero campione. Da quel momento, niente più caccia, né cani frustrati, né bambine straziate.
Semplicemente io e i cani che avrebbero accompagnato il resto della mia vita.

Né Ricky né Lady hanno lasciato un’impronta tanto profonda come Teddy nel mio cuore. E devo dire che altri tentativi di adottare trovatelli, o di farmi scegliere io da loro, non hanno costruito un rapporto d’amicizia tanto intenso come il primo. Tuttavia, ogni cane con il suo modo d’essere, il suo temperamento e le sue esigenze ha aggiunto qualcosa alla mia esistenza. Ognuno a suo modo mi ha aiutato a capire la natura non solo animale ma anche umana. Perché le reazioni emotive che i cani muovono in noi implicano reciprocità: insegnano a capirsi, a correggersi e a migliorarsi.
Avrei dovuto aspettare fino ai diciotto anni prima di innamorarmi nuovamente di un cane e guarda caso si trattava ancora una volta di un cacciatore. Lei si chiamava Tris ed era uno spettacolo di Setter irlandese. Il suo manto da cucciola era una promessa di rosso vivo ma non aveva ancora la lucentezza che avrebbe acquistato crescendo. A sette mesi Tris era già tutto un guizzo di energia, sembrava un cavallo purosangue tanto era regale e col suo portamento altezzoso pareva essere consapevole di tanta bellezza. Dicono che i padroni finiscono con il somigliare ai propri cani. Ebbene mi sentivo fiera di somigliare a lei quando insieme passeggiavamo per la città: tutti ci guardavano e la mia vanità di giovane donna era addolcita proprio dalla tenerezza che provavo per Tris. Anche lei non ci ha messo molto a dimostrarmi quanto siano più sveglie le femmine rispetto ai maschi. Sembrava calcolare, studiare, immaginare e prevedere. Sapeva quando sarebbe potuta entrare in cucina senza essere vista e rubare l’arrosto, senza fare il minimo rumore, senza sporcare. E sapeva quando sarebbe stato il momento di nascondersi sotto l’acero per sottrarsi al bagno che non poteva sopportare. Così come sapeva quando l’avrei portata a passeggio, cosa che adorava, bastava io la guardassi in un certo modo e sussurrassi canticchiando “Triiiis …” e lei cominciava a correre per tutto il giardino come per annunciare a tutti l’evento. Poi, dopo almeno tre giri di forsennata corsa, s’accucciava docile per farsi infilare collare e guinzaglio, e via … fuori a farsi ammirare.
Era tanto bella quanto schiva e non le piaceva farsi fotografare. Non so perché ma appena mi vedeva comparire armata di macchina fotografica assumeva un’espressione timida, vergognosa e con le orecchie basse sembrava chiedermi “no ti prego, le foto no!”. Nonostante le tacite proteste ho rubato scatti bellissimi a Tris e oggi sono tra i ricordi più intensi che ho di quegli anni, anni ancora felici. Al contrario di Lady, Tris non aveva gusti facili in fatto di maschi e tutti i tentativi per farla accoppiare con aitanti Setter irlandesi sono andati a vuoto. Solo un amante ha accettato: un goffo cagnetto nero che veniva a trovarla di tanto in tanto davanti al cancello di casa. Basso, tarchiato e spelacchiato arrivava appena all’altezza di annusare e leccare ciò che più gli piaceva ed io, spiandoli da lontano, intuivo il segreto godimento che lei provava a quel contatto, perché il pelo lungo la schiena le si rizzava in modo spudorato. Beati gli animali che non conoscono vergogna! pensavo tra me e me facendomi in disparte per lasciarli al loro legittimo piacere.
Abbiamo vissuto nove anni insieme. Tris ha condiviso con me alcuni momenti fondamentali della mia vita: i miei studi universitari, il mio matrimonio e la morte di mio padre al quale è stata inspiegabilmente vicino nel lungo istante in cui si è spento. Gli è stata accovacciata ai piedi del letto tutto il tempo quella notte: evidentemente lei aveva sentito in anticipo il momento in cui la morte sarebbe arrivata.
Anche Tris se n’è andata precocemente dopo una brutta malattia all’utero per cui non ci sarebbe stata soluzione ma solo un sofferto accanimento. Nonostante il verdetto del veterinario, infatti, ho tentato di tutto per tenerla in forze, per stimolarla a mangiare, a bere, a camminare. Fino a che, me lo ricordo benissimo come fosse oggi, al mio ennesimo tentativo di farla alzare dal lettino, s’è buttata senza forze su un fianco e mi ha guardato dritto negli occhi. Dignitosa e riconoscente insieme, sembrava chiedermi di lasciarla andare, di darle la sua pace, svuotata ormai di quel guizzo d’energia che l’aveva animata per tanti anni. Bella, intelligente e fiera Tris ha lasciato un grande vuoto in me, un vuoto riempito dai ricordi e da quelle rare fotografie che ero riuscita a rubare alla sua anima schiva.

Tris aveva fatto appena in tempo a conoscere Gabriele, mio figlio, il quale subito aveva suscitato grande gelosia in lei. Lo notavo dalla posizione delle orecchie spostate all’indietro, in un misto di timore e diffidenza, quando si trovava al cospetto di quel fagottino morbido e profumato. Si capiva, un bambino per casa avrebbe significato meno tempo e meno attenzioni per lei. Ma quando se n’è andata mi son chiesta come fosse possibile far crescere un figlio senza cani attorno? Non potevo non dare a Gabriele la possibilità di vivere le stesse emozioni che avevo provato io durante l’infanzia, nel bene e nel male. Così circa due anni dopo è arrivato Oscar!
L’occasione era troppo golosa: una cucciolata di otto Boxer aspettava famiglie amorevoli che si prendessero cura di loro. E chi meglio di noi? Oscar era il più grande, il più robusto e il più prepotente tra i piccoli e non ho resistito. L’ho scelto forse per esorcizzare la fragilità che Tris, con la sua femminilità ferita, aveva mostrato negli ultimi mesi di vita. E l’avevo chiamato Oscar per via di una vaga somiglianza con il mio affezionato medico: ampio torace, vita snella, muscolatura da atleta. Oscar cane era così grazie alla generosità della natura; Oscar dottore, grazie all’abilità del suo personal trainer!
Pratico e materiale, Oscar aveva un manto morbido color del miele ma era un pochino rude. Sembrava dare poca importanza ai sentimenti e badava piuttosto ai fatti concreti: pappa, ossa, passeggiate e anche coccole naturalmente. Ma sembrava che le carezze si fermassero alle sensazioni tattili più superficiali, più esterne. Mentre Teddy, per esempio, rivelava una sensibilità più vibrante guardandomi negli occhi con una riconoscenza squisitamente umana, Oscar se la godeva, punto e basta. Ma forse ero io a proiettare su di lui (e su Teddy prima di lui) sensazioni mie e in realtà non è mai giusto antropomorfizzare gli animali attribuendo loro sfumature emotive nostre. Dovremmo imparare ad ascoltarli, non interpretarli. Comunque sia, Oscar s’è rivelato un degno compagno di giochi per un bambino sveglio e con la vocazione al comando come il mio: robusto ma rispettoso, lo buttava regolarmente a terra col suo pesante slancio ma non gli ha mai fatto male. Così Gabriele ha imparato la reciprocità del rispetto, senza mai abusare della pazienza di Oscar che, dietro quel muso apparentemente truce, nascondeva in verità tanta bontà.
E’ proprio vero che non ci si abitua mai al dolore di separarsi da un affetto. Così quando Oscar s’è ammalato ai polmoni mi son trovata del tutto impreparata ad affrontare un’altra volta la perdita di un cane. E nonostante mi fossi ripromessa di non usare più accanimenti terapeutici dopo l’esperienza con Tris, non ce l’ho fatta e per diversi giorni, fino all’ultimo, si è tentato di tenerlo in vita con medicine e cure in realtà vane. L’unica consolazione è stata averlo riportato a casa in tempo perché posasse il suo muso non più truce sul cuscino e si addormentasse sul suo divano preferito, una sera di un freddo inverno, lungo e piovoso. Un inverno da dimenticare.

Ma come dicevo all’inizio, ad ogni stagione ne succede un’altra. E’ inevitabile, è la natura. E anche i sentimenti sono fatti per essere continuamente alimentati, non sostituiti ma rinnovati in una ciclicità che insegue l’infinito.
Così, il vuoto che aveva lasciato Oscar è stato colmato da un nuovo arrivo. Questa volta è stato Gabriele a sentire il desiderio di avere un cane, evidentemente il sentimento d’affetto che speravo imparasse a nutrire per gli animali aveva attecchito. Combattuta, tentata e subito conquistata dalle sue convincenti insistenze, ho lasciato che facesse la sua scelta.
Rocky vive ancora con noi. E’ un Cane còrso un po’ particolare, perché pur essendo un molosso – quindi possente, robusto e dal temperamento potenzialmente grintoso – è in assoluto il cane più docile, pacato e remissivo che abbia mai conosciuto.
Avremmo dovuto capirlo subito quando sette anni fa, arrivati all’allevamento, ci sono venuti incontro due cuccioli, gli ultimi rimasti da una folta cucciolata di còrsi. Una era una femmina, l’altro un maschio, entrambi col manto tigrato su fondo fulvo e gli occhi languidi. E’ bastato un attimo: la femmina è arrivata per prima e quando è sopraggiunto il fratellino, lei lo ha scaraventato da parte con le zampe costringendolo a sottomettersi, sdraiato sulla pancia, piatto piatto come uno zerbino. E’ li che abbiamo deciso: Rocky, il fratellino, avrebbe fatto parte della nostra famiglia!
La specialità di Rocky si è manifestata da subito, già in macchina durante il viaggio verso casa: era, ed è tutt’oggi, quella di dormire. E di russare sonoramente. Ovunque si posi s’addormenta, di un sonno istantaneo, beato, limpido, di chi è in pace con il mondo. Tra lui e me s’è stretto un legame profondo in questi anni, un legame disarmante che mi riporta a quello con Teddy anche se i due sono completamente opposti.
Inutile dire che Rocky non ha mai dimostrato di avere la stoffa per comportarsi da cane da guardia o da difesa, come le potenzialità della sua razza suggeriscono. Lui gongola in un mondo tutto suo in cui esistiamo solo noi, agli estranei non presta grande attenzione, qualche pigro abbaio ai passanti, un accenno di scodinzolamento ai bambini che vengono a salutarlo. Ma essenzialmente lui vive per la famiglia. Nemmeno la pappa è tanto importante quanto la vicinanza con noi: ogni volta che gliela servo, prima di cominciare a mangiare resta qualche istante fermo a guardarmi, fisso immobile, senza neanche sbavare. E’ come se mi ringraziasse o, per assurdo, mi invitasse a condividere il pasto con lui, tanto sembra benevola la sua espressione. Tra i suoi occhi e i miei si svolgono sempre lunghe conversazioni e quando gli prendo la testa tra le mani sprofondando dentro il suo sguardo mi domando chi ci sia in realtà lì dentro … Chi sei Rocky? Chi sei veramente, tu che sembri più umano di tanti esseri umani?
Ed e’ sempre uno strazio lasciarlo: le mie frequenti partenze e le mie lunghe assenze sono una sofferenza, per lui e per me. Lo mandano in depressione, e anch’io lo avverto. Quando sente le ruote del trolley sulla ghiaia del giardino, emerge d’un lampo dal suo profondo sonno e mi viene incontro piano, quasi in punta di zampe, guardandomi storto con la testa piegata da un lato. “Ma come, vai via ancora? Ma se sei appena tornata …”. Il suo sguardo interrogativo è un rimprovero più tagliente di qualunque parola e non posso che dargli ragione: lui è leale con me, io invece lo abbandono. Il resto della famiglia lo coccola e ne ha cura tanto quanto me, eppure è indiscutibile l’esclusività che il nostro rapporto ha assunto in questi sette anni di vita insieme. E così quando ci si lascia per un po’, inevitabilmente si soffre. Ma l’emozione del ritorno … la gioia del rivedersi … la festa di riabbracciarsi! Ecco, è proprio il momento del ritorno da un viaggio che mi ha fatto scoprire l’altra specialità di Rocky, oltre a quella di dormire: è quella di ridere! Sì, quando mi sente arrivare e mi vede entrare dal cancello, comincia a correre da lontano e io lo osservo con l’occhio di un regista, srotolando la scena alla moviola per non perderne un solo fotogramma. Lui corre, corre e la soffice pelle del muso sobbalza molle in su e in giù, in un buffo ondeggiare al ritmo della possente cavalcata, scoprendo i denti candidi e le gengive sanguigne. E mentre avanza così impetuoso, ecco che la bocca gli si allarga sempre più, si dilata in un movimento volontario e gli angoli si tirano fino alle orecchie. E a quel punto Rocky comincia ad emettere dei mugolii umani che somigliano a un canto allegro, prolungato e acuto: è il suo modo di ridere! E non ridete voi che leggete, è cosa seria questa, perché dovreste vederlo e ascoltarlo per capire davvero l’emozione, la profonda gioia che anche un cane può manifestare in momenti intensi come questo.

Non gli restituirò mai abbastanza amore rispetto a quello che lui manifesta per me. E così, forse, questo è stato vero per tutti gli altri cani della mia vita che tanto mi hanno dato senza chiedere niente in cambio se non affetto e rispetto.
C’era una volta una bambina e forse c’è ancora.
Non voglio pensare alle prossime stagioni ora, è troppo bella questa. Vorrei fermarmi qui, con i miei ricordi, con il mio presente e con la speranza di continuare a far ridere Rocky il più a lungo possibile.

lunedì 3 febbraio 2014

Bau!



Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, mi domando – e gli domando – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi, perché non parli…
Eppure lui, il mio amato e innamorato molosso, col suo sguardo silente parla, parla eccome, perché lui pensa, sente e comunica, proprio come noi esseri umani. E noi sempre ci capiamo!
E ogni volta che mi perdo nei suoi amorevoli occhi scuri, è impossibile non vedere quella parte di me che c’è in lui. Allora,  da buona darwiniana, penso che se si smettesse di voler antropomorfizzare gli animali in impossibili proiezioni di sé e si accettasse, piuttosto, l’animalità che c’è in noi, riusciremmo a gestire meglio pulsioni, istinti e paure che con i nostri simili a quattro zampe per natura condividiamo, relazionandoci meglio con noi stessi e con gli altri. Animali compresi.
Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, anche lui sicuramente si domanderà – e mi domanderà – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi … e perché parli? Non serve ... tanto noi ci capiamo!”

giovedì 4 ottobre 2012

Animali senza coda e animali senza cuore



Tra le tante notizie che scorrono in rete, ne è apparsa una poco fa che mi ha particolarmente addolorato. Si tratta dell’immagine di un povero cane sofferente cui è stata amputata la coda con un colpo d’accetta.
Ora, senza soffermarmi su questa brutalità che ancora oggi viene praticata su molte razze canine, anche se non con la stessa barbarie grazie al cielo, vorrei cercare di spiegare perché la coda non è un semplice optional per i cani ma una parte del corpo fondamentale per una sana vita sociale.
Chiunque abbia un cane sa che lo scodinzolio è una risposta emotiva a uno stimolo. Non tutti sanno, però, che lo scodinzolio cambia a seconda dello stimolo e che, quindi, il modo di muovere la coda esprime il tipo di emozione provata e anticipa la reazione che il cane avrà di fronte allo stimolo. Quando il cane osserva qualcosa o qualcuno che suscita una risposta positiva, cioè di avvicinamento (il padrone o la ciotola della pappa) lo scodinzolio è ampio e scorre da destra a sinistra, con un’evidente maggiore estensione verso destra. Spesso, in alcune razze, la coda giunge persino a lambire il lato destro del corpo, tanto è il vigore con cui viene sventolata. Quando, invece, il cane osserva uno stimolo negativo (una persona non famigliare o un cane dominante con atteggiamento aggressivo) lo scodinzolio esprime una risposta di ritrazione, anziché di avvicinamento, rivelata dal movimento della coda decisamente più accentuato verso sinistra. Rispetto alla prima reazione positiva, in questo caso lo scodinzolio è anche meno ampio e insistente.
Questa asimmetria non è identica in tutte le razze di cani. Facendo un’analogia con l’animale uomo, potremmo dire che somiglia alla preferenza per l’uso della mano destra, visto che il 90% degli individui è destrimane mentre gli altri sono mancini o ambidestri. Lo stesso accade nei cani, per cui lo scodinzolio verso destra di fronte a stimoli positivi e quello verso sinistra di fronte a stimoli negativi copre l’80 % circa degli individui, una percentuale comunque alta.
L’analogia con l’uso della mano suggerisce che la reazione della coda è guidata dal cervello, ovviamente, perché la parte destra del cervello comanda la parte sinistra del corpo e viceversa, tanto negli umani quanto nei cani. E questo ha un’importante implicazione con i sentimenti e le reazioni emotive, visto che l’emisfero destro è quello fondamentalmente emozionale e quello sinistro razionale. In realtà i marchingegni cerebrali son ben più complessi, tuttavia queste poche regole elementari sono sufficienti per dimostrare l’importanza che ha - a livello di comunicazione e non solo di funzionalità - quel banale pezzo di ossa e pelo che ogni tanto scodinzola apparentemente a caso. Quel banale pezzo di corpo che, insieme alle orecchie, noi umani ci ostiniamo ad amputare per rispondere a ideali estetici del tutto non condivisibili e sovvertibili.
Ora, ditemi, quali altri modi avrebbero i cani di comunicare tra loro e con noi se non usando il linguaggio del proprio corpo? Non tutti gli umani sanno guardarli negli occhi e interpretare il loro pensiero, anche se sono sicura che questo sia possibile, in una reciprocità comunicativa sorprendente. E non tutti i cani per indole abbaiano, guaiscono o ululano, ma è certo che tutti muovono le orecchie e scodinzolano. Come potrebbero, dunque, i cani esprimere gioia, paura, diffidenza, sofferenza, gratitudine se vien tolta loro la possibilità di utilizzare la naturale mimica del corpo?
Riguardo per un attimo la fotografia di quella creatura sofferente cui è stata mozzata la coda con un colpo d’accetta. Un moto di rabbia mi ruggisce dentro e ora vorrei poter guardare in faccia anche l’autore di quel barbaro gesto. Mi chiedo chi sia l'animale, lui o il cane. Sento che vorrei punirlo, eppure son convinta che questo povero cane, al contrario di me, sarà sempre capace di perdonarlo.

lunedì 3 settembre 2012

L'odore delle emozioni




Quando Rocky mi corre incontro scodinzolando e mi annusa non sente solo il mio odore. Non cerca solo di scoprire se in mano nascondo un delizioso biscotto o l’odiosa spazzola per strigliarlo. Il mio cane, in realtà, va a caccia di molte altre informazioni su di me, che vanno oltre il senso dell’olfatto a livello epidermico. Lui sente anche le mie emozioni! Mi studia, mi analizza, mi ‘ascolta’e sniffandomi con quel suo tartufo nero e umido riesce a percepire se sono in vena di giocare o se invece ho bisogno di coccole e quiete, se sto per rimproverarlo o se sono in procinto di portarlo a fare una passeggiata, se sono eccitata o malinconica. Senza che io dica nulla, lui mi capisce, inclina da un lato il suo testone e con i suoi occhi profondi mi scruta attento, raggiungendomi laddove raramente lo sguardo umano arriva. Mi comunica così la sua istintiva comprensione, assecondando generosamente il mio stato d’animo e confermando ogni volta un insostituibile rapporto empatico e affettivo.
Si sa, l’olfatto degli animali è straordinario. Non solamente quello dei mammiferi ma anche quello di molti insetti, tra cui le api che fanno concorrenza ai cani, sia in abilità, sia in potenzialità di apprendimento. Ma anche noi umani utilizziamo inconsapevolmente questo senso primario, spesso sottovalutato, nelle relazioni di tutti i giorni, emotive, sociali e affettive. Ciò che il nostro naso percepisce e trasmette al cervello a livello inconscio, si traduce a livello conscio: prendiamo decisioni, traiamo conclusioni, mettiamo in moto azioni che apparentemente non avrebbero nulla a che fare con gli odori che ci circondano, eppure così non è. Non ne siamo quasi mai consapevoli, innanzitutto perché vincono gli altri sensi, soprattutto la vista, e poi perché il nostro cervello viene attivato da un odore mezzo secondo prima che noi stessi possiamo renderci conto dell’effettiva presenza di quell’odore.
Siamo in balìa, dunque, di profumi, aromi, odori, effluvi e puzze che suggestionano il nostro quotidiano agire. E siamo, quindi, molto più simili ai cani di quel che pensiamo, anche se forse non ci piace doverlo ammettere. Certo, non possiamo vantare la stessa capacità di rilevamento degli odori, né la destrezza nell’annusare dei nostri amici pelosi (anche se, con un po’ di esercizio, queste abilità possono essere affinate e addestrate anche negli umani). Il vantaggio indiscutibile dei cani su di noi dipende dal fatto che le cellule dei recettori olfattivi canini sono venti volte superiori alle nostre, insieme ai geni correlati. Inoltre, quasi tutti i cani, sono facilitati dal muso allungato, e comunque sempre più vicino al terreno rispetto al nostro, in grado quindi d’infilarsi ovunque in maniera rapida e flessibile. La natura ha consentito a noi umani di compensare queste lacune sviluppando vertiginosamente tutti gli altri sensi, risparmiandoci così anche molti effetti collaterali spiacevoli legati all’istinto di annusare. Per esempio, la maggior distanza del nostro naso da terra non solo ha stimolato lo sviluppo di una vista notevole ma ci ha consentito di evitare molte infezioni. Sembra una banalità eppure è una conseguenza molto importante dell’evoluzione. Il nostro olfatto resta tuttavia potentissimo, anche se i nostri nasi stanno quasi sempre in stand-by, perché pur possedendo minori recettori olfattivi riusciamo a percepire maggiori molecole olfattive rispetto ai cani, grazie anche alla collaborazione del nostro raffinatissimo sistema gustativo. Almeno così dimostrano gli esperimenti più recenti nel campo delle neuroscienze, eseguiti tramite brainimaging.
Quindi, ciò che fa la differenza tra l’olfatto di Rocky e il mio, non è tanto il naso, bensì il cervello! Il sistema olfattivo umano costringe il cervello a lavorare su più fronti, attivando aree neurali associate alle emozioni, alla memoria, alla reazione motoria e al linguaggio. Un ingranaggio magnifico che, acceso da un soffio, innesca un lavoro a catena miracoloso e infinito. L’aveva intuito perfettamente Proust con la sua madeleine, senza essere ufficialmente uno scienziato. L’attivazione contemporanea di più aree cerebrali consente, dunque, un’elaborazione più significativa degli input olfattivi rispetto a quanto non avvenga negli animali. Infine, il coinvolgimento del linguaggio corona le nostre abilità olfattive, consentendo a scrittori come Proust di scrivere pagine immortali e permettendo a nasi addestrati, come quelli dei sommelier o degli analisti sensoriali, di classificare e descrivere sottilissime differenze volatili che sfuggono alla coscienza della maggior parte di noi, facendo del proprio naso una piacevole professione.
Una delle scoperte più interessanti circa il sistema olfattivo, a livello neurologico, è quella che rivela come operano e collaborano le due narici di fronte agli stimoli. Perché le narici sono due? Non è solo una questione di simmetria e, dunque, di estetica ma anche di specializzazione: ogni narice raccoglie aria da zone spazialmente distinte davanti al nostro viso, nonostante la prossimità che c’è tra loro. E’ facile dimostrare la difficoltà che si ha nella percezione di certi odori tappando una narice, e viceversa: moltissime sfumature non vengono colte da una singola narice. Per non parlare, poi, di quanti problemi devono affrontare gli anosmici! Non ci si pensa, anche perché per fortuna la perdita del senso dell’olfatto (anosmia, appunto) non è una malattia così frequente. Non è nemmeno considerata invalidante ma chi ne soffre sa bene che disagio sia non poter riconoscere gli odori: scambiare per buono un cibo disgustoso, non accorgersi del gas rimasto inavvertitamente aperto in cucina o di un incendio che divampa in casa durante il sonno. Sono tutte situazioni estreme, di pericolo, è vero, ma l’anosmia conduce spesso anche alla depressione, perché è dimostrato che l’esistenza di un anosmico è decisamente più triste, vuota e sterile rispetto a quella di chi sa gustare i piaceri della vita con tutti quanti i sensi.
Al di là degli innumerevoli aneddoti che confermano scientificamente l’importanza di un senso così primario come l’olfatto anche nell’uomo, è il risvolto emotivo che mi affascina di più. Perché un profumo o un odore funziona un po’ come una musica: entrambe stimolano umori e stati d’animo in maniera apparentemente irrazionale, tuttavia i timbri di un profumo sono più subdoli degli accordi musicali. Mentre le note hanno un nome, seguono una ritmica e una grammatica, gli odori sono spesso sconosciuti, inafferrabili, effimeri, imprevedibili, cangianti, indefinibili. Oltretutto chi può dire con certezza se quello che il mio naso avverte è identico a ciò che percepiscono gli altri? Si tratta di un linguaggio misterioso, intimo, ancestrale. Il fatto che qualche giorno dopo la nascita siamo già in grado di riconoscere nostra madre dall’odore prodotto dalle ghiandole apocrine delle ascelle e dei capezzoli la dice già lunga! Siamo abituati a sentire l’odore materno già nel ventre, attraverso il liquido amniotico e tramite questo comune denominatore riconosciamo persino l’odore dei nostri fratelli dopo la nascita. Ed è altrettanto vero che una madre sa riconoscere l’odore del proprio bambino tra tanti, solo annusando la sua tutina o il lettino in cui è stato adagiato. Io stessa, dopo 15 anni dalla sua nascita, fiuto inconsciamente la presenza di mio figlio e ho persino la ridicola abitudine di annusare i suoi indumenti quando rientra la sera, come un vero segugio sulle orme del colpevole, per scoprire eventuali tracce di bugie e soprattutto di fumo. Cosa che, grazie al cielo, non mi è mai capitata. L’unica eccezione all’infallibilità del fiuto materno riguarda i gemelli omozigoti, per cui una madre può confondersi facilmente nel distinguere ciascuno dei suoi figli. Questo conferma l’influenza genetica sulle firme olfattive ed è lo stesso principio per cui ai segugi bastano pochissimi indizi olfattivi per riconoscere una persona ricercata da un qualunque estraneo (a meno che, il ricercato non abbia un gemello omozigote!). E sempre per restare nell’ambito canino, anche noi ‘padroni’ siamo in grado di riconoscere l’odore del nostro amato cane, anche solo annusando la sua coperta tra quelle di altri cani, a prescindere dalla piacevolezza o meno del timbro olfattivo che emana. Se non è amore questo!
Con tutte le conoscenze che oggi abbiamo circa il funzionamento del nostro sistema olfattivo, forse si è perso un po’ il senso misterioso e poetico di alcune relazioni umane a vantaggio di spiegazioni chimiche e neurologiche sempre più infallibili. Così, l‘amore, il sesso e persino la malinconia e la depressione potrebbero essere spiegati attraverso molecole e sinapsi, perché i sensi dialogano strettamente con le emozioni e si mescolano in quel sistema limbico, responsabile dell’emotività e dei ricordi. In pratica, oggi sappiamo che se una persona ci è istintivamente simpatica o antipatica può dipendere anche dalle sue secrezioni endocrine che vanno a stimolare certe zone del nostro cervello; se involontariamente eccitiamo una persona o ne siamo perdutamente attratti è in buona misura dovuto alla tempesta dei nostri feromoni; se scegliamo di frequentare più spesso un locale piuttosto che un altro, può dipendere anche dall’atmosfera olfattiva che ci circonda; se alcuni nostri ricordi sono più vividi di altri è perché vengono probabilmente associati ad effluvi, piacevoli o spiacevoli, delle situazioni rievocate; e chissà, se di notte abbiamo un terribile incubo o viviamo un sogno eccitantissimo, potrebbe dipendere dall’influsso di odori subliminali che inconsapevolmente assorbiamo durante il sonno. Un bel libro di Camilleri s’intitolava, guarda caso, “L’odore della Notte” e ricordo che in quelle pagine si raccontava molto bene come la notte sprigioni odori particolari, del tutto diversi da quelli del giorno. Naturalmente era Montalbano a parlare e lui di fiuto se ne intende!
In conclusione, dovremmo essere fieri di somigliare un po’ ai nostri amici cani, avrebbero molto da insegnarci, aiutandoci a recuperare le nostre capacità olfattive primarie, da addomesticare e utilizzare in maniera più consapevole. Ora ho Rocky, il mio dolce molosso, che mi fa da guida oltre che da guardia e da compagnia. Venti anni fa, invece, il cane che abitava con me era una bella femmina di setter, furba e vivace, e si chiamava Tris. Una fredda sera di dicembre, Tris per tutto il pomeriggio e in maniera del tutto inspiegabile, non volle uscire in giardino, non mangiò nulla, si accoccolò seriosa sulla poltrona di fronte al letto di mio padre e non si mosse di lì fino a notte fonda. Fino all’ora, cioè, in cui mio padre spirò, dopo una lunga brutta malattia, senza che ci fosse stato durante tutto quel giorno un evidente peggioramento del suo stato di salute. Nessuno di noi, a parte il mio cane, aveva avuto sentore che qualche cosa di nuovo e perfido stesse maturando inesorabilmente dentro il corpo ancora apparentemente combattivo di mio padre. Noi umani potevamo usare il cervello per pensare, supporre, immaginare, pregare, scongiurare o lasciarci illudere ma non per ‘sentire’ con certezza la presenza dell’Invisibile.
Forse, persino la Morte ha un suo odore.