mercoledì 11 settembre 2013

DiVina degustArte



Secondo i Greci, il vino è opera di un dio, Dioniso, che attraverso la fermentazione penetra nell’uva e attraverso essa in noi esseri mortali, sublimandoci col piacere dell’ebbrezza.
Tuttavia, osservando il paesaggio siciliano dove il profumo dei vitigni s’accorda con quello di uliveti, agrumeti e ogni immaginabile ‘ben di Dio’, pare non esserci dubbio: il vino è opera dell’uomo, anzi della donna e dell’uomo. In particolare, la regione attorno a Menfi nell’agrigentino è un susseguirsi di morbide vigne che hanno stretto un’amorevole alleanza con il mare africano lambito da spiagge dorate. E’ una fetta di Sicilia ancora poco frequentata dal grande turismo e questo suo naturale pudore ne accresce il fascino. E’ qui, tra orti, giardini, bagli e templi senza tempo che la vite trova le condizioni ideali per crescere, benedetta dalla qualità del terreno, dal calore del sole e dalla brezza del mare. Viene spontaneo inoltrarsi lentamente tra queste colline, sottovoce per non violare il ritmo dei vignaioli che quasi soccombono all’abbraccio del verde, mentre i trattori colmi d’uva brulicano obbedienti in fila per le vie. E al cospetto di queste ritualiche cadenze, s’intuisce il pensiero dei Greci: perché la vigna curata dalla mano dell’uomo diventa un fatto spirituale e non solo vegetale.
Dalle vigne alle case dei vignaioli, per finire seduti in riverente silenzio di fronte ai calici che solenni ci interrogano durante le degustazioni tecniche di fine sera. Il filo conduttore è sempre lui: il Vino. E la sua degustazione, a mio profano parere, ha poco di tecnico ma molto di artistico. Al cospetto di un Syrah Petit Verdot o di un Alicante Bouschet, non mi riesco a fermarmi alle note di fiori di pesco e frutto della passione del primo, o agli effluvi di frutti di bosco e ciliegia del secondo. Mi avventuro, piuttosto, tra i pensieri e le emozioni che ogni breve sorso stimola in me. Somiglia più a un sogno ad occhi aperti, un vino, o a una poesia, a un quadro, a una musica? Guarda più all’interno, verso le nostre impressioni e memorie, come la madeline di Proust, oppure guarda all’esterno, verso il mondo e le reazioni nei confronti di esso?
Mentre i sommelier professionisti eseguono i gesti ritualici assecondando le pittoriche narrazioni dell’enologa, io disobbedisco rincorrendo per qualche istante i miei pensieri. E mi torna in mente un libro di Roger Scruton dal titolo “Bevo dunque sono”. D’accordo con l’audace filosofo innamorato di Chablis, penso che il vino sia un canale di comunicazione tra un ‘dio’ e l’uomo, tra spirito e ragione. Attraverso il vino, l’essenza distillata dal suolo sembra riversarsi nelle vene risvegliando il corpo alla vita e, una volta ridestato il corpo, il vino invade dolcemente l’anima. Ecco che sospinti da un sorso profumato, i pensieri galoppano, i sentimenti volano e le parole si liberano. Anche in silenzio. Perché è la voce interiore che parla. E’ come se il vino ricordasse all’anima le sue origini corporali e al corpo il suo significato spirituale. E dunque ben venga quella piacevolezza che rende molle la logica, quell’ebbrezza che non nuoce ma che ispira. Perché l’ebbrezza somiglia all’erotismo, mentre l’ubriachezza è pornografia, non confondiamo!
E allora, non somiglia forse alla poesia, il Vino, e all’arte la degustazione? Così, quel Syrah dalle note di fiori di pesco mi rimanda alle colline verdeggianti che si tuffano nel mar d’Africa, e quell’Alicante dal flavor di sottobosco mi riporta i sorrisi generosi dei vignaioli incontrati nei bagli di Menfi. O, forse, in verità è Dioniso che attraverso l’uva è entrato in me e mi sta sublimando con i suoi pensieri divinamente terreni… 

mercoledì 4 settembre 2013

Somiglianze



A volte la somiglianza tra regno vegetale e regno animale è straordinaria. Basta saperla scovare.
Cogliere un fico maturo dalla pianta del giardino, per esempio, può portare inaspettatamente a tuffarsi in mare per imbattersi in uno dei suoi tanti abitanti. Sì, perché se adagiamo sul piatto quel bel frutto rosso pregno di linfa zuccherina e lo tagliamo delicatamente in cinque fettine, i suoi lembi vermigli si schiuderanno mollemente ai lati come docili lingue, scoprendo un cuore carnoso che rasenta l’oscenità tanto appare sensuale. Ed ecco che questa profferta lasciva del fico allo sguardo, prima ancora che al palato, ricorda la foggia di una stella marina alla deriva. Una meravigliosa asteroidea che, con le braccia affusolate dai riflessi d’oro rosso, s’abbandona sulla roccia lucente, mentre tutto il corpo turgido si lascia avidamente leccare dal sole e dal mare, proprio come una dea assetata di vita.
Ripensandoci … a volte la somiglianza tra regno vegetale e animale è straordinaria, sì, ma lo è ancor di più quella con il regno degli esseri umani. Basta saperla scovare!

martedì 6 agosto 2013

Racconti in bottiglia



La vinosofia della Cantina Mesa

Un noto proverbio afferma che nel vino è la verità. Una verità che trascende la piacevole ebbrezza sollecitata dal dionisiaco nettare e che affonda le radici nel tessuto atavico da cui esso proviene. Portare alle labbra un bicchiere di vino e lasciare che il profumo racconti i vagiti del suo nascere significa, infatti, ascoltarne la storia e capirne l’essenza.
La storia raccontata dai vini della Cantina Mesa somiglia a un romanzo, di cui ogni bottiglia è un appassionante capitolo. La trama sottesa è una dichiarazione d’amore per la Sardegna, uno sposalizio tra la generosità della terra e il lavoro dell’uomo. La terra è quella di Sant’Anna Arresi (CI), un paesino del Sulcis Iglesiente che pare essere uscito dal far west: accanto alla cruda terra, i pendii scivolano morbidi verso le dune sabbiose di Porto Pino fino a carezzare il mare. E l’uomo è Gavino Sanna: il più acclamato pubblicitario italiano, che ha dedicato il proprio genio alle tradizioni agricole della sua isola, interpretando creativamente le eredità enoiche.
La Cantina Mesa appare come un candido miraggio in una valle verde baciata dal maestrale. La struttura minimalista meriterebbe già di per sé una visita: 5 mila metri quadri su tre livelli, dove vitree trasparenze e sottili geometrie giocano a comporre effetti scenici museali. La trasparenza risponde a un ruolo estetico ma anche funzionale, poiché mette a nudo ogni processo di lavorazione delle uve, dalla diraspatura alla pigiatura soffice, fino all’affinamento in barriques di rovere francese. L’aspetto futuristico della Cantina custodisce dunque un’anima semplice: mesa, in sardo come in spagnolo, significa desco, termine associato al convivio, al nutrimento e all’amore materno. A conforto di questa singolare “vinosofia” sta una forte tradizione perché qui la viticoltura risale all’epoca dei Fenici.
I 70 ettari di vigneti fruttano vini emozionanti dai nomi evocativi, le cui etichette promettono un contenuto altrettanto seducente. Sensuale è anche la foggia delle bottiglie: ancheggianti e affusolate, fiere come le donne sarde di nero vestite in composta fila per la messa.
Ogni etichetta ha un carattere unico e va a comporre l’identità inconfondibile della Cantina. “Buio”, il Rosso Carignano del Sulcis e “Buio Buio”, il Rosso Carignano barricato, innamorano con i sentori ampi e intensi che richiamano la frutta rossa screziata di spezie. Il primo, al palato, si esprime con nuances giovani e fresche coerenti con il color rosso rubino: “riflessi di forza primitiva semplici e vigorosi come una stretta di mano”; il secondo, rivela al primo sorso una trama setosa e note tanniche di rara morbidezza adeguate al vivace color ciliegia: “corpo forte di tronco secolare che racconta nell’uva il vento e il mare mai spenti”. “Opale”, col suo profumo di mele cotte e gelsomino dai timbri di vaniglia e caramella, sposa un sapore elegante dal finale schietto, da gran Bianco Vermentino: “profumo di notte che avvolge i grappoli accesi come stelle ubriache di sole”. E ancora “Rosa Grande”, il Rosato Carignano dagli effluvi floreali spruzzati di rosa selvatica e lampone, induce al languore con il suo sapore delicato e persistente: “fine come le nuvole sottili che dal mare annunciano ai grappoli assonnati il risveglio del sole”.
Ognuno dei vini della Cantina Mesa esalta i sapori tradizionali della Sardegna, dalle zuppe di pesce ai formaggi, dalla carne alla brace alla pasticceria. Tuttavia ognuno di essi invita anche ad accompagnamenti più profondi, quelli col pensiero, per un piacere squisitamente intellettuale: perché sorseggiare un bicchiere di “Giunco”, “Forterosso” o “Orodoro” significa scoprire la verità che è nel vino. E così, accostando l’orecchio al calice brioso di un “Gioiamia”, magari in piacevole compagnia, sarà possibile udire il mormorio del mare. Un mare color del vino.

mercoledì 31 luglio 2013

Fuochi senza frontiere



Da bambina dicevo a me stessa che una volta cresciuta avrei sposato uno Svizzero! E non per interessi materiali. Piuttosto perché sono sempre stata esterofila e ho sempre avuto fretta di imparare altre lingue per comunicare con chi non conosceva la mia. Così, cercando già allora di conciliare sogni e realtà, immaginavo che la Svizzera, per il suo collage di culture e per la sua vicinanza geografica, fosse un buon compromesso per le mie ambizioni sentimentali. Non è andata così alla fine, forse perché non ho incontrato lo Svizzero giusto, ma ancora oggi appena oltrepasso il confine e approdo in Ticino sto bene e mi sento a casa in questo crocevia di idiomi, dialetti e tradizioni tanto diverse tra loro.
Il 1° agosto del 1291 è considerata la data di nascita della Svizzera. Quel giorno, infatti, i rappresentanti dei tre Cantoni alpini, Svitto, Unterlvaldo e Uri, si incontrarono sul bel prato del Grütli, affacciato sul Lago di Lucerna, per giurare fedeltà alla Confederazione, con l’impegno di reciproco soccorso nel caso di minacce di aggressori stranieri, primi fra tutti gli Asburgo.
Dal 1891 il primo di agosto è stato riconosciuto ufficialmente Festa nazionale della Svizzera, che nel frattempo si è suddivisa in 26 Cantoni, diversi tra loro per lingua, densità di popolazione e conformazione geografica. Questa frammentazione potrebbe anche non essere definitiva, perché ancora oggi alcuni cittadini chiedono la fusione di certi Cantoni e vi sono comuni che vorrebbero addirittura cambiare Cantone. Quindi parlare di Festa nazionale può far sorridere ma trovo sia un buon pretesto per mettere da parte, almeno per un giorno, differenze e antagonismi e unirsi tutti sotto lo stesso cielo, che per l’occasione si trasforma in un tumulto di luci e colori.
Sì, perché oltre alle adunate pubbliche convenzionali e ai discorsi formali dei rappresentanti politici, è tradizione che il primo di agosto in tutta la Svizzera si sparino botti e fuochi d’artificio in grande stile. E questa usanza, al di là della sua spettacolarità, ha un suo significato storico. Infatti, secondo una leggenda del Cantone di Ginevra, per secoli è sopravvissuta l’abitudine di accendere grandi falò sulle colline e sulle montagne in tutto il territorio elvetico, di modo che i riflessi delle luci sui laghi spaventassero e mettessero in fuga le orde di barbari intenzionati a conquistare le tribù svizzere.
Effettivamente il gioco di specchi che l’acqua offre al cielo illuminato, la prima notte d’agosto, mi incanta ogni volta. Tutti con il naso all’insù, alle 22.30 in punto: dalle piazze austere delle grandi città, ai paesini di montagna appollaiati tra i pascoli, fino alla quiete accogliente delle sponde dei laghi. E sempre la tradizione vuole che quest’esplosione di allegria sia attesa per tutta la giornata con gaudenti grigliate nei grotti, le tipiche trattorie ticinesi, tra fiumi di birra e concerti che mescolano piacevolmente nell’aria sapori, suoni e voglia di divertirsi.
Lugano si veste di rosso quel giorno. Dai bianchi balconi di Piazza Riforma, immancabilmente ricamati di gerani, la bandiera nazionale saluta la città, donandole un aspetto svolazzante e ridente che sembra voler far dispetto al suo solito impeccabile ordine. Il lungolago, che sbocca tra i giardini di Parco Ciani, si anima di volti e voci, in un cocktail di idiomi che sconfina dal tedesco all’inglese, dal portoghese al russo, dallo spagnolo al cinese. Almeno per le lingue non ci sono frontiere e mescolandosi tra la folla pare che tutti siano d’accordo sulla voglia di sorridere e dimenticare distanze e appartenenze. Così Lugano ringiovanisce e mi sembra più simpatica quando mette da parte la sua immagine abituale fatta di banche, casinò, gioiellerie e night club, e offre invece la sua anima più semplice.
Ma non è solo la città che si trasforma. Ogni lido organizza la sua festa e già nel pomeriggio la quiete e il silenzio, che di solito qui regnano,  vengono stravolti da musica e canti di ogni genere, che si accavallano e giocano a rincorrersi con la loro stessa eco. Il lago solitamente immobile, su cui scivolo silenziosa al tramonto con il kayak, e che si sveglia al ronzio pigro delle barche dei pescatori, si popola all’improvviso di battelli carichi di turisti e di grossi motoscafi in attesa di gettare l’ancora per gustarsi i fuochi in prima fila. Questo è in effetti il modo migliore per godersi lo spettacolo, sia per evitare le lunghe code in auto e la gara per accaparrarsi un parcheggio, sia perché è una vera emozione trovarsi a fior d’acqua, direttamente sotto una pioggia di luci infuocate che paiono voler spegnersi su di te. E per chi non avesse la fortuna di farsi cullare da un motoscafo ci sono sempre i pedalò che, come minuscole coccinelle, svolazzano qua e là tra le luci ammiccanti gialle e verdi delle barche più grandi.
  
Ricordo che lo scorso anno un violento temporale ha rubato la scena allo spettacolo pirotecnico, cogliendo di sorpresa la folla intirizzita con una raffica di grandine. Ma la notte successiva tutto è andato secondo il copione, anzi devo dire che i fuochi sembravano ancora più belli dopo quell’attesa: un tripudio di rosso e bianco, a rievocare i colori nazionali. Non mi abituerò mai all’emozione che ogni volta provo davanti a quella cascata luminosa e all’esplosione che rimbomba ad ogni lancio dentro il mio petto, come a incitare il mio cuore a battere più forte.
E’ Campione d’Italia ad anticipare la festa con due settimane di anticipo, come una sorta di gentile omaggio al territorio che la accoglie. Il clima che si respira qui è completamente diverso rispetto a quello di Lugano: niente birra ma champagne, niente grigliate di salsicce ma ostriche a lume di candela, non rock e pop ma musica classica. Proprio la musica ha un ruolo fondamentale a Campione in quest’occasione, perché accompagna tutta l’esplosione dei fuochi. E’ come assistere a una danza di luci e colori, proiettata in un teatro stellato sull’onda di un’orchestra invisibile. La colonna sonora è una carezza che rende l’atmosfera ancora più suggestiva e per un attimo restituisce alla piccola enclave tutto il suo fascino, calando un sipario di poesia sul nuovo Casinò, quell’inguardabile scatola di cemento che incombe grigia sul lago e che somiglia più ad una prigione, quasi a voler rinchiudere paradossalmente il vizio in clausura.
L’indomani, a ricordare la festa, restano solo le zattere da dove si son sparati i fuochi, insieme alle solite immancabili polemiche sull’inquinamento e sulle spese, ritenute da molti eccessive per uno spettacolo che in pochi minuti finisce in fumo. Gabbiani e anatre, cigni e aironi cenerini tornano ad essere padroni indisturbati del loro regno, che cambia colore con l’umore del tempo. Il silenzio e la quiete restituiscono al lago il suo ritmo immobile, mentre le città si arrendono alla frenesia di ogni giorno, trasfigurate dai fiumi d’auto diligentemente in coda come tante formiche.
Insomma, se il mio sogno di bambina di trovare uno Svizzero che mi facesse provare i fuochi d’artificio non s’è avverato, poco male, perché quelli che accende per me ogni giorno un mio connazionale sono impareggiabili! Mi resta comunque il piacere di venire qui, a godere della pace e delle emozioni che questo piccolo paradiso a due passi da casa sempre mi regala.
La Svizzera è anche questo! 

lunedì 29 luglio 2013

Sex, pills and peppermint



In the end, everything got started from the offer of an Apple.
This was the first commercial in human history. The ability of the snake seller was not to waste time in praising the taste of the fruit, but to promise extraordinary power to those who would eat it.

Since then, besides media, not much has changed. “Let the dance begin” is, for instance, the winking message of a recent American commercial. In it, a romantically embraced couple on a beautiful beach invites people not to dance, like the message would suggest, but to acquire loving super powers by buying a sort of magical pill: Viagra!

Right, Viagra and his brothers, Cialis, Levitra & Co., revolutionized male sexuality, similarly to what the anti-conceptional pill did to female sexuality. The diffusion of these products worldwide is such that the initial use for necessity has been replaced by abuse for pleasure. In some American states, a special offer for loyal customers gives one box for free every seven box purchased.

The acceptance of this phenomenon, which should be faced more cautiously, encourages men of every age to use these chemical products to enhance their sexual enthusiasm, even when there is not justified necessity. A friend of mean, not very young anymore, but with a natural vitality of which people of my same age should be jealous, expressed his skepticism on this habit, which he sees as laziness and lack of self confidence, as well as a fraud towards women, who want to be responsible for the excitation of their partner’s, rather than a side effect. I agree with him, worried by the fact that such confidence would reduce fantasy, seduction and game. Still, several opinions, not only from males, support the notion that the blue pill is another story! No wasted time, no performance anxiety, no risk to swing and miss!

Psychologists and sociologists have much to say about this, and the topic should be treated with more detail. Now, I would only like to say that looking at the phenomenon from a possibly biased point of view, since I am a woman, patriarchal societies have obsessively adored virility and its symbols for centuries, thus testing men and, instead of confirming their “machism”, putting them in trouble. “Phallocracies” of all times, including ours in spite of the ever more apparent confusion on sexual ambivalences, have accepted all artificial erotic stimulants as true masculine myth, getting rid of the naturalness of the legendary Priapus.

Pills are only the most recent demonstration of the spasmodic quest for the perennial virility, since the study of aphrodisiacs, erotic brews and love potions is a millenary story, fascinating albeit often tragic. What are aphrodisiacs exactly?

According to the Greek mythology, Uranus, the Titans’ father, was castrated by his son Kronos, who threw the father’s genitals in the sea, thus unleashing tremendous waves. From the sea foam (aprhos in Greek) Aphrodite, goddess of love and Eros’ mother, rose to life. The word “aphrodisiac” comes from here, summarizing a concept rather than an object, and indicating a complex alchemy through which libido can be increased, with virility and pleasure.

Isabel Allende, master of magic and eros, describes aprhodisiacs as a “bridge between gluttony and luxury” in her seducing book Afrodita, where the lovers’ imagination is the key, like a tempting demon, absent which love would have no color or taster.

Nowadays, the chemistry of pills has replaced much of the psychological game played by imagination in the past. However, ancient alchemists of Eros had to face many issues, and they would have saved several lives and made men happy, had they know the Viagra or Cialis formula. They studied brews for centuries, going through approximations, confiding in nature with creativeness, intuition and fantasy, and thus leaving us the memory of many grotesque and intriguing anecdotes. Many aphrodisiac recipes actually survived to oral traditions and still surprise us, especially in light of the tragic destiny of many people and animals who were uselessly sacrificed. Some of these formulas are still used in some parts of the world, and continue to feed bizarre popular legends, without competing with modern pills.

It is well known how much a toad’s, Bufo, secretions have extraordinary euphoric and hallucinatory effects, maybe excitatory, but definitely fatal. Still, in some regions of Australia, it happens to hear of some hot-headed (probably without access to blue pills) who lick these big toads, and ending up at the hospital rather than in a love ecstasy.

Also the Spanish fly Cantaride, has a similar story. From it cantaridine was extracted and administered as one of the most diffused, powerful and dangerous love potions, for thousands of years. This substance was extracted from the dried body of Lytta vescicatoria, whose name was due to the fact that it causes skin eruptions and vesicles, which increase blood pressure in genitals, producing excitation, but also sorrowful episodes of priapism. It is similar to the effect of peppermint leaves on the most sensitive masculine genitals, according to a book I read from a young Cuban writer, Gutierrez, who is probably fond of mojito, whose magic touch is given by spicy little branches of “hierbabuena”, or mint. Although toxic and illegal, cantaridine is still sold in some countries with a false name, and it seems that its use is alternative to mint in Cuba.

Similarly, the bizarre habit to eat alive beetles, very common in South-Eastern Asia, or to eat triatomines, or kiss bugs, in Mexico, is based on the same legendary principles. In some Arab countries ambreine, extracted from the digestive system of sperm track, is used because it increases the concentrations of hormones, notably testosterone, thus inducing men to copulate intensely, innocently like rabbits. This is though a certified stimulant, also used to fix perfumes, and it was tested on rats in laboratory, making them true stud bulls. It is too bad that sperm whales are quiet animals at risk of extinction.

The more legendary myth from the vegetal world is that of absinth or “green fairy”. Since the Greek epoch this liquor extracted from the homonymous plant was considered erotic, although its toxicity in some versions was such that France, prohibited it in 1915, although it was the favorite drink of intellectuals and artists from Place Pigalle, since it was thought to evoke marvelous muses. It actually caused muscular and gastric spasms, and an excessive consumption brought to paralysis and even death, not before (maybe) conceding wonderful pleasures to those who drank it.

The Green Fairy has left a fascinating legacy in literature and art, especially in Decadent France, and its revival was allowed by the movie “Moulin Rouge”.

Asiatic Ginseng is healthier, although less spectacular. It directly acts on the central nervous system, and through it on genitals, thanks to the release of nitric oxide, like Viagra. Ginseng is also a natural product which improves physical performances and resistance to stress and aging, if used with moderation. Its virtues are apparently beaten only by “gingko bilboa”, the Chinese tree source of an extremely powerful anti oxidant, which improves blood circulation, memory and concentration. Neither needs medical prescription, while this is necessary for a similar natural stimulant, “yohimbina”, which comes from the yohimbé cortex.

All these natural substances, and several more, do not compete with Viagra, Cialis and Co., but have something in common with them: they exasperate the sexual vigor, only in males. Still, without inventing unlikely pink pills, I got to know that women too can benefit from a natural excitatory substance, the “L-arginine”, an amino acid from which nitric oxide can be derived: it seems that it is an effective regulator of smooth muscle tone, and of blood flow in all areas of circulation, including the most intimate ones...

Still, I am not an expert, and doctors, scientists, neurologists, psychologists can bring more competent opinions. I would go back to what Isabel Allende considers the essence of erotism both for men and women: imagination, the only true and free aphrodisiac without side effects, able to turn on our very first sexual organ, the brain!

I may be superficial but imagine a romantic dinner: the intimacy of candle lights, the soft music, his perfume, her whispers, eyes which meet, fingers which brush against each other, feet which touch, the wait for the conquer which increases the excitation with moderate decency...

If conversation is the sex of soul, like somebody said, the look is the petting and the courting at the table is for me one of the most powerful and healthy aphrodisiac concoctions of all times. Food is strategic because it nourishes body and desire too, without necessarily being sinful, like the Apple! Why not to play more often with your own lover, taking advantage of all natural stimuli arising from sharing tastes, smells, aromas, and using imagination to increase excitation, instead of surrendering to chemistry and science?

There are aphrodisiac foods per se, for substances they contain. More often, the aphrodisiac effect is due to allusive shapes, like with an oyster, which recall feminine intimacy, or the asparagus, which evokes the male intimacy. Other foods are considered aphrodisiac as a suggestion, like those animal parts which evoke the magic and little perverted idea of acquiring their virility, their brutal and primordial energy. Without the need to eat bull testicles or to spend tons of money in coquillage, it is easy to imagine an erotic menu with the simplest food: avocados, bananas, figs, grapes, almonds, apples, asparagus, cabbage, celery, artichokes, peppers and red pepper, eggs, cheese, chocolate, oil, wine, honey! All of them, without being snob or elegant, has an intimate aphrodisiac alchemy, able to turn on the erotic desire, if fed by imagination and its flame.

Believe it or not, one of the truly aphrodisiac food, thanks to its organoleptic virtues, is the main enemy of kiss: garlic. Garlic was considered erotic, sacred and tonic by Greeks, who recommended it to athletes before the Olympic Games. Today we know that allicin in the more intensely smelling cloves of garlic increases blood flow to genitals, thus intensifying the libido in men and women.

The problem is to counteract the unavoidable inconveniences. It is recommendable to share equally its consumption, and maybe at the end of the dinner, to have a couple of peppermint pastilles, before getting started with the dances. If a man were not really convinced and would not like to offer his partner a good plate of spaghetti with garlic, oil and red pepper, with peppermint drops for dessert, preferring the blue pill, he should at least remember the ancient fathers’ wisdom, which always recommended caution with all human things. As they used to say “Cum grano salis”, which might become, in a modern interpretation, “Cum grano cialis”. Well, Cicero would say: “O tempora, o mores!”