martedì 12 aprile 2016

Con gli occhi pieni di blu


Lasciare il mare mi rende sempre triste.
Tanto riempie il cuore la sua vista, quel primo scorcio di blu che tutt’a un tratto spunta come il sole dietro una curva d’asfalto, tanto lacerante è l’ultimo sguardo, l’estremo saluto prima della partenza.
E allora mi vien da pensare che dopo tutto quell’immensa tavolozza di azzurro, cobalto, pervinca, turchese, indaco e celeste, quel tappeto spumeggiante di vento e di invisibili correnti, altro non sia che il riflesso della nostra interiorità.
Un panorama esteriore che dialoga con quello interiore, brioso di allegrezza per l’emozione al primo incontro e paludato di tristezza per la commozione della separazione.
Sì, perche anche se sai di tornarci prima o poi, quel distacco dal mare ha sempre il sapore di un definitivo addio. Con un taglio netto, il cordone ombelicale si spezza e la piccola creatura umana si separa dall’immensità acquatica della Natura.
Un’amarezza forse ancestrale si screma in un tocco nostalgico che sa di un presente ormai passato e non vien voglia di parlare.
Con gli occhi pieni di blu, in silenzio per l’ultima volta guardi il mare. E con fiducia consegni all’abbraccio delle sue onde i tuoi ricordi ancora caldi e i sentimenti ancora accesi, cullati in segreto dalla promessa del ritorno.

lunedì 4 aprile 2016

La risposta


Molti mi domandano perché abbia scelto di vivere proprio qui.
Lontano da tutto, lontano da tutti, isolata da mondo.

Come fai a resistere in questo silenzio?  Una manciata di casette affacciate su un lago sempre immobile, sempre uguale al giorno prima e al giorno dopo … sempre lo stesso panorama quando ti svegli la mattina … sempre le stesse voci, quelle degli uccelli, come dici tu, che anticipano l’alba rubandoti al sonno, magari a un bel sogno! Ti svegli che è ancora buio e vai a letto che è già buio …
Come fai senza le luci della città? Senza il rumore della società che cammina, che pulsa, che va avanti! Qui dove stai tu sembra che il tempo si sia fermato, non cambia mai niente, solo il colore delle colline a ogni cambio di stagione, sai che divertimento! Tu lo chiami dolce rifugio ma a me fa venire in mente quel libro in cui lui un bel giorno scopre di essere l'unico essere sulla Terra, tutta l'umanità sparita …come si intitola … Dissipatio H.G , di quello scrittore strano che infatti ha fatto una triste fine.
Che desolazione! Come hai fatto a sopportare l’inverno qui? Le giornate così corte, avvolta presto dal torpore della sera, dal freddo pungente, dal grigiore della solitudine … almeno in città esci e sei tra la gente.
E adesso che è primavera non ti viene voglia di uscire in compagnia, andare a fare shopping, a ballare, a divertirti come tutti quelli che vivono in una città grande?
Qui hai solo la Natura, la "tua Natura". Montagne, colline, prati, lago, pecore, mucche, asini, uccelli …tu dici che ognuno di loro ha un canto diverso, che ti dà gioia ascoltarli …che i gabbiani per esempio ridono e piangono secondo come si sentono, che le anatre parlano come Paperino, i cigni soffiano come flauti e che le folaghe suonano come trombette. E immagino che per te persino i pesci emettano voci, o no…? Chissà cosa ti dicono! Dai ammettilo, è tutto così così tranquillo e noioso qui!

Molti mi domandano perché abbia scelto di vivere proprio qui.
Lontano da tutto, lontano da tutti, isolata dal mondo.
Beata sorrido. E la risposta la lascio a loro …

sabato 2 aprile 2016

CAPO VERDE, UN ASSAGGIO DI TROPICI A DUE PASSI DA CASA





CINQUE BUONE RAGIONI PER VISITARE UNO DEI PARADISI TERRESTRI PIU’ AFFASCINANTI, CULLA DI NATURA, STORIA E CULTURA


Alcune località esotiche evocano sentimenti tanto intensi da non essere traducibili a parole. Una di queste è l’Arcipelago di Capo Verde che, con la sua personalità dalle mille sfumature, suscita quel moto d’animo che i capoverdiani hanno battezzato morabeza. E’ uno struggente senso di dolcezza mescolato all’acuta nostalgia per qualcosa che se ne va, un sentimento inafferrabile ma prepotente.
Il termine rispecchia l’indole degli abitanti e insieme l’aspetto variegato delle isole. Morabeza evoca infatti la morbidezza delle dune dorate di Sal e Boa Vista che scivolano nell’Oceano e insieme l’asprezza delle guglie vulcaniche di Fogo, un rigurgito d’inferno affiorato sulla terra. Tra i due estremi sfilano le colline selvagge delle isole Brava, S. Nicolau e S. Antao, gli anfratti segreti di Maio e le testimonianze coloniali di Santiago e S. Vincente. L’Arcipelago ha questo nome perché si affaccia su Cap-Vert, sulle coste del Senegal, e ogni isola ha una conformazione geografica tutta sua, come fossero sorelle di una stessa famiglia. Questo straordinario ventaglio di caratteristiche rende l’Arcipelago particolarmente attraente e sono almeno cinque le buone ragioni per visitarlo.
La natura: l’Oceano Atlantico lambisce le isole mitigandone i cuori. Mentre Sal con le sue saline è completamente civilizzata, le altre isole difendono la propria naturalezza. Boa Vista, in particolare, sposa accoglienza e selvatichezza: capricciosa come le sue montagne, mistica come i suoi deserti, soffice come le sue spiagge. L’assenza d’acqua in mezzo all’oceano è il più grande capriccio di quest’isola. Le spiagge sono nastri di zucchero che racchiudono un cuore completamente arido. La più lunga, Praia do Curralinho, è chiamata anche Santa Monica e, con i suoi 20 chilometri di sabbia regala la sensazione di una preziosa verginità.
Il clima: Capo Verde è il punto più occidentale dell’Africa e gode di un clima tropicale secco. Le piogge sono scarse e le dorate distese di deserto sahariano lo testimoniano. Inoltre la collocazione a “metà strada” tra Africa e Americhe fa sì che le tartarughe Caretta Caretta scelgano queste coste per depositare le uova, nel loro faticoso viaggio per la vita.
La gente: è accogliente e gentile, amalgama di un intreccio di culture evidente anche nei tratti somatici degli abitanti. Senegal, Guinea-Bissau, Portogallo ma anche Francia, Olanda e Inghilterra hanno riversato qui parte della propria storia e oggi creoli, africani e portoghesi convivono fianco a fianco. La musica è forse l’espressione più emozionante di questo meltin pot, struggente e sensuale, come le indimenticabili canzoni di Cesaria Evora .
La cultura: la storia nota dell’arcipelago risale al 1462 con i primi insediamenti portoghesi e la successiva schiavitù degli Africani. Le città coloniali di Mindelo e Praia raccontano questo passato mescolandolo allo spirito creolo della gente. Nel 1975 Capo Verde ottiene l’indipendenza dal Portogallo e intraprende il suo cammino verso il turismo.
La posizione strategica: a sole cinque ore di volo dalle principali città italiane Capo Verde è il ponte tra l’Europa e il Brasile, un suadente assaggio di tropici a pochi passi da casa. Meridiana collega direttamente l’Italia all’aeroporto di Sal.

Capo Verde a tavola

La mescolanza di razze e culture è spesso culla di ricette gastronomiche particolarmente interessanti, innovazioni che diventano tradizioni. La cucina capoverdiana nasce dallo sposalizio dei prodotti tropicali introdotti dagli schiavi africani con quelli dei navigatori portoghesi. Questo mix cultural-gastronomico ha partorito anche il piatto tipico capoverdiano: la cachupa..
Ingredienti per 4 persone:
5 pannocchie fresche di granturco
100 g. di linguica (salsiccia affumicata portoghese)
¼ di zucca
250 g. di fave o fagioli
2 patate dolci
1 manioca
1 inhame
2 banane verdi o platano
2 pomodori
olio extravergine di oliva
pepe nero
coriandolo
1 cipolla
2 denti d’aglio
Preparazione:

Sgusciate i chicchi di granturco e poneteli in un tegame facendoli dorare con cipolla, aglio, salsiccia, pepe nero e olio. Aggiungete il granturco dorato al resto degli ingredienti insieme a una quantità d’acqua sufficiente a coprirli. Lasciate sobbollire finché il tutto non sarà appassito. Prima di servire condite con sale e guarnite con foglie di coriandolo tritato.

mercoledì 30 marzo 2016

L’ANIMA DEL VINO: LA STORIA DI UN TERRITORIO, LA VITA DI UNA FAMIGLIA

Terredora Dipaolo è sinonimo di tradizione e innovazione, frutto dell’alleanza tra la generosità della Campania e l’operosità della sua gente



L’eleganza austera del Taurasi, la mineralità esotica del Fiano, la corposità floreale dell’Aglianico sono solo alcuni dei versi che compongono la poesia enologica di chi ha fatto della propria passione una missione


Dentro le bottiglie cantava una sera l'anima del vino:
So quanta pena, quanto sudore e quanto sole cocente servono, sulla collina ardente,
per mettermi al mondo e donarmi l'anima ...
Questi versi, ricamati da Baudelaire in una sua celebre poesia, si prestano a dar voce alle “creature” di una delle Aziende vinicole italiane più attraenti. Terredora, infatti, non è solo sinonimo di vini di ottima qualità ma è sintesi di passione, tradizione e innovazione. Un blend che si tramanda nel tempo, alimentato dalla tenacia di una famiglia che dalla vite ha saputo stillare tutto il valore del territorio che la partorisce.  
La Terra
Dal 1978 Terredora è sovrana del regno vitivinicolo della Campania. Affonda le radici in una terra dove l’alleanza tra vulcano, mare e sole imprime alle vigne un carattere sanguigno dalla tempra eroica, proprio come la sua gente.  Qui in Irpinia, infatti, zona collinare dell’entroterra carezzata dal vento del vicino Golfo di Napoli, l’audacia della natura s’intreccia col temperamento degli uomini. I vigneti si srotolano lungo i pendii, si nutrono di terreni di origine vulcanica e si abbeverano di un’ottima insolazione per la maggior parte dell’anno, restituendo all’uomo la massima espressione di sè. Ma sarà solo questo il segreto dei vini Terredora?
La Famiglia
Per quanto generosa, la Natura sarebbe arida senza la mano sapiente dell’Uomo. E’ durante il secondo dopoguerra che Walter Mastroberardino, timoniere di Terredora, sfrutta questa sapienza e comincia a far conoscere le bottiglie prodotte in azienda insieme ai suoi fratelli. Da questa tradizione ereditata con orgoglio si arriva al successo del presente: nel 1994 con i figli Daniela, Lucio e Paolo, e il prezioso sostegno dell’amata moglie Dora Di Paolo, Walter fa costruire la nuova cantina a Montefusco (provincia di Avellino), uno scrigno per la vinificazione delle uve, battezzata Terredora in onore di Dora. Grandi soddisfazioni si succedono in vent’anni di storia, anni in cui anche le pagine tristi, scritte dalla perdita prematura di insostituibili affetti, hanno contribuito a temprare il carattere di una Famiglia che ha fatto della vite la propria vita. Il vero segreto di Terredora è dunque racchiuso nell’anima del vino, un vino concepito dalla disponibilità della natura e cresciuto dall’amore delle donne e degli uomini che se ne prendono cura.
La celebrazione dei 70 anni dell’Azienda ha coinciso con l’ottantatreesimo compleanno di Walter Mastroberardino – lo scorso 25 gennaio - un doppio brindisi che corona i numerosi premi internazionali collezionati dai vini Terredora, tra cui Wine Spectator, Wine Advocate e Wine Challange. Un traguardo ambizioso che s’affaccia su un cammino seminato di nuove stimolanti sfide. 
I Vini
Campore a Lapio e Terre di Dora a Montefalcione offrono un’interpretazione moderna di un autoctono di grande tradizione come il Fiano di Avellino, dalla forte identità varietale e di estrema lunghezza e personalità.
Terre degli Angeli a Santa Paolina, Loggia della Serra e Pioppo del Cappuccino a Montefusco imprimono al Greco di Tufo una notevole intensità aromatica, fragranze minerali e i caratteri tipici dei vini bianchi di grande complessità.
I pendii scoscesi di Campore a Lapio partoriscono il simbolo per eccellenza di Terredora: il Taurasi Campore Riserva, potente, morbido ma dalla forte personalità.
Casali della Baronia a Montemiletto producono vini che si distinguono per freschezza e ricchezza dei profumi: il Principio, Aglianico di ispirazione moderna, dalle iniziali note dolci che evolvono positivamente nel tempo, e la Falanghina Irpinia, eccezionale esempio di stile, in cui spiccano l’intensità di frutta e la freschezza.
Sulle dolci colline di Pago dei Fusi a Pietradefusi, culla dell’Aglianico, nascono vini di grande impatto olfattivo con predominanza di note minerali e una spalla acida che ne valorizza la freschezza.
Corte di Giso a Gesualdo è l’ultima nata fra le tenute Terredora, dedicata a Falanghina e Aglianico. Anche i vigneti a Venticano sono coltivati ad Aglianico, un vino giovane, allegro, con vivaci note di pepe e frutti rossi che richiamano l’estate.

Forse, se Baudelaire potesse idealmente sorseggiarlo, gli dedicherebbe la sua poesia più bella.

venerdì 25 marzo 2016

Pelle


Vorrei essere nuda pelle.
Vestita solo delle tue mani
coperta solo dei tuoi baci
scaldata solo dalle tue parole
avvolta solo dal tuo ardore.
Sola, la mia pelle trema
cercando su di sé
il ricordo ancora acceso di te.

martedì 22 marzo 2016

L'anima del piacere


Dire che uomini e donne sono diversi è un’ovvietà. E in questo caso non alludo solo a certe manifeste fattezze fisiche ma, innanzitutto, al cervello che fermenta pensieri, sensazioni, emozioni per natura differenti. Altrettanto evidente è che i due sessi sono destinati a completarsi, inevitabilmente spinti dal desiderio di ripristinare un’originaria idillica unità.
Prima della scienza, è stata la filosofia a cercare di spiegare quest’ineluttabile motore che spinge uomini e donne a ricongiungersi attraverso l’amore e la ricerca di un piacere fisico non circoscritto alla pura procreazione. Per esempio, nel “Simposio”, Platone abbozza con pensosa arguzia uno stuzzicante dialogo sull’origine della sessualità, cercando di spiegare l’anima del piacere attraverso una metafora ben nota. Lo fa tramite il commediografo Aristofane il quale, durante un banchetto, racconta il mito secondo cui in origine, oltre all’uomo e alla donna, esisteva anche una terza creatura: l’ermafrodita. Con eccitato coinvolgimento di tutti i presenti, Aristofane spiega che:
“La figura di questo essere umano era arrotondata, dorso e fianchi formavano un cerchio; aveva quattro mani e quattro pure erano le gambe; aveva anche due facce, piantate su un collo anch’esso rotondo, completamente uguali e attaccate, in senso opposto, a un unico cranio.”
Tuttavia, la potenza di queste ambigue creature deve aver alquanto allarmato gli dei, al punto che Zeus decise di dividerle in due parti, ricucendo la pelle strappata nel punto di mezzo con un nodo. Nodo che sarebbe diventato l’ombelico. Da quel momento in poi, la vita degli esseri umani sarebbe stata dettata dalla costante brama di ricongiungersi con la metà perduta. E il sesso sarebbe diventato il collante necessario per ricucire i frammenti smembrati dalla volontà (o dall’invidia) divina, trasformando così la ricongiunzione squisitamente biologica in un ineguagliabile piacere fisico.
Questo, come la maggior parte dei miti, sopperisce con la fantasia della metafora all’incompiutezza scientifica, azzardando anche un’arguta analisi psicologica. Il desiderio di fare sesso verrebbe così interpretato come una specie di nostalgia, un atavico impulso a tornare all’originale paradiso perduto, fatto di vigore ma soprattutto di equilibrio e completezza. In poche parole, meno liriche di quelle di Aristofane, fare sesso con chi si ama nascerebbe dal desiderio di far l’amore con se stessi per ritrovarsi finalmente completi.
Naturalmente non è possibile ridurre l’anima del piacere sessuale a un nocciolo atavico così lineare, perché i preamboli erotici che anticipano e seguono l’estasi sono infiniti e imprevedibili. Se fosse così semplice, l’eccitazione scoccherebbe dalla somiglianza e non dalla differenza, e l’attrazione sarebbe indotta da quel pallido riflesso di noi stessi riprodotto e ricercato nella persona amata. Non è sempre e solo così, appunto. E quell’inesprimibile richiamo tra le braccia dell’amante, quello scioglimento dei lombi, quel dolce inturgidimento, quel desiderio di fusione, di sperdimento e di ritrovamento che conduce all’estasi resterà, probabilmente, un eterno argomento di disquisizione per filosofi, scienziati, poeti e forse per gli stessi amanti.
Non è, infatti, questo uno dei misteri più belli che unisce la missione di procreare a quella di sperimentare il piacere più intenso mai conosciuto? Un piacere talmente intenso e fulminante da essere paragonato al culmine estremo della vita, ovvero la morte.
L’orgasmo, in letteratura, è stato infatti spesso accostato al decesso, tanto che i francesi, con la loro aristocratica raffinatezza, l’hanno battezzato petit mort. Non somiglia, infatti, all’unione di due semicerchi carnali destinati a liquefarsi quella tra due corpi? Due amanti, unendo le proprie membra e il proprio afflato, diventano complici della loro stessa morte, perché se fossero immortali non avrebbero bisogno di fondersi donandosi un reciproco piacere per creare una nuova vita.
Da qui, l’impercettibile confine – o ponte d’unione – tra estasi sessuale ed estasi mistica, o religiosa. Entrambi gli estatici deliqui, infatti, implicano un donarsi totale all’altro – che sia Uomo o Dio – in un dissolvimento senza possibilità di ritorno, in cui migliaia di particelle di piacere trasformano momentaneamente il corpo in anima e viceversa. Quello dell’orgasmo diventa, forse, l’attimo terreno più vicino al paradiso, in cui la coscienza è paralizzata e l’identità confusa, in cui il dolore si fa dolce e la durezza si scioglie in spasmi primordiali. E’ l’attimo in cui l’essere umano diventa al tempo stesso angelo e animale, non una ma due volte contemporaneamente, perché fuso nell’abbraccio complice dell’amante.
Se la pittoresca metafora di Platone ha dato un sapore squisitamente terreno alla natura del piacere sessuale come ricongiunzione con se stessi, nessuno come Santa Teresa d’Avila ne ha offerto un’interpretazione tanto sublime e sensuale, come comunione con Dio. La mistica spagnola del Cinquecento, infatti, con disarmante semplicità, ha descritto spesso questa sensazione di estremo sdilinquimento che fluttua tra anima e corpo, quest’estasi irrinunciabile che fa vibrare le corde più intime, fino a ricongiungere il cielo con gli inferi, grazie ai sensi terreni:
“Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore che non c’era da desiderarne la fine. E’ un idillio così soave che io supplico la divina bontà di farlo provare a chiunque pensasse che io mento …”
Insomma, dal sacro al profano, le interpretazioni circa la natura del piacere sessuale si sono affastellate nei secoli, facendo spesso accapigliare filosofi e scienziati, psicologi e religiosi. Sarebbe bello poter credere a quest’impulso di ricongiunzione cosmica di due metà separate ma, in realtà, l’argomento resta un intricato mistero più facile da vivere che spiegare. Ad un’interpretazione univoca, probabilmente, non si giungerà tanto facilmente ma, nel frattempo, il piacere sessuale (quando non è fine a se stesso) continua ad essere ciò che di più umano eleva l’anima di chi sa vivere con amore e passione, consolandola delle inevitabili afflizioni dell’esistenza.
Non ultima, l’afflizione di non essere, ahimè, né dei, né santi, né immortali ma semplicemente esseri umani.

lunedì 21 marzo 2016

L'Amore liquido


Ti voglio bene.
Ti amo.
Tu sei fatta apposta per me.
Quante volte nella vita ci siamo sentiti dire queste parole! Quante volte persone tanto diverse tra loro hanno manifestato lo stesso sentimento, lo stesso trasporto, lo stesso bisogno di amare noi.
Noi, proprio noi. Scelti tra centinaia di altri esseri umani a portata di mano, magari più interessanti, più attraenti, più intelligenti, più eccitanti. Insomma migliori di noi!
Com’è possibile che persone tanto diverse possano tutte trovarci “fatti apposta per loro”? e amarci indistintamente allo stesso modo?
E viceversa, com’è possibile innamorarsi più volte nella vita di individui spesso agli antipodi tra loro, per aspetto, carattere, abitudini?
Forse, quel sentimento che ci ostiniamo a chiamare “amore” o “bene”, cercando inconsapevolmente di scolpire in una certezza qualcosa di assolutamente evanescente, non è affatto qualcosa di solido, di cristallino, di definitivo, cui poter dare un nome preciso.
Ma è, piuttosto, un po’ come l’acqua.
Un liquido, un flusso, un fluido che di volta in volta prende la forma del contenitore che lo ospita e lo alimenta. Così come l’acqua si adatta al profilo del letto che accoglie un fiume, allo stesso modo il sentimento amoroso sgorga ineluttabile e s’incanala verso quella persona che in quel preciso momento della vita risponde ai nostri desideri, appaga le nostre aspettative, sollecita i nostri sensori epidermici, chimici, feromonali e intellettuali.
Forse, allora, tanti sono i moti di quel sentimento chiamato “amore” quante sono le persone al mondo che lo coltivano. Ogni volta diverso, eppure sempre uguale e indispensabile.

Come l’acqua. Perché senza si muore.