martedì 4 settembre 2012

La malaombra



Vivere non è facile, tanto meno lo è scegliere di morire.
Lo scorso anno, il 25 novembre, Luciano Francesconi, 77 anni, storico disegnatore del Corriere della Sera, si è sparato un colpo di pistola alla testa, dentro l’ascensore della sua abitazione milanese. Due giorni dopo, Gary Speed, 42 anni, allenatore del Galles, è stato trovato impiccato nel garage della sua casa di Huntington. Altri due giorni dopo, il 29 novembre, Lucio Magri, 79 anni, fondatore del Manifesto, ha posto lucidamente fine alla sua esistenza affidandola a una clinica svizzera, dove la dolce morte è un amaro diritto.
Questi macabri epiloghi, avvenuti a distanza di pochi giorni, costringono a fermarsi e riflettere su quell’ombra che accomuna esistenze apparentemente normali, diverse tra loro ma ugualmente infelici: la depressione. Se ne parla sempre più spesso alla luce di questi fatti oscuri. “E’ il male del nostro tempo, è recidiva, può colpire tutti a tutte le età, specialmente le donne … E’ una malattia del cervello, ha basi biologiche e si può curare.” Questo è, più o meno, quello che si sente in televisione, sui giornali e in rete. In realtà, non è così semplice. Pensare alla depressione esclusivamente come una malattia biologica o neurologica è quasi confortante. C’illude di poterla isolare, analizzare, misurare, radiografare, scannerizzare, anestetizzare e magari curare. Più inquietante è considerare la depressione come un male dell’anima. Possiamo prendere un fegato, un pancreas, un cuore, un cervello e medicarli. Ma come afferrare qualcosa d’impalpabile come l’anima? Dove andare a frugare? Con quale strumento scientifico, microscopico o telescopico? Quale bisturi, medicina o antidoto per qualcosa che è invisibile?
Medici, psicologi, neurologi, specialisti d’ogni campo stanno cercando di fare chiarezza in mezzo al naturale smarrimento che il dolore di questi recenti avvenimenti aggiunge al già dilagante senso d’incertezza. Tra questi c’è un medico italiano che si occupa da sempre di depressione e di malesseri dell’anima. E’ Eugenio Borgna, psichiatra dalla rara capacità empatica e comunicativa. Ha scritto molti saggi, poeticamente lucidi, mescolando all’analisi clinica la sensibilità umana di chi s’addentra umilmente nel dolore altrui per ascoltarlo, capirlo e confortarlo, perché la parola è la prima medicina per chi soffre. Proprio in questi giorni, ha pubblicato un libro illuminante, dal titolo “Elogio alla depressione”, scritto insieme al sociologo Aldo Bonomi, edito da Einaudi. Io credo che farebbe bene a tutti, ma proprio a tutti, spegnere la tv e leggere queste pagine. Sia per capire meglio i drammatici paradossi del nostro tempo nitidamente radiografati da Bonomi, sia per abbattere i superficiali pregiudizi su un male, una malaombra, che non è qualcosa di folle, di estremo ed estraneo a noi ma al contrario riguarda tutti, direttamente o indirettamente. Perché la malinconia, il taedium vitae, non coinvolge solo l’intimità di chi personalmente ne soffre. Riguarda anche la famiglia, il lavoro e la società, attraverso il contagio di emozioni ferite, affetti frantumati e isolamenti dolorosi che, senza sfociare necessariamente in drastici epiloghi, conducono a un soffocato e doloroso naufragio.
“Non esiste una sola depressione ma diverse forme di depressione” spiega Borgna. Possiamo distinguere una depressione esistenziale, una depressione motivata e una depressione psicotica, che a volte si confondono, mescolando cause biologiche, psicologiche e sociali.
Nella depressione esistenziale, la tristezza galleggia improvvisamente nella nostra anima senza un’apparente ragione e dilaga fulminea nella nostra interiorità, logorandoci. Ci si sente afflitti, svuotati d’interesse, incapaci di gustare il senso della vita. Si fatica persino a pensare, risucchiati da uno smarrimento che oscura gioie e raggela speranze. Il tempo soggettivo non ha più nulla a che fare con quello esterno, con quello misurabile, perché tende a rallentare e a disgiungersi nelle sue tre dimensioni agostiniane: presente, passato e futuro si sciolgono. La dimensione del futuro tende ad arrestarsi, assorbita nel passato che si dilata grottescamente nella nostra immaginazione. Questo tipo di tristezza, tuttavia, non è patologica e non ha nulla a che fare con la depressione come malattia. E’ un’esperienza di vita che ci appartiene nel momento in cui ci fermiamo a riflettere sul senso dell’esistenza, delle cose spesso effimere che ci circondano e ci asfissiano, svuotandoci dei valori più veri e profondi. Questo tipo di tristezza è la malinconia nel senso più leopardiano, propria dell’uomo che avverte l’incombenza dell’infinito, cui s’accosta con tutta la sua fragilità e la sua inadeguatezza. La consapevolezza di questa precarietà è sorgente di riflessione e di straordinaria creatività ma non è malattia. Questo tipo di depressione, questa sconosciuta che abita in ognuno di noi, fa semplicemente parte della vita ed è bene farsela amica.
La depressione motivata, o reattiva, sgorga da esperienze personali dolorose, come l’insorgere di una malattia degenerativa, la perdita del lavoro, della casa, della patria o di una persona cara. E’ molto spesso, quindi, legata all’esperienza del lutto e corrisponde alla diagnosi di ‘disturbo distimico’, secondo la classificazione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. E’ animata da una tristezza psichica che si manifesta in un accasciamento doloroso, in un’amarezza sconsolata ma solitamente circoscritta in un arco temporale, fino cioè all’esaurirsi della carica emozionale legata al dolore. Dopo di che la sofferenza si elabora in memoria, in ricordo, in nostalgia. Pur non raggiungendo l’incandescenza della depressione psicotica, questo stato d’animo paralizza la persona nel grigiore, bloccando il naturale fluire del tempo interiore. Il peso del passato è dilatato sul presente e inibisce ogni slancio vitale, tuttavia non annulla completamente la speranza verso il futuro, come invece succede nella depressione psicotica.
La depressione psicotica è quella che tra tutte non ha motivazioni rintracciabili nella sua insorgenza e richiede serie cure psichiatriche. Corrisponde alla diagnosi di Episodio Depressivo Maggiore, sempre secondo il DSM-IV-R, e non annovera una grande quantità di casi, rispetto alle due altre forme depressive. Chi ne soffre si trova congelato, paralizzato sia nei gesti e nei movimenti del corpo, sia nei pensieri che si fanno lenti, atrofizzati e catatonici. La dimensione temporale del futuro è stralciata dall’orizzonte di un tempo interiore in cui sopravvive solo un passato che esilia la persona in una solitudine autistica. La sofferenza intima è visibile attraverso modificazioni vegetative e somatiche espresse nell’insonnia, in nausea, in oppressioni cardiache e gastrointestinali che spesso mascherano e dissimulano il dolore psichico. Questa forma estrema di depressione può sfociare nel rifiuto definitivo della vita, nella scelta di una morte volontaria maturata nel silenzio e nella solitudine interiore, morte consapevolmente e morbosamente anelata.
Senza arrivare a situazioni estreme, è bene capire che ogni forma di depressione nasce da comuni radici fenomenologiche e antropologiche, al di là della sintomatologia e degli eventi personali scatenanti. Non è sufficiente una predisposizione biologica o un lutto per scatenare una depressione. Il filo rosso che le collega è fatto dalle emozioni spiega Borgna. E’ fatto di una profonda sensibilità e di una stremata fragilità, accompagnate da un acuto senso di solitudine in cui il peso del passato soffoca il presente, cancellando il futuro. Ma sensibilità e fragilità sono anche la premessa alla conoscenza intuitiva degli altri da noi, alla comprensione delle emozioni che si annidano nella soggettività altrui e, quindi, possono diventare il ponte per non sentirsi più isolati, esiliati ognuno nella propria onnipotente vacuità. Questo non vuole essere un elogio all’infelicità ma un invito a ‘sentire’, ad affacciarsi agli altri con gentilezza, accettando la fragilità senza vergogna e vivendo la sensibilità senza subirla, bensì sfruttandola come leva per entrare in empatia con altre esistenze.
Luciano Francesconi, Gary Speed e Lucio Magri non ci sono più. Riflettere senza pregiudizi sul dolore delle loro scelte può aiutarci a capire. Perché, come scrive Albert Camus ne Il Mito di Sisifo, un gesto come questo si prepara nel silenzio del cuore, allo stesso modo di un’opera d’arte. Uccidersi, come nel melodramma, è come confessare: confessare che si è superati dalla vita o che non la si è compresa.
Forse, aveva ragione lo psichiatra Kurt Schneider, dicendo che ci dovremmo preoccupare non di essere stati depressi almeno una volta nella vita, ma di non esserlo stati mai.

I colori della salute



Schopenhauer diceva che “nove decimi della nostra felicità si basano sulla salute. Con questa, ogni cosa diventa fonte di godimento”.
Ma che cosa intendeva esattamente per salute? E cosa intendiamo oggi noi con questa parola che nei secoli ha articolato il suo significato proporzionalmente alla complessità della società? Se un tempo per salute s’intendeva sinteticamente assenza di malattie, oggi il concetto è molto più sofisticato. Si preferisce parlare di benessere per intendere lo stare bene non solo fisicamente, nel corpo, ma anche psicologicamente, nel cuore e nella mente.
Sta di fatto che il benessere comincia da tavola e questa convinzione, tipica del pensiero occidentale, resiste sin dai tempi d’Ippocrate, quando il medico era, guarda caso, innanzitutto un esperto di alimentazione. Se è vero che siamo ciò che mangiamo, è altresì vero che non solo il nostro corpo – fatto di muscoli, pelle, ossa, fibre, sangue, cellule, molecole e atomi – è il risultato di un’alimentazione possibilmente sana. Lo è anche il nostro cuore, appunto, inteso in senso metaforico e poetico, come la sintesi dello stare bene umorale, affettivo e sociale. E lo è, a maggior ragione, il nostro cervello, concepito non solo come marchingegno chimico ed elettrico ma soprattutto come motore pensante che traduce l’energia in ragionamenti, emozioni, desideri, ricordi e sogni.
Perciò, oggi, a un concetto di salute essenzialmente organico, focalizzato sulla quantità e la sostanza degli input che ingeriamo, inspiriamo, assorbiamo e assimiliamo, si aggiunge un concetto più spirituale, olistico, basato sulla qualità, sulle virtù nascoste e le proprietà intrinseche di questi input. L’idea di salute occidentale s’intreccia, così, a quella più tipicamente orientale che esalta l’armonia tra corpo e ambiente, tra Uomo e Natura, abbracciati in un continuo scambio in cui nulla viene perso e tutto si rinnova, cresce e si trasforma, modificando contemporaneamente l’essere umano e ciò di cui esso fa parte.
Tuttavia, quella che dovrebbe essere una delle esperienze più semplici e gratificanti dell’esistenza (insieme all’amore e al sesso!) ovvero mangiare, sembra comportare sempre maggiori preoccupazioni, dubbi e frustrazioni, anziché puro godimento. Colpa, forse, anche di un’informazione spesso imprecisa, contraddittoria e strumentalizzata, che crea confusione e ansia anziché chiarezza e buonumore.
Personalmente, da buona vegetariana, mi sento a posto con me stessa, in perfetta forma psicofisica e in armonia con la Natura. Con questo, però, non voglio sbandierare il vegetarianismo come filosofia assoluta della sana alimentazione, perché sono convinta non esistano ricette nutrizionali perfette, totalizzanti e condivisibili da tutti. Oltretutto, la scienza, compresa quella alimentare, è in continuo fermento, è come una fiamma che brucia costantemente e nel momento stesso in cui si accende una miccia a scaldare un’ipotesi, contemporaneamente scatta altrove un’altra scintilla pronta ad infiammare gli animi, provocando un incendio ancor più prepotente e contagioso. Credo che nessuna autorità possa convincere, completamente e a lungo, un individuo o una società della correttezza di una tesi nutrizionale, poiché la valutazione finale su ciò che è buono e sano viene dalla profondità della psiche e dagli organi di senso di ognuno. Tuttavia, abbiamo bisogno di alcuni parametri, di punti di riferimento che ci indichino il cammino senza rischiare di mandarci fuori strada.
Io non ho mai saputo porre una distanza tra un tenero vitello che pascola beato nei prati e una bistecca fumante al sangue nel piatto. Mentre ho sempre subito il fascino istintivo per la frutta e le verdure raccolte nel mio orto, perché questo è stato il mio imprinting alimentare. Da qui, le mie predilezioni a tavola. Certo, oggi quando mi aggiro tra i banchi di frutta e verdura per far spesa, qualche perplessità sorge spontanea anche a me e orientarmi tra etichette e indicazioni dei prodotti cosiddetti naturali, a volte mi crea più imbarazzo che certezze.
Il linguaggio, in certi casi, anziché semplificare le cose, le complica e accentua la distanza tra l’oggetto in discussione e la consapevolezza che se ne ha. Penso che il vocabolario utilizzato per definire la ‘bontà’ dei cibi, oggi, sia sintomatico di questa nuova concezione olistica della salute. Un cibo oggi è considerato tanto più salutare quanto più è fresco, puro, vergine, leggero, antiossidante, vitaminico, disintossicante, depurativo, energizzante. Tutti attributi impalpabili e invisibili, che riconducono a benefici concreti intuibili più con la fiducia che con la ragione. Frutta e ortaggi dovrebbero essere per definizione, quindi, i simboli di un’alimentazione pulita e trasparente, che ci fa sentire e stare bene. Però, poi, entrano in gioco altri vocaboli a complicare la faccenda e a guastare la festa: biologico e transgenico, tanto per fare due esempi. Parole che incombono come miraggi o come spettri sugli scaffali affollati dei supermercati, nelle ceste colorate dei mercati e sulle tavole imbandite delle nostre case e che, anziché orientarci nelle scelte, spesso illudono o inquietano.
Non ho la competenza necessaria per dispensare consigli e informazioni certe, perché io stessa mi dibatto continuamente tra letture spesso contraddittorie. Però mi informo. E credo sia dovere e responsabilità di tutti noi informarsi approfonditamente su questi temi, senza innamorarsi di una tesi, di una filosofia, di una bandiera ideologica ma mantenendosi costantemente recettivi al confronto e aperti al dialogo, rinunciando a velenose e sterili polemiche. Anche perché i traguardi delle scoperte scientifiche, anche in campo alimentare, sono spesso visibili a distanze temporali lunghissime, imprevedibili nel presente o nell’immediato futuro.
Goethe disse una volta: “In realtà si sa solo quando si sa poco. Col sapere, aumenta il dubbio.” E’ tremendamente vero! Una cosa certa e meravigliosa è, tuttavia, questa: quando la Natura è all’opera è straordinaria, sia a livello microscopico che macroscopico, sia nel bene che nel male perché la Natura contiene potenzialmente tutto, senza bisogno d’artifici e correzioni. Vi siete mai chiesti, per tornare un attimo al mio amore per i vegetali, perché frutta e verdura hanno in genere colori così accattivanti? Che voi crediate in Dio, nell’evoluzione o semplicemente al caso, l’invitante bellezza dei vegetali è uno straordinario esempio della saggezza della Natura e il nesso tra colore e salute è scientificamente provato. I colori dei vegetali derivano, infatti, da una varietà di sostanze chimiche, gli antiossidanti. Le piante esprimono la propria bellezza colorandosi: catturano l’energia del sole e la trasformano in vita tramite la fotosintesi, che muta l’energia solare in zuccheri semplici e poi in carboidrati complessi. Il tutto è azionato dallo scambio di elettroni tra molecole, il che rende il processo di fotosintesi simile a un reattore nucleare. Gli antiossidanti sono colorati perché la proprietà chimica che consente di assorbire elettroni crea anche colori visibili. Così, i carotenoidi appaiono gialli grazie al beta-carotene (come nella zucca), rossi per il licopene (nei pomodori), arancioni per via della cripto xantina (nelle arance), e così via. Alcuni antiossidanti sono incolori, è vero, come l’acido ascorbico, o vitamina C, e la vitamina E, perché agiscono in parti più nascoste delle piante, parti che devono essere protette da elettroni capricciosi. L’azione degli antiossidanti, questo è appurato, è quella di combattere i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento di ogni organismo. Il problema di noi esseri umani è che non siamo in grado di produrre scudi naturali per difenderci dai radicali liberi. Non siamo piante, non siamo in grado di compiere la fotosintesi, perciò non produciamo antiossidanti. Sono i vegetali a fornirceli, quindi, perché frutta e verdura, una volta ingerite, agiscono in armonia con il nostro organismo e rilasciano tutto il bene che contengono, promuovendo un concerto di sostanze salutari insostituibili.
Per questo, mi piace pensare che i vegetali appaiano così belli, colorati, attraenti e sensuali per solleticare piacevolmente tutti i nostri sensi e rendere non solo più appetitoso ma anche più utile il consumo che ne facciamo.
Per concludere, è doveroso informarsi e sapersi orientare con spirito critico tra libri, riviste e siti internet che ci aggiornano vertiginosamente sul mondo dell’alimentazione, senza lasciarci ingenuamente ipnotizzare e circuire. Occorrono cautela nel comunicare, prudenza nell’ascoltare ma sempre tanta curiosità e fame di sapere. Viviamo nel benessere, è vero, ma disinformati rischiamo anche di soccombere al benessere.
Forse, dunque, una corretta e onesta informazione potrebbe produrre quel un percento mancante di felicità di cui parla Schopenhauer nel suo aforisma, all’inizio di quest’arzigogolato discorso. Di sicuro, il saggio filosofo si sarebbe trovato d’accordo con un altro grande personaggio vissuto in tempi più recenti, Massimo Troisi, quando nel film “Ricomincio da tre”, scambia con la compagna d’avventure queste fulminanti battute:
Lei: “Cosa vuoi che ce ne importi degli altri: quando c’è l’amore c’è tutto …”
Troisi: “No, chille è ‘a salute!”

A cena con Darwin



Benché la mia ammirazione per Charles Darwin sia immensa, avrei avuto qualche titubanza ad accettare un ipotetico invito a cena da lui. Leggendo, ho scoperto infatti alcune bizzarre curiosità circa le sue abitudini culinarie, che urtano un poco il mio pudore vegetariano.
Pare, innanzitutto, che l’interesse di Darwin per gli animali fosse tanto precoce quanto viscerale, al punto che, annunciando in casa di non voler proseguire gli studi di medicina, suo padre, offeso, gli rimproverò: “A te interessa solo sparare, occuparti dei cani e acchiappare topi: sarai una vergogna per te stesso e la tua famiglia!” Così, per non scontentare troppo papà Robert, il giovane Darwin provò a ripiegare sull’unica alternativa rispettabile, ovvero la carriera ecclesiastica, con la speranza di poter capire il disegno divino della Natura attraverso lo studio di Dio. Fu invece nella Natura che Darwin finì col cercare Dio, obbedendo all’indole avventurosa probabilmente ereditata da nonno Erasmus.
Il fatto è che quest’interesse smisurato per gli animali non era solo di natura scientifica ma anche gastronomica. Infatti, mentre si logorava sui testi di teologia alla Cambridge University, Darwin cominciò a frequentare con viva passione il Gourmet Club, un’Accademia nota per proporre ai selezionati soci menù alternativi, consistenti in carne d’animali normalmente banditi dalle tavole, come il falco e il tarabuso. Non solo. Abbandonati definitivamente i libri, il 7 dicembre 1831 Darwin s’imbarcò sul Beagle e durante i cinque anni di navigazione, oltre a partorire la ben nota teoria, alimentò anche le sue curiosità culinarie. Fece grandi scorpacciate di armadilli, che sapevano e avevano l’aspetto di anatre, e di un roditore color cioccolato che descrisse come la miglior carne che avessi mai assaggiato. Probabilmente si trattava di un aguti, della famiglia dei Dasyproctidae, che in greco significa ‘deretano peloso’, dal sapore per noi certamente inimmaginabile. In Patagonia gozzovigliò con carne di puma, trovandolo incredibilmente somigliante al vitello, e con il nandù maggiore, che scambiò per struzzo; mentre nelle Galapagos banchettò con polposi iguana e succulenti tartarughe giganti. Evidentemente, Darwin ignorava ancora l’importanza delle tartarughe nella teoria dell’evoluzione, teoria che sviluppò navigando sul Beagle, dove si premurò di far caricare ben 48 esemplari di quelle splendide imponenti creature. Non come soggetti di studio, ahimè, ma come goloso combustibile per gli appetiti suoi, del capitano FitzRoy e di tutto l’equipaggio.
Ma cosa avevano di tanto speciale tutti quei tipi di carne? Cosa di così appetitoso da renderli irresistibili al palato? Darwin, nonostante il suo straordinario acume, non poteva certo immaginare che, prima o poi, qualche scienziato avrebbe scoperto il quinto gusto, l’umami, legato al glutammato monosodico presente nelle proteine animali. In realtà, già Aristotele aveva intuito che il grasso costituisse una classe gustativa fondamentale e distinta dalle altre ma non ne aveva definito un sapore specifico. Oggi, la scienza fornisce una spiegazione più profonda, che scava oltre la chimica del gusto e che giustifica in qualche modo anche i capricci gastronomici di Darwin. L’attrazione per i grassi, infatti, non dipende solo dal sapore particolarmente gradevole ma anche da una predisposizione evolutiva dell’Uomo, cioè da una necessità biologica. Così come l’uomo prova un piacere innato nel consumare alimenti ricchi di zucchero (in origine, frutta e latte materno) perché la Natura lo induce a immagazzinare cibi energetici, abbondanti e a portata di mano per sopravvivere, allo stesso modo è istintivamente attratto dai grassi, perché essi svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo del cervello. Gli scienziati sostengono, infatti, che l’espansione del cervello degli ominidi è conseguenza diretta dei cambiamenti dietetici derivati dalla migrazione dell’Homo Sapiens dalle savane alle regioni fluviali e costiere, cominciata circa 250.000 anni fa. Il passaggio da un’alimentazione esclusivamente frugivora a una ricca di grassi ha, dunque, rivoluzionato l’evoluzione della specie umana nella sua struttura fondamentale, il cervello. In fin dei conti, Darwin senza saperlo confermava su di sé le ipotesi delle sue stesse ricerche, sacrificando armadilli e tartarughe in nome di una scienza che si sarebbe evoluta anche grazie al suo contributo!
Oggi si sa con esattezza che il mattone fondamentale della vita, la membrana cellulare, è composto da un doppio strato lipidico che protegge gli organi interni della cellula. Nei bambini piccoli, una dieta ricca di grassi è cruciale per un corretto sviluppo del cervello. Garantisce, cioè, l’energia necessaria attraverso l’immagazzinamento di acidi grassi presenti nei trigliceridi e fornisce una riserva di acidi grassi polinsaturi a catena lunga, essenziali per la formazione della retina e delle giunzioni sinaptiche che permettono alle cellule cerebrali di comunicare tra loro. In virtù di ciò, è verosimile che la nostra passione innata per i grassi sia ancora più potente di quella per gli zuccheri, come gli esperimenti scientifici dimostrano. Infatti, tutti amiamo i cibi carichi di zucchero, eppure c’è un limite, un livello di saturazione oltre il quale la piacevolezza del dolce diventa nauseante e la preferenza edonica s’inverte in disgusto. Ciò non sembra accadere, invece, nei confronti dei grassi, per cui non si riscontra un punto di saturazione nell’apprezzarne la concentrazione ma, al contrario, un crescente piacere.
La Natura, dunque, sembra abbia voluto prendere l’Uomo per la gola, in modo da garantirgli robustezza e resistenza, al di là dell’effimero piacere del palato. Non dovremmo sentirci in colpa, allora, di fronte all’irresistibile attrazione di una fetta di Sacher, di un cannolo o di un babà (esempi della sofisticata evoluzione della frutta e del latte materno). Così, come non dovremmo, forse, farci troppi problemi di coscienza davanti a un povero pollo arrosto o a una fumante bistecca al sangue. Ci resta, tuttavia, il beneficio della scelta. Innanzitutto, perché – al contrario della pancia - pare che il nostro cervello sia destinato a non svilupparsi oltre il traguardo finora raggiunto e, tutt’al più, oggi la sfida è quella di imparare a utilizzarlo meglio e più spesso (Use or Lose it, come dicono gli anglofoni). Inoltre, oggi si sa che moltissimi vegetali posseggono gli stessi elementi nutritivi della carne e che il sapor d’umami può essere sostituito dalle infinite sfumature aromatiche intrinseche d’ogni verdura, magari con l’accompagnamento di un buon Olio extravergine d’oliva, accontentando così il palato senza scuotere la coscienza.
Ciò detto - per amore di scienza e verità - immagino che se per ipotesi Mr. Darwin m’avesse invitato a cena e si fosse persino invaghito di me, mi sarei trasformata in una petulante Santippe, persuadendo a modo mio il famelico spasimante ad evitare scorpacciate di aguti e tartarughe. Senza volerlo, né saperlo, lo avrei forse reso molto meno geniale e, probabilmente, avrei privato l’umanità di una delle più grandi intuizioni scientifiche di tutti tempi. Chi lo sa, forse Darwin avrebbe scritto un trattato leggermente diverso da quello noto e l’avrebbe titolato così: “Sull’origine della Specie per mezzo della Seduzione naturale”. E magari avrebbe anche venduto molte più copie!

Il lume della ragione



“Tutte le persone eccezionali che si sono distinte nella filosofia, nella politica, come poeti o nelle arti, sono malinconiche.”
Melancholia. Così Aristotele definiva quel profondo, incomunicabile mal-essere che oggi chiamiamo depressione e che, evidentemente, è sempre esistito ed è sempre più frequente. Un’angoscia dell’anima che talvolta s’accompagna a una particolare creatività della mente. Beethoven, Schumann, van Gogh, Churchill ... quanti grandi personaggi hanno acceso fiamme eterne dalle ceneri dei propri abissi! E quanti poeti, scrittori e scrittrici hanno distillato struggenti liriche dagli umbratili fondali del cuore: Virginia Wolfe, Leopardi, Antonia Pozzi, Guido Morselli … Ma l’Ombra dell’Anima resta dolorosa, anche quando il Lume della Ragione la sublima in arte, in pittura o in poesia.
Sono troppo imbevuta di psicoanalisi per non considerare, innanzitutto, la dimensione psicologica della malaombra e l’importanza dell’empatia che occorre avere verso chi ne soffre. Ciò nonostante, le neuroscienze sono sempre più coerenti con la psicologia e, forse, le due discipline possono abbracciarsi nella cura di quest’oscuro male che intreccia anima e mente.
Una delle più recenti tecnologie per la cura della depressione, nelle sue manifestazioni meno drammatiche, viene dalla Finlandia, Paese che registra ogni anno un numero cospicuo di casi. E’ soprattutto il Disordine Stagionale Affettivo (o SAD, che in inglese significa, guarda caso, triste) a colpire i finlandesi e si tratta di un abbassamento ciclico del tono umorale durante alcuni periodi dell’anno. In particolare, quando la luce solare è scarsa, chi soffre di SAD accusa un’acuta malinconia che innesca spesso un logorante taedium vitae e sfocia talora nel suicidio. Effettivamente, la luce solare, oltre a colorare la vita esteriore, anima quella interiore, attraverso una maggiore assimilazione di vitamina D e la stimolazione di serotonina, il naturale regolatore chimico dell’umore. L’ipotesi degli scienziati parte dal presupposto che la depressione sia essenzialmente un disturbo dell’ipotalamo e che coinvolga tutta una serie di circuiti cerebrali i quali, a loro volta, sollecitano diversi neurotrasmettitori sensibili alla luce del sole. Di conseguenza, aumentando artificialmente la luce solare nel cervello, sarebbe possibile mantenere costante il tono d’umore psicologico. Infatti, nel nostro cervello esistono 18 aree che contengono le opsine, preziose proteine che, agendo da fotorecettori, aiutano l'organismo a settare correttamente l’orologio biologico. Ma come fare a iniettare luce nel cervello? Attraverso le orecchie! Ottantanove volontari affetti da SAD sono stati sottoposti a una dose quotidiana di sole artificiale somministrata per pochi minuti attraverso piccoli auricolari simili alle cuffie di un iPod (Walkie è il marchio commerciale). I risultati dimostrerebbero che il 79% dei soggetti si liberi effettivamente dai sintomi depressivi e queste conclusioni, presentate al recente “International Forum for Mood and Anxiety Disorders” di Budapest, hanno fatto esultare gli scienziati, lasciando forse un po’ perplessi gli psicologi.
La depressione vista così sarebbe una malattia fondamentalmente chimica, del cervello e non dell’anima. Si potrebbe immaginare che se Tolstoj, per esempio, avesse avuto a disposizione queste cuffie solari durante i rigidi inverni russi non avrebbe probabilmente scritto pagine tanto intense. Chissà! Chissà quali altri varchi, ancora inimmaginabili, scienza e psicologia insieme potranno solcare e, forse, lo studio della depressione è una preziosa terra di mezzo, dove unire le scintille della ragione con le fiammelle del cuore. Una melancholica terra di mezzo, dove tuttora si abbeverano le anime erranti dei filosofi e dei poeti. La scienza ha certamente un vantaggio, per ora: il neurone è qualcosa di osservabile e misurabile, quindi esiste. Mentre lo psicone non è ancora stato scoperto e ancora non c’è uno strumento scientifico in grado di osservare la Psiche. E’ un po’ come succede per la gravità: si teorizza l’esistenza del gravitone ma ancora non se n’è dimostrata empiricamente la presenza.
Insomma, la strada verso la vera Illuminazione appare ancora lunga e imprevedibile. Certo è che da sempre, e sempre più appassionatamente, gli scienziati viaggiano accanto ai filosofi e ai poeti nell’avventuroso cammino alla ricerca della verità, sperando d’individuare quel baluginante crinale tra visibile e invisibile, tra possibile e impossibile. I primi, probabilmente, continueranno a procedere fieri guidati dal Lume della Ragione, gli altri più sommessamente ispirati dall’Ombra dell’Anima.

Mangiare o non mangiare?



Recentemente, è scomparso uno dei filosofi più significativi del panorama culturale italiano. Paolo Rossi, professore dell’Università di Firenze, membro dell’Accademia dei Lincei e, soprattutto, uomo profondo e sensibile, ha dedicato l’intera vita alla riflessione e all’insegnamento, praticato fino all’ultimo con grande entusiasmo. Amava definirsi ‘storico delle idee’ e, oggi, lui stesso è diventato Storia lasciando in eredità le sue idee.
Il suo ultimo libro risale allo scorso anno e s’intitola “Mangiare”, edito da Il Mulino. Non lasciatevi ingannare dal titolo bucolico che riempie la bocca e non indugiate, dunque, tra gli scaffali del reparto ‘cucina’. Il libro di Paolo Rossi appartiene a tutta un’altra specie letteraria e si colloca in prima fila tra i saggi di antropologia, perché il mangiare è sia Natura, sia Cultura e i modi di nutrirsi sono in grado di dire qualcosa di importante non solo sui modi di vita ma anche sulla struttura di una società e sulle regole che consentono ad essa di persistere e di sfidare il tempo.
“Mangiare” è uno di quei libri in cui pare di sentire la voce del narratore che fa da sottofondo al suo atto creativo. Convincente e appassionato nelle sue argomentazioni, Paolo Rossi ha dedicato questo scritto alla memoria di un suo caro amico e a sua figlia Laura, una brava psichiatra che si occupa di disturbi del comportamento alimentare, in special modo di anoressia. Le pagine del libro sono un approfondimento di alcune cartelle che il filosofo aveva scritto in passato per questa giovane donna, mosso dai forti sentimenti provati visitando di persona il reparto psichiatrico in cui lei lavorava. Perché un conto è leggere libri e un altro è avvicinare le persone. Questo spiega il taglio particolare del saggio, che pur titolandosi “Mangiare” tocca aspetti spesso solo paradossalmente legati al bello del mangiare. Mangiare, infatti, non è solo piacere. E’ anche fame. E fame significa bisogno, desiderio, ossessione, come dice il sottotitolo del libro. Significa digiuno, carestia, povertà, frustrazione, rinuncia, schiavitù, malattia, morte. Significa persino cannibalismo e vampirismo, ancora oggi praticati, nel nostro tempo e nella nostra società!
Paolo Rossi, da buon filosofo, vola alto e leggero attraverso scenari storici e culturali lontani tra loro, nel tempo e nello spazio, evocando qua e là passi intensi di scrittori e pensatori quali Calvino, Pasolini e Herta Mueller, per poi planare deciso laddove il volo è cominciato, sul terreno vischioso dell’anoressia. E lì colpisce il bersaglio, la musa Ana, come viene familiarmente chiamata l’anoressia sul web dai suoi giovanissimi fedeli: il tirannismo alimentare, l’amoroso anelare ad un vuoto che sazia più del pieno, in un inesorabile, lento, cieco suicidio. Ne parla con estrema delicatezza, com’è giusto trattare questo male subdolo dove tutto è difficile e ancora più doloroso perché coinvolge soprattutto chi si affaccia all’alba della propria esistenza, creature simili a passerotti chiusi in un’invisibile gabbia d’oro.
Non è, però, necessario arrivare alle ultime pagine del libro per sentire il sapore che emana. Anzi, per essere precisa, non si tratta di un sapore ma di un retrogusto, amarognolo e pungente, più forte e persistente della pienezza stessa del gusto. Affrontare l’argomento del mangiare da questo punto di vista è decisamente originale e provocatorio. E’ un po’ come se un sarto descrivesse l’eleganza di un abito partendo dalla fodera. E la provocazione a riflettere in maniera così disincantata sui paradossi alimentari del nostro tempo non può lasciare indifferenti. Viviamo in una società in cui due terzi fa la fame e un terzo la dieta! Allora si capisce come tra le due teste di un simile mostruoso ossimoro, tutto sia possibile: dall’opulento dio McDonald, dove i bambini non diventano mai adulti e gli adulti restano eterni bambini, fino al regno della musa Ana, dove bambini fragili e disorientati rischiano d’essere intrappolati in una gabbia d’oro che tutto offre fuorché la vita, bambini incapaci di diventare adulti liberi e di spiccare felici il volo con la sola forza delle proprie ali. 

La vita inaspettata



Una mattina, come ogni mattina, un uomo esce di casa e porta a passeggio il suo cane. Sceglie il percorso più breve per raggiungere il parco, perché il cielo minaccia pioggia. Attraversa la strada e cammina svelto sotto una grondaia, proprio mentre una grossa tegola pericolante sta per cadere. La tegola precipita e colpisce direttamente la testa dell’uomo che s’accascia a terra privo di vita, abbandonando per sempre ogni suo sogno insieme al povero cane afflitto.
Che cos’è successo? Potremmo semplicemente dire che si è trattato di una morte accidentale. Tuttavia, in questi casi, la serie di coincidenze sfortunate ripercorsa a posteriori ci porta a pensare che s’è trattato di un destino crudele, di un fato amaro, di chissà quale inafferrabile volontà. Se solo l’uomo non fosse uscito quella mattina, se solo avesse percorso un’altra strada, se ci fosse stato il sole, se il cane l’avesse attirato verso un prato, si fosse messo a inseguire un gatto e così via … Quante altre sorti differenti sarebbero potute capitare al pover’uomo. Invece no: quello era il suo destino, evidentemente!
Quello di trovare a tutti i costi un senso, un segno, una direzione nei fatti è uno schema di ragionamento tipicamente umano, perché non è sopportabile per un essere intelligente come noi dover ammettere di trovarsi di fronte ad eventi inspiegabili, oltretutto se concatenati tra loro verso un epilogo così drastico. Da qui, arrivare a pensare che dietro tutti gli avvenimenti apparentemente effimeri ci sia una regia, un piano misterioso, un disegno inafferrabile e inevitabile, il percorso è breve. Breve e pericoloso.
Il libro di Telmo Pievani, La vita inaspettata, edito da Raffaello Cortina Editore, spiega come  i fatti, così come tutta la storia, non abbiano una direzione, e la ‘casualità’ sia in realtà ‘contingenza’, ovvero concatenazione di possibilità, non di necessità. In altre parole, l’interferenza non necessaria tra due dinamiche di fatti, indipendenti tra loro e con una logica intrinseca, rende alla fine possibile un esito, che non è tuttavia frutto di un progetto ma di un fortuito intreccio di dettagli, i quali avrebbero potuto portare altrove.
Il problema è che, quando due catene di fatti indipendenti s’incrociano, possono provocare l’improbabile, l’inatteso, a volte talmente straniante e beffardo da indurci a pensare ad una mano invisibile che dirige il gioco. Come fosse il copione di un film con un finale già assegnato in cui noi, esseri viventi, siamo solo inconsapevoli comparse.
Per arrivare a dimostrare che così non è, Pievani parte da molto lontano. Esattamente dalla Preistoria. Ripercorre alcune tappe dell’affascinante cammino dell’evoluzione umana a partire dai più semplici batteri unicellulari fino ad arrivare all’uomo tecnologico di oggi, immaginando quello che sarà domani. In sottofondo, la voce di Charles Darwin sussurra tra le pagine, dando la sensazione di sfogliare un libro dentro il libro: le sue lettere, i suoi appunti, le sue riflessioni sempre precise e oneste, trapelano in un costante dialogo tra stupore e logica, tra emozione e razionalità, mescolandosi alle parole altrettanto appassionate di Pievani. Dalla lettura dei taccuini di Darwin, emerge un uomo di scienza e di passione, un rivoluzionario culturale e filosofico, oltre che scientifico, nient’affatto ambizioso di fama e gloria ma semplicemente di chiarezza. Egli, infatti, tenne le sue annotazioni segrete per vent’anni, proprio perché sapeva avrebbero fatto vacillare le presunzioni umane insieme alla vanagloriosa illusione d’essere sovrani sulla Natura e frutto indiscusso dell’eccezionale vittoria del più forte e intelligente sul più debole e incapace. Niente di più ridicolo: un verme policheto come la Pikaia avrebbe potuto avere la meglio sull’Homo Sapiens in altre circostanze e, oggi, la Terra potrebbe essere popolata da rettili piumati e pesci con le dita, anziché da esseri tecnologici e computerizzati. I risvolti culturali innescati dal darwinismo sono vertiginosamente vivi e pulsano come un vulcano sornione sempre pronto ad eruttare. Per questo, ancora oggi, Darwin è un boccone duro da digerire al di fuori dell’ambiente scientifico e mantiene accesa, dopo tanti anni, un’accattivante sfida culturale che ha inevitabilmente scomodato anche teologia ed etica, sfida di cui Pievani si fa portavoce, provocando qua e là, benevolmente ma con puntiglio, La Vita autentica del suo collega e contraltare Vito Mancuso.
In poco più di duecento pagine, Pievani manda in frantumi l’allucinazione di eccezionalità indiscussa dell’Essere Umano, facendo cadere come un castello di carte l’idea di ‘anello mancante’, di unicità della specie, di ineluttabilità della storia e dell’evoluzione. In verità, comparando tutti gli studi e i reperti finora a disposizione, pare non ci sia stato alcunché di ineluttabile e lineare nel corso dell’evoluzione. La Storia non è una palla da biliardo diretta in buca e la Vita è stata sempre una corsa con una infinità di atleti, nemmeno tutti rintracciabili ma di certo spesso sovrapposti e mescolati tra loro, così diversi e così uguali. Una corsa non regolare e progressiva ma a zigzag e sempre imprevedibile fino alla svolta successiva, le cui regole sono state dettate dalle contingenze ambientali di un ecosistema in costante trasformazione, dalle oscillazioni climatiche e dalle circostanze ecologiche che, più volte nel corso dell’evoluzione, hanno infilato gli esseri viventi in quello che gli esperti chiamano il ‘collo di bottiglia’ evoluzionistico. Gli Esseri Umani attuali discenderebbero, perciò, da quelle poche creature sopravvissute agli eventi fluttuanti e ramificati di un Grande Passato che avrebbe potuto svolgersi in maniere completamente differenti. 
In altre parole, per tornare alla metafora dell’uomo con il cane, nel corso dell’evoluzione di tegole pericolanti ce ne sono state a bizzeffe e ne son piovute infinite volte, decretando la condanna di alcuni e la grande occasione di altri. Tuttavia, non sempre le tegole hanno colpito i più deboli a vantaggio dei più forti, e non sempre la sopravvivenza è stata frutto di competizione e lotta ma anche di collaborazione e contingenza, appunto.
Gli scenari possibili della storia dell’evoluzione sono infiniti, dunque, un po’ come nel film Sliding Doors, in cui le scelte della protagonista danno vita a svolgimenti diversi: ogni narrazione ha una consequenzialità, il cui senso sarà afferrabile solo a posteriori, consequenzialità che si ramifica in mille rivoli e meandri a partire da una minuscola, insignificante biforcazione, il cui esito dipende a sua volta da un ventaglio di dettagli imponderabili.
In conclusione - senza tuttavia giungere a una vera conclusione perché si sta parlando di un fiume che scorre nuotandoci dentro - il castello di carte di un’evoluzione lineare e progettuale crolla sotto un alito di vento. L’assenza di un fine e la non unicità della specie sono gli ingredienti non ancora metabolizzati della rivoluzione darwiniana che spingono talora a preferire teorie rivisitate e più comode del darwinismo, se non rifiutarlo del tutto. In ogni caso, nella sfida tra cruda necessità e finalità intenzionale, tra scienza e fede, tra realtà e trascendenza, l’onere della prova spetta a chi pone le ipotesi, lasciando ognuno libero in cuor suo di credere, illudersi, sperare ma soprattutto cercare di capire, senza innamorarsi di falsi profeti. E poiché, come diceva Primo Levi, è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene averli in sospetto tutti, rinunciando alle verità rivelate anche se esaltanti, e preferendo invece piccole verità, modeste ma conquistate faticosamente e senza scorciatoie, tramite il ragionamento e la discussione. Solo così, forse, potremo capire che essere sganciati da un disegno invisibile ci rende liberi e responsabili in questo frammento di spazio e tempo che ci è concesso di vivere. E visto che siamo protagonisti inattesi e temporanei in un universo tra tanti, cogliamo la straordinaria occasione di meritarci questo piccolo spazio cosmico, rendendo davvero autentica la nostra vita! Ricordiamo a noi stessi che siamo a volte portati a far guerre e combatterci l’un l’altro, è vero, ma che siamo anche in grado di curare e salvare vite, comporre sinfonie e opere d’arte, scrivere leggi e poemi, esplorare lo Spazio, il cervello e l’inconscio ...  Allora, se saremo abbastanza saggi, cresceremo forti come la ginestra di Leopardi che spunta, nonostante tutto, nel deserto dell’amoralità e spande sulle ceneri laviche il suo profumo delizioso di contagiosa vitalità.
Il dialogo tra tutte le discipline culturali è probabilmente la vera chiave di lettura del presente di un uomo che s’è svegliato da illusioni millenarie e che prende finalmente atto d’essere uno zingaro ai margini dell’Universo in cui deve vivere. In questo immenso panorama umano, la contingenza, come conclude Pievani, non esclude l’etica, anzi la implica perché rende responsabile ognuno di noi di ogni piccola, grande azione, in ogni istante. Parimenti, la contingenza non impedisce di vivere per qualcosa di più grande di sé, perché qualcosa di immensamente grande c’è ed è il Futuro.
Se entrassimo in una immaginaria sala di proiezione e facessimo scorrere di nuovo la pellicola della Storia, probabilmente non assisteremmo allo stesso film con lo stesso finale, anche se non è possibile verificare ciò. Ma quel che è certo è che il film del Futuro è ancora tutto da girare, tutto da inventare e, per quanto ci è umanamente concesso, è completamente nelle nostre mani, visto che nessuna ‘necessità’ ce lo potrà mai rubare.
Arrivare all’ultima riga del libro di Telmo Pievani equivale a rincasare dopo aver fatto un giro sulle montagne russe della Vita: la nostra casa non ci pare più la stessa. Il panorama dipinto tra le pagine mozza il fiato e l’ondeggiare tra paleontologia e biologia, antropologia ed etica, psicologia e neuroscienze, tra scienza e teologia … tra Pikaia, Uomo e Dio, dà una sensazione d’immensità e di precarietà mescolate insieme.
Rincasiamo, dunque, con una gran voglia di cercare risposte e di non smettere mai d’essere curiosi, pieni di voglia di vivere e di uscire di casa ogni mattina col sorriso anche se piove, con il nostro cane al guinzaglio (e guarda caso non viceversa!), felici di passeggiare per questo spettacolare e imprevedibile Mondo che, con i suoi tanti silenzi, ci lascia benevolmente liberi.
Liberi e responsabili di passare il testimone della Conoscenza ai nostri figli, perché possano crescere consapevoli d’essere davvero artefici del proprio Futuro.

Materia e Psiche




Pensate a due giovani uomini.
Il primo è un viennese, dalla mente brillante, appassionato di scienza e matematica. In seguito al suicidio della madre, cui era profondamente legato, e al successivo matrimonio del padre con una cantante di night club, cade preda dell’alcolismo e di una vita viziosa e sregolata. Umorale, irascibile e incline alla rissa, il giovane si chiude lentamente nella solitudine e in un pericoloso cortocircuito depressivo, da cui infine emergerà grazie alla sua forza di volontà e alle straordinarie doti intellettuali che lo condurranno a coronare con successo gli studi di meccanica quantistica. Il secondo è uno svizzero, figlio di un reverendo protestante e di una madre psicologicamente instabile, che sarà ricoverata in ospedale abbandonando precocemente il bambino a un’infanzia costellata di profonde inquietudini e di serie difficoltà a socializzare con i coetanei. Allevato in un’atmosfera austera, fortemente impregnata di spiritualità e misticismo, il giovane uomo dall’indole introspettiva, coltiverà una straordinaria sensibilità e imparerà presto a sfruttare la sua energia empatica per farne l’anima della sua professione.
Questi due personaggi sono rispettivamente Wolfagang Pauli - uno dei fisici più creativi del Novecento, premio Nobel nel ’45 - e Carl Gustav Jung - lo psicologo che insieme a Sigmund Freud contribuì all’esplorazione dell’inconscio e all’affermazione della psicoanalisi. I due uomini respirano l’atmosfera di un ambiente sociale e politico che, agli inizi del secolo scorso, gode di un fermento culturale e scientifico eccezionale e i loro cammini esistenziali, seppur provenienti da radici diverse, si sono incrociati e contaminati anche a seguito delle sofferte vicende famigliari ma, soprattutto, in virtù dell’acceso fervore intellettuale caratteristico di entrambi.
Nel 1930, Pauli si decide a consultare Jung, per cercare di risolvere le turbe psicologiche che minano sempre più la sua vita relazionale. Nella tipologia junghiana, Pauli appare come un soggetto estremamente interessante, che ha talmente represso la propria capacità di provare sentimenti e affetti da non riuscire più a riconoscerli come tali, percependo gli altri esclusivamente come nemici da combattere e allontanare. Jung resta affascinato dallo scienziato e trova in lui così tanto materiale arcaico che, consapevole del proprio smisurato trasporto empatico, preferisce affidare il paziente per alcuni mesi ad una collega, Erna Rosenbaum, con il compito di annotare in maniera puntuale e neutrale i numerosissimi sogni dell’uomo, centinaia di sogni che Jung esaminerà minuziosamente solo in un secondo tempo, per un’osservazione aliena di pregiudizi.
Quindi, Pauli entra direttamente in analisi con Jung solo nel 1932 e ne esce con un ritrovato e definitivo equilibrio psicologico, tanto che potrà anche sposarsi felicemente, pur non rinunciando mai alle illusorie consolazioni dell’alcol. Dal canto suo, anche Jung raccoglie notevoli benefici dal rapporto con Pauli, confermando come la relazione tra analista e paziente sia sempre una culla di reciproco contagio, o meglio, di una coinfettazione capace di generare un individuo nuovo in entrambe i soggetti della coppia terapeutica.
Da questo sodalizio intellettuale e umano, protrattosi dal 1932 al 1958, testimoniato anche da un fitto carteggio, è nato un libro scritto a due mani, dal titolo Naturklaerung und Psyche, animato dal comune interesse dei due studiosi di far dialogare scienze della natura e scienze dell’uomo, cogliendo i nessi straordinari che mettono in relazione le componenti visibili con quelle invisibili dell’Universo.
Tuttavia, la contaminazione mentale tra i due si è riverberata oltre i confini terapeutici e umani, influenzando sia i successivi metodi di analisi della realtà, sia l’interpretazione degli oggetti stessi di analisi, stimolando speculazioni filosofiche e provocazioni scientifiche tuttora vive. Da un lato, s’impone allo sguardo la materia, oggetto di studio della fisica quantistica di Pauli; dall’altro, bussa all’attenzione la psiche, oggetto della psicanalisi di Jung. Due Universi solo apparentemente separati, in realtà due facce di una stessa superficie traslucida, animata da un costante dialogo a doppio senso, il cui confine mobile si traduce in un magnifico ponte che unisce Spazio e Tempo e che, anziché disgiungere le due dimensioni, ne suggerisce di nuove. I concetti junghiani di archetipo, alchimia, simbolo, inconscio collettivo e sincronicità, apparentemente astratti, diventano per Pauli terreno fertile dove maturare le intuizioni sui quanti e sul principio di esclusione, la teoria che gli è valso il Nobel nel ‘45.
Diversi libri sono stati scritti finora circa il rapporto intellettuale tra Pauli e Jung ma il più recente e, a mio parere, ricco di nuove riflessioni, è uscito da qualche settimana, edito da Raffaello Cortina Editore e s’intitola “Pauli e Jung, un confronto su materia e psiche”, di Silvano Tagliagambe e Angelo Malinconico.
E’ affascinante rileggere il concetto junghiano di sincronicità nella versione quantistica di Pauli. Parlare di sincronicità è talmente complicato che non si sa da che parte cominciare – ha scritto Jung. Sinteticamente, si tratta di un principio per cui un certo evento psichico trova un parallelo in qualche evento esterno non psichico, pur non esistendo tra i due fatti alcun nesso causale ma solo, si fa per dire, un parallelismo di significato. Queste coincidenze temporali sono più frequenti di quanto immaginiamo ma sfuggono alla nostra razionalità, che vorrebbe dare ad ogni fatto una spiegazione logica di causa - effetto. Tuttavia, Pauli è riuscito a traslare questo concetto apparentemente astratto e dal sapore magico in qualche cosa di perfettamente dimostrabile, tramite la fisica quantistica e il suo principio di esclusione, appunto.
Questo principio, formulato nel 1925, sostiene che due elettroni non possono trovarsi in un medesimo stato di moto: due elettroni non possono, cioè, condividere la stessa distanza dal nucleo, il momento angolare, l’orientamento spaziale dell’orbita e lo spin. Semplificando molto, succede che se al nucleo si aggiungono altri elettroni, secondo il principio di esclusione essi occuperanno stati unici e successivi, riempiendo uno dopo l’altro i vari gusci elettronici, andando a formare così altri atomi. Anche se non è connessa da alcuna forza fisica, ogni particella appartenente ad uno spazio fisico si comporta in modo coordinato e sincronizzato con le altre particelle, manifestando correlazioni pur in assenza di qualsiasi forza dinamica che ne sia responsabile e le spieghi. E’ come se le particelle fiutassero la presenza delle altre e si comportassero di conseguenza. Questo dimostra scientificamente come nulla sia casuale ma che tutto attorno a noi sia sempre significativamente connesso, anche se da fili invisibili. E questa è l’analogia con la sincronicità di Jung: si tratta di un concetto psicologico estremamente concreto ma sprovvisto di un linguaggio fenomenico adeguato per essere spiegato, perché ha a che fare con un simbolismo sfuggente, intuibile più facilmente attraverso la grammatica della fisica.
In quest’orizzonte concettuale, non solo emerge la possibilità di eliminare l’incommensurabilità tra osservatore e osservato, ma è anche possibile percepire gli elementi della realtà e le loro relazioni, insieme, contemporaneamente, in modo continuo, come manifestazione di un globale presentarsi di coincidenze significative. Dà le vertigini ‘sentire’ che oltre alle categorie di Spazio, Tempo e Causalità, emerge una dimensione nuova, inafferrabile dalla ragione pura, che concepisce la realtà, da un lato come qualche cosa che esiste da sempre, e dall’altro come la somma degli atti individuali quotidiani.
Mi rendo conto che affrontare argomenti di questa portata può disorientare, perché l’esperienza che la mente fa quando non è in grado di contenere quello che incontra può portare alla follia, o considerare folli chi ne parla. La fatica che si fa nel cercare di vedere oltre il pensabile è qualche cosa che scaraventa fuori dalla realtà stessa, è raggelante eppure affascinante, significa accettare che il nostro pensiero è incapace di abbracciare ciò che sta cercando di raggiungere. Accogliere questa difficoltà, però, è l’unico modo per emozionarsi e forse anche per confortarsi all’idea che una vera separazione tra pensiero e realtà non esiste e che v’è davvero dell’ineffabile oltre la nostra esperienza sensoriale.
Per questo, leggere “Pauli e Jung” mi ha aiutato. Ho sentito molta concretezza in queste pagine, per questo motivo ne consiglio la lettura a chiunque avesse il desiderio di aprire gli occhi su orizzonti forse ancora nebulosi e vaghi. I lettori pratici del pensiero junghiano vi troveranno affascinanti conferme al geniale intuito dello psicanalista, mentre chi fosse a digiuno di psicanalisi avrà la possibilità di aprire gli occhi su un universo infinitamente più vasto e luminoso, rispetto a quello in cui siamo apparentemente confinati. Forse non è nuovo tutto ciò ma è nuovo il linguaggio con cui se ne parla, mescolando scienza, psicologia e filosofia. Già Hegel aveva parlato in maniera metaforica di una natura anfibia dell’uomo, per intendere la duplicità intrinseca che lo caratterizza: da un lato un uomo prigioniero della realtà concreta e della temporalità, dall’altro un uomo che si eleva a pensieri astratti di libertà e di eternità. Questo continuo pendolarismo tra senso dell’effettualità e senso della possibilità, è quanto mai attuale e il pensiero hegeliano sembra persino predire la dilagante realtà virtuale di oggi. Ecco che di fronte a quest’ambivalenza esistenziale, Pauli e Jung, insieme, sembrano aver trovato un’ulteriore chiave intellettuale attraverso cui interpretare la realtà non come qualcosa di compiuto e definito, bensì come un processo in costante divenire, che comprende un altrove e un altrimenti di cui tutti noi siamo inconsapevolmente artefici e contemporaneamente pensatori e oggetto di pensiero.

Alla luce di queste considerazioni, mi sorge spontaneo un ultimo pensiero. Di certo, non era casuale il gioco fantastico che il piccolo Jung era solito fare nel giardino di casa, all’età di otto anni, quando evidentemente era già alla ricerca del suo secondo Sè: seduto su una pietra, quel bambino si chiedeva se egli fosse Carl Gustav Jung o la pietra: “La risposta era tutt’altro che chiara e brancolavo nel buio, buio che però stranamente mi affascinava …”
Da ‘grande’, il dottor Carl Gustav Jung, dopo essere uscito da quel buio, scriverà: “Passerà ancora molto tempo prima che la fisiologia del cervello da un lato e la psicologia dell’inconscio dall’altro possano darsi la mano. Anche se alla nostra conoscenza attuale non è concesso di trovare quei ponti che uniscono le due sponde, esiste tuttavia la sicura certezza della loro presenza. La natura non esisterebbe senza sostanza, ma non esisterebbe neppure se non fosse riflessa nella psiche.”