venerdì 18 gennaio 2013
domenica 13 gennaio 2013
martedì 8 gennaio 2013
Passeggiata nel cuore
Il cuore non è una credenza.
Non è fatto di cassetti
e di scomparti da aprire e chiudere all’occorrenza. E’ piuttosto un intrico di
strade, vie, viottoli, sentieri, dirupi, precipizi e anfratti, ognuno ineluttabilmente
interconnesso all’altro.
Difficile dunque slegare entusiasmi e delusioni,
eccitazioni e sensi di colpa. Impossibile arruolare i sentimenti a comando come
tante pedine pilotate dalla mente e liberarli in campo a proprio piacere senza
il rischio di cadere. Se non si rischia di cadere non si vola nemmeno ma non è un piacere anche il solo camminare?
Il mio cuore non è una credenza.
E' fatto di strade,
vie, viottoli, sentieri, dirupi, precipizi e anfratti dove passeggiare, sempre aperti ad
accogliere chi crede in lui.
Sempre
che Lui non abbia paura di cadere e abbia ancora voglia di camminare, in attesa di volare.
mercoledì 2 gennaio 2013
La ruga del cretino e il cervello della noce
Nell’Ottocento, Marco Ezechia
Lombroso, altrimenti detto Cesare Lombroso, era diventato famoso non solo per
essere medico, antropologo, giurista e criminologo ma anche per aver formulato
una teoria destinata a sobillare gli animi e alimentare accese critiche.
Dai minuziosi studi effettuati
sulla struttura ossea del cranio e sulle proporzioni tra le varie parti del
corpo, il Lombroso si era convinto vi fosse una corrispondenza tra i tratti
somatici e il temperamento, in particolare in quei soggetti socialmente
deviati, come i criminali e i folli. “Il
criminale è un essere che riproduce atavicamente sulla propria persona feroci
istinti dell’umanità primitiva e degli animali inferiori.” Questa era
l’anima del suo pensiero che, tuttavia, non si limitava a etichettare assassini
e briganti ma anche geni e artisti. Secondo lo studioso, infatti, i tratti
somatici erano sempre specchio del carattere, dunque anche di attitudini
artistiche e talentuose, non solo turpi e delittuose. Così, mentre un uomo
basso, irsuto, col cranio piccolo e un naso grande rientrava nella tipologia
lombrosiana del potenziale omicida, uno pallido, magro, rachitico, con un
cranio sviluppato doveva essere senz’altro un genio. Gli eccentrici studi
ispirarono a dismisura la mente del Lombroso il quale scrisse trattati
grotteschi, come “La ruga del cretino e
l’anomalia del cuoio capelluto”, o “Perché
i preti si vestono da donne”, o ancora “Studi
sui segni professionali dei facchini”, che animavano un misto di fascino e
orrore, seminando pregiudizi razziali ma, talvolta, anche cieca ammirazione.
Il bisogno dell’intelletto umano
di leggere un’interiorità delle cose attraverso l’esteriorità non era tuttavia
nuova. Infatti, molti secoli prima del Lombroso, nel Medioevo, si era diffusa
una dottrina spirituale che coglieva e interpretava una corrispondenza tra
caratteristiche fisiche e virtù intrinseche non in riferimento alla psiche
degli esseri umani, questa volta, bensì alle proprietà dei vegetali. Paracelso
e i suoi allievi, tra cui Osvaldo Crollio - chimico cabalista nato a Wetter in
Germania - avevano formulato la “teoria
delle segnature”. Secondo tale dottrina, ogni caratteristica fisica di
piante, erbe, frutti o ortaggi erano precisi segnali che la Natura esprimeva
per rispecchiare le proprietà nascoste in ognuno di essi. Sposando il principio
aristotelico per cui la Natura non fa
nulla di inutile, e ispirandosi probabilmente alle precedenti teorie di Plotino
e Galeno, Crollio era così affascinato dalla varietà di fogge, colori, odori e
sapori del mondo vegetale da convincersi che non fossero casuali. La sua
ipotesi fu, dunque, che i ‘segni’ manifesti di ogni vegetale fossero lo
specchio della loro intima essenza e l’uomo aveva il privilegio di scoprire
tali virtù per sfruttarle e consumarle a suo beneficio.
Ad esempio - secondo
la segnatura del colore - le piante che producevano fiori gialli, come la
calendula, erano utili per curare l’ittero, che notoriamente si manifesta con
un colorito giallognolo sulla pelle; mentre le foglie, i semi e i fiori
dell’iperico, messi a macerare in olio d’oliva al sole, offrivano un unguento
di colore rosso acceso, utile per curare le ferite. Secondo la segnatura della
forma, invece, era la foggia a suggerire quale parte del corpo potesse essere
curata dal vegetale. La peonia, ad esempio, provvista sulla sua sommità di un
pistillo a forma di cervello, veniva utilizzata per curare le malattie
cerebrali; l’equiseto, detto anche coda cavallina proprio per la sua fisionomia,
veniva impiegato per lenire i dolori alla colonna vertebrale; ancora,
l’iperico, con le sue foglie perforate, era utile come cicatrizzante; la noce,
evocando il cervello, veniva utilizzata per curare gli stati d’ansia e
l’insonnia, quindi per calmare la mente; le foglie di eucalipto, che per la
foggia affusolata ricordano i lobi polmonari, erano balsamiche per le vie
respiratorie e gli stati d’asma. E così via, in un variopinto susseguirsi di
evidenti analogie, molte delle quali col tempo si sono dimostrate corrette
intuizioni.
Parallelamente a Crollio, un altro fisico
napoletano allievo di Paracelso – Giambattista Della Porta – sintetizzò i
segreti dell’universo vegetale in un trattato dal titolo “Magia Naturale”. Era curioso di tutto, dall’infinitamente piccolo
all’infinitamente grande e i suoi studi sull’ottica hanno, tra l’altro,
contribuito all’invenzione della camera oscura e alla costruzione del primo
telescopio. Molti erboristi del Medioevo erano, infatti, anche appassionati
astronomi e cercavano di elaborare un sapere universale, cogliendo le
corrispondenze tra i pianeti e i segni dello zodiaco (il mondo celeste), le
piante e gli animali (il mondo terrestre) e le diverse parti del corpo
suscettibili di malattie (il microcosmo umano). Quest’ardita fame di sapere non
faceva piacere alla Chiesa, infatti, lo stesso Della Porta fu perseguitato
dall’Inquisizione per aver fondato l’Accademia dei Segreti, votata appunto
all’esplorazione dei segreti del cosmo. Alle persecuzioni è tuttavia
sopravvissuta l’idea che la Natura costituisce un ‘tutto’ completo e perfetto,
incomprensibile solo per via dell’ignoranza e della cecità degli uomini stolti.
In fin dei conti, anche se ancora confuse in un’aura di mistica magia, qui
s’intravedono le basi filosofiche di quella che sarà la moderna ecologia.
In conclusione, l’affascinante
e ipotetica analogia tra gli studi sui segni dei facchini e quella sui segni
dei vegetali si esaurisce laddove comincia. Se la perspicacia del Lombroso
rivela inconsapevolmente la prevaricazione della comprensione umana sulla
manifestazione della natura, la minuziosa osservazione di Paracelso rappresenta
tutt’oggi un’ammissione di umiltà dell’essere umano di fronte
all’ineguagliabile perfezione del mondo naturale.
martedì 1 gennaio 2013
Uomini e cani
Ieri il
mio dolce Rocky ha avuto uno scontro battagliero con un gigante a quattro zampe
decisamente degno della sua mole. L'intruso, dal pelo bianco e dal muso truce,
s'è incautamente introdotto nel nostro giardino liberandosi in un guizzo dal
guinzaglio della giovane donna che lo accompagnava per strada.
La
guerra tra i due titani pelosi è scattata improvvisa ed è montata furiosa. Mai
avevo visto il mio mite Rocky così agguerrito, così aggressivo, così feroce, mai!
E posso parimenti immaginare l'altro povero cane altrettanto docile nella sua casalinga
quotidianità.
Non so
come sia miracolosamente finita ma dopo lunghi interminabili minuti di ringhiosa
lotta, i due hanno reciprocamente mollato la presa. Tanta paura, qualche ferita
e infine doppia razione di biscotti per Rocky, mentre il nemico s’allontanava
mesto insieme alla sua padrona altrettanto affranta e spaventata.
Lo
scontro poteva avere un esito ben grave, non oso pensarci. Tuttavia, ancora
scossa dallo spavento, un pensiero mi tormenta: trovo sia grottescamente
lampante la somiglianza tra noi umani e gli animali. Quante volte anche noi
perdiamo improvvisamente la ragione in virtù dell'istinto, in scatti repentini
che annebbiano la mente e scatenano un’energia incontrollabile!
In
questo caso, i due cani litigiosi seguivano solo la propria naturale vocazione:
Rocky difendeva il suo territorio, mentre il nemico difendeva se stesso e la sua
amata padrona.
Purtroppo,
invece, non sempre noi umani abbiamo delle motivazioni altrettanto vitali,
nobili e ineluttabili che giustifichino la nostra ignobile regressione animale.
Questo penso mentre guardando
negli occhi il mio Rocky mi pare di leggere nel suo sguardo un’espressione di pentimento,
di vergogna, quasi a chiedere scusa per quell’involontario scatto primitivo di
cui non sa farsi una ragione.
sabato 29 dicembre 2012
Il bacio e la Pianta della Luna
Un anziano
barbuto, scalzo e magro per il digiuno, s’arrampica su una possente quercia.
Avvolto in una lunga tunica bianca, con un falcetto d’oro in mano s’appresta a
tagliare dei rami verdeggianti dalle bacche brillanti che raccoglierà poi in
una candida tela, ben attento a non farli cadere a terra.
E’ la
pittoresca immagine del Druido – antico sacerdote celtico - che secondo la
leggenda alla fine dell’anno va a caccia di foglie di vischio per salutare, con
i comandati riti propiziatori, l’inaugurazione di quello a venire.
Tradizionalmente,
questo rito si svolgeva il sesto giorno della luna, in occasione della festa
che segnava l’inizio dell’anno celtico: un traguardo simbolicamente importante,
perché indicava la morte della vegetazione. Il vischio, invece, caparbio e
orgoglioso, non solo restava tenacemente verde ma proprio in quel periodo
gettava dei frutti deliziosi di cui erano particolarmente ghiotti i tordi i
quali, cibandosene avidamente, ne disperdevano i semi ovunque. Così, in una
stagione sterile, il vischio emergeva come l’unica specie resistente, in grado
di propagare la sua vitalità a dispetto del freddo e dell’inospitalità del
terreno.
Simbolicamente
la pianta del vischio rappresenta, perciò, il carattere indistruttibile della
vita vegetale, l’ininterrotta rigenerazione, la ciclicità dell’esistenza. Da
qui il significato del suo nome, che in celtico indica “colui che guarisce
tutto”. In effetti, sempre secondo le leggende, il vischio comunicava i suoi
poteri vitali a chi ne consumava l’acqua in cui era lasciato a macerare,
trasmettendo forza e vigore.
Come
spesso la storia ha dimostrato, le leggende celano alcune verità. I Druidi deducevano
il potere del vischio innanzitutto dal suo aspetto: essendo una pianta saprofita,
cresceva sfruttando il fusto di altri alberi. Di conseguenza, essendo aerea e
priva di radici proprie, era
considerata manifestazione degli dei che vivono in cielo senza sfiorare il
suolo. Toccare l'umana terra avrebbe comportato per la pianta la perdita
d’ogni potere, per questo la raccolta doveva essere protetta da un telo bianco.
Anche la fattezza delle bacche, perlacee, lattiginose e brillanti nel buio,
hanno contribuito alla fama magica del vischio, suggerendone il nome di “Pianta della Luna”.
E’
sintomatico che i Druidi scegliessero esclusivamente il vischio nato sulle
querce, dato che in realtà era molto più facile trovarlo su meli, peri, pini
silvestri e pioppi. Secondo Plinio, la scelta derivava dal simbolismo legato
alla quercia, che era l’albero del dio dei cieli e della folgore, meritevole perciò
di profonda venerazione. Il vischio, nel cantone svizzero di Argau, era persino
considerato la “scopa del fulmine”, perché si credeva cadesse insieme alla
folgore e chi ne avesse bevuto l’essenza, la linfa vitale, si sarebbe
impossessato dello stesso vigore.
Al di là
delle suggestioni magiche, qualcosa di fondato c’è. E’ significativo che
all’estremità opposta del globo, nel nord del Giappone, esiste una comunità –
quella degli Ainu – che tutt’oggi attribuisce al vischio poteri terapeutici.
Pare che la pianta curi l’epilessia e renda feconde le donne sterili e il
bestiame. A pensarci bene, l’analogia tra la natura del vischio e le sue
presunte proprietà è potente: la sua propagazione operata dagli uccelli si
allaccia simbolicamente al seme maschile e alla fecondazione; mentre la sua
natura aerea giustifica il potere di guarire l’epilessia, detta “mal di terra”
poiché la crisi epilettica si manifesta con una brusca caduta a terra e, come
s’è visto, il vischio non deve mai toccare il suolo.
Un’altra
leggenda lega il vischio alla dea anglosassone Frigga, sposa del dio Odino e protettrice
degli innamorati. Dalle sue lacrime sgorgate per la morte del figlio Baldr
nacquero le bellissime bacche perlate del vischio e quando magicamente Baldr
riprese vita, la dea ringraziò chiunque passasse sotto l'albero con un dolce bacio.
Questa è una delle versioni, riprese anche dal Cristianesimo, che
spiegherebbe l’attuale usanza di baciarsi sotto un ramo di vischio la notte di
San Silvestro. Ancora una volta, la realtà pare sposarsi felicemente con il
simbolismo arcaico: dal nome “vischio” deriva l’aggettivo “vischioso” per
indicare quella consistenza scioglievole, densa e persistente che collega due
superfici aderenti. Espressa in maniera più poetica e piacevole, questa
caratteristica effettivamente tipica delle bacche di vischio, potrebbe alludere
all’attrazione amorosa e a quel magico bacio scambiato dalle tumide labbra di
due innamorati l’ultima notte dell’anno.
A questo punto l’immaginazione può tutto, soprattutto quando si parla d’Amore:
i fragorosi fuochi artificiali di capodanno si trasformeranno in beneauguranti
folgori divine, mandate dal Cielo sulla Terra a suggellare le tacite promesse di
due esseri umani amorosamente abbracciati sotto l’aura complice della Pianta
della Luna.
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