venerdì 12 agosto 2016

Lo specchio della verità



LA CASA DEL PIACERE
(racconto anonimo ritrovato in soffitta)


L’aveva capito da subito. Fin dai primi scambi di parole, lei aveva capito come sarebbe andata a finire. Cioè a letto con lui.
Il piacere perverso di fingersi inconsapevolmente caduta nella subdola trappola del maschio voglioso l’aveva sempre avuto, sin da giovanissima. Del resto lasciar credere agli uomini di essere i registi, gli arditi condottieri delle imprese erotiche, è sempre utile. Primo, per farli sentire sempre potenti, virili, padroni di sé anche quando dentro vacillano. Secondo, per evitare di sentirsi troppo peccatrici: l’apparente ingenuità femminile salva sempre la cortigiana che alberga in ogni regina.
E così anche quella sera era andata secondo i melliflui piani architettati da lui, tacitamente stimolati da lei.
Il ristorante giapponese doveva essere solo l’elegante anticipo di un desiderio carnale che rasentava la depravazione più gretta. Il salottino privato stile ryokan, dove erano stati fatti accomodare, era completamente buio: la cameriera si era scusata per la mancanza della luce lì dentro, che invece guarda caso, faceva proprio comodo ai loro sottaciuti scopi. Lui, infatti, ha prontamente trasformato quell’involuta oscurità nella fortuita miccia di una bomba sensuale che sarebbe esplosa di li a poco. L’ultima cosa che aveva in mente lui era mangiare, ovvio. Ma sushi e sashimi tutto sommato rappresentavano l’adatto preludio a bocconi ben più corposi. E poi vino, assolutamente tanto vino bianco. Bacco era il pretesto indispensabile tanto a lui, per operare la lenta e ineluttabile demolizione della volontà di lei, quanto a lei per giustificare l’indecente disinibizione che già sentiva non riuscire più a contenere.
Un bacio sul collo, una mano tra le cosce… “Bimba, io ti spacco ...” La cena si svolse prevalentemente sotto, e non sopra, il tavolino di legno, tra gemiti e sospiri che hanno presto attirato l’attenzione dei commensali seduti nei salottini accanto. Chi con sdegno chi con invidia, la gente attorno commentava volutamente ad alta voce l’evidente sdilinquimento che stava prendendo il sopravvento in quel quadrato buio di voglia e di bambù, appena velato da inconsistenti tende ricamate di rosso.
Troppo distratti per fare caso a sguardi e commenti, i due erano già un avido groviglio di mani e di piedi, bocche affamate non più di pesce crudo ma di carne sanguigna, pulsante, turgida … lingue vogliose di assaporare liquidi densi e intensi, odorosi di sensi.
Per poco non li hanno sbattuti fuori. Solo la maliziosa complicità della cameriera li ha protetti e, forse, con un po’ più di tempo a disposizione anche lei avrebbe gradito partecipare all’arte proibita dei due perversi clienti.
Ma il tempo, appunto, era poco per essere consumato a tavola. La notte li aspettava fuori. Così lei, falsamente inebriata dall’abbondante vino, seguiva diligentemente il copione impaziente di assecondare le torbide brame di lui. Fingere di sentirsi trainata dai fili di un burattinaio libidinoso la faceva impazzire, le dava l’alibi perfetto per liberare ogni sua fantasia, per dar vita a ogni sua ancestrale bestialità. Non ne avrebbe avuto responsabilità agli occhi di lui, sarebbe stata tutta colpa dell’alcol, cui del resto poteva sempre dire di non essere abituata. Altra femminea bugia.
Neanche si accorse del tragitto in auto dal ristorante alla casa. Tutt’a un tratto, come per un incantesimo della mano della notte, il cancello in ferro battuto si spalancò davanti ai suoi occhi. Proprio come presto si sarebbe spalancata lei davanti agli occhi di lui.
“Ben arrivata. Questa è la Casa del Piacere” le sussurrò lui all’orecchio leccandola con voce così suadente che si sentì lambita fin nelle viscere da un misto di saliva e parole oscene. Tutto quello che usciva dalla bocca di lui la penetrava, fino a farla vibrare, perché la sua voce non era solo suono, era contatto. Neanche il tempo di varcare la soglia, tra piante lussureggianti che parevano animare una giungla attorno alla villa, che il corpo di lei sembrava avere perso consistenza. Non aveva più contorni, era solo liquidi e scosse, onde di desiderio che scivolavano fuori dalla carne per riversarsi ovunque…sul pavimento, sulle pareti, sul letto, sulle mani di lui. Un lui sempre più determinato a ‘spaccarla’ , a impossessarsi di ogni brandello di quel burattino di burro sciolto sotto la sua volontà…com’era stato facile, pensava lui, due bottiglie di vino, un po’ di quel Giappone che a lei tanto piace, briciole di banali romanticherie, ed eccola qui finalmente nella mia trappola carnale. La trappola che stavo tessendo da giorni, da settimane, da anni forse, quando l’avevo incontrata la prima volta.
Sì, perché lui sentiva che in fondo erano uguali, loro due. Creature da letto. Animali selvatici vestiti da persone per bene. Ma adesso, lì nella Casa del Piacere non c’era posto per il perbenismo e nemmeno per i vestiti.
“Vieni, ti porto dal mio amico, sta dormendo…” Durante la cena le aveva parlato dei suoi due coinquilini, un giovane nero e un vecchio bianco, sollecitando volutamente in lei una depravata golosità. E uno di loro, il vecchio bianco, era lì quella notte, nella camera accanto. In balìa dell’eccitazione che montava sempre più morbosa, lei s’è lasciata prendere docile per mano, come fosse in trance: i vestiti a terra, lei avanzava come un fiume che lentamente sgorgava da se stesso, e lui come una spada rovente pronta ad affondare senza pietà in quelle morbide curve.
L’amico nell’altra stanza, ardito capitano di focose battaglie da materasso, era un’appetitosa statua di carne, solida e calda, appena avvolta da un inutile lenzuolo. Era già pronto, altro che dormire. Li stava aspettando da ore e la sua ferma erezione, degna dell’esperienza che solo un vecchio lupo può vantare, tradiva l’apparente casualità della situazione. “Ecco lui è il mio amico. Ti presento la mia amica.” Presentazioni sbrigate in maniera alquanto disinvolta data la nudità e soprattutto l’appetito reciproco … i tre parevano conoscersi da sempre: lingua in bocca, mani dappertutto e voglia di precipitarsi con urgenza uno dentro l’altra.
A lei pareva di riuscire a vedersi dall’alto, sempre più in trance, di uscire dal proprio corpo e di assistere a quel teatro pornografico come una guardona rapita in maniacali masturbazioni. I due uomini la prendevano senza tregua in un continuo abbraccio orgasmico: distingueva l’uno dall’altro solo per la diversa statura e vaghi indizi sull’età, ma in quell’ansimante andirivieni di piacere erano due dettagli senza alcuna importanza. Solo i due falli enormi contavano, tutti presi a conquistarsi ogni spazio libero di lei, a turno, tra leccate e parole sporche che come una frusta le procuravano gli amplessi mentali più prepotenti. Le piaceva essere chiamata come a loro piaceva chiamarla, si sentiva spaccata, eviscerata, persino i lembi di coscienza più recondita soccombevano ai colpi di quelle parole così sudice e così sublimi.
Tanto quella non era davvero lei: la vera ‘lei’ era là sopra, in alto sul soffitto a guardare giù, quei due animali che immolavano un altro animale. Quanti orgasmi…non si contavano, la perdizione aveva calpestato ogni forma di ragione e dei tre corpi s’era fatto un solo cumulo di saliva, sudore e umori.
Solo un attimo di respiro, reciproca concessione rubata alla malata passione, prima di ricominciare. Stavolta fuori, in giardino, mentre il temporale bussava sopra i loro copri nudi, con tuoni e lampi surreali, forse anche il temporale voleva guardare. Cullati da quella soffice alcova sotto le stelle, che evocava le imprese erotiche di un harem occidentale, i tre hanno riacceso la notte. 
Come poteva avere ancora fame di pezzi di carne così grossi, lei così piccola…l’aveva sempre detto di essere particolarmente inadatta alle grandi dimensioni e ora nemmeno un tentennamento ad accogliere ancora e ancora quei muscoli frementi. I due uomini l’hanno adagiata su un soffice divano ricoperto di bianche lenzuola, sicuramente pregne di promiscui piaceri a lei ancora ignoti. Sopra le loro teste, un velo trasparente creava un confine psichedelico tra dentro e fuori, tra notte e giorno, tra paradiso e inferno, tra coscienza e incoscienza. Lucciole incandescenti piovevano dall’alto di quel velo formando armoniose curve di colore…una delicatezza artistica che lei trovava stonata dentro quel marasma di cruda animalità. Ma le piaceva. Le piaceva il contrasto, il paradosso, l’orrendo e il magnifico, l’odio e l’amore. Le piaceva essere presa ancora. Vedere i due amici eccitarsi insieme, freneticamente, sopra il suo corpo ancora implorante, completamente aperto, totalmente devoto al dio Maschio. Gli occhi dei due fissi su di lei… guardatemi, vi prego, guardatemi. Adorate la mia carne perché io adoro la vostra. E così ancora per ore, lingue e mani hanno annichilito anche l’ultimo brandello di autocontrollo che lei avesse ancora, semmai ne avesse avuto un briciolo quella notte.
L’orgia dei sensi sfumò sotto colpi sempre più flebili, quasi senza che nessuno dei tre se ne rendesse ben conto…sprofondando tra le lenzuola del divano disfatto, evaporando dal velo bianco di lucciole che parevano schegge di stelle, mentre la pioggia fresca della notte si mescolava al sudore caldo dei corpi ancora madidi di piacere.
Chissà perché i maschi recuperano sempre in fretta il proprio autocontrollo dopo una notte di sesso spensierato. Dev’essere qualcosa di ancestrale, di primordiale, legato alla riproduzione, alla sopravvivenza, alla fuga: inutile stare lì a perdere tempo con le membra molli quando tutto ormai è finito e privo di scopo. Come guidati da un invisibile telecomando, come risvegliati dalla parola chiave di un ipnotista, ecco che normalmente i maschi si rialzano, si rivestono e si ritrovano anni e anni luce lontani dalle lenzuola ancora vive di sospiri. Per una donna è diverso. Il torpore fatica a sfumare e i ragionamenti vengono a galla piano piano, con garbo, con cautela, forse per non urtare un risveglio che potrebbe rivelarsi inaspettatamente doloroso per chi ancora vorrebbe sognare.
Di fatti, quella notte l’indolenza nel riprendere possesso di ogni parte del proprio corpo esorcizzava l’affiorare dei primi pensieri lucidi nella mente di lei. In quell’aura di confuso languore, dove ogni dettaglio cominciava a riprendere uno scomodo ordine, solo una cosa le era chiara: che di quel diabolico intreccio, dove tre corpi erano diventati uno solo, ora non c’era quasi più traccia. Niente, sparito, nessuna complicità, nessun dialogo, nessuna attinenza tra i tre Esseri, uniti solo da labili tracce di un presente che si faceva già ricordo. Tre meteoriti destinate a cadere lontano l’una dall’altra: due mosse dalla leggerezza dell’abitudine, una dal peso della trasgressione.  
Dio, cos’è successo. Ho bisogno di guardarmi allo specchio… lo specchio della verità. Meglio far con calma, piano … c’è tempo per pensare, non sono ancora pronta per capire. Tutta colpa del vino bianco, del Giappone, di banali romanticherie… Tutta colpa di una magnifica trappola, di due animali selvatici travestiti da uomini perbene.
Bimba … io ti spacco.
Tutta colpa sua.

Macchè. Solo tutta colpa mia!    

mercoledì 10 agosto 2016

Note


Si fa notte
Note di vento sul lago che danza
Mosso da brezza di luna che incanta
Là dove il sole s’è tuffato nel verde
Le stelle s’allacciano nel fulgore del niente
Un niente che è tutto
Per chi sa sentire

Le note di vento sul lago che danza

SENSE, UN ROSSO DIVINO

Nel regno del Nero d’Avola

Di Gaspare Signorelli e Paola Cerana


Pochi Paesi possono vantare una cultura enologica tanto ricca e profonda come l’Italia. Così come poche regioni italiane possono vantare d’essere veri e propri continenti enologici, microcosmi di un’eccellenza enoica capillare, seminata lungo tutta la filiera, dalla vite al bicchiere.
La Sicilia è una di queste straordinarie regioni. Grazie alle diverse esposizioni dei vigneti, ai tipi di suoli differenti e alle sfumature di un microclima che gradatamente declina dalla zona costiera all'altopiano, dalle colline alle terre vulcaniche, l’isola è da tempo immemore regno dei vini più pregiati, riconosciuti in tutto il mondo. Indiscusso principe tra tutti, il Nero d’Avola, figlio dell’omonima cultivar.
Un rosso divino che imprime forti emozioni, di grande eleganza e complessa struttura, dai profumi penetranti come solamente il sole di Sicilia sa infondere alla natura.
L’Azienda, culla d’eccellenza
In particolare, l'Azienda Agricola Buonivini di Sebastiano Di Bella (in passato Icone srl) a Noto (SR), produce uno dei Nero d’Avola più pregiati in assoluto: Sense è il suo nome, frutto di un ambiente generoso e di un lavoro talentuoso, governato con passione e maestria da chi ama il proprio territorio e i frutti che esso dona.
In questa zona i vigneti di oltre 50 anni allevati ad alberello offrono rese piuttosto basse ma la passione con cui la mano dell’uomo opera riesce a valorizzare al massimo questo piccolo tesoro dal valore immenso. L'attenzione nelle varie fasi di produzione è minuziosa, quasi maniacale, dalla gestione del vigneto alla raccolta dell’uva in cassette, fino al trasporto delle cassette in cantina per mezzo di camion frigo: ogni fase della lavorazione passa sotto lo sguardo attento dallo staff tecnico dell'azienda.


Come nasce Sense
L'uva viene innanzitutto diraspata consentendo di trasferire gli acini integri nel fermentino; la fermentazione viene poi affidata a lieviti selezionati in modo da garantire la trasformazione degli zuccheri in alcool mantenendo la temperatura costante a circa 20 – 23 gradi. Giornalmente avvengono delle follature o rimontaggi per consentire che il cappello formatosi nella parte alta del recipiente sia bagnato dal vino in fermentazione. Ultimata la fermentazione, dopo circa 12 – 15 giorni si procede alla svinatura per separare le bucce e i vinaccioli dal vino. A questo punto una nuova fermentazione trasforma l'acido malico in acido lattico che prende il nome di malolattica. Dopo circa una o due settimane si procede a travasare il prodotto limpido da quello feccioso depositato nella parte bassa del recipiente. I tecnici seguono in maniera scrupolosa tutte le evoluzioni dal mosto al vino: prima nel vigneto, con la campionatura dell'uva per verificare la data ottimale della raccolta, poi in cantina grazie a un laboratorio di analisi che garantisce un Nero d'Avola unico e inimitabile.
Un rosso dal temperamento fiero, con una straordinaria carica di sentori olfattivi e gustativi che permettono a Sense di esprimere appieno il genius loci per quel che realmente è. “E questo – come sottolinea Sebastiano Di Bella, padre di questo straordinario patrimonio enologico - non è poco, in questo mondo di vini omologati, siano o non siano biologici, naturali, vegani, senza solfiti aggiunti, dealcolati ...”
La magia della purezza
In effetti, l’obiettivo dello staff tecnico in accordo con la filosofia aziendale è quello di partorire un Nero d'Avola in purezza che esprima il territorio di provenienza, esaltandone le caratteristiche varietali. Sentori di mirtillo e ciliegia, un’eco di chiodi di garofano, una punta di pepe nero e un accenno di cannella. Gusto pieno, persistente, con tannini morbidi ed equilibrati, sufficientemente fresco, sapido, con un lieve fondo amarognolo che anticipa un retrogusto dalla netta vena tannica.
E la magia è fatta. L’alchimia che ne deriva, non è semplicemente un’effimera carezza che sfiora e se ne va. Quello con Sense è un incontro che non si dimentica, un amore a prima vista sbocciato nella naturalezza dell’istinto: come una seducente Mora che non necessita di trucco per ammaliare, Sense non ha bisogno di artifici né di affinamento in alcun tipo di legno. Il vino è lasciato affinare in vasche in acciaio, prima, e in bottiglia dopo, custodito in ambienti controllati e condizionati a 18 gradi. Al fine di apprezzare al meglio la qualità, è bene stappare Sense almeno un’ora prima del consumo, essendo un vino non filtrato e non passato di legno. Vuole essere versato lentamente e possibilmente controluce utilizzando una candela nel decanter, per evitare residui dovuti all'affinamento in bottiglia. Ama in particolar modo carni rosse, anatra, salsicce, maiale, agnello e formaggi stagionati. Ma soprattutto ama i buoni intenditori.
Vino o opera d’arte?
Numerosi premi e continui apprezzamenti confermano l’eccellenza di questo principe tra i rossi, principe che sfida il tempo mantenendo inalterata la sua qualità anche oltre dieci anni dalla raccolta delle uve.
L’Enologo che ha firmato il prodotto è la Dott.ssa Rossella Marino Abate con la supervisione di un esperto di fama internazionale che, un po’ come l’ingrediente segreto di ogni ricetta preziosa, resta nell'anonimato.
Sense è un gioiello, il suo costo è dunque giustificato e ben compreso dai fortunati cultori del vino che hanno la possibilità di acquistarlo, considerato che le bottiglie nate dalle vendemmie 2005, 2006 e 2007 sono davvero molto rare.
Rare, proprio come ogni opera d’arte che si rispetti.