martedì 4 ottobre 2016

Viaggio senza bagaglio


Uno, due, tre … sette, otto, nove.
Silenzio.
Uno, due, tre … sette, otto, nove.
Un altro silenzio. Più lungo stavolta.
La soffice coperta di lana sottolinea il profilo del torace che per nove volte consecutive pompa aria e poi improvvisamente si ferma, come per riprendere fiato dopo una corsa affannosa.
Quella per la vita, forse.
Si ferma e poi silenziosamente ricomincia a pompare, su e giù, sempre fino a nove.
E vien spontaneo a tutti seguire quel ritmo cadenzato nell’aria rarefatta, inspirare, espirare e trattenere il fiato assecondando l’apnea che per un infinito istante precipita il corpo nel sonno.
Ma la coperta si rigonfia instancabile sotto il calore della carne e tutti attorno, insieme, respiriamo il sollievo dell’insperato andirivieni.
La vera coperta, però, non è quella di lana che si riempie e si svuota di speranza. La vera coperta è quella tessuta dalle carezze e dagli sguardi amorevoli di chi veglia attento, testimone di un tempo che non si arresta, ritmato da un sonoro respiro che sarà per sempre scolpito nel cuore di chi resta.
Già, cuore. Sta tutta lì l’essenza della vita, ora che la mente vaga nel suo eterno viaggio senza bagaglio. Un cuore che non si rassegna, che bussa, che respira, che conta.
Uno, due, tre …
Silenzio.
Per sempre.


sabato 1 ottobre 2016

Piacere mistico


Anche nelle situazioni più penose, più sofferte e più lontane dalle gioie della carne, lui è presente in me. 
È come un sottofondo musicale che inneggia al puro godimento, una fibrillazione tellurica che erutta dal fuoco sempiterno della vita, un’energia mai spenta, mai silente, mai stanca di vibrare e far vibrare i miei sensi visceralmente mescolati ai suoi.
Anche quando dovrei piangere, pregare, compatire, il suo fluido incandescente scivola subdolo nel teatro uterino della mia mente e la resuscita al piacere mistico di un peccato senza colpa.
Un peccato celestiale, sublime che si autoassolve in un amplesso senza fine.

E ancora adesso, nuovamente, mi sciolgo come latte, scaldata dalle sue mani perse sui miei seni.

Mani


Silenzio. Gli occhi chiusi.
Un respiro sottile come un filo di seta cuce la realtà al sogno, il passato al futuro, nella condanna inclemente del presente.
Nell’impossibilità di parlare, di guardare, di muoversi, solo le mani possono esprimere la consapevolezza del solenne momento malcelato da un lenzuolo bianco.
Una stretta energica, tenace, piena di vita perché tutta la vita ormai si concentra lì. In quel palmo di mano che si aggrappa a quello di chi resta, impotente, a raccogliere quella preghiera inespressa. 
Una stretta che racconta la pienezza di un’esistenza giunta ormai al capolinea, un’esistenza che si sbriciola lentamente, inesorabilmente come sabbia tra le dita.
Era granito e ora è sabbia.
In quel palmo di mano tutte le parole, le immagini, i ricordi, i sogni, le speranze di una vita. Un lascito prezioso che chi resta raccoglie tra le sue sconsolate mani e trasforma in commossa gratitudine.
Silenzio. Gli occhi chiusi.
Per sempre.