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lunedì 10 settembre 2012

I poveri non ci lasceranno dormire



C’è chi i libri li scrive e chi, prima di scriverli, li vive.
E’ il caso di Alex Zanottelli - missionario comboniano e teologo, nato nel 1938 in Val di Non - che con il suo libro “I poveri non ci lasceranno dormire” (Monti Edizioni) dà voce a un’Africa scomoda e indigesta alle nostre affaccendate coscienze. Un’Africa spesso abbandonata a se stessa ma non sempre e non da tutti, come le pagine di questo diario di vita vissuta raccontano.
“E’ incredibile vedere gli incontri che facciamo nella nostra vita, scoprire quanto sono importanti, capire che di sicuro c’è qualcuno che tira i fili, anche se non comprendiamo mai il come e il quando.” Così scrive quest’uomo di fede e d’azione che oggi vive a Napoli, nel Rione Sanità, perché anche lì c’è bisogno di lui. Il suo darsi ai poveri comincia lontano, in Sudan, e ha proseguito incessante mescolando all’opera umanitaria quella d’informazione, attraverso la rivista Nigrizia, un mensile sociopolitico dedicato all’Africa. Nel ’90, Padre Alex (viene spontaneo chiamarlo per nome dopo aver letto le sue parole) si trasferisce a Korogocho, una delle baraccopoli più reiette ed emarginate del Kenya, costruita attorno a una discarica a cielo aperto. E’ a questo mucchio di baracche e alla sua gente dimenticata dal mondo che sono ispirate le pagine di questo libro.
Il primo immenso problema dei centomila abitanti di Korogocho – spiega Padre Alex - è la terra, gestita dalle contraddizioni del governo centrale. Pochissimi sono proprietari della propria baracca, che si risolve in un minuscolo tugurio il cui solo lusso è rappresentato, talvolta, dalla turca. Fame, sete e aids sono le altre falci quotidiane. Il cinquanta per cento degli abitanti è sieropositivo e, mentre il governo kenyota chiude gli occhi sul dramma del virus, Padre Alex ogni giorno vede chiudersi per sempre gli occhi di giovani uomini e donne divorati da dolori e sofferenze atroci.
Eppure, è proprio qui che avvengono i miracoli. Nel girone delle fogne, dove i bambini abbandonati a se stessi arrancano smarriti tra prostituzione e violenze incomprensibili, logorati da fame e sete, avviene paradossalmente l’incontro con la vita. Qui s’impara a vivere con dignità, costruendo la speranza del futuro sui rifiuti dei ricchi. Non solo grazie alla carità e alla compassione ma anche alla forza di volontà e al coraggio di persone come Padre Alex. Negli occhi di questi poveri splende una luce che arricchisce, contagia e plasma. Ma ci si deve mescolare a loro per capire, ci si deve sporcare per sentirsi puliti, proprio come ha fatto lui. I poveri rivelano la verità, perché i più lontani dal centro del potere, sono i più vicini al cuore. E’ facile spezzare ostie ma è duro lasciarsi mangiare dalla gente. Talvolta ho la febbre alta ma non posso fare altro che alzarmi e ascoltare. Questo per me significa lasciarmi mangiare. Per la prima volta comincio a sentire che mi sto convertendo, perché i poveri mi convertono!
Se è vero che la vita è fatta d’incontri, anche grazie a un libro come questo si può incontrare una persona e, attraverso di essa, un’altra faccia dell’umanità. Lasciamoci contagiare, dunque, dal messaggio di Padre Alex: il grido dei poveri è immane e sale dall’intero globo, è impossibile non sentirlo, a meno che non si sia morti dentro.
Il peccato più grave della nostra società è di restar sordi, imprigionati nel sonno torbido dell’indifferenza. Ma i poveri non ci lasceranno dormire tanto facilmente. Il loro soffocato grido continuerà inesorabilmente a graffiare i nostri cuori fino a farli sanguinare, pugnalando il nostro egoismo con semplici parole, quelle di Gesù: se la tua vita la tieni per te, sei morto

lunedì 3 settembre 2012

Elogio della depressione




Cosa ci può essere di così elogiabile in un male oscuro come la depressione?
Aldo Bonomi, sociologo, e Eugenio Borgna, psichiatra, lo svelano in questo libro, edito da Einaudi, dal titolo che pare un ossimoro. Due studiosi, due scrittori ma soprattutto due persone che il destino ha intrecciato in un’amicizia a priori, uno di quegli incontri contaminanti che fanno improvvisamente scoprire passioni e missioni comuni, forse già altrove disegnate. Così, sociologia e psichiatria, due discipline apparentemente lontane l’una dall’altra, con linguaggi e orizzonti diversi, si amalgamano e si arricchiscono in queste pagine, traducendo liquide definizioni cliniche in solide esperienze umane.
Bonomi e Borgna esplorano i paradossi del nostro tempo e i malesseri della nostra società, scavando all’origine della sofferenza. Elogiano quella che viene poeticamente chiamata la malaombra, perché dietro la sua maschera mortifera s’incarnano modi di essere e di sentire colmi di emozioni straordinarie. Emozioni intelligenti, comuni a così tanti destini che, insieme, potrebbero innescare una rivoluzione morale in grado di rendere la vita di tutti più degna d’essere vissuta, come per effetto di un benefico contagio.
Nella prima parte del libro, Aldo Bonomi fa una radiografia della società talmente nitida da spalancarci gli occhi su ciò che spesso, essendo troppo vicino, non riusciamo a vedere. Non c’è bisogno di andare lontano, di osservare l’estremo, per capire. Le nostre città con le loro periferie sono sempre più culle di anime ferite, spesso invisibili o ignorate ma spesso anche assistite, come fa la Caritas di Milano. “Qui si lavora e si accompagnano i soggetti silenti per produrre inclusione, non contenimento e segregazione. Ho imparato che se si vuol continuare a capire, bisogna oltrepassare la soglia tra l’Io e il Noi.” E’ in queste parole di Bonomi che affiora il pensiero di Borgna: non si può fare ricerca sociale sui drammi del nostro tempo senza scendere in strada, in mezzo alla gente, senza guardare in faccia chi ha perso il lavoro, la casa, un affetto, senza ascoltare chi preferisce morire anziché sopravvivere. Bisogna ‘sentire’ per capire. L’esperienza di Bonomi rintraccia uno spaesamento culturale e morale che fa paura, anche senza addentrarsi nei gironi dei senzatetto o dei migranti. L’inferno è anche quello ‘normale’. I legami sociali e familiari, quelli quotidiani, sono spezzati, bruciati da un presente che non rappresenta più una tappa intermedia tra passato e futuro, in quanto dilata i suoi confini soffocando l’esperienza di vita sociale in un frammentato mosaico di eventi svuotati di valori profondi. La famiglia ha perduto ogni forza simbolica e coesiva: da una parte pesa l’infelicità desiderante dei giovani, dall’altra l’infelicità senza desideri degli anziani, in mezzo vacilla l’angosciato smarrimento degli adulti, in un cortocircuito tra monadi senza speranza e senza comunicazione. Spopolano, così, le passioni tristi, la povertà crescente semina vergogna e la miseria alimenta un circolo vizioso fatto di solitudine e silenzio, in cui l’unica via di salvezza diventa troppo spesso la morte volontaria, a qualsiasi età e in qualsiasi fascia sociale.
Nella seconda parte del libro, Eugenio Borgna prende per mano l’inquietante analisi di Bonomi, dando voce alle ragioni del cuore: le emozioni. Illustra, con il suo abituale linguaggio poetico, quali sono le diverse forme psioco(pato)logiche di depressione e come si manifestano, intrecciando cause psicologiche e cause sociali. Quella più drammatica, la depressione psicotica, è in realtà l’espressione meno frequente rispetto alle altre epifanie, la depressione esistenziale e quella motivata o reattiva. Leggendo, si capisce che, lungi dall’essere una malattia aggressiva circoscritta solo ad alcuni di noi, la depressione è una sofferenza diffusa e normale, diluita nella società come un fiume carsico che a tratti affiora. E’ un germe psicologico che può albergare nell’anima di ogni persona capace di emozionarsi e di percepire la propria fragilità e la propria sensibilità. “Conoscere la depressione, i suoi modi di essere, averla vissuta almeno una volta nella vita, dilata le personali possibilità di dialogo e di ascolto. Si creano così solidarietà che oltrepassano le ideologie e gli egoismi individuali.” Accettando l’autenticità dell’Essere umano, fatto anche di timidezze, di fragilità e d’incertezze, diventa più facile riconoscersi negli altri e porsi in reciproco ascolto senza diffidenza né vergogna ma, semplicemente, con la volontà d’essere se stessi, insieme. La condizione depressiva, allora, quando non si manifesta nella sua espressione patologica, è il riflesso di un’inconsapevole, nobile insofferenza nei confronti dei ritmi aridi e febbrili della vita odierna. In questa chiave di lettura, il gelo della malaombra si fa calore, diventa scintilla che accende la possibilità di una vita eticamente ed esistenzialmente degna d’essere vissuta.
Nell’ultima parte del libro, Aldo Bonomi e Eugenio Borgna duettano, interrogandosi sulle diverse angolazioni con cui sociologia e psichiatria affrontano la realtà magmatica della fragilità umana, di cui la depressione è lo specchio prismatico. Da questo dialogo tra amici, emergono un invito e una speranza. L’invito è di rivivere le comunità di cura e di destino non come astratte definizioni cliniche o sociologiche ma come esperienze di vita che riguardano tutti noi, nessuno escluso. La speranza è che si possa giungere a una dilatazione delle ragioni del cuore, nutrite di autentica vita emozionale e trainate dalla gentilezza, dalla comprensione e dalla partecipazione. Questo libro non vuol essere un elogio all’infelicità ma un’assennata rivalutazione della sofferenza psichica, perché dietro ogni malaombra splende sempre una bellissima luce.
In un mondo fatto di grida, l’Elogio della depressione è un sussurro che dà voce all’anima, destinato a sgretolare quell’arida superficie su cui la maggior parte di noi s’è consumata a vivere. Perciò, “Depressi di tutto il mondo unitevi. Si può fare esodo, si può tutti andare a stare un po’ meglio nella diaspora verso un altrove.”