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mercoledì 26 giugno 2013

Conversione laica



Sono fortunata. 
Il mio è un lavoro straordinario: viaggi frequenti, soggiorni in posti magnifici, pranzi e cene in ristoranti superstellati. Assaggiare bontà e bellezza per poi scrivere articoli e recensioni, invitando i lettori delle riviste a partire per gustare le stesse esperienze da me vissute.
Va bene, per un po’. Ma poi?
Poi, dopo ogni viaggio e recensione, s’accumula un crescente senso di vuoto. S’annida nell’ombra della coscienza un sapore d’inutilità che bussa dal profondo dell’anima e costringe a una riflessione. Perché non sbarazzarsi un po’ del lusso della superficialità e dar luce invece a una realtà più ingombrante? Nel Mondo esistono luoghi, situazioni e persone che meriterebbero più d’ogni altri d’essere visitati, conosciuti e raccontati. Penso a tutte le missioni e le opere di volontariato che si fanno largo tra le foreste equatoriali o sbocciano negli aridi deserti africani. Perché non andare laggiù a toccare, annusare, assaggiare la fatica e la soddisfazione che trasuda ogni giorno da chi si dedica a costruire dal nulla qualcosa per gli altri e, in fin dei conti, anche per sé, per inventare un Mondo migliore?
Se è possibile contagiare con le parole e, attraverso un articolo, stimolare in chi legge la curiosità e il desiderio di partire, forse è anche possibile svegliare la coscienza e aprire gli occhi su una realtà scomoda ma viva e non poi così lontana come si vorrebbe pensare.
Sono fortunata. Il mio lavoro è straordinario ma potrebbe esserlo ancora di più, per me stessa e per gli altri, compresi quelli che non leggono perché non sanno o non possono farlo.
Per questo sto combattendo affinché qualche rivista, qualche direttore particolarmente sensibile, decida di aprire una finestra editoriale dedicando spazio anche al mondo spesso sconosciuto del volontariato, in particolare in Africa, la culla dell’Umanità. Sono tantissime le opere missionarie disseminate nel continente, laiche e religiose, dignitose, gioiose ma troppo silenziose. Tutte le testimonianze che finora ho raccolto per mio esclusivo interesse mi hanno trasmesso una grande gioia e uno straordinario senso di coraggio, non ricordo dolore ma solo sorrisi. E allora, mi domando, perché non trasferire queste realtà e queste emozioni ad altri in modo che possano esserne toccati e magari spinti a contribuire  anche da casa senza bisogno necessariamente di partire?
Non ho ancora trovato quella rivista né quel direttore particolarmente sensibile, non è facile lo so, perché viaggi stampa di questo genere restituiscono scarso rendimento non sostentandosi di pubblicità. Tuttavia confido. Io sono pronta a partire subito, per scrivere, per raccontare ma soprattutto per sentire e far sentire. 
Perché se l’indifferenza è contagiosa, lo è ancor di più la voglia di combatterla!

giovedì 23 maggio 2013

Straordinario



… e quando tuo figlio diciassettenne ti dice:
“Mamma, io quest’anno in vacanza non voglio andare in Sardegna. Voglio andare in Africa, in un ospedale, a fare volontariato!”
… ecco che scopri d'aver contribuito a fare almeno una cosa straordinaria nella vita. 
Circa diciassette anni prima.

martedì 20 novembre 2012

Un frutto per tutti i sensi



Diceva bene Marcel Proust sostenendo che il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi ma nell’avere nuovi occhi con cui scoprirli.
Ne ho avuto conferma anche quest’estate, in Madagascar, durante un’escursione all’interno della foresta primaria di Lokobe. Avventurarsi laggiù dà la sensazione d’essere avvolti dal morbido abbraccio di piante gigantesche che con le loro liane invitano ad addentrarsi sempre di più nel cuore vergine della primitività. 
Le foglie carezzano, i fiori seducono, gli animali spiano. 
Viene spontaneo trattenere il fiato per non disturbare la quiete, camminare in punta di piedi, quasi a rallentatore, per assecondare l’apparente immobilità degli alberi e dei loro ospiti. Ma soprattutto viene naturale aprire gli occhi in maniera nuova, educare lo sguardo a ciò che sembra invisibile e che tuttavia c’è: respira, si muove, osserva e spera di non essere scoperto, se non con rispetto.
Mentre la mia guida procedeva lenta nella delicata ricerca di serpenti e camaleonti rarissimi, io ho casualmente alzato lo sguardo verso l’alto, più interessata ai lemuri che ai boa. E frugando serendipicamente con gli occhi tra le palme frondose, ho intravisto qualcosa d’inatteso. Una polposa macchia color giallo brillante stava appesa a un robusto tronco di una pianta mai vista prima. Non solo una ma altre tre, quattro o forse più macchie gialle penzolavano pigre dallo stesso fusto. Sottovoce ho pregato la guida di dirottare il cammino verso quegli stranissimi spruzzi di sole per capire cosa fossero ed è stato così che ho incontrato per la prima volta il Jackfruit.  Quando si dice “amore a prima vista”!
La pianta appartiene al genere Artocarpus, una famiglia di circa sessanta specie di alberi e arbusti tropicali sempreverdi, di cui la più nota è il Breadfruit o Albero del pane. Il Jackfruit è una variante meno nota, almeno nella nostra cultura. La sua origine è asiatica: dalla Thailandia l’albero è stato trapiantato fino in Brasile dai viaggiatori portoghesi del sedicesimo secolo, anche se alcune ricerche farebbero risalire la sua primissima coltivazione a seimila anni fa, in India.  La cosa certa è che il suo nome deriva dal portoghese “jaca”, inglesizzato nel 1563 dal naturalista Garcia de Orta nel suo affascinante libro “Colòquios dos simples e drogas da India”. Più tardi, un certo William Jack, un ambizioso botanico scozzese dei primi dell’Ottocento, restò a sua volta talmente affascinato da questa bizzarra pianta rinvenuta durante un viaggio in Malesia che millantò la paternità del nome, Jack appunto.
Nome di battesimo a parte, il Jackfruit oggi è uno dei tre frutti beneauguranti del Tamil Nadu - insieme alla banana e al mango – oltre ad essere il frutto nazionale del Bangladesh. Un’altra curiosità che lega il frutto all’Oriente, arte culinaria a parte, è che da esso si estrae il colorante giallo utilizzato per tingere le tonache sacre dei monaci buddhisti.
La sua lunga storia ha permesso alla pianta di approdare molto lontano dalle terre d’origine ed è così che anch’io ho potuto scoprirla in Madagascar, straordinario crocevia di cultura africana e asiatica. Ogni Paese in cui è arrivata è stato contagiato positivamente dalla sua esuberanza. In Brasile, paradossalmente, il Jackfruit ha finito per diventare invasivo, soprattutto nella foresta secondaria del Tijuca, dove piccoli mammiferi come il coati, essendone golosi, contribuiscono a diffondere a dismisura i suoi semi nel terreno, alimentando così un’eccessiva espansione della specie vegetale a scapito di altre.
In Madagascar, invece, la presenza del Jackfruit è discreta ma generosa e rallegra la foresta punteggiandola qua e là di queste sfere ovoidali gialle che possono raggiungere anche il peso di cinquanta chili e un metro di lunghezza ciascuna. All’olfatto il frutto non risulta immediatamente simpatico, perché l’odore che emana quando è maturo è prepotente e ricorda un po’ quello aspro  e pungente della cipolla. Dev’essere un trucco che la pianta ha escogitato come naturale difesa verso certi animali. Toccando il frutto, la prima sensazione è quella di scontrarsi con una superficie rugosa e coriacea inespugnabile che sembra non promettere granché di speciale con tutti quei bitorzoli tondeggianti. Invece, la vera sorpresa del Jackfruit sta proprio nel suo cuore tenero, cosa che avrei scoperto con mio grande piacere a cena, quella stessa sera.
Anche grazie al Jackfruit, ho imparato che il vero viaggio non solo vuole nuovi occhi con cui guardare ma anche una nuova bocca e un nuovo naso con cui sentire sapori del tutto sconosciuti. Essere curiosi e lasciarsi stupire è indispensabile per aprire i sensi con disinvoltura a nuove esperienze senza diffidenza né timore. E questo vale anche a tavola, soprattutto quando ci si trova lontano da casa.
Prima di assaporare il misterioso gusto del Jackfruit, ho voluto capire come venisse ricavata la polpa dalla scorza brufolosa. E ho constatato che il lavoro d’estrazione non è impresa da poco, anzi somiglia più all’arte fine dello scultore che a una semplice operazione culinaria. Dopo un primo taglio netto che squarta la sfera ovoidale esattamente a metà, la scavatura deve essere eseguita da mani esperte, decise ma delicate, di solito femminili. Il cuore carnoso del frutto si lavora con un coltello flessibile con cui si ricavano decine e decine di petali, simili a grosse fave o a patatine chipster, dal colore giallo tenue e lucente. Io li ho mangiati crudi, perché il frutto da cui sono stati ricavati era maturo al punto giusto. Quando invece il frutto è ancora acerbo o giovane, la sua polpa viene utilizzata cotta in un’infinità di sfiziose varianti: bollita, stufata, arrostita, lessata nel latte di cocco, speziata con aromi agrodolci e piccanti, accompagnata spesso da gamberi o carne di zebù.
La consistenza del petalo del Jackfruit crudo, così come l’ho assaporata io, è fibrosa ma cedevole e al primo impatto, che risulta sonoramente croccante sotto i denti, segue una sdilinquita scioglievolezza sulla lingua che ammutolisce dalla bontà. Il profumo si percepisce appena, mentre il sapore è garbatamente dolce e sottile ma non facilmente definibile. Immagino che la timbrica dipenda dalle papille gustative di ognuno, perché mi è capitato di raccogliere sensazioni discordanti tra loro da parte di chi, come me, assaggiava per la prima volta questa prelibatezza. Banana, ananas, mandorla, vaniglia, mela, soia e persino sapone: questi sono solo alcuni dei sapori che questo frutto titilla al palato. In realtà, il Jackfruit è semplicemente unico, ridente e sensuale. Questo è un motivo in più per assaggiarlo, giocando a dare un nome al suo carattere senza confonderlo con altre unicità del mondo vegetale. La possibilità ci sarebbe anche qui in Italia, poiché lo si può trovare, anche se raramente, in qualche mercato etnico particolarmente curato. Un delitto, invece, sarebbe provarlo in scatola, sciroppato, tostato o essiccato, come mi è capitato di vedere in certe drogherie nel centro di Roma. Non solo il Jackfruit inscatolato perde il suo fascino esotico ma s’impoverisce anche delle virtù intrinseche, visto che non è solo bello ma anche sano. Il Jackfruit è, infatti, una ricca fonte di vitamina B1, B2 e potassio, con un concentrato minimo di grassi e massimo di carboidrati.
Quindi, se possibile, meglio raggiungerlo e gustarlo laddove naturalmente prospera. E per completare l’elogio del goloso frutto, aggiungo infine che se il Jackfruit mi ha stuzzicato vista, tatto, olfatto e gusto è riuscito a sorprendere anche l’udito. Il legno dell’albero viene, infatti, impiegato nella costruzione di strumenti musicali dalle sonorità morbide e sensuali che hanno spesso animato i tramonti infuocati di un Madagascar per me indimenticabile, in tutti i sensi.
Indimenticabile anche grazie a quel giallo sole, odoroso e saporito, che spunta qua e là nella lussureggiante foresta di Lokobe.  

martedì 11 settembre 2012

Sensualità a ritmo di clave



“Vengo de Nigeria, Yoruba y Carabalì
Nigeria y Congo son mi tierra
Mozambique y Angola soy de allì
Esa musica que heredamos
Hijos y nietos de los africanos …”

“Vengo dalla Nigeria, Yoruba e Carabalì, Nigeria e Congo sono la mia terra, Mozambico e Angola, io sono di là, questa è la musica che abbiamo ereditato, figli e nipoti degli africani …”
Era il 1997 quando Los Van Van, storica band cubana, incendiava le piste da ballo con “Esto te pone la cabeza mala”. A quell’epoca conoscevo ancora poco delle tradizioni musicali di Cuba ma ballare per me era una droga. Non perdevo occasione per abbandonarmi alla danza e inseguire i concerti dei gruppi che concedevano la loro esplosiva energia al timido pubblico milanese.
Ballare a ritmo di salsa significa abbandonarsi al flusso prorompente delle percussioni. Bongos e tambores diventano un tutt’uno col battito del cuore. E’ un po’ come entrare in trance, posseduti dentro un vortice sempre più concitato di giravolte e ondeggiamenti. Ho sempre pensato che questo tipo di danza rappresentasse un modo socialmente accettabile per comunicare la propria carica erotica, possibilmente con un partner complice. I due corpi si intrecciano, uniti da un linguaggio fatto di movimenti allusivi e sguardi esclusivi, incomprensibili agli altri. Perché una coppia quando balla diventa un corpo unico. E’ un’ espressione della sensualità che a Cuba, in special modo, viene esaltata e accettata come qualcosa di naturale e fisiologico. Un’ eredità fondamentale della cultura africana, che tanto ha determinato l’identità nazionale del popolo cubano.
Laggiù è facile lasciarsi andare. Non per niente si parla di Isla caliente. La musica è nell’aria, la si respira, scorre nelle vene, la gente non cammina ma balla, di giorno e di notte, nelle case, per le strade, sulle guaguas, gli scalcinati autobus locali. Dappertutto traspira la sensualità che musica e danza, insieme, diffondono.
Pare che lo stesso Cristoforo Colombo, giunto a Cuba nell’ottobre del 1492, restò colpito dall’esuberanza degli indigeni, con quella loro naturale propensione per i balli, i cosiddetti areitos. Era sorprendente come, sotto gli effetti dell’alcool e del tabacco, riuscissero a ballare per ore ed ore a suon di guiros, maracas e mayahoacàn.
Anche se la musica degli areitos si è persa col tempo, insieme ai suoi interpreti, decimati dalle epidemie e dalla schiavitù, gli strumenti musicali, la chiave ritmica, i canti, i passi di danza si sono tramandati fino ad oggi, mescolandosi via via con influenze americane ed  europee, fino ad arrivare alla salsa di oggi. Musica e ballo sono la migliore accoppiata della storia culturale cubana. E’ impossibile scinderli. Ed è impossibile godere appieno del piacevole stordimento che una rumba, un bolero e un mambo trasmettono se non si scava dentro al significato di questi ritmi. Perché questi balli non sono solo semplici esibizioni da palcoscenico ma linguaggi, storia e cultura da conoscere e capire.
L’origine di queste danze va cercata lontano, al tempo delle colonizzazioni, quando migliaia di schiavi africani venivano portati a Cuba, costretti a lavorare nelle piantagioni di tabacco e canna da zucchero. Insieme agli schiavi approdarono sull’isola le loro tradizioni e le loro credenze religiose che si esprimevano in canti e rituali frenetici. Accompagnato dal suono incalzante dei tamburi, il crescendo ritmico portava ad uno stato di trance. L’incrocio dei riti africani con la religione spagnola ha dato vita a una serie di culti sincretici che ancora oggi vengono praticati sull’isola. La Santeria è la più diffusa e la più complessa e si manifesta, oggi come allora, in rituali fatti di  danze in cui si rappresentavano la vita e le gesta degli Orishas, dèi tutelari delle tribù. E la musica, sempre presente nei deliri delle preghiere dei neri yoruba, era composta da basi ritmiche e melodie vocali scandite da tamburi e percussioni, detti Batà, che venivano custoditi nelle case-tempio Ilè Ochà dei Santeros e dei Babalawos, i capi spirituali.
Cuba è oggi uno dei pochi paesi al mondo in cui la religione si vive quotidianamente con allegria e le cerimonie sono vere e proprie feste, in cui abbondano cibo, rum, tabacco e musica appunto, in un’esaltazione del corpo e delle gioie terrene.
Ma è l’incontro con la cultura ispanica, prima, e francese e nordamericana, più tardi, ad aver fornito alla musica cubana quell’identità propria, inconfondibile e contagiosa che ha dato vita ai ritmi, generi, figure e balli che oggi vanno tanto di moda. Due sono le influenze artistiche che hanno portato all’evoluzione dell’attuale salsa. Innanzitutto il danzòn, ballo da sala frutto della contraddanza francese nato nel 1871, quando un musicista di Matanzas, Miguel Faìlde, interpretò quello che viene considerato appunto il primo danzòn, Las alturas de Simpson.
Da allora esso ha subito diverse trasformazioni fino a diventare il ballo da sala più popolare in Messico per tutto il XX secolo. L’orchestra che suonava danzònes, costituita da piano, flauto e violino, era conosciuta come tipica o charanga ed è tuttora la base dei gruppi musicali cubani più in voga. Ciò che contraddistingueva il danzòn rispetto ai precedenti balli da sala era una sfrontata sensualità e allusività dei movimenti. Tanto da risultare scandaloso, soprattutto tra i bianchi dell’epoca. La carica erotica venne man mano esasperata fino a trasformare il danzòn in rumba, in cui il contatto fisico era portato all’eccesso da scosse di spalle, vita e pelvi, in un’imitazione senza ritegno dell’atto sessuale.
  Il secondo contributo musicale fondamentale è il son, ritmo mulatto, meno bianco del danzòn ma anche meno nero della rumba, amalgama di elementi ispanici e africani, che riassume in sé l’intero patrimonio culturale cubano. Nato nella campagna d’oriente di Cuba, a Santiago, nella seconda metà del secolo scorso, ha attraversato tutta l’isola, arrivando fino a La Habana e da lì ha invaso tutto il mondo. La ritmica del son è data dalla clave, due bastoncini di legno percossi tra loro secondo una misura matematica, che forma la struttura portante dell’orchestra. Ma la clave è molto di più perché fornisce ai ballerini la frase musicale su cui giocare i passi. E’ uno schema mentale che permette l’intesa dei movimenti all’interno della coppia.
 Ancora oggi si ballano bellissimi pezzi rivisitati del Sexteto Habanero, del Trio Matamoros o di Arsenio Rodriguez, il “cieco meraviglioso”. Pur con l’introduzione di strumenti e orchestrazioni moderne non si perde nel tempo l’anima del vecchio son.
A partire da questi storici soneros, esso ha vissuto uno sviluppo vertiginoso, mescolandosi sempre più con i ritmi puertoricani e newyorkesi che come un boomerang rimandavano sull’isola novità musicali, strumentali e ritmiche non più riconducibili ad alcun genere preesistente. Fu Benny Moré con la sua Banda Gigante, negli anni cinquanta, a trasformare definitivamente il son in un punto di riferimento insostituibile per tutti i musicisti salseri. Dopo di lui, infatti, si cominciò a parlare di salsa, per cercare di definire un miscuglio musicale nuovo, saporito, tutto da gustare. Oltretutto il fatto che dentro Cuba non ci fosse l’esigenza di competere commercialmente per vendere musica, ha lasciato spazio e tempo per sperimentare sempre nuovi stili e forme musicali, senza compromessi e oltre ogni schema rigido, spaziando dall’afro al jazz, dal pop al rock. Ma mai perdendo il ritmo del cuore del son.
Oggi si parla di salsa cubana, puertoricana, venezuelana, free style, new york style e timba ma nulla toglierà al son la paternità di un ritmo e di un modo di ballarlo che è diventato banalmente di moda. Quanti italiani sono stati trascinati ad iscriversi a scuole di ballo e a frequentare lezioni, nel tentativo disperato di educare i piedi e sciogliere le cintole, ostentando una sensualità impropria e spesso ridicola! Il problema vero, per la maggior parte di loro, è l’incapacità di abbandonarsi, di liberare la mente, oltre che il corpo. Prevale il desiderio di esibirsi agli occhi del pubblico. Niente di più sbagliato. Il ballo è un fatto privato, intimo. Si potrebbe ballare ad occhi chiusi. Seguire e accompagnare il proprio partner in un dialogo segreto, comunione di spirito e corpo, legati in armoniosa sinergia.
Questo dovrebbe essere il ballo. Gioia, energia, vita! Così come gli schiavi yoruba si riscattavano dalle oppressioni attraverso l’espressione del corpo nella musica anche noi dovremmo imparare a sentirci liberi ballando. E magari cantando con Los Van Van …
“Bombo canilla y campana
Un buen guiro y hasta manana
Ay con este ritmo tan afinca’o!
Bailen bien que aquì el que baila gana
Esto te pone la cabeza mala”
“Cassa, bacchetta e campana, un buon guiro e fino al mattino, con questo ritmo così coinvolgente, balli bene chi ha voglia di ballare, questo ti fa impazzire …”

Il letto nel deserto



Sembra un miraggio quella piccola tenda bianca nel deserto. Da lontano si nota appena, accampata ai piedi di una duna a due passi dall’oceano. Sembra un fazzoletto svolazzante, trattenuto a stento da quattro pali di legno conficcati nella sabbia, che resistono fieri agli schiaffi del vento. E’ piccola ma grande abbastanza da accogliere un lettino su cui distendersi, una sedia dove lasciare gli indumenti e un piccolo tavolo dove appoggiare asciugamani, creme e alambicchi con profumi e oli essenziali.
E’ lì dentro che lavora Ramilton, un giovane capoverdiano dalla pelle di seta e i riccioli color d’ebano. Non è un alchimista, come tutte quelle boccette di vetro potrebbero far pensare, ma un massaggiatore molto apprezzato sull’isola. E la piccola tenda bianca è il suo regno, un’oasi di riposo, ombra e abbandono, per chiunque desideri chiudere fuori per un po’ il caldo incessante del sole e la violenza del vento che, in certi giorni, è davvero prepotente a Sal.
Il via vai dalla tenda è continuo, con un ritmo variabile e soste che durano da poche decine di minuti  fino a due o più ore. Per lo più sono donne quelle che la frequentano, donne di tutti tipi, turiste di tutte le età, anche se a volte persino qualche uomo fa visita a Ramilton, forse incuriosito dai racconti delle signore che decantano entusiaste i suoi sapienti massaggi.
Pur riconoscendone il fascino, Ramilton è decisamente troppo giovane per i miei gusti. Sembra un ragazzino sbocciato tutto d’un colpo, spremuto dall’esuberanza precoce della natura. Troppo delicata la sua pelle ambrata rispetto al nero africano, duro e animale di queste isole; troppo dolce il suo sguardo di cerbiatto, come fosse un cucciolo in cerca di carezze, proprio lui che ne è dispensatore. Il suo sorriso morbido è così disarmate che mette in moto dentro di me tutti i sentimenti più vicini alla tenerezza, piuttosto che all’eccitazione. Per questo non considero seriamente i suoi insistenti inviti ad assaggiare le sue virtù.
Vieni un giorno a farti massaggiare da me, nella mia tenda, sono bravo” mi ha detto sorridente una mattina sulla spiaggia, mostrandomi le sue belle mani di velluto. Ramilton parla un inglese talmente improvvisato che sembra una lingua nuova, inventata apposta per un sogno. Si rivolge a me quasi sottovoce e il suo tono è in sintonia perfetta con il suo modo d’essere garbato e rispettoso. Puntualmente, quando mi parla, gli vado incontro in quel buffo crocevia d’idiomi e declino gentilmente l’invito, spiegandogli di non avere bisogno dei suoi massaggi, perché ci pensa il mare, con le sue onde, ad occuparsi generosamente del mio corpo.
In effetti, così è. Ci sono momenti in cui è difficile, persino rischioso, tentare di tuffarsi nell’oceano, tanto sono alte le onde. Osservandole, ho capito che bisogna studiare il mare, calcolare il ritmo e la frequenza con cui si susseguono le onde violente fino a diventare sempre più deboli. Quello, il momento in cui la forza si esaurisce, è l’attimo in cui poter approfittare per avvicinarsi e tuffarsi, andare al largo e aspettare che il successivo moto d’acqua faccia il suo corso e ritorni quieto prima di tentare di uscire nuovamente sulla spiaggia. Bisogna essere intonati con il mare, altrimenti si rischia di esserne travolti.
Ramilton non si mette mai in costume da bagno. Anche quando esce dalla sua oasi e raggiunge la spiaggia, magari a caccia di nuove clienti, indossa sempre il suo grembiule bianco, candido come la sua tenda. Sembra un dottore. Le signore lo salutano sempre con calore, s’intrattengono a chiacchierare con lui e spesso le vedo offrirgli una bibita o chiedergli di scattare qualche foto insieme, per non rischiare di dimenticare quel viso d’angelo tentatore.
E’ sempre gentile e sorridente, con tutti, ma con me lo è di più.
Cedo al suo invito solo il giorno prima di partire, quando la nostalgia morde e anticipa l’amarezza del ritorno a casa. Cedo solo per fargli un piacere. E’ strano, non avverto alcun desiderio né necessità di offrirmi alle sue mani. Ma quando quest’ultimo giorno Ramilton mi dice “Ti prego, oggi vieni alla tenda”, il mio Ok esce di bocca così spontaneo che, senza nemmeno avere il tempo di ripensarci, sento la sua mano afferrare la mia per condurmi nel suo regno. Cammino controvento di un passo dietro a lui e quando di tanto in tanto si volta a guardarmi mi lancia un sorriso talmente raggiante e uno sguardo così grato che mi mette in imbarazzo.
Dieci minuti Ramilton, ok? Solo dieci minuti …” E’ il massimo di tempo che voglio concedergli, il perché poi non lo capisco, visto che sono libera e oltretutto adoro i massaggi. Da cosa voglio cautelarmi?
E’ l’ora in cui il calore raggiunge la sua massima temperatura sull’isola e la gente se ne sta tutta a riposare al riparo dal sole. Attraversare la spiaggia a quell’ora è un’incoscienza ma a me sono sempre piaciute le sfide, ed è una dolce tortura sentire la sabbia scottare sotto i piedi nudi, che scavano per cercare il contatto con quella più fresca.
Provo comunque un sollievo immediato appena m’infilo nella tenda, preceduta da Ramilton che tiene sollevato il telo dell’ingresso sbattuto dal vento. Appena dentro ho l’impressione di infilarmi in una conchiglia madreperlata, per via dei raggi del sole che filtrano smorzati e giocano con le ombre sulla sabbia. Tutto è candido e pulito: il lettino, le lenzuola e gli asciugamani ripiegati sul tavolo e la poltroncina dove avrei dovuto lasciare i vestiti. Non ho vestiti, solo un pareo azzurro cielo a coprire il bikini.
Comunichiamo in silenzio ora, solo cenni e sguardi. Ramilton m’invita a sciogliere il pareo e a distendermi pancia sotto sul lettino, mentre lui dà inizio ai preparativi: si lava le mani versando dell’acqua da una brocca e, dopo averle asciugate lentamente, afferra un alambicco di vetro appoggiato su un piccolo fornello, facendolo roteare adagio in una mano.
I suoi gesti sono rituali, così lenti da mettermi leggermente in agitazione anziché invitarmi all’abbandono. Mi distendo al rallentatore, ricalcando il suo ritmo, con il viso adagiato su un cuscino talmente soffice che sembra fatto di panna montata. Lo respiro, è fresco e sa di buono. Il silenzio sembra fermare il tempo, solo il sibilo del vento e un sussurrato canticchiare di Ramilton che insegue probabilmente una canzone della sua isola, dolce e triste insieme. Concentrata sulla melodia, cerco a questo punto di rilassarmi, sforzandomi di domare il battito del cuore che, inspiegabilmente, non vuole rallentare. Ho paura che Ramilton se ne accorga, non voglio mostrarmi insicura, quando fino ad ora l’ho considerato solo un ragazzino. Ho tenuto duro così a lungo e ora è lui ad essere il duro! Perché proprio adesso comincio a sentirmi io piccola e fragile? Perché sono nelle sue mani, ecco perché! E lui sapeva sin dall’inizio che avermi qui, nel suo regno, sarebbe stato l’unico modo per ribaltare la relazione e dimostrarmi la sua virilità. Mi sento improvvisamente in trappola, un’eccitante trappola.
Immersa in tutti questi ragionamenti, ormai senza speranza, sento Ramilton slacciare il reggiseno del costume da bagno e i lacci abbandonati ai lati della schiena mi procurano un brivido. Impossibile controllare il fremito, lui l’ha sicuramente notato ma chiudo gli occhi sul suo sguardo curioso.
A questo punto, sento qualcosa di caldo piovere lentamente lungo la schiena: gocce dense e profumate, forse olio di cocco, che scivolano giù, dalla nuca lungo la spina dorsale, in un rivoletto che si divide in due all’altezza dei lombi. Ramilton sta in piedi di fronte a me, il suo bacino è a un palmo dal mio viso. Senza avvicinare troppo il suo corpo al lettino, sposta leggermente i miei capelli da un lato, liberandomi il collo e accarezzandoli con un gesto gentile e premuroso, come fossero vivi. Ho paura che persino i miei capelli trasmettano fremiti invisibili.
Poi allunga le braccia e comincia a scivolare con le mani lungo la schiena, all’inseguimento delle gocce d’olio versate. Prima un lungo e lento massaggio fino alla vita per recuperare l’olio, per poi tornare su, di nuovo alla nuca. Sento i polpastrelli indugiare con cautela, come se stessero cercando il punto segreto per scatenare chissà quale piacere. Eppure mi rendo conto di pensare, anziché sentire. E’ troppo acceso il mio cervello, troppo in guardia, attento a seguire lucidamente i movimenti sul mio corpo, piuttosto che a rassegnarsi a goderne.
Shhh, rilassati …” Ramilton accompagna i movimenti delle mani con respiri profondi e lenti come i suoi gesti, tanto che piano piano riesce ad ammorbidire le mie resistenze. Ogni tanto versa nuovo olio e ogni volta il calore mi mette un brivido. La nuca, le spalle, i fianchi si rassegnano all’esplorazione sempre più piacevole e al ritmo sempre più concitato del massaggio.
Ramilton dialoga con il mio corpo, come un artista con la sua opera d’arte. Le sue mani fanno ribollire i miei lombi, premendo i pollici all’interno sulla spina dorsale, fino ad abbracciare con le altre dita i fianchi, al sorgere dei glutei, che ora vorrebbero liberarsi dall’ingombrante bikini. E lì si ferma, ha trovato il punto segreto. Sembra immobile eppure avverto leggere circonvoluzioni, sussulti caldi che mi penetrano fino dentro alla pancia, con la stessa prepotenza delle onde del mare. Sembra che, con una delicatezza inaudita, quelle mani vogliano scavare sotto la pelle, fino ad afferrare direttamente il coccige per rivoltare e raggomitolare la coda e continuare ad accarezzarmi come fossi un animale selvatico da acquietare.
Per arrivare fin laggiù,  Ramilton ha dovuto sporgersi sul lettino e allungarsi tutto sopra il mio corpo e il suo grembiule sulla schiena mi solletica la pelle aumentandone i brividi. Quando schiudo gli occhi, vedo il grembiule in parte sbottonato davanti al viso, ho le braccia raccolte sul cuscino e sfioro il tessuto bianco che si apre sempre di più, rivelando una peluria bruna e ricciuta, squarciata da un guizzo di piacere. Mi basterebbe allungare una mano … I miei mugolii sono eloquenti e Ramilton sa di aver ottenuto definitivamente la mia resa e la sua vittoria. Le carezze oleose hanno conquistato e corrotto l’animale ribelle e diffidente. Il profumo di cocco mi ubriaca di dolcezza e mi sento sciogliere di caldo sempre più dentro, tanto che le cosce si schiudono e il bacino s’inarca senza che io lo comandi. Allungo finalmente una mano verso Ramilton, che dietro al grembiule semiaperto non può nascondere la sua naturale reazione e lo incoraggio silenziosamente ad avvicinare alla mia bocca il suo corpo gonfio di desiderio e a mescolare i suoi sospiri ai miei.
L’atmosfera è ormai troppo carica di energia e di attesa perché quel massaggio a senso unico possa durare ancora a lungo. Non posso più restare ferma, il mio corpo scivola come l’olio che ha addosso e non bastano più le mani a domarlo. Nuove onde violente s’impossessano di me e voglio esserne travolta. La tenda bianca s’incendia irrimediabilmente di desiderio, gli oli profumati fanno scintille, evaporano, liberando nell’aria umori animali, densi e incontenibili e le mani scivolano in carezze reciproche, disobbedienti ormai alla ragione e beate vittime degli istinti. Il vento fuori sembra d’un tratto soffiare più forte, per poi placarsi improvvisamente, così come l’incandescenza dell’eccitazione cede spazio lentamente all’estasi del languore.
Dieci minuti Ramilton, ti avevo detto solo dieci minuti …” mormoro pigramente con un soffio di voce, mentre mi crogiolo molle, esangue ancora abbandonata ad un piacere che non vuole finire. Mi sembra d’essere un ghiotto mollusco protetto dentro la sua conchiglia, cullato lievemente dallo sciacquio del mare. Guardo Ramilton, il suo corpo snello, il suo sesso stanco e il suo volto aperto ad un sorriso di gratitudine che, per la prima volta, mi appare non più come quello di un ragazzo ma di un uomo, un uomo grande, sicuro di sé e del suo potere.
Mi sembra di sentire ancora le sue mani scivolare lungo la schiena, scendere lungo le cosce e afferrarmi forte per le caviglie … forte, sempre più forte … di più, di più, ma che succede? Quelle che afferrano le mie caviglie non sono più mani di velluto ma mani violente … mani fredde che mi strattonano e mi trascinano giù dal lettino, strappandomi al mio molle languore come per punirmi … per portarmi via. Ma per portarmi dove? Mi aggrappo con tutta la forza che mi rimane al lettino ma è inutile: le lenzuola svaniscono come fantasmi, il letto si sgretola come canne sotto la violenza del ghibli. Alambicchi, oli, profumi ed essenze vengono risucchiati da un vortice misterioso, insieme a Ramilton che, con il suo sorriso fiero, sembra salutarmi mentre si allontana sempre di più, fino a sparire del tutto dietro a un sipario evanescente. La tenda diventa sempre più piccola, un fazzoletto bianco minuscolo, che perde inesorabilmente forma e consistenza, fino a svanire anch’essa per sempre nel nulla.  La morsa invisibile mi trascina con sé, come fossi un geco sorpreso nella sua tana e strappato via da un predatore alieno verso chissà quale destino. Le mie dita tentano inutilmente di aggrapparsi alla sabbia che invece diventa sempre più cedevole e complice della “cosa” che mi trascina. Improvvisamente,  il mio corpo comincia a diventare pesante … sempre più pesante finché, di colpo, tutto si ferma intorno a me. Le mani fredde che mi tengono prigioniera si allentano e io precipito, su qualcosa di morbido e ostile allo stesso tempo. Immobile, a pancia sotto, apro le palpebre a stento e immediatamente un bianco abbagliante violenta i miei occhi. Con le mani comincio a tastare intorno a me e mi rendo conto di giacere tra lenzuola setose di un letto che non somiglia affatto a quello piccolo e magico  della tenda. Nell’aria non sento più le note dolci e tristi che Ramilton cantava ma solo un trillo martellante che mi scalpella le meningi. Resto attonita: pochi secondi che mi sembrano durare un’eternità, il tempo per orientarmi come farebbe una esploratrice di fronte a una terra ignota.  Non c’è più sabbia intorno a me, né tende, né vento, né mare.
Il trillo insiste … allungo un braccio per fermare quella  sveglia crudele che suona sul comodino da chissà quanto tempo. Cerco di riprendermi, di scrollarmi di dosso il torpore di un piacere ormai svanito, la delusione di un paradiso perduto. Così, d’improvviso, mi rendo conto d’essere tornata nel mondo della realtà, in un deserto senza sabbia e senza gechi, senza tende né essenze, senza nenie o carezze ma, come ogni mattina,  nel deserto del mio letto!  Mentre mi accingo ad alzarmi, vago ancora con lo sguardo intorno e, all’improvviso, provo uno strano fremito: appoggiato sulla poltroncina accanto al letto, vedo il mio pareo azzurro cielo, umido d’olio e di sudore. Con un sorriso assaporo il mio peccaminoso segreto e silenziosamente urlo:  
“No!… Perché? Perché solo dieci minuti …?”

Il vecchio Leone di Wamba



Conosco un “Vecchio Leone”, si chiama Lngatuny Arary. E' con questo nome che una tribù Samburu ha voluto condividere la propria africanità con un uomo che africano non è ma che si dedica con coraggio e passione a curare gli abitanti di un villaggio molto povero, nel nord est del Kenya. 
Il “Vecchio Leone” è il dottor Oscar Sola, primario di ginecologia e mio caro amico che, insieme alla sua équipe medica di Legnano, lavora da oltre trent’anni come volontario in un ospedale missionario, situato nel distretto di Samburu, a circa 400 chilometri da Nairobi, in mezzo al nulla più assoluto. Qui si trova la culla del mondo, il luogo dove avrebbe avuto origine l’Uomo e, paradossalmente, questa è rimasta una delle zone più povere della Terra.

La popolazione, divisa nelle etnie Samburu e Turkana, appartiene ai Nilo-Camiti ma al ceppo originario si mescolano altre etnie minori, ognuna con la propria lingua, il che rende ancora più difficile la comunicazione tra loro e con gli stranieri. Essendo oltretutto nomade, per via dell’asprezza del territorio, questa gente non ha mai avuto il tempo per dedicarsi ad alcuna forma di cultura, costretta a migrare perennemente in costante lotta per la sopravvivenza.

Oscar, il Vecchio Leone, lavora qui, a Wamba, dove nel 1965 fu progettato il Catholic Hospital di Wamba, pensato e fortemente voluto dai Padri della Consolata. Non fu facile, allora, vincere le resistenze e ottenere le autorizzazioni del governo locale, che era inspiegabilmente ostile alla messa in opera del progetto umanitario, ma la tenacia dei padri missionari alla fine vinse. In pochi anni, sotto la direzione del Dottor Silvio Prandoni, medico missionario ma soprattutto uomo di grande generosità e forza di volontà, il progetto divenne realtà. Uomini di fede e uomini di scienza hanno unito le proprie energie in vista di un unico obiettivo: l’amore per la vita.

L’ospedale nacque inizialmente per curare malattie oculari, di cui la popolazione locale soffriva particolarmente. In seguito, superate le difficoltà burocratiche e le diffidenze culturali, la struttura si è via via ampliata fino a diventare quello che è oggi: un ospedale vero e proprio, esteso su 40 ettari di terreno, che offre ricovero e sostegno ad una popolazione di oltre 40.000 individui, destinati altrimenti a rimanere isolati da ogni contatto civile, umano e sanitario. 

All’inizio Wamba offriva appena venti posti letto ma era già una grande vittoria. Mancava completamente l’acqua e non c’erano né elettricità né strade. Da allora sono stati scavati due pozzi, recuperata l’acqua piovana e trattate le acque nere; sono stati acquistati quattro generatori diesel, sufficienti a far funzionare l’intero complesso; e nell’arida savana sono state ricavate strade abbastanza praticabili, almeno dalle jeep. Solo chi conosce l’Africa e le sue misteriose contraddizioni può immaginare le difficoltà che si sono dovute superare per raggiungere simili obiettivi.

Oggi Wamba ospita duecento posti letto. Ha un efficiente ambulatorio, diverse sale operatorie, un servizio di day hospital, un reparto maternità con sala parto e asilo nido, reparti d’infettivologia, ortopedia, chirurgia, con relativa palestra per la riabilitazione e la rieducazione. Questa struttura ha praticato il trapianto della cornea ancor prima che fosse diffuso in molti paesi italiani e la sua collaudata Scuola per infermiere avvia anche gli abitanti del villaggio alla professione medica e infermieristica. Il personale specialistico è sempre stato fornito dal volontariato e gran parte del sostegno economico è frutto di beneficienza e donazioni. 

Si chiamano “Amici di Wamba” – tra loro il Dottor Oscar Sola - i medici professionisti italiani che sacrificano ogni anno alcune settimane di lavoro retribuito, per portare qui il proprio prezioso contributo, sempre gratuitamente. E’ grazie alla loro generosità che le cure in quest’ospedale sono sempre state garantite a chiunque ne avesse bisogno, anche ai pazienti indigenti. Ed è grazie al loro impegno che moltissimi bambini orfani possono avere una vita dignitosa, anche attraverso le adozioni a distanza.

La storia di Wamba è ben documentata anche in rete, con dettagliate informazioni tecniche che rendono perfettamente la misura della struttura e la qualità dei servizi. Ciò che, invece, è impossibile trovare in alcun documento è tutto quello che sta racchiuso dentro il cuore di chi ha visto nascere l’ospedale e dei volontari che vivono e lavorano nel villaggio: umanità, passione, paure, frustrazioni, soddisfazioni e speranze di uomini e donne che con il loro aiuto hanno saputo trasformare un sogno in realtà, cambiando il destino di molta gente. 

Invisibili macigni di emozioni che brillano come lucciole negli occhi di Oscar, il Vecchio Leone, mentre, seduta di fronte a lui nel suo studio, gli chiedo di parlarmi di Wamba, a modo suo, perché vorrei provare a raccontarlo attraverso le sue impressioni e le sue emozioni. 

Nel suo sguardo vedo scorrere le immagini che la sua voce calda e pacata fa vivere anche a me. Vede lontano lui, il Leone. E io lo seguo: a caccia di facoceri nella savana, insieme agli amici missionari, con cui spartirà la preda a tavola, la sera, ricordando con soddisfazione la fatica fatta per catturarla; salgo con lui verso il nord, con la jeep che arranca verso il lago Turkana, il mare di giada, con le sue rocce lunari e il caldo infernale che ti toglie il fiato; lo guardo giocare con i bambini della sua tribù, tra i cespugli rigogliosi delle buganvillee, tutte accese di colori, a ridosso della terra brulla; lo spio dentro la sala operatoria, con il fiato sospeso, mentre invoca silenziosamente tutta la concentrazione di cui è capace, per poter compiere l’ennesimo piccolo miracolo; e lo accompagno nel suo alloggio, infine, la sera tardi, stanco, ma con l’inesprimibile soddisfazione d’essere stato ancora una volta utile in questa meravigliosa culla d’Africa, troppo spesso dimenticata dal mondo o ricordata solo per i suoi eterni drammi. 


Ascolto Oscar rapita, non ho nemmeno bisogno di prendere appunti perché le sue parole scolpiscono la mia mente animandola di bellissimi fotogrammi colorati. Vedo il saggio che c’è in lui, proprio come fosse un vecchio leone a capo del suo branco, eppure nel suo modo di ricordare e di raccontare trapela la purezza di un bambino, una semplicità che mi commuove. Guardo le sue mani, quelle mani miracolose che salvano vite, dispensano carezze, restituiscono sorrisi e consolano lacrime. Eppure, mentre seguo il suo racconto, penso che il vero dono di quest’uomo sia altrove, invisibile, perché è racchiuso dentro la sua anima tenace, generosa e umile. 

Un velo di tristezza cala sul suo viso, proprio mentre mi racconta di come i Samburu lo hanno accolto nella loro comunità, battezzandolo Vecchio Leone, facendolo così rinascere africano e quindi degno di appartenere alla tribù. Rispondendo al mio silenzioso stupore, Oscar mi spiega con un sorriso malinconico che questa è l’Africa e questo è sempre stato lo spirito di Wamba: la savana infuocata, gli acquazzoni improvvisi, gli scorpioni tra i piedi e dentro il letto, le capanne di paglia e fango. “Persino la chiesa è una capanna”, mi dice raccontandomi di una delle missioni cui lui è particolarmente affezionato, Sererit. Ma, soprattutto, Wamba è la sua gente, persone da capire, da rispettare, da conquistare con la fiducia e con l’onestà. Fino a qualche anno fa, quando calava il buio sul villaggio, si sentivano solo i ruggiti dei leoni, il canto degli uccelli, i tamburi dei Samburu e il tintinnio degli ornamenti delle donne che cucinavano e accudivano i bambini. La campana della chiesa era l’unica voce di civiltà in mezzo a quel coro libero e selvaggio. La sveglia era annunciata dall’alba che, con i suoi colori, bussava alle porte accendendo una nuova giornata di lavoro e sacrificio ma anche d’impagabili soddisfazioni umane. Oggi, ormai, gli alloggi dei medici hanno persino la tv, tanti sono i progressi che sono stati fatti in questi anni. 
Ecco da dove nasce la malinconia del mio amico Leone! 

“Ho paura che Wamba diventi un ospedale “normale”, come i nostri, con tutti i suoi vantaggi ma anche con tutte le difficoltà della burocrazia ” mi confessa Oscar, con un’aria di rassegnato rammarico, come quella di un padre che dopo aver cresciuto ed educato con amore un figlio sa di doverlo lasciare andare al proprio destino. 
“E’ per questo – prosegue – che appena posso scappo via, in foresta, nella missione di Sererit, o sul lago Turkana, nella missione di Loyiangalani, dove ritrovo la mia Wamba, quella degli anni 70.” 
Sì, perché recentemente l’ospedale di Wamba ha visto subentrare una società no profit, Wamba e Athena onlus, e anche se la tradizione umanitaria verrà rispettata, gli interessi economici in gioco potrebbero diventare sempre più forti e corrompere lo spirito caritatevole con cui la struttura era stata progettata. Sicuramente nulla cambierà nella sua efficienza, anzi, gli obiettivi per il prossimo futuro sono ambiziosi. Ma quale sarà lo spirito che animerà d’ora in poi i suoi uomini, i medici, le infermiere, i tecnici? Saranno anche loro davvero “amici di Wamba”? 

Chi ha visto il leone ruggire corre più veloce di chi l’ha soltanto sentito, dice un proverbio di queste parti. Il timore di Oscar, e di chi ha visto crescere Wamba, è che con il cambio di gestione si rischi di dimenticare la sua anima più profonda. Chi verrà a lavorare qui per la prima volta non capirà, forse, il valore di un’opera così immensa nata dal nulla: solo deserto, diffidenza e tanta povertà. E soprattutto dovrà imparare a conoscere la sua gente. Il combustibile per continuare far girare al massimo questo motore viene dal cuore, non dai muscoli, perché è fatto di generosità, sacrificio e umiltà, non solo di denaro e tecnica. Speriamo che il leone, con il suo ruggito, sappia farsi conoscere e rispettare, anche da chi non l’ha mai guardato negli occhi.

Chiedo a Oscar quando tornerà la prossima volta a Wamba e glielo domando con voce emozionata e con la segreta speranza che mi renda complice di altre fascinose notizie sui suoi futuri programmi africani. Invece, il Vecchio Leone mi guarda con un sorriso dolce, cogliendomi di sorpresa: 
“A maggio… Vorresti venire con me?”
L’invito mi travolge come uno tsunami. In una frazione di secondo, immagini meravigliose e commoventi squassano la mia mente: la savana, il lago di giada, i sorrisi dei bambini, i fieri Samburu e l’ospedale miracoloso che ridà vita e speranza. Sto per rispondere un entusiastico “Sì” quando, in un flash, ripenso agli scorpioni dentro il letto e a tutte quelle ridicole paure di cui mi vergogno e che forse non saprei affrontare. Così, quasi in un sospiro, riesco appena a sussurrare: 
“Sarebbe meraviglioso, chissà … ” 
Saluto Oscar, abbracciandolo forte, con la speranza che possa sentire tutto il mio affetto e la mia infinita ammirazione. Uscendo dallo studio, ho ancora in mente lo sguardo dolce e fiero del mio generoso amico, al confronto del quale mi sento come una piccola gazzella impaurita. 
Il suono di un clacson perentorio vorrebbe riportarmi alla grigia realtà del traffico cittadino ma con la mente io mi trovo già laggiù, a Wamba, senza dubbi e senza paure, accanto al mio coraggioso Vecchio Leone.

lunedì 10 settembre 2012

I poveri non ci lasceranno dormire



C’è chi i libri li scrive e chi, prima di scriverli, li vive.
E’ il caso di Alex Zanottelli - missionario comboniano e teologo, nato nel 1938 in Val di Non - che con il suo libro “I poveri non ci lasceranno dormire” (Monti Edizioni) dà voce a un’Africa scomoda e indigesta alle nostre affaccendate coscienze. Un’Africa spesso abbandonata a se stessa ma non sempre e non da tutti, come le pagine di questo diario di vita vissuta raccontano.
“E’ incredibile vedere gli incontri che facciamo nella nostra vita, scoprire quanto sono importanti, capire che di sicuro c’è qualcuno che tira i fili, anche se non comprendiamo mai il come e il quando.” Così scrive quest’uomo di fede e d’azione che oggi vive a Napoli, nel Rione Sanità, perché anche lì c’è bisogno di lui. Il suo darsi ai poveri comincia lontano, in Sudan, e ha proseguito incessante mescolando all’opera umanitaria quella d’informazione, attraverso la rivista Nigrizia, un mensile sociopolitico dedicato all’Africa. Nel ’90, Padre Alex (viene spontaneo chiamarlo per nome dopo aver letto le sue parole) si trasferisce a Korogocho, una delle baraccopoli più reiette ed emarginate del Kenya, costruita attorno a una discarica a cielo aperto. E’ a questo mucchio di baracche e alla sua gente dimenticata dal mondo che sono ispirate le pagine di questo libro.
Il primo immenso problema dei centomila abitanti di Korogocho – spiega Padre Alex - è la terra, gestita dalle contraddizioni del governo centrale. Pochissimi sono proprietari della propria baracca, che si risolve in un minuscolo tugurio il cui solo lusso è rappresentato, talvolta, dalla turca. Fame, sete e aids sono le altre falci quotidiane. Il cinquanta per cento degli abitanti è sieropositivo e, mentre il governo kenyota chiude gli occhi sul dramma del virus, Padre Alex ogni giorno vede chiudersi per sempre gli occhi di giovani uomini e donne divorati da dolori e sofferenze atroci.
Eppure, è proprio qui che avvengono i miracoli. Nel girone delle fogne, dove i bambini abbandonati a se stessi arrancano smarriti tra prostituzione e violenze incomprensibili, logorati da fame e sete, avviene paradossalmente l’incontro con la vita. Qui s’impara a vivere con dignità, costruendo la speranza del futuro sui rifiuti dei ricchi. Non solo grazie alla carità e alla compassione ma anche alla forza di volontà e al coraggio di persone come Padre Alex. Negli occhi di questi poveri splende una luce che arricchisce, contagia e plasma. Ma ci si deve mescolare a loro per capire, ci si deve sporcare per sentirsi puliti, proprio come ha fatto lui. I poveri rivelano la verità, perché i più lontani dal centro del potere, sono i più vicini al cuore. E’ facile spezzare ostie ma è duro lasciarsi mangiare dalla gente. Talvolta ho la febbre alta ma non posso fare altro che alzarmi e ascoltare. Questo per me significa lasciarmi mangiare. Per la prima volta comincio a sentire che mi sto convertendo, perché i poveri mi convertono!
Se è vero che la vita è fatta d’incontri, anche grazie a un libro come questo si può incontrare una persona e, attraverso di essa, un’altra faccia dell’umanità. Lasciamoci contagiare, dunque, dal messaggio di Padre Alex: il grido dei poveri è immane e sale dall’intero globo, è impossibile non sentirlo, a meno che non si sia morti dentro.
Il peccato più grave della nostra società è di restar sordi, imprigionati nel sonno torbido dell’indifferenza. Ma i poveri non ci lasceranno dormire tanto facilmente. Il loro soffocato grido continuerà inesorabilmente a graffiare i nostri cuori fino a farli sanguinare, pugnalando il nostro egoismo con semplici parole, quelle di Gesù: se la tua vita la tieni per te, sei morto

martedì 4 settembre 2012

A tu per tu con lo zebù




Ieri, l’Ansa ha accennato a una notizia che non ha avuto eco qui da noi.
In Madagascar - a Fort Dauphin, nel sud-est dell’isola – c’è stato un crudele massacro legato a dei furti. Furti non di denaro ma di zebù. Qui, infatti, lo zebù è la vera ricchezza della gente: una famiglia è tanto più ricca e potente quanti più zebù possiede e in molte tribù si stipulano ancora i matrimoni barattando la donna con l’animale. Tanto più la ragazza è giovane, quanti più zebù occorrono per ‘comprarla’ come sposa, ebbene sì!
Per colpa degli zebù, ieri sono morte centinaia di persone: almeno novanta dahalos – così si chiamano tradizionalmente i ladri di bestiame – sono stati uccisi durante due spedizioni punitive condotte dagli abitanti dei villaggi depredati.
Se la notizia rimbalza indifferente alla maggior parte di noi, risucchiati come siamo da catastrofi socio-economiche ben più clamorose – personalmente mi si stringe il cuore. Non solo per quelle persone semplici e istintivamente pacifiche ma anche per i poveri zebù che, alla fine, sono quelli che faranno la fine peggiore.
“Non si butta via niente dello zebù! E’ come il maiale per voi ...” mi spiegavano i ragazzi malgasci, quando, quest’estate a Nosy Be, m’intenerivo e accarezzavo rapita le gobbe gommose di ogni zebù che mi capitava sotto tiro. Sono animali docili e mansueti: a guardarli negli occhi grandi e acquosi, leccati da lunghe e folte ciglia, mi sembrava di sprofondare in uno stato d’animo umano, grato e compassionevole. Purtroppo, credo d’essere l’unica creatura al mondo che si pone in silente dialogo con uno zebù e che, oltretutto, lo confessa pubblicamente senza vergogna.
La realtà è ben diversa, lo zebù è cibo e ricchezza. Nella capitale, Hellville, c’è persino uno Zeburger, popolare quanto un nostro Burger King o McDonald e mi hanno assicurato che gli hamburger di zebù non hanno nulla da invidiare a quelli di manzo consumati da noi (sempre che di manzo si tratti).
Sarà! Io preferisco pensarla come Montaigne (che amava e rispettava moltissimo tutti gli animali), quando riferendosi alla sua cara gatta, pensava: “Chissà se quando gioco con la mia gatta, non sia lei a giocare con me?
Ebbene, forse anche gli zebù hanno un linguaggio e sono animati da pensieri, sentimenti, sogni, speranze, paure. Magari si prendono gioco di noi quando ci ammazziamo per un pezzo di carne; certamente soffrono quando vengono sacrificati per i piaceri degli umani; ma forse si commuovono anche, quando qualcuno, amorevolmente, li guarda negli occhi, carezzando con dolcezza le loro gommose gobbe.

lunedì 3 settembre 2012

L'irascibile pesce e il saggio maialino



Sono le 8 in punto del 30 giugno, quando lasciamo la spiaggia di Nosy Be, sulla costa nord occidentale del Madagascar. Una lieve brezza e un sole già caldo promettono una navigazione piacevole, anticipata da una bassa marea quasi surreale che ci costringe a raggiungere la barca a piedi, schivando le tane dei granchi nascosti sotto la sabbia umida.
Mio figlio Gabriele e io stiamo partendo per una battuta di pesca alla traina, accompagnati da tre guide malgascie, insieme ad altri due appassionati pescatori italiani. L’unica nota stonata nell’equipaggio sono io, poiché mi accingo ad affrontare un’impresa quanto mai estranea ai miei principi animalisti. Ma l’amore di madre e l’indomito spirito d’avventura mi convincono a trascorrere l’intera giornata in alto mare, tra squali, marlin e chissà che altro.
Si parte: i due potenti motori impennano l’imbarcazione lasciando una coda bianca, densa e vaporosa, che si sguinzaglia tra noi e la spiaggia. Stiamo per imboccare il Canale di Mozambico cavalcando onde dapprima dolci, poi animate da una crescente prepotenza, troppa per i miei gusti, ma la bellezza dei colori e il fascino di quel nulla all’orizzonte rapiscono i miei sensi facendomi sentire un’esploratrice a caccia di approdi sconosciuti. Qui, le acque sono miti tutto l’anno, grazie all’impatto normalmente lieve dei venti, anche se uragani e cicloni non sono del tutto estranei, soprattutto nei primi mesi dell’anno. Da gennaio a marzo, infatti, le piogge frequenti e abbondanti abbassano di qualche grado la temperatura, favorendo giochi d’aria improvvisi e talvolta violenti, condizionando così anche l’umore del mare. E’ il periodo prediletto dagli esperti pescatori, perché i pesci, attirati in superficie dalle acque più tiepide, abbandonano i fondali abboccando con una facilità impressionante. Oltre ai tipici pesci mediterranei di grossa taglia, questo tratto di Oceano Indiano è particolarmente ricco di pesci capitano, pesci spada, pesci napoleone, marlin, pesci vela, nonché squali, testuggini, delfini e balene, che proprio durante l’estate raggiungono il Canale per partorire e svezzare i piccoli. Sarebbe un’emozione avvistarle, almeno per me, ma gli altri naviganti sono molto più interessati alla battuta di pesca che a una riflessione poetica della vita.
La loro impazienza, prima tra tutti quella di mio figlio, è palpabile e dopo quasi due ore d’inutile navigazione a caccia di uccelli che indichino la presenza dei pesci, l’entusiasmo iniziale sembra spegnersi nella frustrazione. Niente uccelli, niente pesci! Ma il motto malgascio, sia in terra sia in mare, è “mora-mora”, ovvero calma e pazienza: senza fretta, con calma, si ottiene sempre tutto. Un po’ difficile da assimilare per noi europei sempre alla rincorsa del tempo ma con un po’ d’addestramento anche i nostri spiriti frenetici possono essere educati al piacere dell’attesa. Certo, in questo caso le onde insistenti non conciliano la quiete e tanto  meno il mio stomaco urbano ma un pensiero sembra venirmi in soccorso e mi porta per un attimo lontano dagli sguardi dei pescatori puntati sull’orizzonte agitato. Da qualche parte avevo letto di un filosofo, lo scettico Pirrone, che trovatosi a bordo di una barca durante una burrasca notò, in mezzo ai viaggiatori terrorizzati, un maialino che con porcina serenità d’animo mirava imperturbabile la tempesta. Così, il filosofo indicò il suino agli umani, come esempio di saggezza da seguire per affrontare la navigazione senza panico e inutile spreco di energie.
Ecco che nel mezzo di questo strambo pensiero volto al controllo delle mie viscere, una forza improvvisa strattona la lenza di una delle canne da pesca. I quattro pescatori s’infiammano e le acque paiono d’un tratto placarsi, quasi a facilitare la potenziale cattura. A Gabriele è lasciato il privilegio del primo tentativo che, dopo qualche minuto di lotta, si conclude con la conquista di un bel barracuda. La soddisfazione negli occhi di mio figlio mi crea un conflitto interiore che inghiotto in silenzio, accentuato dal fatto che quel povero pesce rubato alla vita sarà subito sacrificato come esca, anziché conservato come bottino. Non è per catturare pesci così piccoli, infatti, che siamo qui, quindi si prosegue in cerca di creature più grosse, segnalate finalmente dai gabbiani che danzano in circolo su uno specchio di mare poco lontano.
Mora-mora, ci avviciniamo al punto cruciale e mentre i pescatori infilano le canne nella pettorina esasperando inconsapevolmente la propria virilità, io impugno la macchina fotografica, frapponendo così un’illusoria distanza tra la mia coscienza e il massacro che verrà. Due lenze nutrite da due pezzi di barracuda vengono contemporaneamente messe in moto. Non si tratta di pesci di poco calibro ora, tutto fa presagire la cattura di un paio di grossi pesci vela, le prede più ambite in questo mare. Il pesce vela è un marlin morfologicamente simile al pesce spada, ha un corpo affusolato con una coda bilobata e ha una spada appuntita con cui stordisce le prede di cui si ciba, di solito piccoli bonito. Il suo nome gli deriva dalla pinna dorsale che può misurare anche un metro e mezzo di lunghezza, il doppio del corpo, dalla foggia di un ventaglio frastagliato che spesso si avvista fuori dall’acqua, ricordando certe pittoresche creature preistoriche. E’ un pesce bellissimo, un delitto ucciderlo: ha una livrea bruna con il ventre più chiaro e le striature iridescenti lungo tutto il corpo sfumano dal verde al viola a seconda del suo stato d’animo, essendo un pesce umorale, si dice.
Beh, quello che Gabriele, dopo alcuni minuti di appassionata battaglia, riesce a catturare, dev’essere di umore nero, perché non appena trascinato sulla barca ormai stremato, il suo bel verde smeraldo puntinato di viola appassisce all’istante in un plumbeo mantello opaco. Un paio di colpi decisi sulla testa e il delitto è compiuto, spegnendo per sempre la natura combattiva della creatura vinta dall’inganno umano. Non so come Gabriele sia riuscito con le sue sole forze a trainare un essere così possente. Certamente è merito della destrezza e di un’istintiva sensibilità che sin da piccolo ha coltivato a casa con i pesci d’acqua dolce, anche se questa è un’impresa di ben altra portata. Occorre, infatti, entrare in comunicazione con un pesce tanto tenace attraverso la resistenza della lenza, per dosare forza e pazienza e lasciare che la creatura si stanchi lentamente senza concederle lo scatto della fuga improvvisa.
Questo sarà solo il primo di quattro pesci vela catturati anche dagli altri pescatori, il più grande con i suoi 40 chili soppesati dall’occhio esperto dei ragazzi malgasci, mentre un altro più riottoso sfuggirà alla presa, graziato forse dai miei taciti scongiuri. La pesca si concluderà con una bella lampuga, anch’essa dai colori iridescenti che ricordano il turchese delle acque più incontaminate. Un’altra elegante preda che tuttavia sfigura accanto a quei quattro enormi pesci vela ormai esanimi e senza più colore.
Il senso del tempo è nebuloso in alto mare, senza riferimenti visivi è difficile valutare quanta distanza si sia percorsa ma è quasi ora di tornare, lo dicono il sole pomeridiano e la stanchezza che fa da coda all’eccitazione. Il mare nel frattempo s’è acquietato del tutto e il nostro rientro è allietato per una buona mezz’ora da un banco di delfini che sembrano giocare, facendo a gara con l’imbarcazione a chi va più veloce. Almeno loro qui non vengono braccati e possono considerarsi nostri prediletti alleati, avvicinandoci senza timore. Guardandoli così liberi e guizzanti, recupero una nuova serenità, fiduciosa che un giorno anche Gabriele sentirà sbocciare dentro di sé la stessa coscienza che anima me. Cogliendo la sua espressione ancora carica di orgoglio per l’eroica impresa, mi auguro che crescendo impari a sentirsi altrettanto fiero semplicemente contemplando gli animali, senza trasformarli in inutili trofei. Spero che capisca che la sregolatezza degli appetiti umani ha superato le esigenze della sazietà, trasformandoci spesso in presuntuosi ingordi incapaci di nutrirci della sola bellezza della Natura.
Capire questo sarà per lui la conquista più importante e, forse, più difficile della sua vita.