asinara-un-viaggio-nel-tempo
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
lunedì 26 settembre 2016
sabato 2 luglio 2016
Il doppio sguardo di Sophia
IL DOPPIO SGUARDO DI
SOPHIA
L’eterno femminino e
il diavolo, nella vita e nella letteratura
Di Carla Stroppa
Ci sono libri che si leggono e libri che si ascoltano. Perché
è la voce stessa di chi scrive a raccontare, contagiando il lettore
inevitabilmente sedotto da un “io narrante” che sa toccare i meandri più
profondi dell’anima.
Il doppio sguardo di
Sophia. L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura
(Moretti & Vitali, 2016) di Carla Stroppa - psicoanalista junghiana innamorata di intrighi intellettuali capaci
di placare la sua sete di meraviglioso – prende per mano il lettore e lo
trasporta nel caleidoscopico universo femminile, attraverso un percorso interiore
fatto di riflessioni esistenziali, casi clinici e racconti letterari che, pescando
nell’ermeneutica junghiana più pura, approdano all’immaginario letterario di
Apuleio, Cazotte, Lagazzi, Calvino. Niente accademismi ma una coinvolgente immersione
alla scoperta di quell’eterno femminino ben
rappresentato da Goethe nel suo Faust, che trascende tempo e spazio. Un femminino che si evolve metaforicamente
in quattro archetipi di donna, dalla più primitiva alla più sofisticata: Eva,
Elena, Maria e Sophia. Ognuna di esse va oltre le proprie radici storiche
(pagana, cristiana e gnostica) e incarna simbolicamente uno stadio, una
rappresentazione della conoscenza dell’anima attraverso snodi ontologici che
tessono un continuum teso verso il livello più evoluto. Quello sapienziale,
quello di Sophia, che con il suo doppio sguardo riesce a comprendere tutto,
luce e ombra, destra e sinistra, maschile e femminile, perché agguanta la
visione dell’intero, coronando finalmente il processo individuativo.
Tutti, donne e uomini, sono mossi da questa tensione
esistenziale: esprimersi, espandersi, crescere in un costante rapportarsi agli
altri, all’altro da sé, a partire dal
contatto primario con la madre, che può essere tanto fortificante quanto
rovinoso. Dipende. Ma da lì, da quell’imprinting emozionale che marchia a fuoco
l’anima, la spinta verso la propria individuazione (diventare ciò che si è) è
inevitabile, naturale e tuttavia complessa, laboriosa e molto spesso dolorosa.
Aristofane l’ha ben rappresentato: gli uomini primitivi
erano rotondi in origine, una rotondità che li rendeva felici. Eppure, gonfi di
smisurata superbia, diedero l’assalto al cielo e Zeus li punì tagliandoli in
due. Da quella lacerazione, lo straziante rimpianto all’unità originaria. Ecco
l’anelito universale a diventare la più alta incarnazione dello spirito
femminile: Sophia, la Sophia gnostica, la Sophia-Iside (regina di ogni eros e
sapienza femminile). Cercare di ricomporre in una sintesi superiore l’unità
spezzata è l’indispensabile missione di ognuno perché senza questa riconciliazione
si può sopravvivere, certo, ma non vivere.
La clinica psicoanalitica e il linguaggio dei sogni, di cui
Carla Stroppa è sensibile interprete, insegnano che senza qualcuno capace di
ascoltare con responsabilità appassionata
chi è alla disperata ricerca di sé, spesso ci si perde, si finisce
definitivamente alla deriva, trascinati da un mortifico disallineamento tra Io
e Anima.
Il rischio è quello di fermarsi a quello stadio che Jung ha
definito “persona”, ovvero la
maschera sociale che ognuno indossa per compiacere le attese esterne
disconoscendo la voce del proprio mondo interiore imbavagliato, calpestato, mortificato.
Quest’adattamento al ruolo sociale implica una pericolosa perdita di identità:
tra l’Io rappresentato e l’Io sentito si scava un vertiginoso baratro dentro il
quale si rischia di precipitare perdendo definitivamente il senso della propria
esistenza, perdendo sempre più di vista il traguardo: Sophia.
Tuttavia in ogni frattura si nasconde un humus fecondo da
cui può cominciare il percorso esistenziale verso una “seconda nascita”: un
risveglio della coscienza capace di contenere i sintomi trasformandoli
creativamente in valori.
L’esperienza umana e clinica di Carla Stroppa, alimentata
dall’amore per la letteratura e la poesia, la porta a puntare il dito contro il
Faust goethiano incarnato nei miti del mondo occidentale moderno fortemente
patriarcale: il desiderio di possedere, di apparire, di identificarsi in un
illusorio Io eroico maschile, da
parte di donne impossessate dal bisogno di diventare forti, potenti, dominanti
come loro. Gli uomini. Ma questa affannosa rincorsa ad un’idealizzata parità risponde
solo a un miraggio, a una menzogna ed è proprio così, inseguendo il beffardo
mito del successo a tutti i costi che si svende il senso di sé, barattando l’individuazione
con l’individualismo.
Le donne, simultaneamente padrone e schiave della propria ambivalente
natura, introverse e intuitive, salvifiche e demoniache, spirituali ed erotiche,
sono vittime privilegiate di questa subdola seduzione che può condurre alla
dissolvenza. Eppure smascherare la sceneggiata è possibile. Lo insegna la mitologia,
lo insegna la letteratura, lo insegna la clinica.
Lo insegna questo libro dalla voce suadente che, invitando
chi legge a sdoppiare lo sguardo, lo aiuta
a guardare oltre, fino a vedere la
propria anima.
martedì 13 gennaio 2015
DIVERSAMENTE GIOVANI
12 gennaio, ore 17.15. Sala d’attesa del medico.
Immaginando di dover aspettare parecchio prima di essere
ricevuta dal dottore e di avere quindi un bel po’ di tempo da ingannare, mi
sono previdentemente portata un libro da leggere.
Così, seduta nel mio angolino insieme alle sei persone che
dovevano essere ricevute prima di me, lo estraggo dallo zaino e m’appresto a
calarmi nella lettura.
Dopo una manciata di secondi, il trillo acuto di un
cellulare mi distrae bruscamente. E’ evidentemente un sms ricevuto da una delle
signore lì in attesa, quella col bastone, che, con aria divertita, s’affretta a
rispondere digitando freneticamente sul suo touch screen. Passano pochi minuti e
un altro suono, stavolta melodioso ma non per questo a me gradito, proveniente
da un altro cellulare mi scuote e d’istinto spio con aria volutamente torva
l’espressione della persona responsabile dell’ennesima incursione telefonica. Email,
facebook o messenger? Chi lo sa! Non faccio in tempo a comunicare con lo sguardo
il mio silente disappunto alla signora occhialuta tutta presa dall’invisibile
mittente, che un nuovo squillo sopravviene e un signore baffuto, tossendo e
bofonchiando, avvia una sonora chiacchierata con una certa Eleonora, di cui alla
fine avrei saputo anche cosa avrebbe mangiato per cena!
La storia s'è ripetuta più o meno secondo lo stesso copione con altre due persone, che poi si son messe a discutere tra loro se fosse meglio un Iphone o un Samsung ...
Ora, rivedendo con la mente la situazione, mi scappa un po’
da ridere! Io lì dentro ero la più giovane (!), le altre sei persone in attesa
(due signori e quattro signore) superavano abbondantemente i settanta anni e,
dai discorsi involontariamente e forzatamente intercettati erano tutte nonni e
nonne.
Ebbene, c’è qualcosa che non quadra in questo quadretto di banale
vita quotidiana: sono io o sono loro? Vediamo … io sono lì con un libro-vecchia-maniera
in mano che cerco disperatamente di cominciare a leggere; loro, inceve, con un
cellulare (anzi, uno smart phone di ultima generazione) ciascuno, che
smanettano come adolescenti con incurante disinvoltura, una disinvoltura quasi
stonata, mi dico, se penso agli acciacchi e ai problemi che, ahimè, devono probabilmente
sopportare. E non mi sorprenderebbe se, oltre ai cellulari, nelle borse nascondessero
anche qualche Ipad …
Non so, ripensandoci ora mi sembra di vedere il mondo
capovolto, sovvertito, un mondo senza tempo, senza età e, dopo tutto, ecco … mi
piace! Altro che ‘vecchi’, mi dico sorridendo! Tutt’al più quelle signore e
quei signori li si può chiamare ‘diversamente giovani’, come ama dire un mio
caro ‘vecchio’ amico (ovviamente over 70 e possessore di tre cellulari!).
Dopo tutto, è rassicurante dovendo guardare in prospettiva …
Così, a casa decido di riprendere serenamente la lettura interrotta. A proposito
… il libro, quello che avevo portato con me per ingannare il tempo durante
l’attesa dal medico, è scritto da Marc Augé, un antropologo francese e, guarda caso,
s’intitola: “La vecchiaia non esiste!”
E c’era bisogno di un antropologo per scoprirlo?
lunedì 12 gennaio 2015
IL RISCATTO DELL'OLFATTO
La mia prima lettura dell’anno promette golosi spunti di
scrittura e mi riporta ad uno dei miei primi amori intellettuali: l’odore e il senso
dell’olfatto.
“All’origine del
gusto. La nuova scienza della neurogastronomia” di Gordon Shepherd (Codice Edizioni) è un piacevolissimo viaggio a cavallo tra le neuroscienze e l'arte culinaria, che mira alla comprensione dei sapori attraverso l’esplorazione degli odori.
Una spiegazione della chimica sensoriale e delle reazioni
cerebrali legate al gusto e al cibo che segna definitivamente il riscatto dell’olfatto il
quale, lungi dall’essere un senso flebile e vestigiale (come a lungo s’è
pensato), persevera una potenza e un’utilità insostituibili anche in noi esseri
umani (ricordandoci d’essere innanzitutto animali).
Un libro per chi ha … naso e abbia voglia di conoscere
meglio la sua immensa responsabilità nella vita quotidiana, a tavola ma non solo. Ricordiamoci, infatti, cosa scriveva il grande
Napoleone in una missiva alla sua amata Giuseppina, prima di incontrarla in un
appuntamento galante:
“Arriverò fra tre
giorni. Non lavatevi!”
venerdì 19 dicembre 2014
Sparpagliata dal vento
“Credo di essere stato
trasportato dai venti fino a questa terra di fango; di certo sono nato altrove,
ho sempre avuto ricordi o intuizioni di coste olezzanti e di mari blu …”
Così scriveva Flaubert in una lettera a un
amico, lagnandosi della nazione in cui era malauguratamente nato – la Francia –
non riconoscendola in cuor suo come la sua vera patria. Lui, per qualche oscura
ragione perdutamente innamorato dell’esotico e in particolare dell’Egitto, fin
da adolescente non si era mai sentito francese e pertanto, alimentando corpo e
anima di frequenti viaggi all’estero, aveva partorito un’idea nient’affatto
peregrina. Propose, cioè, un nuovo criterio di attribuzione della nazionalità:
non in base al paese di nascita o di appartenenza dei genitori, bensì in
funzione dei luoghi verso cui una persona si sente naturalmente attratta, o
predisposta. Immaginò una specie di affinità elettiva, insomma, non tra due
individui ma tra un essere umano e un paese, una città o un’isola.
“Sono nato per essere
imperatore della Cocincina – proseguiva Flaubert sulle ali della propria libertà
immaginativa - per fumare pipe lunghe
trenta metri, per avere seimila mogli e millequattrocento efebi, scimitarre con
cui mozzare teste che non mi piacciono, montare cavalli della Numidia, nuotare
in marmoree piscine …”
Ebbene, con simile libertà immaginativa ma senza pretendere
di armarmi di scimitarra con cui mozzare teste che non mi piacciono (e ce ne
sono!) anch’io come Flaubert sin da bambina non mi sono mai sentita appartenere
al luogo in cui son nata e cresciuta, come se anche per me nazionalità e
cittadinanza fossero state una beffa del destino. Straniera nella mia città: quali venti capricciosi mi
hanno sparpagliato qui, in una terra bigia e nebbiosa che non riconosco, che
non mi è affine, che mi rimbalza? Non saprei dire. Ma so bene quali sono i
luoghi in cui mi sento davvero a casa, i luoghi che mi fanno sentire davvero me
stessa. Mi basta chiudere gli occhi per ritrovarmi là, lontano dal grigio e dal
cemento, come in un bel quadro, circondata da pennellate di verde e ricami
d’azzurro, incorniciata da profili di vento, di acqua e di soffice sabbia.
Così, un po’ come il romanziere francese (o egiziano, o
cinese, o indiano, a suo piacimento …), anch’io ripenso all’idea di “patria”
non come a una porzione di terra separata dalle altre da una linea rossa o una blu,
ma come a quel paese che amo, che mi somiglia, quello in cui semplicemente sto bene.
In fondo, anche Socrate, quando gli chiedevano da dove
venisse, non rispondeva “da Atene”:
rispondeva “dal mondo”! Chissà, forse anche
lui si sentiva ingiustamente sparpagliato da venti capricciosi e segretamente
sognava coste olezzanti e mari blu.
martedì 18 novembre 2014
LA CUCINA E' ARTE?
Filosofia della passione culinaria
“La cucina è un
linguaggio mediante il quale si può esprimere armonia, creatività, felicità,
bellezza, poesia, complessità, magia, humor, provocazione, cultura.”
Questo è il preludio alla Sintesi della cucina di elBulli, rivoluzionario ristorante spagnolo pluristellato reso
leggendario dallo chef catalano Ferran Adrià. E questo primo punto della
Sintesi, pubblicata ufficialmente nel 2006, rappresenta concettualmente la
partenza, lo snodo e l’arrivo di un saggio fresco di stampa, tanto originale
quanto ambizioso, titolato “La cucina è arte?”, di Carrocci
Editore, scritto da Nicola Perullo,
professore di estetica e bravo scrittore.
Da una domanda
apparentemente semplice nasce un saggio che propone una risposta assolutamente non
convenzionale, attraverso un percorso tentacolare, in equilibrio tra estetica,
storia, antropologia e gastronomia. Come un funambolo del pensiero, Perullo
s’incammina in una riflessione articolata che trae sostegno in punti fermi
assai autorevoli: da filosofi come Kant e Adorno, a letterati come Goethe e Schiller,
a teorici del gusto come Alexandre Grimod e Brillat-Savarin, fino ai grandi
chef del panorama contemporaneo come Massimo Bottura e Ferran Adrià, appunto. Ma
questo è solo un assaggio di un appetitoso ‘menù concettuale’ molto ricco, volto
a scoprire se e quando la cucina è davvero arte. E se sì, quando non lo è.
Ne risulta un
dibattito aperto che accompagna il lettore lontano: lontano nel tempo passato
tra i convivi dell’antica Grecia e gli animati banchetti medievali, e lontano
nello spazio geografico, toccando punti estremi dell’universo gastronomico
attuale, come il ristorante psichedelico di Paul Pairet Ultraviolet a Shangai o il teatro ‘transmediatico’
Il Sogno dei fratelli Roca di el Celler
de Can Roca di Girona. Tutto questo viaggio concettuale per rispondere a una
domanda apparentemente tanto semplice: la
cucina è arte?
La risposta di
Perullo, giustificata in nove tesi, è in sintesi questa: la cucina è un’arte
storicamente determinata, che si manifesta grazie a tecniche (per i Greci téchne era l’arte), manualità,
conoscenze, capacità immaginative e soprattutto persone, quelle che in squadra,
tutte insieme, contribuiscono a realizzare un progetto che possegga un’eleganza gastronomica. Un’arte che non risponde,
quindi, solo al piacere dell’occhio, alla pura estetica visiva, né si esprime
come rappresentazione eccezionale e spettacolare in antitesi alla dimensione più
intima del quotidiano, del focolare domestico, materno. Una pizza o una pasta e
fagioli possono diventare opere d’arte! L’arte culinaria si misura piuttosto attraverso
la grammatica dell’emozione gustativa e giostra tra l’apprezzamento del noto,
dei sapori affettivamente cari e vissuti, e la fascinazione del nuovo,
dell’inatteso, del trasgressivo. In questo senso, ogni palato trova la sua
cucina, la sua opera d’arte, come fosse un’affinità elettiva indipendente dal
grande chef che ha diretto l’orchestrazione gustativa.
A proposito, vi
siete mai chiesti perché il palcoscenico gastronomico internazionale pullula di stelle maschili in toque blanche divinizzate e
manca di altrettante evidenze femminili?
Per scoprirlo
leggete il saggio di Perullo. Un solo avvertimento agli amanti di banali ricettari e della letteratura
gastronomica usa e getta: astenetevi, questo è un libro a regola d'arte.
lunedì 17 novembre 2014
La rivoluzione della salute
Ovvero, gli ormoni della felicità
Immaginate
un bambino nato e cresciuto nel Giappone degli anni ‘40. L’educazione
tradizionale estremamente rigida cui è stato sottoposto, prevedeva che venisse
regolarmente legato ad un albero in un bosco per un giorno intero; che restasse solo di notte in montagna
a contemplare le stelle; che giacesse a lungo sotto una cascata gelida fino a
perdere i sensi; che digiunasse per una settimana con il permesso di bere
solamente acqua. E molto altro ancora.
Non
stupitevi. In Giappone, questi sono stati a lungo esercizi d’ordinaria
amministrazione, con cui introdurre i bambini alle pratiche ascetiche. Lacrime
e smarrimento sarebbero destinati a tradursi progressivamente in forza
interiore e gioia di vivere.
Uno
di questi eroici bambini si chiama Shigeo Haruyama. Protagonista ed erede di
queste tradizioni, è nato a Kyoto nel 1940 da una famiglia fortemente imbevuta
nell’arte medica orientale e, oggi, è uno dei medici giapponesi più affermati
nel mondo. Chirurgo, esperto di agopuntura, moxa, shiatsu e direttore di una
clinica di successo dedicata alla salute psicofisica e alla prevenzione dell’invecchiamento,
il Dottor Haruyama è anche uno scrittore dallo stile gentile ed essenziale, in
perfetto stile nipponico. Con il suo libro “La
rivoluzione della salute”, di
Macro Edizioni, ha venduto oltre 5 milioni di copie solo nel suo paese.
I
segreti del successo professionale di quest’uomo trapelano da queste pagine che
mescolano piacevolmente vivaci aneddoti sulla sua vita personale e insegnamenti
pratici volti a sconfiggere lo stress e mantenere a lungo un cervello attivo in
un corpo altrettanto longevo e sano. Il Dottor Haruyama intreccia le antiche
discipline orientali con i metodi diagnostici occidentali più all’avanguardia,
per curare e guarire non solo chi già soffre ma anche i mibyo, che in giapponese significa chi non è non ancora malato.
Come
curare, dunque, i mali della vita moderna e come prevenire i danni che lo
stress provoca? La terapia del dottor Haruyama si basa sui cosiddetti ormoni della felicità. Non si tratta di
elisir magici ma di sostanze chimiche spontaneamente secrete dal nostro
cervello che suscitano in noi sensazioni piacevoli e appaganti, vere e proprie
morfine cerebrali. Se ne conoscono almeno venti ma i principali sono l’adrenalina,
la noradrenalina, la beta-endorfina e l’encefalina. La liberazione di questi
ormoni dipende dall’atteggiamento interiore con cui si affrontano le situazioni
e ci si relaziona alle persone. Banalmente detto, avere buoni pensieri, scatena
buoni ormoni. (Meglio ancora sarebbe frequentare ‘buone persone’ ma questo non è
sempre concesso!)
Questa
formula sembra essere scientificamente dimostrata, almeno per ora, e il Dottor
Haruyama la sfrutta prescrivendo ai clienti la sua ‘confezione tripla’:
alimentazione, movimento e meditazione. Una corretta alimentazione per liberare
le endorfine; un equilibrato movimento per sviluppare i muscoli; la meditazione
per stimolare le onde alfa che albergano nell’emisfero cerebrale destro,
responsabili del senso di rilassatezza e beatitudine.
Una
simile rivoluzione psicofisica, presupposto per vivere a lungo in salute, non è
un miraggio e si ottiene praticando esercizi molto più godibili (anche per chi
non è masochista) del digiuno forzato e della sottomissione al gelo di una
cascata. Leggendo questo libro, troverete perciò qualche buon consiglio su come
aspirare alla veneranda età di 125 anni in gran forma psicofisica. Inoltre,
scoprirete perché gli intellettuali e gli amanti dell’amore fisico sembrano
essere decisamente avvantaggiati in questo lungo cammino che pare non avere
limiti nella ricerca del piacere.
Attività
intellettuale e sano sesso sono, infatti, gli ingredienti indispensabili per
arrivare al traguardo colti, appagati e felici. In una parola, vivi!
Tofu, miso e yuba
Per
quanto riguarda l’alimentazione, invece, il dottor Haruyama insiste sul
benessere apportato da un particolare tipo di cibo tradizionalmente orientale, ma
ormai diffuso anche in Occidente, ricavato dalla soia: il tofu. Volgarmente detto ‘formaggio di soia, il tofu deriva dalla
cagliatura delle componenti proteiche del latte di soia, separate tramite un
procedimento di riscaldamento o scrematura. Da cibo prediletto dei monaci buddisti,
il tofu è declinato in mille ricette in tutto il mondo e alla mistica seduzione
esotica ha aggiunto la fantasia culinaria internazionale. Altri due cibi
derivati dalla soia e ugualmente virtuosi, ma meno diffusi in occidente, sono
il miso e la yuba. Il miso è un condimento giapponese estratto dai semi di soia
dopo una fermentazione di mesi da cui si ottiene una pasta che va dal giallo al
marrone chiaro. Il miso è la base di una zuppa molto apprezzata in Giappone,
tanto che spesso rappresenta il primo pasto della giornata. La yuba, invece, si
ottiene portando a ebollizione il latte di soia: il calore produce una superficie
cremosa e densa composta dalle proteine e dai lipidi della soia. Questo strato
viene schiumato e fatto essiccare fino a formare delle foglie giallognole, che
in giapponese si chiamano yuba, appunto.
Dopo
aver letto La Rivoluzione della salute
del dottor Haruyama mi sono sentita decisamente rincuorata: nutrendomi di tofu
regolarmente e praticando le sopraddette attività q.b. ogni giorno, mi sento
candidata a diventare una centenaria sana e felice !
Etichette:
cibo,
felicità,
Giappone,
La rivoluzione della salute,
libri,
Macro Edizioni,
medicina,
miso,
ormoni,
Shigeo Haruyama,
tofu,
vegetarianismo,
yuba
giovedì 13 novembre 2014
CIBI DI STRADA
C’ERA UNA VOLTA …
Storia e tradizioni
dei cibi di strada
C’erano una volta i libri viventi, quelli per bambini. Erano
quei libri di fiabe, di racconti, di leggende, in cui da ogni pagina aperta
fuoriusciva una scena narrata, ritagliata e colorata di personaggi e situazioni
che rendevano il libro parlante, animato, “vivo”, appunto.
E sfogliare il libro scritto da Carlo Giuseppe Valli, titolato guarda caso “C’erano una volta i Cibi di Strada”, trasmette quella stessa emozione
fanciullesca ormai perduta: quella di veder comparire davanti agli occhi i
personaggi di cui si sta leggendo, di sentire gli odori delle scene ritratte e
di toccare, anzi meglio, assaporare le fragranze, gli effluvi e gli aromi
sapientemente evocati dalle righe stampate.
Valli, ancora una volta, ha saputo mettere in scena la
cultura del mangiare popolare di un tempo, un tempo non troppo lontano perché
molti dei nostri nonni ancora l’hanno a cuore, scolpita nelle rughe della
fronte e nelle pieghe dell’anima. Certo è che rivivendo le storie di cibi e di
ambulanti, di voci e di parole, di strade e di piazze, anche il tempo della
cultura della fame diventa nostalgico, fatato, e l’amaro sapore della povertà
acquista un piacevole retrogusto d’orgoglio. Da queste pagine emerge, infatti,
un popolo incredibilmente abile a inventare cibi stuzzicanti ed energetici a
partire da una manciata di ingredienti messi insieme, cotti e venduti per le
strade e nelle piazze. Cibi che obbedivano rigorosamente alle leggi delle
stagioni e all’impronta della territorialità, con assoluto rispetto per
l’appartenenza regionale.
Il trippaio, il
porchettaio, il poliparo, la mistucchinaia, la zucca barucca, la polenta o
cara, il mellonaro,il brustolinaio, il venditore di castagnaccio, l’ambulante
della sete … erano tutte figure popolari sgorgate dagli strati più umili
della società che animavano la vita quotidiana delle nostre città, con qualche
colorita variante d’appellativi da regione a regione. Questi girovaghi del
cibo, questi cuochi improvvisati, collocavano ogni giorno negli angoli delle
piazze, dei carrobbi o nelle viuzze dei rioni più frequentati, i propri
trabiccoli di cuocitura coi modesti attrezzi di lavoro. Era una vetrina
itinerante fatta di una caldaia annerita, una fornacetta, un banchetto,
pentolame vario, vasi, catini, cesti e poi le vivande da preparare. “Mestiere individuale, ramingo, solitario,
precario, in qualche modo specializzato poiché ciascuno si basava su un unico
prodotto, singolo e diversificato o al più su una categoria, su una gamma
ristretta, ed aveva il suo andito, la sua demarcazione senza invasioni,
sconfinamenti ed eccessive concorrenze. Tutto al contrario dell’universalismo
odierno, come nei supermercati, dove si tende a vendere di tutto a tutti.”
In verità, i venditori di cibo per strada ci sono sempre
stati, sin dall’antica Roma, e sempre ci saranno, tanto che oggi lo street food è diventato trendy. Ma quelli
là, quegli inconsapevoli attori di un’epoca che pare uscita da un affresco,
erano ignari artefici e artisti di una piccola, geniale commedia culinaria,
svolgendo un ruolo tanto necessario quanto marginale, umile, faticoso. In quel
caleidoscopico universo sociale che era la cultura della fame, gli ambulanti
del cibo rappresentavano una presenza rassicurante e consolante e le recite
alimentari quotidiane non erano solo un’occasione per un assaggio veloce o per
svagare la gola, come oggi a passeggio. Quegli appuntamenti con lo stesso buon
odore che anticipava l’atteso sapore, con lo stesso volto grato proteso dal
banchetto, rappresentavano “una parvenza
d’abbondanza, da paese di Bengodi … un baleno di sogno, un momento di delizia
senza attese e senza pretese”. Persino le autorità cittadine ben
sopportavano questi cuochi ambulanti, da Milano a Venezia, da Roma a Napoli, riconoscendoli
come veri e propri “portatori di
sollievo”.
Ecco cos’era in verità questo leggendario “cibo da strada” raccontato da Valli
attraverso i suoi pittoreschi teatranti di vita vissuta: sentimento, emozione,
gusto di mangiare con gusto, piacere della scoperta, della conquista, del
soddisfacimento d’aver potuto fare la spesa, gioia d’esser vivi e in compagnia
d’altri vivi, gratificazione per quell’aria di festa che, alla faccia della
povertà, aleggiava tutt’intorno e nell’intimo dell’animo.
C’era una volta, oggi forse
non c’è più.
I CANTI DEL VINO
Lode ai piaceri bacchici
“Nella speranza di non
sentire più dire: ‘mi dia un’ombra di vino’ ma sperando che la gente si possa
fare una discreta cultura enologica e di poter finalmente sentir chiedere sì,
un’ombra, ma di QUEL Vino, di QUELLA zona e di QUELLA annata!”
Così esordisce un elegante libretto, invitante al primo
sguardo, scritto da Gianni Zardo,
veneziano di lungo corso e - come ogni buon veneziano equipaggiato di cultura,
sensibilità e passione - fedele amante dell’universo enologico. Una passione
tramandata dal padre e racchiusa con lirica saggezza in queste pagine a lui
dedicate, titolate I Canti del Vino:
un omaggio alla famiglia, alla tradizione ma anche un dono a chiunque volesse
abbeverarsi di gocce di cultura assai rare in circolazione e spesso dimenticate
dentro bottiglie dalle etichette patinate.
Un libretto istruttivo ma anche evocativo di emozioni e di amorosi
sensi. Per Zardo, infatti, il vino non è un oggetto ma una persona e come tale
ne parla. E’ una creatura viva, necessita cure, affetto e attenzioni, è amico
con gli amici e nemico coi nemici. Insomma, il vino è come l’essere umano:
nasce, vagisce, vive, cresce, freme, matura, canta, patisce il caldo e soffre
il freddo, può ammalarsi e morire. Proprio come noi.
Allo stesso modo, anche la bottiglia, ogni singola bottiglia
di vino, rappresenta un universo a sé, una creatura con una propria storia, nascita,
maturità e morte. Una bottiglia di vino chiusa, a temperatura di cantina o di
frigorifero, che pazientemente attende d’essere violata dall’impudenza del
cavatappi e in seguito lentamente scoperta dall’olfatto, prima, e dal palato,
poi, di chi la farà per sempre sua … scoperta dai sensi eccitati di quel primo
amante che la possiederà … non è forse come un verginale frutto che offre
intatte le proprie virtù a chi ancora non ne conosce il bello? Quale bouquet,
quali sentori, quali sfumature e quali emozioni si celeranno dentro quel corpo
di vetro affusolato ancora imbavagliato?
Io sposo il pensiero di Zardo, amabile cantore del Vino,
autore di una ‘mattata’, come la chiama lui. Degustatori, assaggiatori e
critici dell’enogastronomia a parte, il rapporto tra un sorso di vino e se
stessi è innanzitutto una questione di assoluta intimità, un fatto personale
non comunicabile, come il corteggiamento tra due amanti guidati dagli istinti: è
un primo bacio che può finire con un improvviso mal di testa e un addio per
sempre, oppure con una sospirata promessa di matrimonio, tacitamente scambiata tra
la tovaglia e il lenzuolo.
Cin cin!
Iscriviti a:
Post (Atom)






