Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

sabato 2 luglio 2016

Il doppio sguardo di Sophia


IL DOPPIO SGUARDO DI SOPHIA
L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura

Di Carla Stroppa

Ci sono libri che si leggono e libri che si ascoltano. Perché è la voce stessa di chi scrive a raccontare, contagiando il lettore inevitabilmente sedotto da un “io narrante” che sa toccare i meandri più profondi dell’anima.
Il doppio sguardo di Sophia. L’eterno femminino e il diavolo, nella vita e nella letteratura (Moretti & Vitali, 2016) di Carla Stroppa - psicoanalista junghiana innamorata di intrighi intellettuali capaci di placare la sua sete di meraviglioso – prende per mano il lettore e lo trasporta nel caleidoscopico universo femminile, attraverso un percorso interiore fatto di riflessioni esistenziali, casi clinici e racconti letterari che, pescando nell’ermeneutica junghiana più pura, approdano all’immaginario letterario di Apuleio, Cazotte, Lagazzi, Calvino. Niente accademismi ma una coinvolgente immersione alla scoperta di quell’eterno femminino ben rappresentato da Goethe nel suo Faust, che trascende tempo e spazio. Un femminino che si evolve metaforicamente in quattro archetipi di donna, dalla più primitiva alla più sofisticata: Eva, Elena, Maria e Sophia. Ognuna di esse va oltre le proprie radici storiche (pagana, cristiana e gnostica) e incarna simbolicamente uno stadio, una rappresentazione della conoscenza dell’anima attraverso snodi ontologici che tessono un continuum teso verso il livello più evoluto. Quello sapienziale, quello di Sophia, che con il suo doppio sguardo riesce a comprendere tutto, luce e ombra, destra e sinistra, maschile e femminile, perché agguanta la visione dell’intero, coronando finalmente il processo individuativo.  
Tutti, donne e uomini, sono mossi da questa tensione esistenziale: esprimersi, espandersi, crescere in un costante rapportarsi agli altri, all’altro da sé, a partire dal contatto primario con la madre, che può essere tanto fortificante quanto rovinoso. Dipende. Ma da lì, da quell’imprinting emozionale che marchia a fuoco l’anima, la spinta verso la propria individuazione (diventare ciò che si è) è inevitabile, naturale e tuttavia complessa, laboriosa e molto spesso dolorosa.
Aristofane l’ha ben rappresentato: gli uomini primitivi erano rotondi in origine, una rotondità che li rendeva felici. Eppure, gonfi di smisurata superbia, diedero l’assalto al cielo e Zeus li punì tagliandoli in due. Da quella lacerazione, lo straziante rimpianto all’unità originaria. Ecco l’anelito universale a diventare la più alta incarnazione dello spirito femminile: Sophia, la Sophia gnostica, la Sophia-Iside (regina di ogni eros e sapienza femminile). Cercare di ricomporre in una sintesi superiore l’unità spezzata è l’indispensabile missione di ognuno perché senza questa riconciliazione si può sopravvivere, certo, ma non vivere.
La clinica psicoanalitica e il linguaggio dei sogni, di cui Carla Stroppa è sensibile interprete, insegnano che senza qualcuno capace di ascoltare con responsabilità appassionata chi è alla disperata ricerca di sé, spesso ci si perde, si finisce definitivamente alla deriva, trascinati da un mortifico disallineamento tra Io e Anima.
Il rischio è quello di fermarsi a quello stadio che Jung ha definito “persona”, ovvero la maschera sociale che ognuno indossa per compiacere le attese esterne disconoscendo la voce del proprio mondo interiore imbavagliato, calpestato, mortificato. Quest’adattamento al ruolo sociale implica una pericolosa perdita di identità: tra l’Io rappresentato e l’Io sentito si scava un vertiginoso baratro dentro il quale si rischia di precipitare perdendo definitivamente il senso della propria esistenza, perdendo sempre più di vista il traguardo: Sophia.
Tuttavia in ogni frattura si nasconde un humus fecondo da cui può cominciare il percorso esistenziale verso una “seconda nascita”: un risveglio della coscienza capace di contenere i sintomi trasformandoli creativamente in valori.
L’esperienza umana e clinica di Carla Stroppa, alimentata dall’amore per la letteratura e la poesia, la porta a puntare il dito contro il Faust goethiano incarnato nei miti del mondo occidentale moderno fortemente patriarcale: il desiderio di possedere, di apparire, di identificarsi in un illusorio Io eroico maschile, da parte di donne impossessate dal bisogno di diventare forti, potenti, dominanti come loro. Gli uomini. Ma questa affannosa rincorsa ad un’idealizzata parità risponde solo a un miraggio, a una menzogna ed è proprio così, inseguendo il beffardo mito del successo a tutti i costi che si svende il senso di sé, barattando l’individuazione con l’individualismo.
Le donne, simultaneamente padrone e schiave della propria ambivalente natura, introverse e intuitive, salvifiche e demoniache, spirituali ed erotiche, sono vittime privilegiate di questa subdola seduzione che può condurre alla dissolvenza. Eppure smascherare la sceneggiata è possibile. Lo insegna la mitologia, lo insegna la letteratura, lo insegna la clinica.
Lo insegna questo libro dalla voce suadente che, invitando chi legge a sdoppiare lo sguardo, lo aiuta a guardare oltre, fino a vedere la propria anima.


martedì 13 gennaio 2015

DIVERSAMENTE GIOVANI



12 gennaio, ore 17.15. Sala d’attesa del medico.

Immaginando di dover aspettare parecchio prima di essere ricevuta dal dottore e di avere quindi un bel po’ di tempo da ingannare, mi sono previdentemente portata un libro da leggere.
Così, seduta nel mio angolino insieme alle sei persone che dovevano essere ricevute prima di me, lo estraggo dallo zaino e m’appresto a calarmi nella lettura. 
Dopo una manciata di secondi, il trillo acuto di un cellulare mi distrae bruscamente. E’ evidentemente un sms ricevuto da una delle signore lì in attesa, quella col bastone, che, con aria divertita, s’affretta a rispondere digitando freneticamente sul suo touch screen. Passano pochi minuti e un altro suono, stavolta melodioso ma non per questo a me gradito, proveniente da un altro cellulare mi scuote e d’istinto spio con aria volutamente torva l’espressione della persona responsabile dell’ennesima incursione telefonica. Email, facebook o messenger? Chi lo sa! Non faccio in tempo a comunicare con lo sguardo il mio silente disappunto alla signora occhialuta tutta presa dall’invisibile mittente, che un nuovo squillo sopravviene e un signore baffuto, tossendo e bofonchiando, avvia una sonora chiacchierata con una certa Eleonora, di cui alla fine avrei saputo anche cosa avrebbe mangiato per cena!
La storia s'è ripetuta più o meno secondo lo stesso copione con altre due persone, che poi si son messe a discutere tra loro se fosse meglio un Iphone o un Samsung ...
Ora, rivedendo con la mente la situazione, mi scappa un po’ da ridere! Io lì dentro ero la più giovane (!), le altre sei persone in attesa (due signori e quattro signore) superavano abbondantemente i settanta anni e, dai discorsi involontariamente e forzatamente intercettati erano tutte nonni e nonne.
Ebbene, c’è qualcosa che non quadra in questo quadretto di banale vita quotidiana: sono io o sono loro? Vediamo … io sono lì con un libro-vecchia-maniera in mano che cerco disperatamente di cominciare a leggere; loro, inceve, con un cellulare (anzi, uno smart phone di ultima generazione) ciascuno, che smanettano come adolescenti con incurante disinvoltura, una disinvoltura quasi stonata, mi dico, se penso agli acciacchi e ai problemi che, ahimè, devono probabilmente sopportare. E non mi sorprenderebbe se, oltre ai cellulari, nelle borse nascondessero anche qualche Ipad …
Non so, ripensandoci ora mi sembra di vedere il mondo capovolto, sovvertito, un mondo senza tempo, senza età e, dopo tutto, ecco … mi piace! Altro che ‘vecchi’, mi dico sorridendo! Tutt’al più quelle signore e quei signori li si può chiamare ‘diversamente giovani’, come ama dire un mio caro ‘vecchio’ amico (ovviamente over 70 e possessore di tre cellulari!).
Dopo tutto, è rassicurante dovendo guardare in prospettiva … Così, a casa decido di riprendere serenamente la lettura interrotta. A proposito … il libro, quello che avevo portato con me per ingannare il tempo durante l’attesa dal medico, è scritto da Marc Augé, un antropologo francese e, guarda caso, s’intitola: “La vecchiaia non esiste!”
E c’era bisogno di un antropologo per scoprirlo? 

lunedì 12 gennaio 2015

IL RISCATTO DELL'OLFATTO



La mia prima lettura dell’anno promette golosi spunti di scrittura e mi riporta ad uno dei miei primi amori intellettuali: l’odore e il senso dell’olfatto.
“All’origine del gusto. La nuova scienza della neurogastronomia” di Gordon Shepherd (Codice Edizioni) è un piacevolissimo viaggio a cavallo tra le neuroscienze e l'arte culinaria, che mira alla comprensione dei sapori attraverso l’esplorazione degli odori.
Una spiegazione della chimica sensoriale e delle reazioni cerebrali legate al gusto e al cibo che segna definitivamente il riscatto dell’olfatto il quale, lungi dall’essere un senso flebile e vestigiale (come a lungo s’è pensato), persevera una potenza e un’utilità insostituibili anche in noi esseri umani (ricordandoci d’essere innanzitutto animali).
Un libro per chi ha … naso e abbia voglia di conoscere meglio la sua immensa responsabilità nella vita quotidiana, a tavola ma non solo. Ricordiamoci, infatti, cosa scriveva il grande Napoleone in una missiva alla sua amata Giuseppina, prima di incontrarla in un appuntamento galante:
“Arriverò fra tre giorni. Non lavatevi!”

venerdì 19 dicembre 2014

Sparpagliata dal vento



“Credo di essere stato trasportato dai venti fino a questa terra di fango; di certo sono nato altrove, ho sempre avuto ricordi o intuizioni di coste olezzanti e di mari blu …”
Così scriveva Flaubert in una lettera a un amico, lagnandosi della nazione in cui era malauguratamente nato – la Francia – non riconoscendola in cuor suo come la sua vera patria. Lui, per qualche oscura ragione perdutamente innamorato dell’esotico e in particolare dell’Egitto, fin da adolescente non si era mai sentito francese e pertanto, alimentando corpo e anima di frequenti viaggi all’estero, aveva partorito un’idea nient’affatto peregrina. Propose, cioè, un nuovo criterio di attribuzione della nazionalità: non in base al paese di nascita o di appartenenza dei genitori, bensì in funzione dei luoghi verso cui una persona si sente naturalmente attratta, o predisposta. Immaginò una specie di affinità elettiva, insomma, non tra due individui ma tra un essere umano e un paese, una città o un’isola.
“Sono nato per essere imperatore della Cocincina – proseguiva Flaubert sulle ali della propria libertà immaginativa - per fumare pipe lunghe trenta metri, per avere seimila mogli e millequattrocento efebi, scimitarre con cui mozzare teste che non mi piacciono, montare cavalli della Numidia, nuotare in marmoree piscine …”
Ebbene, con simile libertà immaginativa ma senza pretendere di armarmi di scimitarra con cui mozzare teste che non mi piacciono (e ce ne sono!) anch’io come Flaubert sin da bambina non mi sono mai sentita appartenere al luogo in cui son nata e cresciuta, come se anche per me nazionalità e cittadinanza fossero state una beffa del destino. Straniera nella mia città: quali venti capricciosi mi hanno sparpagliato qui, in una terra bigia e nebbiosa che non riconosco, che non mi è affine, che mi rimbalza? Non saprei dire. Ma so bene quali sono i luoghi in cui mi sento davvero a casa, i luoghi che mi fanno sentire davvero me stessa. Mi basta chiudere gli occhi per ritrovarmi là, lontano dal grigio e dal cemento, come in un bel quadro, circondata da pennellate di verde e ricami d’azzurro, incorniciata da profili di vento, di acqua e di soffice sabbia.
Così, un po’ come il romanziere francese (o egiziano, o cinese, o indiano, a suo piacimento …), anch’io ripenso all’idea di “patria” non come a una porzione di terra separata dalle altre da una linea rossa o una blu, ma come a quel paese che amo, che mi somiglia, quello in cui semplicemente sto bene.
In fondo, anche Socrate, quando gli chiedevano da dove venisse, non rispondeva “da Atene”: rispondeva “dal mondo”! Chissà, forse anche lui si sentiva ingiustamente sparpagliato da venti capricciosi e segretamente sognava coste olezzanti e mari blu.

martedì 18 novembre 2014

LA CUCINA E' ARTE?


Filosofia della passione culinaria


“La cucina è un linguaggio mediante il quale si può esprimere armonia, creatività, felicità, bellezza, poesia, complessità, magia, humor, provocazione, cultura.”
Questo è il preludio alla Sintesi della cucina di elBulli, rivoluzionario ristorante spagnolo pluristellato reso leggendario dallo chef catalano Ferran Adrià. E questo primo punto della Sintesi, pubblicata ufficialmente nel 2006, rappresenta concettualmente la partenza, lo snodo e l’arrivo di un saggio fresco di stampa, tanto originale quanto ambizioso, titolato “La cucina è arte?”, di Carrocci Editore, scritto da Nicola Perullo, professore di estetica e bravo scrittore.
Da una domanda apparentemente semplice nasce un saggio che propone una risposta assolutamente non convenzionale, attraverso un percorso tentacolare, in equilibrio tra estetica, storia, antropologia e gastronomia. Come un funambolo del pensiero, Perullo s’incammina in una riflessione articolata che trae sostegno in punti fermi assai autorevoli: da filosofi come Kant e Adorno, a letterati come Goethe e Schiller, a teorici del gusto come Alexandre Grimod e Brillat-Savarin, fino ai grandi chef del panorama contemporaneo come Massimo Bottura e Ferran Adrià, appunto. Ma questo è solo un assaggio di un appetitoso ‘menù concettuale’ molto ricco, volto a scoprire se e quando la cucina è davvero arte. E se sì, quando non lo è.
Ne risulta un dibattito aperto che accompagna il lettore lontano: lontano nel tempo passato tra i convivi dell’antica Grecia e gli animati banchetti medievali, e lontano nello spazio geografico, toccando punti estremi dell’universo gastronomico attuale, come il ristorante psichedelico di Paul Pairet Ultraviolet a Shangai o il teatro ‘transmediatico’ Il Sogno dei fratelli Roca di el Celler de Can Roca di Girona. Tutto questo viaggio concettuale per rispondere a una domanda apparentemente tanto semplice: la cucina è arte?
La risposta di Perullo, giustificata in nove tesi, è in sintesi questa: la cucina è un’arte storicamente determinata, che si manifesta grazie a tecniche (per i Greci téchne era l’arte), manualità, conoscenze, capacità immaginative e soprattutto persone, quelle che in squadra, tutte insieme, contribuiscono a realizzare un progetto che possegga un’eleganza gastronomica. Un’arte che non risponde, quindi, solo al piacere dell’occhio, alla pura estetica visiva, né si esprime come rappresentazione eccezionale e spettacolare in antitesi alla dimensione più intima del quotidiano, del focolare domestico, materno. Una pizza o una pasta e fagioli possono diventare opere d’arte! L’arte culinaria si misura piuttosto attraverso la grammatica dell’emozione gustativa e giostra tra l’apprezzamento del noto, dei sapori affettivamente cari e vissuti, e la fascinazione del nuovo, dell’inatteso, del trasgressivo. In questo senso, ogni palato trova la sua cucina, la sua opera d’arte, come fosse un’affinità elettiva indipendente dal grande chef che ha diretto l’orchestrazione gustativa.
A proposito, vi siete mai chiesti perché il palcoscenico gastronomico internazionale pullula di stelle maschili in toque blanche divinizzate e manca di altrettante evidenze femminili?
Per scoprirlo leggete il saggio di Perullo. Un solo avvertimento agli amanti di banali ricettari e della letteratura gastronomica usa e getta: astenetevi, questo è un libro a regola d'arte.

lunedì 17 novembre 2014

La rivoluzione della salute


Ovvero, gli ormoni della felicità


Immaginate un bambino nato e cresciuto nel Giappone degli anni ‘40. L’educazione tradizionale estremamente rigida cui è stato sottoposto, prevedeva che venisse regolarmente legato ad un albero in un bosco per un giorno intero;  che restasse solo di notte in montagna a contemplare le stelle; che giacesse a lungo sotto una cascata gelida fino a perdere i sensi; che digiunasse per una settimana con il permesso di bere solamente acqua. E molto altro ancora.
Non stupitevi. In Giappone, questi sono stati a lungo esercizi d’ordinaria amministrazione, con cui introdurre i bambini alle pratiche ascetiche. Lacrime e smarrimento sarebbero destinati a tradursi progressivamente in forza interiore e gioia di vivere.
Uno di questi eroici bambini si chiama Shigeo Haruyama. Protagonista ed erede di queste tradizioni, è nato a Kyoto nel 1940 da una famiglia fortemente imbevuta nell’arte medica orientale e, oggi, è uno dei medici giapponesi più affermati nel mondo. Chirurgo, esperto di agopuntura, moxa, shiatsu e direttore di una clinica di successo dedicata alla salute psicofisica e alla prevenzione dell’invecchiamento, il Dottor Haruyama è anche uno scrittore dallo stile gentile ed essenziale, in perfetto stile nipponico. Con il suo libro “La rivoluzione della salute”,  di Macro Edizioni, ha venduto oltre 5 milioni di copie solo nel suo paese.
I segreti del successo professionale di quest’uomo trapelano da queste pagine che mescolano piacevolmente vivaci aneddoti sulla sua vita personale e insegnamenti pratici volti a sconfiggere lo stress e mantenere a lungo un cervello attivo in un corpo altrettanto longevo e sano. Il Dottor Haruyama intreccia le antiche discipline orientali con i metodi diagnostici occidentali più all’avanguardia, per curare e guarire non solo chi già soffre ma anche i mibyo, che in giapponese significa chi non è non ancora malato.
Come curare, dunque, i mali della vita moderna e come prevenire i danni che lo stress provoca? La terapia del dottor Haruyama si basa sui cosiddetti ormoni della felicità. Non si tratta di elisir magici ma di sostanze chimiche spontaneamente secrete dal nostro cervello che suscitano in noi sensazioni piacevoli e appaganti, vere e proprie morfine cerebrali. Se ne conoscono almeno venti ma i principali sono l’adrenalina, la noradrenalina, la beta-endorfina e l’encefalina. La liberazione di questi ormoni dipende dall’atteggiamento interiore con cui si affrontano le situazioni e ci si relaziona alle persone. Banalmente detto, avere buoni pensieri, scatena buoni ormoni. (Meglio ancora sarebbe frequentare ‘buone persone’ ma questo non è sempre concesso!)
Questa formula sembra essere scientificamente dimostrata, almeno per ora, e il Dottor Haruyama la sfrutta prescrivendo ai clienti la sua ‘confezione tripla’: alimentazione, movimento e meditazione. Una corretta alimentazione per liberare le endorfine; un equilibrato movimento per sviluppare i muscoli; la meditazione per stimolare le onde alfa che albergano nell’emisfero cerebrale destro, responsabili del senso di rilassatezza e beatitudine.
Una simile rivoluzione psicofisica, presupposto per vivere a lungo in salute, non è un miraggio e si ottiene praticando esercizi molto più godibili (anche per chi non è masochista) del digiuno forzato e della sottomissione al gelo di una cascata. Leggendo questo libro, troverete perciò qualche buon consiglio su come aspirare alla veneranda età di 125 anni in gran forma psicofisica. Inoltre, scoprirete perché gli intellettuali e gli amanti dell’amore fisico sembrano essere decisamente avvantaggiati in questo lungo cammino che pare non avere limiti nella ricerca del piacere.
Attività intellettuale e sano sesso sono, infatti, gli ingredienti indispensabili per arrivare al traguardo colti, appagati e felici. In una parola, vivi!

Tofu, miso e yuba
Per quanto riguarda l’alimentazione, invece, il dottor Haruyama insiste sul benessere apportato da un particolare tipo di cibo tradizionalmente orientale, ma ormai diffuso anche in Occidente, ricavato dalla soia: il tofu. Volgarmente detto ‘formaggio di soia, il tofu deriva dalla cagliatura delle componenti proteiche del latte di soia, separate tramite un procedimento di riscaldamento o scrematura. Da cibo prediletto dei monaci buddisti, il tofu è declinato in mille ricette in tutto il mondo e alla mistica seduzione esotica ha aggiunto la fantasia culinaria internazionale. Altri due cibi derivati dalla soia e ugualmente virtuosi, ma meno diffusi in occidente, sono il miso e la yuba. Il miso è un condimento giapponese estratto dai semi di soia dopo una fermentazione di mesi da cui si ottiene una pasta che va dal giallo al marrone chiaro. Il miso è la base di una zuppa molto apprezzata in Giappone, tanto che spesso rappresenta il primo pasto della giornata. La yuba, invece, si ottiene portando a ebollizione il latte di soia: il calore produce una superficie cremosa e densa composta dalle proteine e dai lipidi della soia. Questo strato viene schiumato e fatto essiccare fino a formare delle foglie giallognole, che in giapponese si chiamano yuba, appunto.

Dopo aver letto La Rivoluzione della salute del dottor Haruyama mi sono sentita decisamente rincuorata: nutrendomi di tofu regolarmente e praticando le sopraddette attività q.b. ogni giorno, mi sento candidata a diventare una centenaria sana e felice !      


giovedì 13 novembre 2014

CIBI DI STRADA


C’ERA UNA VOLTA …
Storia e tradizioni dei cibi di strada


C’erano una volta i libri viventi, quelli per bambini. Erano quei libri di fiabe, di racconti, di leggende, in cui da ogni pagina aperta fuoriusciva una scena narrata, ritagliata e colorata di personaggi e situazioni che rendevano il libro parlante, animato, “vivo”, appunto.
E sfogliare il libro scritto da Carlo Giuseppe Valli, titolato guarda caso “C’erano una volta i Cibi di Strada”, trasmette quella stessa emozione fanciullesca ormai perduta: quella di veder comparire davanti agli occhi i personaggi di cui si sta leggendo, di sentire gli odori delle scene ritratte e di toccare, anzi meglio, assaporare le fragranze, gli effluvi e gli aromi sapientemente evocati dalle righe stampate.
Valli, ancora una volta, ha saputo mettere in scena la cultura del mangiare popolare di un tempo, un tempo non troppo lontano perché molti dei nostri nonni ancora l’hanno a cuore, scolpita nelle rughe della fronte e nelle pieghe dell’anima. Certo è che rivivendo le storie di cibi e di ambulanti, di voci e di parole, di strade e di piazze, anche il tempo della cultura della fame diventa nostalgico, fatato, e l’amaro sapore della povertà acquista un piacevole retrogusto d’orgoglio. Da queste pagine emerge, infatti, un popolo incredibilmente abile a inventare cibi stuzzicanti ed energetici a partire da una manciata di ingredienti messi insieme, cotti e venduti per le strade e nelle piazze. Cibi che obbedivano rigorosamente alle leggi delle stagioni e all’impronta della territorialità, con assoluto rispetto per l’appartenenza regionale.
Il trippaio, il porchettaio, il poliparo, la mistucchinaia, la zucca barucca, la polenta o cara, il mellonaro,il brustolinaio, il venditore di castagnaccio, l’ambulante della sete … erano tutte figure popolari sgorgate dagli strati più umili della società che animavano la vita quotidiana delle nostre città, con qualche colorita variante d’appellativi da regione a regione. Questi girovaghi del cibo, questi cuochi improvvisati, collocavano ogni giorno negli angoli delle piazze, dei carrobbi o nelle viuzze dei rioni più frequentati, i propri trabiccoli di cuocitura coi modesti attrezzi di lavoro. Era una vetrina itinerante fatta di una caldaia annerita, una fornacetta, un banchetto, pentolame vario, vasi, catini, cesti e poi le vivande da preparare. “Mestiere individuale, ramingo, solitario, precario, in qualche modo specializzato poiché ciascuno si basava su un unico prodotto, singolo e diversificato o al più su una categoria, su una gamma ristretta, ed aveva il suo andito, la sua demarcazione senza invasioni, sconfinamenti ed eccessive concorrenze. Tutto al contrario dell’universalismo odierno, come nei supermercati, dove si tende a vendere di tutto a tutti.”
In verità, i venditori di cibo per strada ci sono sempre stati, sin dall’antica Roma, e sempre ci saranno, tanto che oggi lo street food è diventato trendy. Ma quelli là, quegli inconsapevoli attori di un’epoca che pare uscita da un affresco, erano ignari artefici e artisti di una piccola, geniale commedia culinaria, svolgendo un ruolo tanto necessario quanto marginale, umile, faticoso. In quel caleidoscopico universo sociale che era la cultura della fame, gli ambulanti del cibo rappresentavano una presenza rassicurante e consolante e le recite alimentari quotidiane non erano solo un’occasione per un assaggio veloce o per svagare la gola, come oggi a passeggio. Quegli appuntamenti con lo stesso buon odore che anticipava l’atteso sapore, con lo stesso volto grato proteso dal banchetto, rappresentavano “una parvenza d’abbondanza, da paese di Bengodi … un baleno di sogno, un momento di delizia senza attese e senza pretese”. Persino le autorità cittadine ben sopportavano questi cuochi ambulanti, da Milano a Venezia, da Roma a Napoli, riconoscendoli come veri e propri “portatori di sollievo”.
Ecco cos’era in verità questo leggendario “cibo da strada” raccontato da Valli attraverso i suoi pittoreschi teatranti di vita vissuta: sentimento, emozione, gusto di mangiare con gusto, piacere della scoperta, della conquista, del soddisfacimento d’aver potuto fare la spesa, gioia d’esser vivi e in compagnia d’altri vivi, gratificazione per quell’aria di festa che, alla faccia della povertà, aleggiava tutt’intorno e nell’intimo dell’animo.
C’era una volta, oggi forse non c’è più.

I CANTI DEL VINO



Lode ai piaceri bacchici

“Nella speranza di non sentire più dire: ‘mi dia un’ombra di vino’ ma sperando che la gente si possa fare una discreta cultura enologica e di poter finalmente sentir chiedere sì, un’ombra, ma di QUEL Vino, di QUELLA zona e di QUELLA annata!”
Così esordisce un elegante libretto, invitante al primo sguardo, scritto da Gianni Zardo, veneziano di lungo corso e - come ogni buon veneziano equipaggiato di cultura, sensibilità e passione - fedele amante dell’universo enologico. Una passione tramandata dal padre e racchiusa con lirica saggezza in queste pagine a lui dedicate, titolate I Canti del Vino: un omaggio alla famiglia, alla tradizione ma anche un dono a chiunque volesse abbeverarsi di gocce di cultura assai rare in circolazione e spesso dimenticate dentro bottiglie dalle etichette patinate.
Un libretto istruttivo ma anche evocativo di emozioni e di amorosi sensi. Per Zardo, infatti, il vino non è un oggetto ma una persona e come tale ne parla. E’ una creatura viva, necessita cure, affetto e attenzioni, è amico con gli amici e nemico coi nemici. Insomma, il vino è come l’essere umano: nasce, vagisce, vive, cresce, freme, matura, canta, patisce il caldo e soffre il freddo, può ammalarsi e morire. Proprio come noi.
Allo stesso modo, anche la bottiglia, ogni singola bottiglia di vino, rappresenta un universo a sé, una creatura con una propria storia, nascita, maturità e morte. Una bottiglia di vino chiusa, a temperatura di cantina o di frigorifero, che pazientemente attende d’essere violata dall’impudenza del cavatappi e in seguito lentamente scoperta dall’olfatto, prima, e dal palato, poi, di chi la farà per sempre sua … scoperta dai sensi eccitati di quel primo amante che la possiederà … non è forse come un verginale frutto che offre intatte le proprie virtù a chi ancora non ne conosce il bello? Quale bouquet, quali sentori, quali sfumature e quali emozioni si celeranno dentro quel corpo di vetro affusolato ancora imbavagliato? 
Io sposo il pensiero di Zardo, amabile cantore del Vino, autore di una ‘mattata’, come la chiama lui. Degustatori, assaggiatori e critici dell’enogastronomia a parte, il rapporto tra un sorso di vino e se stessi è innanzitutto una questione di assoluta intimità, un fatto personale non comunicabile, come il corteggiamento tra due amanti guidati dagli istinti: è un primo bacio che può finire con un improvviso mal di testa e un addio per sempre, oppure con una sospirata promessa di matrimonio, tacitamente scambiata tra la tovaglia e il lenzuolo.
Cin cin!