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lunedì 13 aprile 2015

IL TICINO TI E' VICINO


Appuntamento con i migliori chef del mondo: dal 3 maggio al 14 giugno torna S. PELLEGRINO SAPORI TICINO


Un placido lago blu, colline verdeggianti e raffinati hotel. Quale contesto scenico più accattivante per ospitare il meglio della cucina internazionale?
La seducente cornice cromatica è il Ticino, cuore caldo della Svizzera, che si prepara per accogliere la nona edizione di S.Pellegrino Sapori Ticino. Dopo 8 anni dal primo evento, la manifestazione ha maturato un successo esponenziale e quest’anno i protagonisti saranno i World’s Top Chefs, 8 chef provenienti dai 51 migliori ristoranti al mondo, veri e propri artisti in toque blanche dal 3 maggio al 14 giugno si destreggeranno nei migliori alberghi del Cantone.
Con un totale di 28 stelle Michelin partecipanti e un numero impressionante di punti Gault&Millau, S.Pellegrino Sapori Ticino rappresenterà uno dei più grandi eventi a livello mondiale. Cene ed eventi che l’enogastronomia internazionale sposa all’ospitalità ticinese, grazie agli chef locali (Andrea Bertarini, Egidio Iadonisi, Alessandro Fumagalli, Domenico Ruberto, Frank Oerthle, Dario Ranza, Lorenzo Albrici, Salvatore Frequente, Othmar Schlegel e Antonio Fallini), e alla disponibilità dei migliori alberghi ***** lusso della Svizzera, Swiss Deluxe Hotels.
Qualche esempio? Il 3 maggio, presso l’Hotel Splendid Royal di Lugano, la cena di apertura sarà a cura degli Chef del gruppo Swiss Deluxe Hotels, dove Domenico Ruberto ospiterà tre colleghi e ambasciatori del gruppo come Giuseppe Colella, Dominique Gauthier e Thomas Neeser. Dal 4 maggio avrà inizio la rassegna vera e propria con Mauro Colagreco, chef 2 stelle Michelin del ristorante Mirazur di Mentone, numero 11 al mondo, ospite di Salvatore Frequente presso l’Hotel Eden Roc di Ascona.
Il secondo protagonista d’eccezione si esibirà il 10 maggio a Villa Principe Leopoldo, Lugano, dove lo chef locale Dario Ranza incontrerà Massimo Bottura dell’Osteria Francescana, ristorante tristellato e numero 3 al mondo.
La manifestazione proseguirà con l’arrivo a Lugano dell’ambasciatore svizzero dell’alta ristorazione Andreas Caminada, unico chef svizzero presente nella top 50. L’11 maggio sarà ospite dello Chef Frank Oerthle al ristorante Artè del Grand Hotel Villa Castagnola di Lugano.
Il viaggio enogastronomico prosegue con un’altra serata tutta italiana, grazie alla presenza di Davide Scabin, altro celebre rappresentante della cucina italiana nel mondo, premiato a Identità Golose 2015 come Cuoco dell’Anno per la sua cucina tra qualità e innovazione; presso il Ristorante Concabella di Vacallo incontrerà il talentuoso e stellato Andrea Bertarini il 24 maggio. Direttamente dal suo ristorante di Rivoli, Combal.Zero, agli ospiti di S.Pellegrino Sapori Ticino 2015 Scabin presenterà alcuni dei suoi piatti più sperimentali.
Il 25 maggio presso Villa Orselina sarà ospite di Antonio Fallini, lo chef Sven Elverfeld, uno dei più importanti ed apprezzati in Europa. Dalla tedesca Wolfsburg dove è situato il Ristorante Aqua, Elverfeld incanterà la platea con un menu da 3 stelle Michelin ispirato alla libertà, cardine e principio fondamentale della sua cucina.
Il 29 maggio S.Pellegrino Sapori Ticino vedrà l’arrivo, direttamente da Bangkok, dell’indiano Anand Gaggan, considerato uno dei maggiori esponenti della cucina indiana, terzo migliore ristorante in tutto il continente Asiatico e numero 17 al mondo: sarà ospite di Egidio Iadonisi dello Swiss Diamond Hotel di Vico Morcote.
Il viaggio attraverso le migliori tavole del pianeta prosegue il 3 giugno con la presenza di Diego Muñoz, numero 2 di tutta l’America Latina, presso l’Hotel Splendide Royal di Lugano dove Domenico Ruberto aprirà le porte della sua cucina per una serata ispirata ai sapori Sudamericani. Muñoz, diventato head chef  dell’Astrid y Gaston di Lima in Perù, è il successore di Gaston Acurio, vero e proprio maestro della cucina mondiale.
A completare la rosa di chef, l’8 giugno presso il Castello del Sole di Ascona, il giovane Rasmus Kofoed del Geranium di Copenaghen, in assoluto uno dei migliori chef europei, denominato “La leggenda del Bocuse d’Or. Unico anche in questo caso l’incontro con lo Chef locale per una serata dove le visioni e la ricerca del giovane chef danese si fonderanno con la tradizione dello stellato Othmar Schlegel.
La festa finale della manifestazione di quest’anno sarà dedicata all’altro partner di eccellenza per il 2015, ossia le Grandes Tables De Suisse, associazione che riunisce praticamente tutte le migliori tavole della Svizzera. Quattro chef che hanno fatto, ma che sono ancora, la storia della grande cucina svizzera, ovvero Andrè Jaeger, Franz Wiget, Markus Neff e Robert Speth saranno ospitati da Alessandro Fumagalli presso il Grand Hotel Eden di Lugano il 14 giugno, una serata a 5 stelle Michelin per concludere insieme questo lungo viaggio che vede la cucina, i prodotti e la tradizione svizzera, incontrare le suggestioni culinarie di tutto il mondo.

Come di consuetudine, alle cene si affiancheranno alcuni eventi speciali: il 16 maggio al Castello di Morcote con la serata Déjeuner au Château; il 18 maggio al Seven di Lugano con Una serata in rosa tutta al femminile e il 21 maggio con una serata lounge dedicata ai più giovani, replicata il 21 maggio al Lido Bar di Lugano.
Un’ottima occasione per conoscere il meglio del Canton Ticino, dalle bellezze del paesaggio alle bontà della tavola!

martedì 18 novembre 2014

LA CUCINA E' ARTE?


Filosofia della passione culinaria


“La cucina è un linguaggio mediante il quale si può esprimere armonia, creatività, felicità, bellezza, poesia, complessità, magia, humor, provocazione, cultura.”
Questo è il preludio alla Sintesi della cucina di elBulli, rivoluzionario ristorante spagnolo pluristellato reso leggendario dallo chef catalano Ferran Adrià. E questo primo punto della Sintesi, pubblicata ufficialmente nel 2006, rappresenta concettualmente la partenza, lo snodo e l’arrivo di un saggio fresco di stampa, tanto originale quanto ambizioso, titolato “La cucina è arte?”, di Carrocci Editore, scritto da Nicola Perullo, professore di estetica e bravo scrittore.
Da una domanda apparentemente semplice nasce un saggio che propone una risposta assolutamente non convenzionale, attraverso un percorso tentacolare, in equilibrio tra estetica, storia, antropologia e gastronomia. Come un funambolo del pensiero, Perullo s’incammina in una riflessione articolata che trae sostegno in punti fermi assai autorevoli: da filosofi come Kant e Adorno, a letterati come Goethe e Schiller, a teorici del gusto come Alexandre Grimod e Brillat-Savarin, fino ai grandi chef del panorama contemporaneo come Massimo Bottura e Ferran Adrià, appunto. Ma questo è solo un assaggio di un appetitoso ‘menù concettuale’ molto ricco, volto a scoprire se e quando la cucina è davvero arte. E se sì, quando non lo è.
Ne risulta un dibattito aperto che accompagna il lettore lontano: lontano nel tempo passato tra i convivi dell’antica Grecia e gli animati banchetti medievali, e lontano nello spazio geografico, toccando punti estremi dell’universo gastronomico attuale, come il ristorante psichedelico di Paul Pairet Ultraviolet a Shangai o il teatro ‘transmediatico’ Il Sogno dei fratelli Roca di el Celler de Can Roca di Girona. Tutto questo viaggio concettuale per rispondere a una domanda apparentemente tanto semplice: la cucina è arte?
La risposta di Perullo, giustificata in nove tesi, è in sintesi questa: la cucina è un’arte storicamente determinata, che si manifesta grazie a tecniche (per i Greci téchne era l’arte), manualità, conoscenze, capacità immaginative e soprattutto persone, quelle che in squadra, tutte insieme, contribuiscono a realizzare un progetto che possegga un’eleganza gastronomica. Un’arte che non risponde, quindi, solo al piacere dell’occhio, alla pura estetica visiva, né si esprime come rappresentazione eccezionale e spettacolare in antitesi alla dimensione più intima del quotidiano, del focolare domestico, materno. Una pizza o una pasta e fagioli possono diventare opere d’arte! L’arte culinaria si misura piuttosto attraverso la grammatica dell’emozione gustativa e giostra tra l’apprezzamento del noto, dei sapori affettivamente cari e vissuti, e la fascinazione del nuovo, dell’inatteso, del trasgressivo. In questo senso, ogni palato trova la sua cucina, la sua opera d’arte, come fosse un’affinità elettiva indipendente dal grande chef che ha diretto l’orchestrazione gustativa.
A proposito, vi siete mai chiesti perché il palcoscenico gastronomico internazionale pullula di stelle maschili in toque blanche divinizzate e manca di altrettante evidenze femminili?
Per scoprirlo leggete il saggio di Perullo. Un solo avvertimento agli amanti di banali ricettari e della letteratura gastronomica usa e getta: astenetevi, questo è un libro a regola d'arte.

giovedì 24 aprile 2014

OH CCHE CICCIA, OH CCHE ONTI! OVVERO, ECCO LO STREET FOOD!




E’ proprio vero che c’è ben poco di nuovo nelle mode. Per la maggior parte esse non sono che la rivisitazione di una tradizione, riciclata e battezzata con qualche buona dose di fantasia. Anche a tavola, o meglio in questo caso anche … per strada!
Sì, perché il cosiddetto “street food” tanto in voga oggi, sostenuto anche da grandi chef che propongono creazioni gastronomiche originali da consumare passeggiando per strada, altro non è che un ripescaggio di antiche usanze, dettate (al contrario di oggi) dalle ristrettezze economiche della gente comune.
A Roma, per esempio, fino agli inizi del secolo scorso, era sopravvissuta una forte componente popolaresca, inventata proprio dall’estro della povera gente, costretta a fare i conti con la miseria, le carestie, le pestilenze e le guerre, tutte situazioni non solo contingenti ma anche psicologiche ereditate dal passato. Condizioni che hanno tuttavia insegnato a cavarsela, ingegnandosi per sopravvivere al meglio. E per sopravvivere bisogna innanzitutto mangiare! Recuperare generi commestibili di scarto, riutilizzare tutto l’utilizzabile, usarlo per proprio consumo e venderlo agli altri per le strade della città era uno dei modi in cui la povera gente si industriava quotidianamente per vivere dignitosamente.
Così, Roma s’è divisa a lungo in due mondi (e forse lo è ancora): quello dei ricchi signori, degli aristocratici e delle corti papali che gozzovigliava senza ritegno, e quello della gente comune, povera o poverissima che se la doveva cavare con grande fantasia, appunto. Da necessità, virtù, perché come se dice a Roma “la fame è la mejo pietanza!”: i venditori ambulanti, infatti, perfezionarono sempre più il mestiere, vendendo per le strade romane cibi preparati con gli scarti delle tavole dei ricchi. Le frattaglie sono solo un esempio, rese gustose e succulente da ricette robuste e ricche di carattere, per corroborare corpo e spirito di chi purtroppo ne mancava. L’usanza di vendere cibo per strada era una risorsa indispensabile per la povera gente che riusciva così a risolvere in modo rapido ed economico il problema del pasto quotidiano (perché se oggi questo è un piacere, uno sfizio, un capriccio, fino a ieri era spesso un vero problema!).
E’ incredibile pensare che fino ai primi anni del secolo scorso i venditori di avanzi giravano per le strade di Roma con un lungo recipiente rettangolare in legno, tenendolo in bilico sulla testa, traboccante di ogni sorta di cibarie. L’attenzione della gente veniva richiamata con un grido: “Oh cche ciccia, oh cche ònti! … Trippa, peducci e tutto er grugnaccio!” Così il “tripparolo” sottolineava il ricco assortimento di trippa, testa e piedini di vitello lessati e pronti da mangiare. Secondo la stagione, ai tripparoli si alternavano ciambellani, pescivendoli, melacottari, peracottari, cocomerai, acquavitai, olivari, e così via, in un susseguirsi di cibi, odori, colori e grida che se allora rappresentavano la normalità oggi sembrano appartenere a un nostalgico amarcord felliniano. C’era persino il capraio che arrivava all’alba con il suo gregge e mungeva il latte in strada direttamente nei recipienti delle massaie, richiamate a frotta dal suo acuto fischio. E così la giornata poteva cominciare per tutti con la pancia un po’ piena e magari un bel sorriso …
Ben vengano, quindi, gli sfiziosi chioschi di “street food” magistralmente diretti da ambiziosi chef stellati. Non dimentichiamoci, però, che spesso anche le improvvisazioni più creative e innovative vengono da molto lontano, lontano nel tempo e soprattutto dalle luci della ribalta!   

mercoledì 30 ottobre 2013

Paul Bocuse, una laurea in "chefologia" stellata



Se andare a scuola non è sempre un diletto, lo diventa frequentando l’Istituto Paul Bocuse di Lione - Scuola di Management, Hotellerie, Ristorazione e Arte culinaria - che porta il nome del suo fondatore (insieme a Gérarde Péllisson). Non costretti al banco col grembiule nero, bensì elegantemente in piedi in toque blanche tra sofisticati strumenti di cucina e prodotti eccellenti, accanto ai migliori maestri del gusto e del savoir faire.
Non poteva essere che Lione la sede dell’Istituto. Città palpitante d'arte e di storia, è rinomata anche per la qualità dei suoi bouchon, le trattorie tradizionali il cui nome deriverebbe dalle insegne poste alla soglia delle antiche locande: un fascio (bouchon) di paglia e fieno che nell’antichità segnalava al viandante l’offerta di un ottimo pasto.
All’interno del Royal Hotel – storico palazzo affacciato su Place Bellecour, nel cuore della città – si è così consolidato questo sposalizio d’eccellenza tra hotellerie e didattica, una formula che sintetizza al meglio due fiori all’occhiello di Lione: l’arte e la cucina, appunto. E’ dal 2003 che l’Istituto Paul Bocuse ha assunto la gestione del Royal Hotel e il 5 novembre di quest’anno sono stati ufficialmente inaugurati  il “restaurant-école l'Institut” e l’”École de Cuisine.  Al primo piano dell’Istituto, in una graduale ascesa verso la trasparenza delle linee e l’essenzialità delle forme, sono accolti gli amateur gourmands che desiderano imparare le astuzie e i virtuosismi di mano dello Chef Philippe Jousse, esempio di pregio della Scuola. Con sorriso charmant incoraggia gli aspiranti chef ma con sguardo severo li dirige verso il rigore della perfezione.
Se il talento è una dote da coltivare, la tecnica è un esercizio che non si può improvvisare. Per questo, ogni anno, oltre 450 studenti di 40 nazionalità diverse, terminato il liceo scelgono l’Istituto Paul Bocuse – che dal 2010 vanta una sede anche a Shanghai - per trasformare il proprio potenziale genio in professione e un sogno in realtà. L’Istituto, infatti, non è una nicchia didattica chiusa nella sua stessa eccellenza ma una porta verso sbocchi lavorativi certi, forte del partenariato con università internazionali. I certificati conseguiti qui sono legalmente riconosciuti ed equiparati a lauree universitarie, quindi rappresentano un passaporto esclusivo per una figura professionale ovunque nel mondo. La selezione degli studenti si basa su un perfetto equilibrio tra cultura generale, originalità e personalità, qualità non facilmente misurabili ma salienti all’intuito degli esperti reclutatori.
Come spiega il Direttore Generale dell’Istituto – Herve Fleury – le parole d’ordine sono “rispetto, esigenza, generosità, etica” e la missione è unire la tecnica al savoir faire, perché cucinare, servire e mangiare rappresentano tre momenti intimamente connessi che si esprimono con un linguaggio da imparare e trasmettere. Il piacere della tavola, infatti, non nasce e finisce dentro un piatto: passa attraverso la sensibilità delle mani di chi cucina, si sviluppa nell’eleganza di chi serve a tavola e si celebra negli occhi, nella bocca e soprattutto nella mente di chi gusta il piatto. Per questo l’Istituto Paul Bocuse pone grande attenzione al tessuto psicologico e all’atmosfera contestuale del ‘mangiare’, affinché gli studenti laureati non sappiano semplicemente cucinare ma gratificare tutta l’esperienza sensoriale dei commensali. Con questo obiettivo, è essenziale che ricerca e innovazione arricchiscano continuamente la tradizione culinaria che l’Istituto vanta.
Borse di studio e incentivi sono a disposizione dei giovani che intendono investire qui sul proprio talento. E oltre ai tradizionali corsi accademici, l’Istituto propone seminari professionali per adulti, di 3 o 6 settimane, e mini corsi di uno, due o tre giorni, per amatori, turisti o semplici buongustai.
Un motivo in più per visitare Lione e sfidare i tanti bravi Chef della città, destreggiandosi personalmente ai fornelli. Se poi si desiderasse alloggiare al Royal Hotel – primo “Hotel École d’Europa - si avrà la possibilità di assaporare in un solo contesto l’eleganza dell’accoglienza e l’esperienza della Scuola di Cucina. Imperdibile, infine, una visita al mercato “Halles de Lyon-Paul Bocuse”, tra i profumi e i colori appetitosi dei prodotti locali, dove lo Chef faceva regolarmente la spesa per rendere unici i piatti del suo ristorante.



Chi è Paul Bocuse?
Paul Bocuse, grande Chef lionese premiato con tre Stelle Michelin, è il “Papa della cucina”. Personaggio emblematico, con la sua aura stellata continua a contagiare i giovani talenti che a lui s’accostano per imparare la sua arte. Il “Bocuse d’Or” è, infatti, il concorso culinario più prestigioso al mondo che si tiene a Lione ogni due anni.
Nato a Collonges-au-Mont, ridente paesino situato alle porte della città, eredita il suo talento dai genitori, a loro volta eredi di una dinastia di ristoratori, dal lontano 1765. Ad avviare inconsapevolmente questa fruttuosa attività e a dar vita alla gloriosa dinastia di cuochi Bocuse pare sia stata una donna di grande carattere, che gratificava chi portava i sacchi di grano al mulino con saporosi piatti. Chi ha dato il prestigio definitivo alla dinastia di Chef è stato il padre di Paul, George, laorando nei più celebri hotel di Francia. Il piccolo Paul già a otto anni aiutava la mamma nella cucina dell'Hotel du Pont di Collonges e, dopo circa sei anni, era già il regista dei fornelli.
Da allora, Paul Bocuse ha intrapreso il suo viaggio di grande Chef, interrotto solo dalla Guerra. Ha lavorato al Lucas Carton, un prestigioso ristorante in Place de la Madeleine in 8° arrondissement di Parigi, con il grande chef Richard Gaston. Nel 1950, con tre amici ha formato una squadra nel ristorante La Pyramide in Vienne, vicino a Lione. Nel 1961, ha vinto il sostegno di Meilleur Ouvrier de France e nello stesso anno ha vinto la sua prima stella Michelin, seguita dalla seconda nel ‘62 e dalla terza nel ’65. Il resto è storia recente, anzi futura, grazie all’Istituto destinato a costellare di nuove stelle il firmamento dei grandi cuochi.
La cucina continua ad essere per Paul Bocuse un’irrinunciabile ragione di vita: l'ha promossa e innovata, contribuendo alla nascita della  Nouvelle Cuisine.
Memorabile è una sua affermazione, di cui noi italiani dovremmo far tesoro: “L'egemonia della cucina francese durerà sino al momento in cui gli chef italiani si renderanno conto dell'enorme patrimonio che hanno a disposizione, sia dal punto di vista delle materie prime sia dal punto di vista delle innumerevoli sfaccettature delle tradizioni”.


sabato 9 marzo 2013

Sapori e dissapori dai fornelli alla Tv



Le astuzie psicologiche della televisione gastronomica, tra seduzione e mortificazione d’intramontabili appetiti

Sono passati quasi quarant’anni da quando andò in onda la prima trasmissione di cucina in Italia.
Fu il sorriso materno di Wilma De Angelis, nel 1979, a spalancare il sipario su un palcoscenico destinato a fare del cibo spettacolo e degli chef attori. Il cammino, in realtà, fu per diversi anni pacato e rassicurante con una graduale dilatazione della spettacolarità dell’arte culinaria. Tutti ricordano con nostalgico affetto la simpatia di Corrado che, negli anni ‘80 intratteneva le famiglie con “Il Pranzo è servito”, imperdibile parentesi di relax per tantissimi italiani, trasmissione che ancora oggi sopravvive se pur in altre vesti.
Bei tempi quelli! Non solo perché eravamo tutti più giovani ma anche perché certe trasmissioni emanavano emozioni positive, di domestica serenità. Anche quando la sfida tra gli chef si mostrava appassionata, l’atmosfera ricalcava l’ambizione di due amici che si misurano nella complicità di un gioco alla pari, tra sorrisi e pacche sulle spalle, dove alla fine nessuno era mai moralmente sconfitto. Un’atmosfera amichevole e famigliare sottolineata anche dalle sigle musicali candide, fanciullesche, in cui lo spettatore di passaggio era invogliato a cullarsi senza timore, tornando ogni giorno a questo piacevole appuntamento con la tv gastronomica. Naturalmente, alla simpatia del conduttore e all’abilità dei cuochi seguiva il giudizio del pubblico in studio e a casa ma l’assenza di severità lasciava in fine il sapore di una messinscena leggera e divertente. La trasmissione era poi coronata da un paio di ricette semplici e alla portata della più maldestra casalinga, da mettere in opera alla prima occasione, magari fischiettando le note allegre del programma.
Negli anni, la tradizione di questi primi embrionali show culinari s’è tramandata con crescente ingordigia, sia da parte degli attori abbagliati dalle luci della ribalta, sia dei telespettatori sempre più avidi di proiettarsi in sfide impossibili ai fornelli, immedesimandosi di volta in volta con lo chef del cuore.
Oggi, per fortuna, da un lato resistono le intramontabili rubriche gastronomiche che saporano di cultura, anche se costrette spesso in spazi tristemente angusti. D’altro canto, proliferano programmi dedicati alla preparazione della ricetta del giorno, condotti prevalentemente da gentili mani femminili che mescolano simpatia, informalità e un pizzico di imbranataggine, tanto per tranquillizzare chi sta a casa e portarlo sullo stesso piano di chi sta in tv. Tuttavia, la vera novità è che spopolano e si moltiplicano programmi decisamente più audaci, prevalentemente condotti da chef coi pantaloni, che con ostentata arroganza infiammano gli animi dei telespettatori non attraverso il garbato solletico dei sensi bensì attraverso l’esasperata provocazione dei nervi. Basterebbe soffermarsi sul sottofondo musicale di alcuni programmi di guerra gastronomica per percepire il messaggio emotivo sotteso: non più il ritornello naif di Corrado ma una suspense sonora alla Dario Argento, che amplifica pause, sospiri e colpi di scena del duello all’ultimo sangue tra chef e conduttori. Complice del pathos scenico ad alta tensione è la telecamera che indugia impietosa nelle pieghe espressive dei partecipanti fino a cogliere malcelati sudori e contagiosi batticuore.
Il successo di questi show è indiscutibile, sia in Italia sia all’estero, e i casting per parteciparvi sono ambitissimi, vista la fama assicurata dei protagonisti. Tuttavia questo spostamento dal piacere del cibo al piacere della persona testimonia come sia andato perso il sapore ingenuo delle prime trasmissioni e si sia inquinato il rapporto tra conduttori, cuochi e telespettatori ma, soprattutto tra le persone e il cibo! Cibo che da inconsapevole protagonista sembra essere scivolato in secondo piano, divenendo solo una comparsa, un volgare pretesto per dar sfogo a emozioni e reazioni elementari che nulla hanno a che fare con l’alimentazione né con l’arte culinaria.
Su questi palcoscenici, infatti, succede di tutto: si chiacchiera, si spettegola, si maligna, ci si offende, ci si consola, si ride, si soffre, si piange e si esulta. Quello che si fa poco è cucinare, appunto, o insegnare a cucinare.  E tanto meno mangiare. La sensazione diffusa è che il valore del cibo in questo tipo di tv sia sempre più mortificato e disprezzato, perché esso non è più veicolo di cultura ma di primaria emotività. E l’overdose di programmi di questa fattispecie tende da un lato a fagocitare il pubblico in un vortice aggressivo, dall’altro a trasformarlo in un unico grande cannibale, sempre più dipendente e acritico nei confronti della quotidiana indigestione mediatica.
A tutti, infatti, sarà capitato di inciampare in queste trasmissioni durante lo zapping, se non altro per affrettarsi a cambiare canale prima di esserne ipnotizzati. Qual è, allora, il segreto di tale successo? Questi show stimolano dei meccanismi inconsci comuni a tutti noi, che i programmi piacciano o no. L’astuzia psicologica è disarmante nella sua semplicità: l’ossimoro di attrazione-repulsione, di piacere-crudeltà, di seduzione-mortificazione è intrinseca all’essere umano e suscita un’inevitabile spinta di immedesimazione, di reazione proiettiva nei confronti degli attori attorno ai fornelli. Così, emotivamente rapiti, da casa partecipiamo ineluttabilmente al sadismo del giudice conduttore o al masochismo dell’apprendista chef, dimenticandoci completamente del cibo, della ricetta e delle cose buone, lasciandoci piuttosto risucchiare da una viscerale partecipazione psichica. Questo tipo di coinvolgimento somiglia molto ai moti perturbanti suscitati dalle esibizioni a sfondo erotico-sessuale: pur sapendo che è tutta una messinscena e che gli attori sono semplicemente caricature delle nostre attese, ci si abbandona all’evoluzione, o involuzione, dei sentimenti di fronte a un’intimità sempre più profanata dall’esasperazione delle emozioni forti.
In fin dei conti, non dovremmo sorprenderci né scandalizzarci. La chiave del successo di questi show è la stessa dei programmi di trent’anni fa, perché essi sono figli del tempo che li accoglie: non fanno altro che dare in pasto al pubblico il menù che il pubblico vuole. Pubblico che, alla fine, è l’unico veramente cotto a puntino.
Come diceva il buon Corrado, anche oggi il pranzo è servito, solo con ingredienti diversi.
E chi non gradisse, può sempre cambiare canale!

Paola Cerana
Mete d’Italia e del Mondo, Aprile 2013