Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roma. Mostra tutti i post

martedì 19 maggio 2015

IL BELLO, O MEGLIO, IL "BELLONE DI ANZIO"


Riscoperta l'uva pantastica di Plinio: è l'Anzium, elisir laziale 


Chi l’ha detto che l’eccellenza non si possa superare?
Un nuovo traguardo dell’Azienda Vitivinicola Casale del Giglio,  impegnata da anni nella sperimentazione e nel recupero della vitivinicoltura di qualità, lo dimostra.
Antium – Bellone di Anzio 2014” è la sua nuova etichetta, un’etichetta che segna il ritorno dell’antico vitigno autoctono Bellone, tipico della zona di Anzio, lungo la costa laziale non lontano da Ostia. Luogo già leggendario, reso celebre dalle Grotte di Nerone, dal Paradiso sul Mare e dallo storico sbarco, aggiunge oggi un motivo di vanto in più.
Di origini antichissime, noto già in epoca romana e citato da Plinio come "uva pantastica", il Bellone rinverdisce l’area che va dai Castelli Romani ai Monti Lepini scivolando fin dove il mare bacia la terra. Esattamente qui, alle spalle di Anzio, questo prezioso vitigno ha trovato, sui terreni sciolti, sabbiosi e caldi, un microclima particolarmente favorevole, privilegiato dalla persistente brezza marina.

Già nel Bollettino Ampelografico del 1881, il Bellone era descritto come vitigno con grappoli dalle proporzioni maggiori ma dai caratteri analoghi ai Belli, gruppo di vitigni diffusi intorno a Roma. Testimonianze confermate anche da Mangarino nel 1888 e Mancini nel 1893. Conosciuto anche come “uva pane” per la sua buccia spessa e consistente, il Bellone si presenta di colore giallo intenso con riflessi dorati. Vino solare con sentori di frutta esotica ben matura, come mango e papaya, contrapposti ad una consistente acidità, lo rendono idoneo a lunghi affinamenti in bottiglia. In bocca risulta molto ampio, ricco e persistente, con leggere sfumature floreali e speziate e con sapidità e mineralità particolarmente pronunciate. L’abbinamento ideale è con la “Minestra di Sgavajone”: tipica minestra dei pescatori di Anzio con brodo di questa varietà di pesce autoctona considerata “povera” e pertanto consumata soprattutto in famiglia.

Un risultato importante, quello del Bellone, che coincide con la ricorrenza dei 30 Anni di Ricerca e Sperimentazione dell’Azienda. Nel 1985 Dino Santarelli ha infatti avviato un progetto di ricerca che, nel tempo, ha determinato la produzione di vini di considerevole qualità, sempre più apprezzati, anche a livello internazionale. Negli anni Novanta, Antonio Santarelli, seguendo l’intuito paterno, ha portato avanti il lavoro con passione su quasi 60 varietà di vitigni diversi, con la preziosa collaborazione dell’enologo trentino, Paolo Tiefenthaler, che dal 1988 è Direttore Tecnico dell’Azienda. La sperimentazione vinicola si è concentrata, dapprima, internamente in Azienda, con l’introduzione sul territorio dell’Agro Pontino di vigneti provenienti da Bordeaux. I primi tangibili riscontri si sono avuti sul Cabernet Sauvignon e il Petit Verdot.  
Ad oggi, la Casale del Giglio possiede 180 ettari di vigneto riconvertiti e diverse sono le varietà introdotte, tutte caratterizzate dall’interazione qualitativa “Vitigno-Territorio”. 
L’attuale produzione offre una gamma di 20 prodotti da monovitigni e da assemblaggi: bianchi, rossi, un rosato, una Vendemmia Tardiva, tre grappe e un olio. 
Non solo. Cinque anni fa, Casale del Giglio ha intrapreso la ricerca esterna all’Azienda, sviluppando il primo progetto di recupero di un vitigno autoctono sull’Isola di Ponza, che ha permesso di riscoprire l’antico vitigno locale, la Biancolella di Ponza, varietà originaria della Campania, ora autoctona laziale, importata da Ischia nella metà del ‘700 ai tempi del Regno di Napoli sotto i Borbone. Proprio da qui nasce il vino Faro della Guardia, novità assoluta, che già al suo debutto ha ricevuto riconoscimenti importanti: i 5 Grappoli dalla Guida Bibenda del 2013 e i Tre Bicchieri della Guida Vini d’Italia 2015 del Gambero Rosso.
Non resta che l’assaggio, incorniciato possibilmente da un romantico tramonto sul mare di Anzio, condiviso in dolce compagnia!

mercoledì 3 dicembre 2014

CASALE DEL GIGLIO, ORGOGLIO LAZIALE



L’Azienda Vitivinicola, nata nel cuore storico di Roma dalla passione della famiglia Santarelli, sposa tradizione, ricerca e sperimentazione 

Valerio Grancoris – Un intuito tramandatosi da padre in figlio e una passione che si è conservata negli anni. Un “fil rouge” che continua a tessere una storia, quella di Casale del Giglio, che ha il merito di aver individuato e sviluppato le potenzialità dell’Agro Pontino e che proprio quest’anno celebra i cento Anni dalla fondazione della “Ditta Berardino Santarelli & Figli” (1914-2014), nel nome del capostipite che ha dato origine a tutto. Un anno emblematico quindi il 2014, che sta vedendo susseguirsi conferme e riconoscimenti per il costante sviluppo sul territorio, iniziato tanto tempo fa, nell’ottica di un miglioramento continuo. Era il 5 marzo 1914 quando Berardino lasciava la nativa Capricchia, per raggiungere Roma e aprire il primo “Vini & Olii” in Piazza Capranica 99, vicino al Pantheon. Con il passare degli anni, la Ditta si sviluppa, inaugurando, in diverse zone della città, altri 11 “Negozi di vendita”.
Nel 1955 Dino Santarelli fonda a Roma la “Santarelli S.p.A.”, dedicandosi all’imbottigliamento, alla vendita e all’esportazione dei vini tipici del Lazio. E nel 1967 nasce Casale del Giglio a Le Ferriere, in provincia di Latina, non lontano dall’antica città di Satricum. Dal 1985, seguendo le orme paterne, Antonio Santarelli ha portato avanti un progetto di ricerca su più fronti, concretizzatosi nella produzione di vini di rilevante qualità, sempre più considerati e apprezzati, anche a livello internazionale, grazie alle sperimentazioni realizzate su quasi 60 varietà di vitigni diversi, in collaborazione con l’enologo Paolo Tiefenthaler, trentino doc, che dal 1988  è  il  loro tecnico.  Esempio significativo di ricerca è il “Faro della Guardia – Biancolella di Ponza” una novità assoluta nell’ambito della selezionata gamma dei Vini dell’Azienda. Casale del Giglio ha sviluppato a Ponza un impegnativo progetto che ha permesso di riscoprire e valorizzare l’antico vitigno autoctono, la Biancolella, varietà originaria di Ischia, importata nella metà del ‘700 ai tempi del Regno di Napoli sotto i Borbone.
La coltivazione nel Lazio è autorizzata unicamente sulle Isole Ponziane. Dette uve nascono lungo un piccolo altipiano, chiamato “Piano degli Scotti” al di sopra del quale si erge il Faro della Guardia, edificio storico risalente all’800, annoverato tra i 19 ‘Luoghi del Cuore’ scelti dal FAI in base al censimento fatto dagli Italiani, quindi patrimonio della collettività per il valore storico culturale e per l’elevato interesse paesaggistico. Accanto al vino, Antonio Santarelli da anni asseconda la sua altra grande passione per l’arte e per l’archeologia. Nei dieci anni di ricerche e scavi (2003 – 2013) nei terreni dell’Azienda Casale del Giglio è stata portata alla luce la “Via Sacra” (risalente alla fine del VI sec. a.C.) accesso dell’antica città di Satricum verso il mare, dove sull’Acropoli si trovava il Tempio dedicato alla dea dell’Aurora Mater Matuta. L’Azienda, ha sostenuto in tutti questi anni gli oneri degli scavi, dando un rilevante contributo al recupero di parti della città preromana ritenuta perduta. Il “Progetto archeologico di Satricum”, iniziato da oltre trentacinque anni dall’Università di Amsterdam, sotto la direzione della Prof.ssa Marijke Gnade, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, e il Comune di Latina, ha così potuto portare alla luce importanti testimonianze dell’epoca. Tutti i reperti più interessanti sono esposti nell’Istituendo Museo di Satricum, inaugurato lo scorso giugno presso la Vecchia Fonderia di Le Ferriere, a pochi minuti da Casale del Giglio, dove è stata organizzata la mostra “Satricum. Scavi e reperti archeologici”.
Ma il sostegno diretto dell’arte e della cultura nel mondo assume anche altre forme. Una partnership importante tra arte e imprenditoria, tra Cultura ed Eccellenza made in Italy che continua ad evolversi. Già sponsor ufficiale delle Biennali di Venezia 2013-2014, oggi Casale del Giglio ha unito il suo brand alla Maretti Editore, la casa editrice organizzatrice di eventi di respiro internazionale. E proprio a tal proposito, in occasione del Maretti Award, nell’ambito del Progetto “Culture made in Cuba” che si svolgerà dal 24 al 30 novembre, l’Azienda Vitivinicola sarà  tra i diretti patrocinatori della Settimana della Cultura Italiana a L’Avana, presenziando con la degustazione diretta dei suoi vini il territorio caraibico, decisamente ricettivo e in crescita nel settore vinicolo. Ad oggi, l’Azienda possiede 160 ettari di vigneto riconvertiti, e diverse sono le nuove varietà introdotte, tutte caratterizzate dall’interazione qualitativa “Vitigno-Territorio”. L’attuale produzione della Casale del Giglio offre una gamma di 20 prodotti da monovitigni e da assemblaggi (bianchi, rossi, un rosato, una Vendemmia Tardiva, tre grappe e un olio). Ragguardevoli risultati sono stati raggiunti, dalle uve rosse Syrah e Petit Verdot, dalle bianche Sauvignon, Chardonnay ed ancora con il Viognier e il Petit Manseng.

Info: www.casaledelgiglio.it

(da Mete d'Italia e del Mondo)

sabato 15 novembre 2014

BACCANO, IL SAPORE DEL CLAMORE


RISTORANTE • COCKTAIL BAR • BISTROT • BAR A HUITRES


Elegante ma sobrio. Raffinato ma senza arie. Estremamente affascinante, con quell’aria un po’ retrò, un po’ bohemienne, un po’ newyorkese. Insomma, è stato amore a prima vista!
“Lui” è il Baccano, ristorante nel cuore di Roma che, a dispetto della collocazione attira-turisti, è un punto di ritrovo e di ritorno anche di quei romani doc che riconoscono nella buona cucina l’autentica ospitalità capitolina.
“Baccanum” dal latino, “clamore” e non rumore. Il clamore brioso di un crocevia, a due passi da Fontana di Trevi, in Via delle Muratte. E’ qui, splendidamente collocato in un palazzo di fine ‘800, che il Baccano dà appuntamento agli avventori. Dietro l’aspetto intrigante dal sapore francese, si svela la vera anima del locale: la cucina. Una cucina basata sulla tradizione italiana con le paste fatte in casa, oli di primissima scelta, pomodori di qualità, mozzarella di bufala campana …  Senza tralasciare i prodotti del godurioso Banco della Gastronomia che si sdilinquisce in un tripudio di salumi, formaggi italiani e francesi, senza trascurare prodotti esteri più ricercati, come il salmone scozzese Lock Fine, foie gras e ostriche.
Baccano, dunque, seducente e retrò, cosmopolita e regionale, ideale per un brunch con gli amici, una cena romantica o un dopocena audace. Lasciarsi conquistare dall’atmosfera accattivante è facile: una volta seduti al tavolino, ci si sente trasportati indietro negli anni di inizio secolo scorso, magari  accanto a Brigitte Bardot o Serge Gainsbourg: stucchi, mosaici, specchi e legno scuro, antichi ventilatori al soffitto, tavolini in legno e divanetti in pelle rossa, illuminazione calda e musica avvolgente, ogni giorno fino a tarda notte. E se non fosse per il personale sempre puntuale e sorridente ci si dimenticherebbe di essere lì per … mangiare!
Il padrone di casa, Fabio Casamassima, accoglie gli ospiti e si mescola a loro con disinvolto piacere, quasi a voler gustare insieme agli avventori l’accoglienza del suo locale. 
Capo Sommelier e Direttore all’Enoteca Ferrara, ha fatto della sua passione – il vino – una professione, affinando negli anni le proprie esperienze e capacità di assaggio con i “grandi” del vino: da Paolo Poli a Carlo Ferrini e Daniele Cernilli. Casamassima ha trasformato il Baccano in un tempio del gusto, un tempio senza tempo, dove ci si sente a casa e per questo sempre ci si ritorna. Se la cucina conquista con un menù tanto vario quanto ricercato – dalle alici fritte, alle tartare di pesce e carne, ai primi tradizionali romani, al Gran Crudo con crostacei da svenimento, fino ai dessert che sono una vera e propria dichiarazione d’amore alla gola – è con la carta dei vini che il Baccano conquista il pubblico romano e internazionale. Oltre 200 etichette, con una predisposizione particolare per i vini naturali e per i piccoli produttori laziali, orgoglio spesso poco conosciuto nel resto del nostro Paese. Una selezione decisamente italiana con una buona presenza di tutte le eccellenze del territorio: Grandi Vini e Champagne alla portata di tutti, anche per un ultimo brindisi a tarda notte consumato al banco, possibilmente in buona compagnia!

Oltre al solito tavolino in fondo alla sala, che ormai mi attende ogni volta che ci torno, sono altri due gli appuntamenti per me imperdibili quando sono al Baccano: quello con un olio e quello con un vino. 

Olio Torretta
Il Frantoio Torretta, che deve il nome alla località in cui sorge, oggi produce più tipologie d’olio, dalle etichette differenti ma di uguale eccellenza: il Diesis Dop Colline Salernitane, fruttato e leggermente piccante al palato, il Dedalo Dop Colline Salernitane, dal sapore piacevolmente amaro e il Dione Extra Vergine di Oliva Torretta elegante e delicato come il nome che porta. Una carezza sopra una tartare di tonno o un’insalata di puntarelle!

Vino Moro di Carpineti
Alle pendici dei Monti Lepini, a Cori - antica cittadina laziale del IV secolo a. C, una cinquantina di km a sud di Roma - fiorisce e cresce solida l'azienda Marco Carpineti. Dal 1986 Marco, spinto da autentica passione e dal desiderio di salvaguardare un ambiente intatto, prende in mano le redini dell’azienda di famiglia e la rivoluzione più rilevante è rappresentata dall’adozione dei metodi di agricoltura biologica. Nasce così il mio preferito, il Moro: un vino sublime, dal colore giallo paglierino con riflessi ramati, profumo di pesca e mandorla, tenui note vegetali di fieno tagliato e felce. Sapore corposamente armonico e sapido, che prelude a note minerali, perfetto con il Gran Crudo di pesce e crostacei, piatto principe del Baccano!

martedì 11 novembre 2014

ROMA, UN AMOR DI CUCINA!



“Ar tavolo imbandito semo tutti d’un partito” si dice a Roma. E se lo dicono i romani c’è da crederci!
La cucina romana, infatti, sembra mettere tutti d’accordo. E’ un linguaggio comprensibile e godibile per chiunque: concreta, dal carattere forte, sostanziosa, che non concede spazio a fronzoli e inutili sfizi ma che va al sodo, interpretando al meglio l’anima popolaresca.
Dalle trattorie di Trastevere alle osterie del Testaccio fino ai ristorantini del cuore storico, lo spirito culinario si mantiene per lo più casereccio e godereccio, vantando la qualità di ingredienti semplici e genuini, offerti da una terra ospitale come il suo popolo. E’ facile dunque fuggire gli snobismi gastronomici e non cadere vittime di mirabolanti proposte di cucina creativa, se si vuole assaggiare er mejo della cucina romanesca e abbandonarsi alle tentazioni di primi robusti e sughi corposi, per non parlare di vini schietti e penetranti, sapori che inconsapevolmente invitano alla socializzazione, al convivio, all’allegrezza della carne e dello spirito.
Sarà anche per questo retrogusto psicologico, quasi goliardico, della cucina romanesca che molti letterati del passato, italiani e stranieri, hanno decantato ricette e luoghi di una Roma Capoccia che, vista attraverso i loro occhi e raccontata attraverso le loro liriche, appare ancor più madre, matrigna, fata e strega. Così, non solo sulle tavole imbandite della capitale ma anche sulle pagine di testi memorabili troneggiano fettuccine, abbacchio e pajata, per non parlare di frattaglie, budelline brodettate, pasticci di zinna di vacca e milza con i funghi. Sì, perché anche gli ingredienti umili, gli scarti e tutto ciò che normalmente non compariva sulle mense dei ricchi, dei nobili e dei cardinali, ha sempre avuto un posto d’onore nella cucina romana. Anzi, è proprio la cucina povera quella tipicamente romanesca, non quella dei Papi! Tutt’oggi, se volessimo fare un confronto tra la cena del cittadino romano medio descritta dai letterati latini e dai poeti conviviali con il modo di mangiare diffuso nella campagna romana troveremmo ben poche differenze: uova, polli, agnelli, lardo, pesci di paranza, fave, puntarelle, verdure selvatiche, uva, fichi …
Così come il turista moderno s’innamora dei sapori romaneschi, allo stesso modo l’impatto che questa cucina aveva sullo straniero doveva essere davvero straordinario. E quando quello straniero era anche un letterato, ecco che la curiosità e lo stupore per il cibo si trasformava in lirica, sonetto, romanzo, per rimanere eternamente scolpito nella memoria collettiva. Una delle prime attrazioni per i forestieri di tutti i secoli era rappresentata dalle osterie, numerosissime rispetto alla popolazione. Nel Cinquecento se ne contavano oltre un migliaio e servivano sia da asilo per i viandanti, sia da accoglienza per i personaggi illustri in attesa d’essere ricevuti alla corte papale.
Uno dei letterati stranieri più generoso nei confronti della cucina e delle abitudini romane è stato Michel de Montaigne che, attorno al 1580, soggiornò lungamente a Roma sedotto dalla vita colorita, lussuriosa e carnale della capitale. Questi “assaggi” di vita erano per lui un modo per conoscere se stesso attraverso gli altri, una ricerca di consapevolezza che ha accompagnato tutto il suo cammino di pensatore. Il celebre scrittore francese nel suo Viaggio in Italia descrisse usi , pensieri e stravaganze dei cittadini romani con particolare meticolosità nei riguardi della cucina di cui era profondo estimatore. “A Roma c’eran già rose e carciofi, ma quanto a me non soffrivo affatto caldo ed ero vestito e coperto come a casa mia. C’era meno pesce che in Francia; i lucci specialmente qui non san di nulla e si lasciano al popolo. Raramente si trovan sogliole e trote, e barbi ottimi e assai più grandi che a Bordeaux, ma cari; le orate son tenute in gran pregio, e le triglie son più grandi delle nostre e un po’ più sode. L’olio è eccellente, al punto che qui non sento mai quell’aspro che in Francia mi resta nella gola. Si mangia uva fresca tutto l’anno, ancora in quest’epoca se ne trova di ottima appesa ai pergolati. Il montone invece qui è pessimo e tenuto in nessun pregio ..”
Un altro personaggio beatamente sedotto dalle tentazioni gastronomiche romane fu Charles de Brosses che dedicò 17 delle 55 Lettres familières proprio a Roma. Il magistrato, filosofo e linguista francese scriveva le sue lettere seduto a un tavolo di un’osteria o di una locanda, traducendo “dal vivo” sapori, aromi, fragranze consentendo così al lettore un giudizio tangibile, quasi condiviso. Un po’ come fanno oggi i critici gastronomici. “Qui a mio parere si mangia assai bene …Non la selvaggina, che è mediocre, ma le cose comuni qui sono ottime. Il pane, la frutta, la carne, il vitello e soprattutto il manzo, del quale non è mai lodato abbastanza.Le minestre di pastasciutta, vermicelli o maccheroni si usano moltissimo: del primo piatto non dicono né bene né male, mentre sul secondo concordo con Arlecchino: ben cucinato, nel latte o nel brodo, gli trovo il gusto di un ottimo pasticcio. Per quanto riguarda le composte di frutta, conviene dare la preferenza a quelle di cedri tagliati in quattro e bolliti semplicemente nell’acqua con un po’ di zucchero, come una leggera composta di mele.” Probabilmente Brosses intendeva limoni e non cedri, poiché all’inizio del Settecento in Francia gli agrumi erano frutti rari e poco conosciuti nelle loro varietà.
Un certo Antoine-Claude Pasquin, meglio conosciuto come Valery, nel 1841 pubblicò una guida turistica dal titolo L’Italie confortable, in cui grande spazio è dedicato alla cucina romanesca. In particolare “Niente di più delicato delle fritture di cervello, di animelle di vitello e di agnello, e di rognone di agnello e granelli… i piccioni locali sono i migliori d’Italia. Questi piccioni fini, bianchi, rosa, danno un brodo squisito, stomatico e salutare ai convalescenti. La superiorità della loro razza risale all’antichità”.
Antichità: forse è questo l’ingrediente segreto che rende ancora oggi così straordinaria la cucina romanesca, insieme al suo popolo e alla sua Città. Una delle poche cucine al mondo in cui si affastellano e riaffiorano diverse epoche storiche e sociali, in cui il passato riemerge attraverso sapori mai sopiti, odori ancora intensi e immagini di vita quotidiana resi eterni dalle tradizioni famigliari. Accanto alla cucina povera c’è quella borghese e nobiliare, mentre ai piatti tradizionali si affiancano quelli delle regioni vicine, sedotte o conquistate dal fascino capitolino. A condire il tutto, sopraggiunge la cucina ebraica in un generoso e reciproco scambio di influenze che nel tempo hanno impreziosito ancor di più aromi e fragranze.
E cosa dire del vino? Dai Castelli a Sabina, da Aprilia ai Monti Lepini, da Agnani a Montefiascone quella dei romani per il vino è stata sempre un’atavica passione per il piacere della vita. Tanto che per mettere un freno agli eccessi e tenere svegli i sensi, Leone XII fece installare dei cancelletti davanti alle osterie affinchè gli avventori non potessero sedersi e crogiolarsi per ore con la bottiglia, migrando ebbri dalle braccia di Bacco a quelle di Morfeo. E senza scomodare qualche letterato straniero del passato, per capire quanto importante sia il vino per il romano di tutti i tempi, basta dare la parola a chi mejo de tutti ha saputo elogiarne la bontà nel linguaggio più opportuno: Gioacchino Belli.

Er Vino

Er vino è ssempre vino, Lutucarda:
Indove vòi trovà ppiù mmejjo cosa?
Ma gguarda cqui ssi cche ccolore!, guarda!
Nun pare un'ambra? senza un fir de posa!
Questo t'aridà fforza, t'ariscarda,
Te fa vvienì la vojja d'èsse sposa:
E vva', si mmaggni 'na quajja-lommarda,
Un goccetto e arifai bbocc'odorosa.
È bbono assciutto, dorce, tonnarello,
Solo e ccor pane in zuppa, e, ssi è ssincero,
Te se confà a lo stommico e ar ciarvello.
È bbono bbianco, è bbono rosso e nnero;
De Ggenzano, d'Orvieto e Vviggnanello:
Ma l'este-este è un paradiso vero!

giovedì 24 aprile 2014

OH CCHE CICCIA, OH CCHE ONTI! OVVERO, ECCO LO STREET FOOD!




E’ proprio vero che c’è ben poco di nuovo nelle mode. Per la maggior parte esse non sono che la rivisitazione di una tradizione, riciclata e battezzata con qualche buona dose di fantasia. Anche a tavola, o meglio in questo caso anche … per strada!
Sì, perché il cosiddetto “street food” tanto in voga oggi, sostenuto anche da grandi chef che propongono creazioni gastronomiche originali da consumare passeggiando per strada, altro non è che un ripescaggio di antiche usanze, dettate (al contrario di oggi) dalle ristrettezze economiche della gente comune.
A Roma, per esempio, fino agli inizi del secolo scorso, era sopravvissuta una forte componente popolaresca, inventata proprio dall’estro della povera gente, costretta a fare i conti con la miseria, le carestie, le pestilenze e le guerre, tutte situazioni non solo contingenti ma anche psicologiche ereditate dal passato. Condizioni che hanno tuttavia insegnato a cavarsela, ingegnandosi per sopravvivere al meglio. E per sopravvivere bisogna innanzitutto mangiare! Recuperare generi commestibili di scarto, riutilizzare tutto l’utilizzabile, usarlo per proprio consumo e venderlo agli altri per le strade della città era uno dei modi in cui la povera gente si industriava quotidianamente per vivere dignitosamente.
Così, Roma s’è divisa a lungo in due mondi (e forse lo è ancora): quello dei ricchi signori, degli aristocratici e delle corti papali che gozzovigliava senza ritegno, e quello della gente comune, povera o poverissima che se la doveva cavare con grande fantasia, appunto. Da necessità, virtù, perché come se dice a Roma “la fame è la mejo pietanza!”: i venditori ambulanti, infatti, perfezionarono sempre più il mestiere, vendendo per le strade romane cibi preparati con gli scarti delle tavole dei ricchi. Le frattaglie sono solo un esempio, rese gustose e succulente da ricette robuste e ricche di carattere, per corroborare corpo e spirito di chi purtroppo ne mancava. L’usanza di vendere cibo per strada era una risorsa indispensabile per la povera gente che riusciva così a risolvere in modo rapido ed economico il problema del pasto quotidiano (perché se oggi questo è un piacere, uno sfizio, un capriccio, fino a ieri era spesso un vero problema!).
E’ incredibile pensare che fino ai primi anni del secolo scorso i venditori di avanzi giravano per le strade di Roma con un lungo recipiente rettangolare in legno, tenendolo in bilico sulla testa, traboccante di ogni sorta di cibarie. L’attenzione della gente veniva richiamata con un grido: “Oh cche ciccia, oh cche ònti! … Trippa, peducci e tutto er grugnaccio!” Così il “tripparolo” sottolineava il ricco assortimento di trippa, testa e piedini di vitello lessati e pronti da mangiare. Secondo la stagione, ai tripparoli si alternavano ciambellani, pescivendoli, melacottari, peracottari, cocomerai, acquavitai, olivari, e così via, in un susseguirsi di cibi, odori, colori e grida che se allora rappresentavano la normalità oggi sembrano appartenere a un nostalgico amarcord felliniano. C’era persino il capraio che arrivava all’alba con il suo gregge e mungeva il latte in strada direttamente nei recipienti delle massaie, richiamate a frotta dal suo acuto fischio. E così la giornata poteva cominciare per tutti con la pancia un po’ piena e magari un bel sorriso …
Ben vengano, quindi, gli sfiziosi chioschi di “street food” magistralmente diretti da ambiziosi chef stellati. Non dimentichiamoci, però, che spesso anche le improvvisazioni più creative e innovative vengono da molto lontano, lontano nel tempo e soprattutto dalle luci della ribalta!   

sabato 19 aprile 2014

“ER COMINCIO DE LI MARITOZZI”



Ogni volta che vado a Roma imparo qualcosa. Anche a tavola.
Per esempio, fino a ieri non conoscevo la lunga storia che accompagna uno dei dolci più comuni qui - il Maritozzo – un soffice panino ovale, dorato e profumato, spesso ripieno di panna, tanto goloso nell’aspetto quanto curioso nel nome.
Ebbene, ho scoperto che l’origine dei Maritozzi risale alla tradizione popolare nell’antica Roma di rendere più prezioso il semplice pane grazie all’aggiunta di un tocco di fantasia e di ingredienti dolci, come il miele, l’uva passa, la marmellata o la frutta secca, soprattutto in occasione di certe festività religiose.
Quest’usanza s’è protratta per secoli e nel Medioevo questi piccoli panini dolci e nutrienti servivano in particolare a rendere più sopportabile la dovuta astinenza durante la Quaresima, periodo al quale sono poi sempre rimasti associati.
Il nome attuale, spregiativo popolaresco di marito, si diffuse nell’Ottocento quando, secondo un’usanza popolare, nel periodo della Quaresima, esattamente il primo venerdì di marzo, quale antesignano di San Valentino, i fidanzati usavano offrirne uno alle future spose, in segno di corteggiamento e di invito a scambi d’altre dolcezze. Quei maritozzi, a differenza di oggi, avevano una particolarità: la loro forma era ispirata in maniera molto esplicita a Priapo, stuzzicando appetiti che volevano andare ben oltre quelli della gola! Questi ‘dolci falli’ divennero poi ovali e alla foggia eroticamente allusiva sostituirono un’altra intima sorpresa, decisamente più romantica: all’interno dell’impasto celavano spesso un anello o un piccolo gioiello, ragion per cui talvolta erano modellati a forma di cuore e guarniti con bianche colombelle di zucchero.
In tempi più recenti, quando ancora i negozi non erano stati colonizzati da centinaia di merendine industriali, il Maritozzo rappresentava per il bambino romano l’oggetto del desiderio capace di soddisfare con genuina bontà la golosità infantile. Questo dolce era così ambito e diffuso che un poeta romano ottocentesco, Adone Finardi, gli dedicò un poemetto dal logorroico titolo: “Er viaggio der cavajer Ojo a Roma cor su scudiere Sale Magnatutto o per dì mejo er fine der comincio de li maritozzi”:

Prese fiore, pignoli e passerina,
zucchero, cannito e zibibbetto,
acqua e levito; e in quanto a la cucina
si servitte del forno e legno schietto;
impastò, cicinò; da Mari e Tozzi
je dette er nome poi de Maritozzi:
ed ecco come questi principi orno
che poi a nuantri vennero passati
da nonno, da bisnonno e arcibisnonno;
e da quer giorno furno sempre usati
da fasse a la Quaresima d’ogn’anno
giorno che de quei re finì l’affanno.
La storia ecchene quane spifferata
Come li maritozzi so nasciuti.

Decine di ricettari raccontano le infinite varianti dei Maritozzi, da quelli fini e glassati a quelli ordinari, da quelli al burro a quelli all’olio, da quelli ripieni alla panna a quelli con l’uvetta. Ma la ricetta originale eccola qua, pescata tra le pagine di un libro delizioso tutto dedicato alla romanità a tavola, “Er mejo de la cucina romana” di Lajla Mancusi Sorrentino:

Ingredienti
250 g di farina bianca
3 cucchiai di zucchero
1 uovo
30 g di zibibbo
20 g di pinoli
40 g di scorze d’arancia candite
1 dado di lievito di birra
mezzo bicchiere d’olio extravergine d’oliva
sale

Preparazione
Impastare a lungo il dado di lievito con 50 g di farina, un uovo, un cucchiaio d’olio e un pizzico di sale. Coprire l’impasto e farlo lievitare in luogo tiepido. Metterlo poi sulla spianatoia e amalgamarvi il resto della farina, lo zucchero, 50 g  d’olio, un pizzico di sale e poca acqua tiepida per ottenere un impasto piuttosto morbido. Lavorarlo a lungo, incorporarvi lo zibibbo fatto rinvenire in acqua tiepida, strizzato e infarinato, i pinoli e la scorza d’arancia candita. Dividere infine la pasta in pezzi grandi come un uovo, formando dei panini ovali (o come piace a voi!) allinearli su una teglia unta, coprirli con un tovagliolo e farli crescere finchè, gonfiandosi, avranno raddoppiato il loro volume. Cuocerli in forno già caldo a 200 gradi per una decina di minuti, quando saranno dorati spennellarli rapidamente con uno sciroppo ottenuto facendo bollire un paio di minuti 2 cucchiai di zucchero con uno d’acqua. Rimettere i Maritozzi così spennellati in forno per altri 2 minuti affinchè la glassa asciughi. Dopo di che saranno pronti a deliziarvi!
Il massimo, naturalmente, sarebbe gustarli direttamente a Roma, possibilmente in compagnia di un bel romano Doc.!   

lunedì 10 marzo 2014

AMOR



Spesso scrivo della città che più d’ogni altra amo, Roma.
Eppure non ho mai raccontato qual è l’origine del suo nome. 
Molti certamente lo sapranno, per chi invece l'avesse dimenticato e fosse curioso, ecco qui.
In verità, l’origine del nome è piuttosto controversa, una città tanto fascinosa e multiforme non poteva che racchiudere qualche mistero anche nel suo battesimo! Tuttavia esistono alcune ipotesi abbastanza accreditate.
Una di esse fa derivare il nome di Roma dall’etrusco “rumon”, che significa “fiume”, in omaggio al Tevere. Un’altra ipotesi lo attribuisce alla lingua osca, con esattezza alla parola “ruma” che significa “colle”. Un’altra ancora prende in prestito il nome dalla dea Rumia, la protettrice dei neonati che aveva un sacello presso il Ficus Ruminalis. Mentre altri, semplicemente, ritengono che sia stato il suo leggendario fondatore, Romolo, a battezzare la città.
Personalmente, credo che mito e storia giochino ad ammantare la  città eterna anche nel suo stesso nome, probabilmente ci sarà un po’ dell’uno e un po’ dell’altra in quelle quattro magggiche lettere.
Io però una mia ipotesi ce l’ho e a questa mi piace credere ogni volta che torno con il corpo o con la mente nella mia città del cuore: il nome Roma, per me, altro non è che la parola Amor … pronunciata al contrario! 

domenica 23 settembre 2012

La geisha e il gladiatore



Esistono luoghi che offrono ai viaggiatori la possibilità di esplorare non solo lo spazio ma anche il tempo. Sono luoghi magici, microcosmi metafisici, in cui la storia respira e il passato si rianima nel presente, attraverso una misteriosa alchimia memoriale, che mescola fatti, pensieri ed emozioni.
Il luogo che, per eccellenza, invita a viaggiare attraverso i secoli, trascendendo la memoria dell’Umanità, è Roma. Città stregata che strega, con i suoi quasi tremila anni di vita sfoggiati con orgoglio, come una bella donna potrebbe esibire fiera il proprio corpo usato e abusato da migliaia di amanti e spudorati stupratori ma sopravvissuto miracolosamente intatto, per sempre verginale.
Vagabondando per le strade di Roma provo ogni volta la sensazione di addentrarmi in un immenso teatro: lo specchio di Merlino, le colonne di Salomone, la statua parlante, i tesori di Ottaviano, i banchetti di Trimalcione, i Papi peccatori, il Belli e Trilussa, Fellini e la Dolce vita … i sette vizi capitali! Ogni scena mi cattura, mi prende per mano e mi accompagna inesorabilmente verso l’atto successivo, attraverso un labirinto popolato di fantasmi e demoni, santi e cavalieri, imperatori e pellegrini, martiri e meretrici.
Ecco cosa diventa Roma in questo caleidoscopico teatro: la più grande meretrice di tutti i tempi, la sfacciata corruttrice, la tenutaria di lussuriosi bordelli, l’irresistibile seduttrice. Ogni passaggio attraverso le sue strade somiglia a un’iniziazione, che accosta l’umano al divino e la profanazione dei suoi segreti può condurre alla salvezza oppure alla perdizione.
Perdermi. Io ho scelto di perdermi e lasciarmi definitivamente corrompere dalla sua bellezza, dalla sua esuberanza, dai suoi eccessi. Tutto è esagerato a Roma. Visitarla è, per me, come aggirarmi in uno straordinario bordello composto di infinite stanze piene d’arte, di preziosi, di antiche memorie, di angoli misteriosi e di continue sorprese. Un luogo magico in cui amo perdermi e dove ogni mio piccolo desiderio viene anticipato e assecondato. Eccomi in un vicolo in penombra, pieno di piccole botteghe e, subito dopo, un’immensa piazza assolata; volto l’angolo a ridosso di una basilica ed ecco che mi accoglie una splendida fontana con i suoi mirabolanti giochi d’acqua spruzzati via dal vento. Torri e obelischi irrompono nello spazio e si ergono come paladini della città: sembrano dita puntate verso il cielo, quasi a volermi indicare quale sarà l’ultima, inevitabile tappa del mio instancabile peregrinare.
Roma è generosa, si offre senza ritegno e si dona senza risparmio. E’ meretrice ma non fa mercimonio di sé, perché non vende la sua Anima. Roma non cerca clienti, non ne ha bisogno, perché sono loro a gettarsi tra le sue braccia, ammaliati e famelici. E lei accoglie tutti, indistintamente. Convinti di rubare piaceri proibiti, i viandanti s’illudono di poter possedere la gran Dama quando invece è lei a possedere loro.
Me ne accorgo osservando, dall’alto della scalinata di Trinità dei Monti, il fiume di gente brulicante che si accalca in maniera impressionante in Piazza di Spagna, spaccandosi in due fitti rami, per via Condotti e Via Frattina. Del resto anche nella città eterna il presente conta: l’anno nuovo è appena iniziato e i saldi dei negozi, ancora addobbati a festa, ipnotizzano la gente impazzita e bulimica. Mi sembra di osservare due lunghi tentacoli di formiche serpeggianti, che si dipanano lente, inesorabili, a caccia di chissà quale preda o, semplicemente, cieche, sospinte solo dal flusso che preme alle spalle, distratte dalla vera bellezza che sta altrove, nelle chiese, nei palazzi, tra gli affreschi e le sculture. Quei minuscoli organismi penetrano nelle vene e scorrono nel sangue di un Essere altrettanto vivo, palpitante, che prima li accarezza, poi li coccola e, infine, li divora risucchiandoli come linfa vitale, rendendoli per sempre parte di sé.
Da quassù ho l’impressione che in mezzo a tutta quella folla vorace mi mancherebbe l’aria e tiro un sospiro di sollievo, gustando a fondo l’aria fresca che sa di primavera. Ho camminato tutto il giorno, eppure ho la sensazione di aver volato e di aver goduto di un panorama privilegiato, solo mio, in compagnia di una misteriosa guida alata che mi confidava all’orecchio tutti i segreti e i vizi di Roma. Mi ha accompagnato dal Gianicolo al Pincio, da Piazza del Popolo a Trastevere, conducendomi leggera sopra a San Pietro, per poi farmi planare piano sul Pantheon e riprendere un poco fiato tra le fontane di Piazza Navona, prima di sorvolare i Fori, il Colosseo e ricondurmi infine con i piedi per terra.
Sono atterrata felice, inebriata. Sorrido al tiepido sole, che gioca con le illuminazioni del grande albero di Natale sovrastante la scalinata di Trinità dei Monti e ascolto i gorgheggi dei gabbiani che, dal cielo, si prendono beffa di tutti noi, piccoli esseri alla mercé della Natura, dell’Arte, della Bellezza, della Storia e di un’Eternità che non ci apparterrà mai.
Capisco, all’improvviso, chi teme Roma. Capisco chi la fugge, la evita, la critica e la insulta. Impossibile resisterle, meglio quindi rifiutarla prima d’esserne catturati per sempre, imprigionati dentro la sua meravigliosa rete. Non sapete cosa vi perdete – dico tra me e me - pensando a un collega del Nord che quando capita a Roma per lavoro vi resta il minimo indispensabile (guai passarci la notte!) per paura d’essere scottato, contagiato dalla vitalità dei suoi abbracci e inghiottito dal calore della sua gente.
Io sono invece un’anima perduta, ormai. Riprendo il mio cammino senza alcuna voglia di salvarmi, beatamente controcorrente. Il vento di ponente mi sospinge vivace su, verso Villa Borghese dove, a spasso nel verde, riesco ancora a distinguere, tra tutti gli idiomi del mondo e i dialetti d’Italia, il vero romanesco, gagliardo e fiero. Mi piace, lo assaporo come potrei fare con un boccone goloso. All’uscita dal parco, le luci dei lampioni fanno sembrare la sera ancor più buia ma la luna è già in agguato a sfidare la notte. Scendo lungo il muro Torto, proseguo per Piazza Del Popolo, Via Del Corso, Piazza Venezia e di nuovo in Via Dei Fori Imperiali dove, per caso, intercetto un discorso divertente tra un bel gladiatore e una giovane turista giapponese. Non posso fare a meno di fermarmi ad osservarli, mi sembra di assistere alla scena di un film di Alberto Sordi! Lui: un Russel Crowe armato di tutto punto, lucido e piumato, sguardo truce, voce rauca e tenebrosa.  Lei: una geisha in miniatura, cerimoniosa e pallida, armata di zainetto e di una macchina fotografica superaccessoriata, sproporzionatamente grande rispetto alla sua esile figura. Alla sua timida richiesta di ritrarre il combattivo giovane, pronunciata da una vocina in perfetto inglese, l’ardito gladiatore le propina svelto la tariffa, naturalmente in perfetto romanesco:
Sò cinqu’euro a scatto.”
Sorry, I have only 50 …” replica lei visibilmente imbarazzata, facendosi ancor più piccola di fronte all’imponente guerriero dalla voce tuonante.
Nun te preoccupà, che ciò er resto…. dà qua!” ribatte pronto lui, sfoderando non la spada ma un bel mucchietto di soldi, tenuti “alla benzinara” come dicono da queste parti. Quasi ipnotizzata, la piccola geisha consegna il biglietto da cinquanta euro al gladiatore che lo infila tra gli altri, dandole 40 di resto.
Daje, co’ dieci euri te faccio fà tre scatti e puro co’ er Colosseo e te vicino e me!”.  Così, senza accorgermene, mi ritrovo coinvolta nella scenetta, chiamata a fare due scatti alla geisha stretta alla vita dell’aitante gladiatore, in un divertente e fasullo salto nel tempo.  Dietro di loro, sullo sfondo, il Colosseo si mostra maestoso come eterno testimone delle grandi e piccole vicende umane.
Anche questa è Roma! Che ve devo dì’ … Io qui sto bene! Mi sento immersa nella bellezza e piena di gioia di vivere, tanto che non vorrei più andar via. La ragione, forse, è che ho sempre pensato che non tutti i templi portano in Paradiso, e che … non tutti i bordelli portano all’Inferno.
E quale città al mondo ha più templi e bordelli di Roma?

Forse uno dei guai dell’Italia è proprio questo, di avere per capitale una città sproporzionata per nome e per storia, alla modestia di un Popolo che quando grida “forza Roma” allude solo ad una squadra di calcio.
(Indro Montanelli)