Visualizzazione post con etichetta cucina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cucina. Mostra tutti i post

domenica 4 settembre 2016

GENOVESI SÍ MA... DAL CUORE SICILIANO


Sarà la voglia di dolcezza che in questa mite sera lacustre mi riporta con la mente alla mia amata Sicilia. In particolare a Erice.
Mi si perdoni la nuda materialità ma in quest’istante non sto rievocando la magnificenza di questo piccolo borgo sopravvissuto intatto al tempo. Sto immaginando, piuttosto, di affondare le labbra nella morbida cremosità di un dolce nato qui, anch’esso sopravvissuto al tempo, simbolo della sicilianità gastronomica.
Mi riferisco alle “genovesi” di Erice: dolci di pasta frolla con un cuore di delicata crema pasticcera cosparsi da una carezza di zucchero a velo. La prima cosa che mi son chiesta, dopo il primo assaggio di dolcezza in un pomeriggio assolato di luglio trascorso là, è stato il perché di quel nome. Perché chiamare “genovesi” delle creature partorite dalla pasticceria artigianale squisitamente siciliana? Raccogliendo qua e là qualche curiosità ho scoperto che, pur restando l’etimologia incerta, una suggestiva ipotesi riguarderebbe la forma del dolce che ricalca la sagoma del cappello dei marinai genovesi. Infatti, in passato i commerci tra Trapani e Genova erano molto intensi, il che renderebbe plausibile un’associazione tra le genovesi ericine e l’aspetto dei marinai liguri.
Storicamente, in realtà, tra il 1300 ed il 1500 alcune famiglie nobili dedicarono a Erice oltre trenta chiese, per coronare la carica di prete di un primogenito maschio, come voleva la tradizione. Con il trascorrere degli anni, molte chiese passarono alle suore e alle monache di clausura, abili pasticcere ricche di tempo e di inventiva. Dalle loro mani nascevano i “mustazzoli”, dolci di marzapane con confettura di cedro, e le mie amate “genovesi”, appunto. Nella seconda metà dell’Ottocento una apposita legge dettò la chiusura dei conventi e il rischio di perdere questo patrimonio di arte pasticcera fu scongiurato grazie all’iniziativa di una signora molto speciale: Maria Grammatico.
Maria, durante un’infanzia particolarmente difficile, aveva vissuto nel monastero e da “grande” cercò di imitare l’arte culinaria delle monache, giocando con ingredienti, dosi e fantasia. Grazie alla sua perseveranza oggi non solo si possono gustare le genovesi ericine in tutta la loro bontà ma è anche possibile visitare il goloso laboratorio che Maria conduce per la gioia di turisti e soprattutto dei Siciliani, fieri delle proprie tradizioni anche gastronomiche.
La pasticceria di Maria Grammatico anima la Via Vittorio Emanuele, nel cuore di Erice: i dolci colorano le antiche vetrine dai profili in legno invitando i passanti all’assaggio. Imbarazzante la scelta fra mostaccioli delle monache e frutta di Martorana, tra le minne e i cannoli, fra le cassatine e ... le genovesi!
Gli abitanti di Erice dicono che Maria è sempre lì, nel suo laboratorio, a prendersi cura delle sue dolci creature, oggi come tanti anni fa. Un buon esempio di come la passione possa trasformarsi in imprenditorialità e la storia in un presente da tramandare alle generazioni future.


Per chi fosse curioso, la storia di Maria Grammatico è ben raccontata da Mary Taylor Simeti, nel libro Mandorle amare (Palermo 2004). E per chi volesse cimentarsi nella preparazione delle genovesi ericine può pescare una delle tante ricette in rete, anche se l’originalità è garantita solo ed esclusivamente andando a Erice, direttamente nella bottega di Maria Grammatico.
Un’occasione in più per innamorarsi della Sicilia e della sua infinita dolcezza.


lunedì 13 aprile 2015

IL TICINO TI E' VICINO


Appuntamento con i migliori chef del mondo: dal 3 maggio al 14 giugno torna S. PELLEGRINO SAPORI TICINO


Un placido lago blu, colline verdeggianti e raffinati hotel. Quale contesto scenico più accattivante per ospitare il meglio della cucina internazionale?
La seducente cornice cromatica è il Ticino, cuore caldo della Svizzera, che si prepara per accogliere la nona edizione di S.Pellegrino Sapori Ticino. Dopo 8 anni dal primo evento, la manifestazione ha maturato un successo esponenziale e quest’anno i protagonisti saranno i World’s Top Chefs, 8 chef provenienti dai 51 migliori ristoranti al mondo, veri e propri artisti in toque blanche dal 3 maggio al 14 giugno si destreggeranno nei migliori alberghi del Cantone.
Con un totale di 28 stelle Michelin partecipanti e un numero impressionante di punti Gault&Millau, S.Pellegrino Sapori Ticino rappresenterà uno dei più grandi eventi a livello mondiale. Cene ed eventi che l’enogastronomia internazionale sposa all’ospitalità ticinese, grazie agli chef locali (Andrea Bertarini, Egidio Iadonisi, Alessandro Fumagalli, Domenico Ruberto, Frank Oerthle, Dario Ranza, Lorenzo Albrici, Salvatore Frequente, Othmar Schlegel e Antonio Fallini), e alla disponibilità dei migliori alberghi ***** lusso della Svizzera, Swiss Deluxe Hotels.
Qualche esempio? Il 3 maggio, presso l’Hotel Splendid Royal di Lugano, la cena di apertura sarà a cura degli Chef del gruppo Swiss Deluxe Hotels, dove Domenico Ruberto ospiterà tre colleghi e ambasciatori del gruppo come Giuseppe Colella, Dominique Gauthier e Thomas Neeser. Dal 4 maggio avrà inizio la rassegna vera e propria con Mauro Colagreco, chef 2 stelle Michelin del ristorante Mirazur di Mentone, numero 11 al mondo, ospite di Salvatore Frequente presso l’Hotel Eden Roc di Ascona.
Il secondo protagonista d’eccezione si esibirà il 10 maggio a Villa Principe Leopoldo, Lugano, dove lo chef locale Dario Ranza incontrerà Massimo Bottura dell’Osteria Francescana, ristorante tristellato e numero 3 al mondo.
La manifestazione proseguirà con l’arrivo a Lugano dell’ambasciatore svizzero dell’alta ristorazione Andreas Caminada, unico chef svizzero presente nella top 50. L’11 maggio sarà ospite dello Chef Frank Oerthle al ristorante Artè del Grand Hotel Villa Castagnola di Lugano.
Il viaggio enogastronomico prosegue con un’altra serata tutta italiana, grazie alla presenza di Davide Scabin, altro celebre rappresentante della cucina italiana nel mondo, premiato a Identità Golose 2015 come Cuoco dell’Anno per la sua cucina tra qualità e innovazione; presso il Ristorante Concabella di Vacallo incontrerà il talentuoso e stellato Andrea Bertarini il 24 maggio. Direttamente dal suo ristorante di Rivoli, Combal.Zero, agli ospiti di S.Pellegrino Sapori Ticino 2015 Scabin presenterà alcuni dei suoi piatti più sperimentali.
Il 25 maggio presso Villa Orselina sarà ospite di Antonio Fallini, lo chef Sven Elverfeld, uno dei più importanti ed apprezzati in Europa. Dalla tedesca Wolfsburg dove è situato il Ristorante Aqua, Elverfeld incanterà la platea con un menu da 3 stelle Michelin ispirato alla libertà, cardine e principio fondamentale della sua cucina.
Il 29 maggio S.Pellegrino Sapori Ticino vedrà l’arrivo, direttamente da Bangkok, dell’indiano Anand Gaggan, considerato uno dei maggiori esponenti della cucina indiana, terzo migliore ristorante in tutto il continente Asiatico e numero 17 al mondo: sarà ospite di Egidio Iadonisi dello Swiss Diamond Hotel di Vico Morcote.
Il viaggio attraverso le migliori tavole del pianeta prosegue il 3 giugno con la presenza di Diego Muñoz, numero 2 di tutta l’America Latina, presso l’Hotel Splendide Royal di Lugano dove Domenico Ruberto aprirà le porte della sua cucina per una serata ispirata ai sapori Sudamericani. Muñoz, diventato head chef  dell’Astrid y Gaston di Lima in Perù, è il successore di Gaston Acurio, vero e proprio maestro della cucina mondiale.
A completare la rosa di chef, l’8 giugno presso il Castello del Sole di Ascona, il giovane Rasmus Kofoed del Geranium di Copenaghen, in assoluto uno dei migliori chef europei, denominato “La leggenda del Bocuse d’Or. Unico anche in questo caso l’incontro con lo Chef locale per una serata dove le visioni e la ricerca del giovane chef danese si fonderanno con la tradizione dello stellato Othmar Schlegel.
La festa finale della manifestazione di quest’anno sarà dedicata all’altro partner di eccellenza per il 2015, ossia le Grandes Tables De Suisse, associazione che riunisce praticamente tutte le migliori tavole della Svizzera. Quattro chef che hanno fatto, ma che sono ancora, la storia della grande cucina svizzera, ovvero Andrè Jaeger, Franz Wiget, Markus Neff e Robert Speth saranno ospitati da Alessandro Fumagalli presso il Grand Hotel Eden di Lugano il 14 giugno, una serata a 5 stelle Michelin per concludere insieme questo lungo viaggio che vede la cucina, i prodotti e la tradizione svizzera, incontrare le suggestioni culinarie di tutto il mondo.

Come di consuetudine, alle cene si affiancheranno alcuni eventi speciali: il 16 maggio al Castello di Morcote con la serata Déjeuner au Château; il 18 maggio al Seven di Lugano con Una serata in rosa tutta al femminile e il 21 maggio con una serata lounge dedicata ai più giovani, replicata il 21 maggio al Lido Bar di Lugano.
Un’ottima occasione per conoscere il meglio del Canton Ticino, dalle bellezze del paesaggio alle bontà della tavola!

domenica 18 gennaio 2015

COLORE, SAPORE, ARTE: WASHOKU, UNA FILOSOFIA DI VITA




Il Giappone non è semplicemente un Paese. 
E’ un modo di vivere. Una filosofia, un sentimento, un atteggiamento grato e rispettoso nei confronti della Natura e dell’essere umano in quanto parte integrante della Natura stessa.
Quest’attitudine gentile alla vita si esprime anche in cucina e a tavola, perché cucinare e mangiare per un Giapponese non è questione di sopravvivenza ma di armonia con il mondo che ci circonda.
Dimentichiamo per un attimo i ristoranti di Sushi e Sashimi che fioriscono e dilagano ormai ovunque e concentriamoci, piuttosto, su quello che è l’anima della cucina giapponese, chiamata Washoku.
Washoku significa arte, cultura, condivisione. E’ una pratica sociale dalle radici antichissime, ereditata e tramandata, che si fonda su capacità, manualità, modi di preparare e di consumare il cibo profondamente legati al rispetto della materia prima. Spirito e sensi allacciano un dialogo armonioso che utilizzala grammatica della Natura, un dialogo cadenzato dai colori delle stagioni che si alternano sulle tavole riflettendo un piacere estetico e contemplativo, prima ancora che gustativo. L'attenzione per l'equilibrio è quasi ossessiva nel Washoku e il risultato di tanta precisione è una cucina tanto sensuale quanto spirituale.
La ricchezza di valori racchiusa nel Washoku è stata riconosciuta anche dall’Unesco che, nel 2013, ha eletto la cucina giapponese degna della sua lista, quale patrimonio culturale da tutelare e tramandare.
Il massimo dell’espressione del Washoku si ha durante la celebrazione del Nuovo Anno: un tripudio di piatti ricamati come preziosi merletti, in cui cereali, carni, pesci, ortaggi, fiori e foglie elevano all’ennesima potenza la propria esuberanza, esaltata dall’arte sopraffina di cuoche e cuochi in grado di alternare cotto e crudo con un’eleganza che sdilinquisce. 
E’ come se, grazie all’abile mano umana, gli elementi naturali riprendessero vita nei piatti, spiritualmente risvegliati dal tocco delicato delle bacchette, magico conduttore del gusto alle labbra. Il piacere del profumo e del sapore sopraggiunge solo quando lo stupore degli occhi cede al desiderio del palato, obbedendo tuttavia a gesti ritualici lenti e ponderati.
Per noi occidentali il rischio di banalizzare il Washoku a pura piacevolezza dei sensi o, peggio, a moda e mondanità, è prepotente. Ma se agli appetiti più superficiali aggiungiamo un pizzico di curiosità nei confronti di una Cultura culinaria tanto seducente, ecco che allora possiamo arricchire anche le nostre conoscenze, oltre alle nostre pance.

In linea con il raffinato minimalismo nipponico, potremmo dire che l’anima del Washoku si basa su 5 colori, 5 sapori e 5 modi di cucinare.

I 5 colori riflettono gli elementi della Natura e lo scorrere delle stagioni. Sono il rosso “aka” (frutti, ortaggi, fagioli e il riso aka-jiso o yukari); il verde “ao” (ao in giapponese significa sia verde sia blu: vegetali, erbe, alghe e alcuni pesci tra cui le sardine, o ao-zakana); il giallo “ki” (frutti, verdure, uova, cereali e noci. Alcuni cibi vengono colorati naturalmente di giallo grazie alla gardenia, o “kuchinashi no mi”); il bianco “shiro” (riso e cerali, semi e tuberi, tofu e latte di soia, carni bianche e alcuni pesci delicati, shiromi-zakana); il nero “huro” (alghe nori, funghi shiitake, soia e fagioli neri e semi di sesamo).
I 5 sapori, o fragranze, sono il salato “kan” (sale, salsa di soia e miso); l’acido “san” (aceto, limone e fragranze fermentate); il dolce “kan” scritto diversamente dal kan salato (zucchero, mirin, miele e mizu ame); l’amaro “ku” (caffè, te, erbe e vegetali chiamati sansai); il piccante “shin” ( wasabi, karashi e togarashi). Il sapore di umami meriterebbe un discorso a parte, anche se ormai anche in occidente è riconosciuto e non è più così misterioso!
Infine, i 5 modi di cucinare sono il crudo “nama” (sushi e sahimi ma non solo); il “bollire lentamente” “niru” (letteralmente “niru” traduce una lenta immersione di diversi ingredienti in acqua in ebollizione. Il risultato sono straordinarie zuppe dai vari sapori e colori, arricchite da un’acqua naturalmente ricca di minerali); il grigliato “ageru” (tradizione presa in prestito da Cina e Corea di cui “tempura” è l’espressione più nota anche a noi, insieme al “agemono”); al vapore “musu” (la cucina a vapore, detta anche “wan mono” dal coperchio utilizzato, si pratica direttamente a tavola e si presta alla maggior parte dei prodotti lasciandoli intatti nelle virtù e nei sapori).

Consapevole dell’insufficienza di queste righe per trasmettere tutta la ricchezza del Washoku, mi riprometto di tornare in futuro a raccontare frammenti dell’anima del Giappone. Magari dopo averlo visitato e aver finalmente saziato i miei occhi perdutamente innamorati di questo Paese dalla profonda spiritualità … anche a tavola!

martedì 18 novembre 2014

LA CUCINA E' ARTE?


Filosofia della passione culinaria


“La cucina è un linguaggio mediante il quale si può esprimere armonia, creatività, felicità, bellezza, poesia, complessità, magia, humor, provocazione, cultura.”
Questo è il preludio alla Sintesi della cucina di elBulli, rivoluzionario ristorante spagnolo pluristellato reso leggendario dallo chef catalano Ferran Adrià. E questo primo punto della Sintesi, pubblicata ufficialmente nel 2006, rappresenta concettualmente la partenza, lo snodo e l’arrivo di un saggio fresco di stampa, tanto originale quanto ambizioso, titolato “La cucina è arte?”, di Carrocci Editore, scritto da Nicola Perullo, professore di estetica e bravo scrittore.
Da una domanda apparentemente semplice nasce un saggio che propone una risposta assolutamente non convenzionale, attraverso un percorso tentacolare, in equilibrio tra estetica, storia, antropologia e gastronomia. Come un funambolo del pensiero, Perullo s’incammina in una riflessione articolata che trae sostegno in punti fermi assai autorevoli: da filosofi come Kant e Adorno, a letterati come Goethe e Schiller, a teorici del gusto come Alexandre Grimod e Brillat-Savarin, fino ai grandi chef del panorama contemporaneo come Massimo Bottura e Ferran Adrià, appunto. Ma questo è solo un assaggio di un appetitoso ‘menù concettuale’ molto ricco, volto a scoprire se e quando la cucina è davvero arte. E se sì, quando non lo è.
Ne risulta un dibattito aperto che accompagna il lettore lontano: lontano nel tempo passato tra i convivi dell’antica Grecia e gli animati banchetti medievali, e lontano nello spazio geografico, toccando punti estremi dell’universo gastronomico attuale, come il ristorante psichedelico di Paul Pairet Ultraviolet a Shangai o il teatro ‘transmediatico’ Il Sogno dei fratelli Roca di el Celler de Can Roca di Girona. Tutto questo viaggio concettuale per rispondere a una domanda apparentemente tanto semplice: la cucina è arte?
La risposta di Perullo, giustificata in nove tesi, è in sintesi questa: la cucina è un’arte storicamente determinata, che si manifesta grazie a tecniche (per i Greci téchne era l’arte), manualità, conoscenze, capacità immaginative e soprattutto persone, quelle che in squadra, tutte insieme, contribuiscono a realizzare un progetto che possegga un’eleganza gastronomica. Un’arte che non risponde, quindi, solo al piacere dell’occhio, alla pura estetica visiva, né si esprime come rappresentazione eccezionale e spettacolare in antitesi alla dimensione più intima del quotidiano, del focolare domestico, materno. Una pizza o una pasta e fagioli possono diventare opere d’arte! L’arte culinaria si misura piuttosto attraverso la grammatica dell’emozione gustativa e giostra tra l’apprezzamento del noto, dei sapori affettivamente cari e vissuti, e la fascinazione del nuovo, dell’inatteso, del trasgressivo. In questo senso, ogni palato trova la sua cucina, la sua opera d’arte, come fosse un’affinità elettiva indipendente dal grande chef che ha diretto l’orchestrazione gustativa.
A proposito, vi siete mai chiesti perché il palcoscenico gastronomico internazionale pullula di stelle maschili in toque blanche divinizzate e manca di altrettante evidenze femminili?
Per scoprirlo leggete il saggio di Perullo. Un solo avvertimento agli amanti di banali ricettari e della letteratura gastronomica usa e getta: astenetevi, questo è un libro a regola d'arte.

sabato 15 novembre 2014

BACCANO, IL SAPORE DEL CLAMORE


RISTORANTE • COCKTAIL BAR • BISTROT • BAR A HUITRES


Elegante ma sobrio. Raffinato ma senza arie. Estremamente affascinante, con quell’aria un po’ retrò, un po’ bohemienne, un po’ newyorkese. Insomma, è stato amore a prima vista!
“Lui” è il Baccano, ristorante nel cuore di Roma che, a dispetto della collocazione attira-turisti, è un punto di ritrovo e di ritorno anche di quei romani doc che riconoscono nella buona cucina l’autentica ospitalità capitolina.
“Baccanum” dal latino, “clamore” e non rumore. Il clamore brioso di un crocevia, a due passi da Fontana di Trevi, in Via delle Muratte. E’ qui, splendidamente collocato in un palazzo di fine ‘800, che il Baccano dà appuntamento agli avventori. Dietro l’aspetto intrigante dal sapore francese, si svela la vera anima del locale: la cucina. Una cucina basata sulla tradizione italiana con le paste fatte in casa, oli di primissima scelta, pomodori di qualità, mozzarella di bufala campana …  Senza tralasciare i prodotti del godurioso Banco della Gastronomia che si sdilinquisce in un tripudio di salumi, formaggi italiani e francesi, senza trascurare prodotti esteri più ricercati, come il salmone scozzese Lock Fine, foie gras e ostriche.
Baccano, dunque, seducente e retrò, cosmopolita e regionale, ideale per un brunch con gli amici, una cena romantica o un dopocena audace. Lasciarsi conquistare dall’atmosfera accattivante è facile: una volta seduti al tavolino, ci si sente trasportati indietro negli anni di inizio secolo scorso, magari  accanto a Brigitte Bardot o Serge Gainsbourg: stucchi, mosaici, specchi e legno scuro, antichi ventilatori al soffitto, tavolini in legno e divanetti in pelle rossa, illuminazione calda e musica avvolgente, ogni giorno fino a tarda notte. E se non fosse per il personale sempre puntuale e sorridente ci si dimenticherebbe di essere lì per … mangiare!
Il padrone di casa, Fabio Casamassima, accoglie gli ospiti e si mescola a loro con disinvolto piacere, quasi a voler gustare insieme agli avventori l’accoglienza del suo locale. 
Capo Sommelier e Direttore all’Enoteca Ferrara, ha fatto della sua passione – il vino – una professione, affinando negli anni le proprie esperienze e capacità di assaggio con i “grandi” del vino: da Paolo Poli a Carlo Ferrini e Daniele Cernilli. Casamassima ha trasformato il Baccano in un tempio del gusto, un tempio senza tempo, dove ci si sente a casa e per questo sempre ci si ritorna. Se la cucina conquista con un menù tanto vario quanto ricercato – dalle alici fritte, alle tartare di pesce e carne, ai primi tradizionali romani, al Gran Crudo con crostacei da svenimento, fino ai dessert che sono una vera e propria dichiarazione d’amore alla gola – è con la carta dei vini che il Baccano conquista il pubblico romano e internazionale. Oltre 200 etichette, con una predisposizione particolare per i vini naturali e per i piccoli produttori laziali, orgoglio spesso poco conosciuto nel resto del nostro Paese. Una selezione decisamente italiana con una buona presenza di tutte le eccellenze del territorio: Grandi Vini e Champagne alla portata di tutti, anche per un ultimo brindisi a tarda notte consumato al banco, possibilmente in buona compagnia!

Oltre al solito tavolino in fondo alla sala, che ormai mi attende ogni volta che ci torno, sono altri due gli appuntamenti per me imperdibili quando sono al Baccano: quello con un olio e quello con un vino. 

Olio Torretta
Il Frantoio Torretta, che deve il nome alla località in cui sorge, oggi produce più tipologie d’olio, dalle etichette differenti ma di uguale eccellenza: il Diesis Dop Colline Salernitane, fruttato e leggermente piccante al palato, il Dedalo Dop Colline Salernitane, dal sapore piacevolmente amaro e il Dione Extra Vergine di Oliva Torretta elegante e delicato come il nome che porta. Una carezza sopra una tartare di tonno o un’insalata di puntarelle!

Vino Moro di Carpineti
Alle pendici dei Monti Lepini, a Cori - antica cittadina laziale del IV secolo a. C, una cinquantina di km a sud di Roma - fiorisce e cresce solida l'azienda Marco Carpineti. Dal 1986 Marco, spinto da autentica passione e dal desiderio di salvaguardare un ambiente intatto, prende in mano le redini dell’azienda di famiglia e la rivoluzione più rilevante è rappresentata dall’adozione dei metodi di agricoltura biologica. Nasce così il mio preferito, il Moro: un vino sublime, dal colore giallo paglierino con riflessi ramati, profumo di pesca e mandorla, tenui note vegetali di fieno tagliato e felce. Sapore corposamente armonico e sapido, che prelude a note minerali, perfetto con il Gran Crudo di pesce e crostacei, piatto principe del Baccano!

sabato 19 aprile 2014

“ER COMINCIO DE LI MARITOZZI”



Ogni volta che vado a Roma imparo qualcosa. Anche a tavola.
Per esempio, fino a ieri non conoscevo la lunga storia che accompagna uno dei dolci più comuni qui - il Maritozzo – un soffice panino ovale, dorato e profumato, spesso ripieno di panna, tanto goloso nell’aspetto quanto curioso nel nome.
Ebbene, ho scoperto che l’origine dei Maritozzi risale alla tradizione popolare nell’antica Roma di rendere più prezioso il semplice pane grazie all’aggiunta di un tocco di fantasia e di ingredienti dolci, come il miele, l’uva passa, la marmellata o la frutta secca, soprattutto in occasione di certe festività religiose.
Quest’usanza s’è protratta per secoli e nel Medioevo questi piccoli panini dolci e nutrienti servivano in particolare a rendere più sopportabile la dovuta astinenza durante la Quaresima, periodo al quale sono poi sempre rimasti associati.
Il nome attuale, spregiativo popolaresco di marito, si diffuse nell’Ottocento quando, secondo un’usanza popolare, nel periodo della Quaresima, esattamente il primo venerdì di marzo, quale antesignano di San Valentino, i fidanzati usavano offrirne uno alle future spose, in segno di corteggiamento e di invito a scambi d’altre dolcezze. Quei maritozzi, a differenza di oggi, avevano una particolarità: la loro forma era ispirata in maniera molto esplicita a Priapo, stuzzicando appetiti che volevano andare ben oltre quelli della gola! Questi ‘dolci falli’ divennero poi ovali e alla foggia eroticamente allusiva sostituirono un’altra intima sorpresa, decisamente più romantica: all’interno dell’impasto celavano spesso un anello o un piccolo gioiello, ragion per cui talvolta erano modellati a forma di cuore e guarniti con bianche colombelle di zucchero.
In tempi più recenti, quando ancora i negozi non erano stati colonizzati da centinaia di merendine industriali, il Maritozzo rappresentava per il bambino romano l’oggetto del desiderio capace di soddisfare con genuina bontà la golosità infantile. Questo dolce era così ambito e diffuso che un poeta romano ottocentesco, Adone Finardi, gli dedicò un poemetto dal logorroico titolo: “Er viaggio der cavajer Ojo a Roma cor su scudiere Sale Magnatutto o per dì mejo er fine der comincio de li maritozzi”:

Prese fiore, pignoli e passerina,
zucchero, cannito e zibibbetto,
acqua e levito; e in quanto a la cucina
si servitte del forno e legno schietto;
impastò, cicinò; da Mari e Tozzi
je dette er nome poi de Maritozzi:
ed ecco come questi principi orno
che poi a nuantri vennero passati
da nonno, da bisnonno e arcibisnonno;
e da quer giorno furno sempre usati
da fasse a la Quaresima d’ogn’anno
giorno che de quei re finì l’affanno.
La storia ecchene quane spifferata
Come li maritozzi so nasciuti.

Decine di ricettari raccontano le infinite varianti dei Maritozzi, da quelli fini e glassati a quelli ordinari, da quelli al burro a quelli all’olio, da quelli ripieni alla panna a quelli con l’uvetta. Ma la ricetta originale eccola qua, pescata tra le pagine di un libro delizioso tutto dedicato alla romanità a tavola, “Er mejo de la cucina romana” di Lajla Mancusi Sorrentino:

Ingredienti
250 g di farina bianca
3 cucchiai di zucchero
1 uovo
30 g di zibibbo
20 g di pinoli
40 g di scorze d’arancia candite
1 dado di lievito di birra
mezzo bicchiere d’olio extravergine d’oliva
sale

Preparazione
Impastare a lungo il dado di lievito con 50 g di farina, un uovo, un cucchiaio d’olio e un pizzico di sale. Coprire l’impasto e farlo lievitare in luogo tiepido. Metterlo poi sulla spianatoia e amalgamarvi il resto della farina, lo zucchero, 50 g  d’olio, un pizzico di sale e poca acqua tiepida per ottenere un impasto piuttosto morbido. Lavorarlo a lungo, incorporarvi lo zibibbo fatto rinvenire in acqua tiepida, strizzato e infarinato, i pinoli e la scorza d’arancia candita. Dividere infine la pasta in pezzi grandi come un uovo, formando dei panini ovali (o come piace a voi!) allinearli su una teglia unta, coprirli con un tovagliolo e farli crescere finchè, gonfiandosi, avranno raddoppiato il loro volume. Cuocerli in forno già caldo a 200 gradi per una decina di minuti, quando saranno dorati spennellarli rapidamente con uno sciroppo ottenuto facendo bollire un paio di minuti 2 cucchiai di zucchero con uno d’acqua. Rimettere i Maritozzi così spennellati in forno per altri 2 minuti affinchè la glassa asciughi. Dopo di che saranno pronti a deliziarvi!
Il massimo, naturalmente, sarebbe gustarli direttamente a Roma, possibilmente in compagnia di un bel romano Doc.!