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martedì 18 novembre 2014

LA CUCINA E' ARTE?


Filosofia della passione culinaria


“La cucina è un linguaggio mediante il quale si può esprimere armonia, creatività, felicità, bellezza, poesia, complessità, magia, humor, provocazione, cultura.”
Questo è il preludio alla Sintesi della cucina di elBulli, rivoluzionario ristorante spagnolo pluristellato reso leggendario dallo chef catalano Ferran Adrià. E questo primo punto della Sintesi, pubblicata ufficialmente nel 2006, rappresenta concettualmente la partenza, lo snodo e l’arrivo di un saggio fresco di stampa, tanto originale quanto ambizioso, titolato “La cucina è arte?”, di Carrocci Editore, scritto da Nicola Perullo, professore di estetica e bravo scrittore.
Da una domanda apparentemente semplice nasce un saggio che propone una risposta assolutamente non convenzionale, attraverso un percorso tentacolare, in equilibrio tra estetica, storia, antropologia e gastronomia. Come un funambolo del pensiero, Perullo s’incammina in una riflessione articolata che trae sostegno in punti fermi assai autorevoli: da filosofi come Kant e Adorno, a letterati come Goethe e Schiller, a teorici del gusto come Alexandre Grimod e Brillat-Savarin, fino ai grandi chef del panorama contemporaneo come Massimo Bottura e Ferran Adrià, appunto. Ma questo è solo un assaggio di un appetitoso ‘menù concettuale’ molto ricco, volto a scoprire se e quando la cucina è davvero arte. E se sì, quando non lo è.
Ne risulta un dibattito aperto che accompagna il lettore lontano: lontano nel tempo passato tra i convivi dell’antica Grecia e gli animati banchetti medievali, e lontano nello spazio geografico, toccando punti estremi dell’universo gastronomico attuale, come il ristorante psichedelico di Paul Pairet Ultraviolet a Shangai o il teatro ‘transmediatico’ Il Sogno dei fratelli Roca di el Celler de Can Roca di Girona. Tutto questo viaggio concettuale per rispondere a una domanda apparentemente tanto semplice: la cucina è arte?
La risposta di Perullo, giustificata in nove tesi, è in sintesi questa: la cucina è un’arte storicamente determinata, che si manifesta grazie a tecniche (per i Greci téchne era l’arte), manualità, conoscenze, capacità immaginative e soprattutto persone, quelle che in squadra, tutte insieme, contribuiscono a realizzare un progetto che possegga un’eleganza gastronomica. Un’arte che non risponde, quindi, solo al piacere dell’occhio, alla pura estetica visiva, né si esprime come rappresentazione eccezionale e spettacolare in antitesi alla dimensione più intima del quotidiano, del focolare domestico, materno. Una pizza o una pasta e fagioli possono diventare opere d’arte! L’arte culinaria si misura piuttosto attraverso la grammatica dell’emozione gustativa e giostra tra l’apprezzamento del noto, dei sapori affettivamente cari e vissuti, e la fascinazione del nuovo, dell’inatteso, del trasgressivo. In questo senso, ogni palato trova la sua cucina, la sua opera d’arte, come fosse un’affinità elettiva indipendente dal grande chef che ha diretto l’orchestrazione gustativa.
A proposito, vi siete mai chiesti perché il palcoscenico gastronomico internazionale pullula di stelle maschili in toque blanche divinizzate e manca di altrettante evidenze femminili?
Per scoprirlo leggete il saggio di Perullo. Un solo avvertimento agli amanti di banali ricettari e della letteratura gastronomica usa e getta: astenetevi, questo è un libro a regola d'arte.

martedì 18 marzo 2014

“I CARRACCI”, DOVE IL BUON GUSTO SI FA OPERA D’ARTE


Arte & Sapori

Al Ristorante del Grand Hotel Majestic già Baglioni di Bologna l’appetito vien guardando



Accomodarsi a tavola sotto l’impeto di Zeus che, con la sua guizzante saetta, punisce impietoso il figlio di Apollo è un’esperienza imperdibile per chiunque ami l’arte, la cucina e la seduzione dei sensi. Il Mito di Fetonte, celebre affresco dei fratelli Carracci risalente al Cinquecento, è solo una delle preziose opere che incorniciano un salone unico per eleganza e stile, anticipando le delizie dell’arte culinaria con quelle dell’arte pittorica.
Coccolare il gusto prima con la bellezza poi col sapore è uno dei segreti del Ristorante I Carracci, goloso scrigno custodito nell’Hotel*****L  Majestic di Bologna, teatro di storia, cultura e mondanità, sotto la sapiente direzione del General Manager Tiberio Biondi. Il soffitto della sala somiglia a una spaziosa volta, animata da figure e colori messi in opera dai fratelli Annibale, Agostino e Ludovico i quali certo non pensavano che, un dì molto lontano, un ristorante avrebbe preso il loro cognome. Le decorazioni sovrastano l’ampia sala donandole un respiro scenografico regale, in cui gli ospiti (70 i posti a sedere) vivono la sensazione di essere i protagonisti d’un tempo che fu.
Il servizio impeccabile e l’eccellenza gastronomica sono gli altri due segreti de I Carracci che da sempre sposa la tradizione culinaria locale con le creazioni più inventive internazionali, senza mai tradire la filosofia della propria personalità. “E’ importante far conoscere i piatti che hanno reso famosa la cucina di Bologna in tutto il mondo” afferma con giusto orgoglio l’Executive Chef marchigiano Giacomo Galeazzi e siccome personaggi da tutto il mondo da sempre passano qui, la cucina bolognese è finita – letteralmente e felicemente – sulla bocca di tutti. I menu sono ispirati agli affreschi “Le quattro stagioni” e sfruttano essenzialmente i prodotti di stagione che, come in un dipinto, compongono di volta in volta piatti di carne, pesce e vegetariani. Tra le ricette più richieste ideate dallo Chef Galeazzi insieme alla sua squadra di talenti, sono: il Salmone marinato al tè nero affumicato con cetrioli yoghurt e composta di cedro; la Battuta di carne cruda al coltello, la cosiddetta Fassona piemontese, con tartufo scorzone, sedano e zabaione freddo al parmigiano; le Tagliatelle fatte in casa con ragù, ovviamente alla bolognese; e la Ricciola in due cotture con battuta di melanzane, peperoni arrosto e finocchietto.
Ad ognuno il suo piatto preferito, dunque, così come per il vino. Perché in un Ristorante come I Carracci non poteva mancare una storica Cantina dedicata a uno dei maggiori pittori bolognesi del ‘900, Giorgio Morandi. Anch’essa cinque stelle lusso, la Cantina Morandi non è solo custode di celebri etichette nazionali e internazionali ma è anche location suggestiva dove assaporare il meglio delle antiche tradizioni bolognesi in un’atmosfera amichevole e informale. Imperdibili per chiunque volesse sorseggiare l’eccellenza della Romagna, sono i vini di Umberto Cesari che ha portato il Sangiovese al massimo della sua espressione.
Una cena a I Carracci merita d’essere coronata con una sosta panoramica sulle Terrazze del Grand Hotel Majestic, perfette durante la bella stagione per piccoli raffinati ricevimenti, cene Vip, o semplicemente incontri romantici a due, dove complice dell’intimità è la vista sulla Torre dei Conoscenti o Torre Ritrovata, nel cuore di Bologna.
Il Giardino d’inverno con i suoi ariosi tromp-l’oeil e il Caffè Majestic completano l’opera, bella e golosa dall’inizio alla fine. Un’opera degna di Zeus!
E per chi visitasse Bologna dall’8 febbraio al 25 maggio, a Palazzo Fava (a due passi da I Carracci) potrà ammirare la “Ragazza con l’orecchino di perla”, celebre capolavoro di Vermeer dall’intramontabile misterioso fascino. Per l’occasione, lo Chef Galeazzi e il Barman Shanti Medici proporranno creazioni con piatti e cocktail esclusivi ispirati alla mostra.

martedì 12 novembre 2013

UN TUFFO NEL CIELO STELLATO DI VENEZIA


Da roccaforte industriale a gioiello architettonico della Giudecca, l’Hotel Hilton Molino Stucky Venice trasforma la storia in arte e la tradizione in eleganza



“Venezia, metà donna, metà pesce, è una sirena che si disfà di una palude dell'Adriatico.”
Così scriveva, con tocco immaginifico, Jean Cocteau nel ‘37. Questo simbiotico intreccio tra creatura femminea e acquatica nasce non solo dalla naturale compenetrazione di Venezia con il mare ma anche dalla fisionomia geografica: visto dall’alto, il profilo lagunare somiglia infatti a quello di un pesce. Ne emerge una Sirena che, con seducente sensualità, innamora il viandante di passaggio. L’acqua è l’anima di Venezia, le scivola dentro e la circonda, come a volerla abbracciare e proteggere, strappandola e donandola al tempo stesso alla terra. La città è un labirinto di corridoi e salotti, dove si cammina sempre dentro senza essere mai veramente fuori. Il gioco di calli, campi e campielli prende per mano, e forse anche un po’ in giro, come fosse sempre carnevale. Uno degli argomenti più attraenti di Venezia è lo sposalizio tra arte e storia che invita il turista al piacere non solo estetico ed estatico ma anche culturale e intellettuale. La chiese e i palazzi affacciati sui canali raccontano infatti secoli di avventure, conquiste e vittorie, rendendo Venezia la Sirena più attraente del Mondo.

L’isola della Giudecca e l’antico Mulino
Uno degli storici palazzi veneziani era, in origine, un magnifico mulino per macinare il grano. Oggi è l’Hotel Hilton Molino Stucky Venice che, con il suo glorioso passato, valorizza la bella Isola della Giudecca, la più grande della città lagunare. “Giudecca”, in dialetto istriano, indicherebbe il mestiere di conciare le pelli ma il termine rimanda anche al concetto di “giudicato”, sentenza con cui nel IX secolo la Repubblica attribuiva i terreni a nobili esiliati.
Storicamente la Giudecca fu sede di conventi e oasi di villeggiatura della nobiltà veneziana. Fulcro di un vivace fermento culturale, l’Isola fu anche palcoscenico di molti eventi mondani animati da personaggi eccentrici come Giacomo Casanova, Wolfgang Goethe e Lord Byron. Con l’avvento dello sviluppo industriale, la Giudecca venne colonizzata dalla famiglia Stucky con i suoi ambiziosi progetti industriali, tra cui il Molino con il suo pastificio.
Oggi, grazie al “Progetto Giudecca”, l’isola è un simbolo non solo culturale ma anche architettonico, grazie alla saggia reinterpretazione del passato armonizzato con il presente.

L’Hotel Hilton Molino Stucky Venice
E’ il gioiello dell’isola. Il primo progetto del Molino risale al 1884 per volontà dell’industriale svizzero Giovanni Stucky. Dopo numerosi e successivi ampliamenti, il pastificio famoso per la Superpasta Stucky, raggiunse 30.000 mq di superficie con una produzione di 50 tonnellate di farina al giorno, dando un contributo decisivo all’economia di Venezia. Con i conflitti mondiali e l’incalzare della concorrenza, il Molino s’è avviato al declino fino alla cessazione dell’attività fino a che il Ministero per i Beni Culturali non l’ha resuscitato in un maestoso complesso alberghiero.
L’attuale Hotel cinque stelle, inaugurato nel giugno del 2007, è frutto del sapiente restauro di 13 edifici dell’antico Molino di cui conserva negli arredi interni suggestive tracce. Questo moderno capolavoro veneziano, simbolo della città lagunare, coniuga mirabilmente intimità e spazio, boiserie e luminosità, un’armonia architettonica che culmina nella torre neogotica a due passi dal cielo. Pur essendo un’oasi di pace, l’Hotel è raggiungibile in soli 30 minuti di barca dall’aeroporto Marco Polo e 15 dalla stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia, ed è vicinissimo alle vetrerie di Murano.
L’Hotel Molino Stucky Venice offre 379 camere di diverse tipologie in un crescendo di eleganza: dalle Guest Room alle Junior Suite, fino alle 5 Tower Suite. Il top è rappresentato dalla Presidential Suite, alla sommità della torre, una vera nicchia di lusso con accesso privato, che accoglie le opere pittoriche dell’artista Marco Nereo Rotelli.
L’Hotel vanta il più ampio e moderno centro congressi di Venezia che, con una superficie complessiva di 2.600 mq, gli ha valso due premi per miglior Conference Hotel in Europa e in Italia. Un’invitante piscina all’ultimo piano e un centro Spa completano l’accoglienza, insieme naturalmente ai 5 Ristoranti e Bar: Aromi, Il Molino, Bacaromi, Rialto Bar & Lounge,
SkyLunch Pool Restaurant e l’imperdibile Skyline Rooftop Bar, all’ottavo piano. Lo Skyline è uno dei locali più cool d’Italia, premiato dal Gambero Rosso tra i Migliori Bar del nostro Paese. Attrattiva del locale, oltre al cielo stellato che nei notturni veneziani fa da contraltare alle luci della laguna, sono i cocktail del barman Riccardo Semeria, reduce di una lunga esperienza nei locali più eleganti del mondo. Altra chicca dell’Hotel è la Piazzetta Nutella, uno spazio gourmet allestito in un arioso campiello, dedicata alla crema spalmabile più amata al mondo.
Uno dei segreti del crescente successo dell’Hilton Molino Stucky Venice è senza dubbio la sua gestione. Il General Manager Alessandro Cabella, al rigore di un’oculata gestione dal respiro internazionale, sposa grande sensibilità e rispetto per le persone che con lui collaborano. Quest’armonia di squadra fa dell’Hotel una grande famiglia e infonde all’ospitalità un particolare calore, apprezzato sia dai turisti stranieri sia da quelli italiani. In vista del nuovo anno e dell’Expo 2015, la Direzione ha in programma nuove ambiziose sfide per far sì che l’Hilton Molino Stucky Venice brilli di stelle sempre più lucenti.



Il Ristorante Bacaromi
Il “bàcaro” è la tipica osteria veneziana dove, anticamente, si consumavano semplici spuntini insieme a un calice di buon vino (la cosiddetta”ombra”, dall’abitudine di seguire l'ombra del campanile per proteggere il vino dal sole, quando ci si riuniva nei campielli).
Il Ristorante Bacaromi dell’Hotel Hilton Molino Stucky Venice, con un design contemporaneo dall’appeal accattivante, interpreta quest’antica tradizione. La cena, servita anche sulla terrazza, ripercorre i sapori tipici della cucina veneziana, con una scelta attenta delle più gustose proposte gastronomiche locali. E’ questo il concept innovativo del Bacaromi: la Cicchetteria Veneziana che attrae non solo i numerosi ospiti stranieri ma anche i veneziani fedeli ai sapori autentici.
L’atmosfera accogliente del Bacaromi abbraccia non appena varcata la soglia. Gli arredi e le decorazioni vintage si armonizzano con il pavimento mosaicato e ogni dettaglio pare narrare la storia della Venezia che fu. Il tutto presentato all’insegna del glamour e della modernità: i tavoli e le sedie sono del noto architetto Paolo Lucchetta, mentre i cicchetti sono opera dell’Executive Chef Ivan Catenacci, regista di un repertorio gastronomico che stupisce e appaga dall’inizio alla fine. Anche oggi, come un tempo, l’ombra – ovvero il vino - è protagonista al Bacaromi e ogni etichetta proviene rigorosamente dal Triveneto, imbottigliata direttamente dalla damigiana. I cinque cicchetti tipici e i piatti creati dall’Executive Chef compongono il menù rilegato in sughero, scritto in dialetto veneziano e in lingua inglese, menù che giostra dal Fritto Misto alla Pasta e Fasoi.
“L’apertura del Bacaromi è un’ulteriore testimonianza del nostro impegno a rivisitare l’offerta food&beverage del nostro Hotel, nel segno della gastronomia e del design contemporaneo” - sottolinea con soddisfazione il General Manager Alessandro Cabella - “Partendo dalla base della tradizione, ci divertiamo a reinventarla, proponendo piatti classici della cucina locale ed esaltando i prodotti della nostra terra.”

lunedì 3 settembre 2012

La vendetta del piacere




Mangiare è una questione molto intima. Ha a che fare con l’istinto primario della sessualità e le sensazioni di piacere trasmesse dal cibo utilizzano lo stesso linguaggio della sensualità e dell’erotismo, in cui tutti i sensi dialogano all’unisono. Spesso si sottovaluta l’antica animalità che ci porta ad apprezzare un piatto, perché siamo addomesticati dalla civiltà. Abbiamo perso l’abitudine a toccare, leccare, annusare e persino ascoltare un cibo, anestetizzati dalla dimensione formale, sociale e conviviale del pranzo, diventando così sempre più sordi all’alchimia dei sensi.
Dimentichiamo per un attimo la forma e concentriamoci sull’essenza. Ecco, una cena ben congeniata dovrebbe essere, a mio parere, come una sinfonia. Un lento crescendo, che sboccia con note soavi per solleticare progressivamente i sensi e che fiorisce nei delicati arpeggi di un intermezzo, per culminare con la trionfale fanfara del piatto principe, e sfumare, infine, nei morbidi accordi del dessert. Procedere così, condividendo possibilmente il pasto con una complice compagnia, è un po’ come far l’amore con stile, senza fretta, lasciandosi sedurre dalle insinuazioni, assaporando le allusioni, arrivando all’estasi con il sospirato fragore, per inabissarsi infine in un amabile e meritato riposo.
C’è un tipo di cibo che, più di ogni altro, risveglia in me questo coinvolgimento primordiale del piacere a tavola. E’ il pesce crudo che, nella sua semplicità, evoca insieme delicatezza e forza. Non sto pensando alla cucina giapponese ora, comunque deliziosa agli occhi e al palato, ma alla nostra, a quella mediterranea, talmente ricca e fantasiosa da poter essere apprezzata anche così: cruda, vergine, … viva!
L’ultima volta che mi è capitato di gustare pesce crudo ‘all’italiana’ è stato pochi giorni fa a Roma, in un ristorante non lontano da Campo de’ Fiori, noto proprio per le sue crudità marine. Una cena memorabile, che ricordo ancora con divertito piacere, soprattutto per la compagnia del caro amico romano che mi ha invitato! Neanche il tempo di accomodarci al tavolo, che adocchio già all’entrata le vittime sacrificali, mentre il mio gentile ospite spera silenziosamente di trovare nel menù qualche cosa di cotto, non condividendo i miei gusti culinari, a suo dire ‘selvaggi’.  In una grande cesta colma di ghiaccio, all’ingresso del locale, fanno bella mostra di sé pesci bellissimi di diverse qualità, colori e grandezza, proprio come al mercato, e tra quelli spiccano dei meravigliosi grappoli di gamberi e ciuffi di scampi di un arancione solare, ancora combattivi e fieri. Gli scampi, con quelle antenne vigili e le tenaglie ancora mobili sembrano tanti piccoli guerrieri intenti a sfidare i potenziali avventori ma, sfortunatamente per loro, tutta questa vitalità li rende ancora più appetibili. Infatti, poco dopo al tavolo, mentre al mio ospite, con sua somma soddisfazione, viene servito un meraviglioso fragolino al forno contornato da teneri anelli di calamari alla griglia, davanti a me si materializza una vera e propria opera d’arte della natura: una decina di quei magnifici crostacei da me scelti pocanzi, stanno semplicemente adagiati su un letto di ghiaccio in un enorme piatto bianco, ritmato da timide fettine di limone, che mettono ancor più in risalto il colore vivace dei carapaci.
Chi ama mangiare il pesce crudo sa bene quanto sia importante che la catena del freddo non s’interrompa, per evitare inconvenienti davvero spiacevoli. La creatura pescata dovrebbe guizzare dal mare direttamente alla cesta del ghiaccio, dal ghiaccio al piatto e, infine, dal piatto alla bocca, concedendo al commensale la sfumatura di tempo sufficiente per pregustare quella primitiva bontà innanzitutto con gli occhi. Proprio come in quest’occasione.
La sensazione è di addentare direttamente la natura e assume una connotazione vagamente perversa, ancora più morbosa quando si tratta di crostacei.  Sarà perché si presentano nel piatto ancora intatti, appena tramortiti nella loro verginale bellezza. Sarà perché, prima di poter infilare in bocca la tenera polpa, occorre afferrarli, meglio ancora con le dita, e sgusciare con cura quei corpi la cui unica colpa è quella di eccitare i capricci di gola di noi umani. Me in questo caso.
Le mani rivelano le nostre intenzioni e il nostro temperamento, anche a tavola. Pulire un gambero o uno scampo è un’operazione cerimoniosa, da svolgere con meticoloso rispetto e pudore. Piccoli gesti che esprimono reverenza nei confronti della creatura sacrificata al palato, quasi a voler agire la violenza con garbo, per sedare il senso di colpa. Almeno così è per me e cerco di spiegarlo al mio ospite seduto di fronte, che mi guarda incredulo, a metà tra il fascino e il raccapriccio, mentre accarezzo con gli occhi le povere creature.
“Assaggia, devi assolutamente provare!” … Vano è il mio tentativo di sedurre l’amico con un primo delizioso gambero rosso, privo di qualsiasi trucco, salsa, condimento o spezia. La creatura resta lì, nuda, brutalmente ferita dalla forchetta, sospesa a metà tavolo per qualche istante, finché scompare definitivamente nella mia bocca voluttuosa. La vitalità del mare si sprigiona e mi delizia, tanto che chiudo gli occhi e con un po’ d’immaginazione mi sembra di annusarne la brezza.  Il concerto dei sensi ha avuto inizio, sento le prime note accendersi in me! Ma ecco che l’estasi viene bruscamente interrotta prima del mio secondo assalto al piatto, perché qualcosa d’inatteso accade. Non uno, bensì due scampi, i più grandi, si sono attanagliati tra loro a ridosso di una fetta di limone in mezzo al ghiaccio e non intendono sciogliersi da quel grottesco abbraccio. Sembravano tramortiti, invece sono ancora maledettamente vivi e questo mi crea grande disagio, perché non m’era mai capitato di trovarmi di fronte a un ‘cibo’ ancora così vivace e bellicoso nel piatto.
“Assassina! Crudele, come puoi?” Gli occhi del mio amico son più eloquenti di ogni possibile parola, mentre io rivolgo i miei alla disperata ricerca del maître perché mi aiuti ad affrontare l’imprevisto. Niente di più normale, evidentemente da queste parti: “Permette signora?” Con nonchalance, davanti ai nostri occhi, il maître pone elegantemente fine al duello con un lesto armeggiare di forchetta e coltello. Un leggero scricchiolio et voilà, gli scampi battaglieri son sconfitti e consegnati alla loro sorte, ovvero a me. Tentenno, ancora incredula, eppure non mi ritraggo dal piatto ora immobile che mi osserva. Afferro un carapace ancora resistente che cede, infine, tra le mie mani, offrendomi la polpa rosa esanime. Il sapore sembra diffondersi in bocca ancor più intenso, più melodioso, più rigoglioso. Somiglia a un bacio, leggero e prolungato! Ma forse è solo l’illusione di assaporare un’anima appena rubata alla vita, non so … Sembra un sortilegio, mi sento crudele eppure è eccitante e non mi sottraggo a quest’attrazione conflittuale del piacere. 
Nessun’altra sorpresa interrompe l’estasi. La cena prosegue tra carezze di sapore e mugolii di piacere che lasciano traccia nell’ammonticchiarsi dei carapaci vuoti, fino ad approdare all’arcobaleno dei sorbetti di frutta. Solo un lieve rimorso affiora ogni tanto qua e là nel mio cuore, rimorso che però annego insieme a sorsi di un vino bianco di Sicilia che sa di sole, riscaldata dalle battute del mio ospite, stuzzicato dal mio evidente godimento.
Beh, dire che la cena sia finita senza sorprese non è del tutto esatto. Infatti, al termine del concerto, il maître (quello senza scrupoli) con la stessa nonchalance di poco prima, adagia il conto sul tavolo con un’espressione beffarda. A quel punto, il mio caro amico si fa tutt’a un tratto pallido, il sorriso gli si spegne addosso, mentre il suo sguardo esterrefatto accende in me il vago sospetto che quella cena rimarrà davvero memorabile e soprattutto … irripetibile!
“Cosa c’è?” gli chiedo.
“Oh, niente – mi risponde con un sorriso forzato – semplicemente … i TUOI crostacei si sono vendicati!”