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martedì 25 agosto 2015

Troppo perfetto

È quasi tempo di ripartire.
E con mia grande sorpresa non mi dispiace del tutto dover tornare a casa. Pare quasi che questo cielo, questo mare, questo vento siano un sublime artificio di una mano invisibile che abbia voluto ingannare la normalità rivestendola con un dipinto a dir poco perfetto. 
Ecco, è tutto troppo perfetto qui per essere vero.
Mi manca la mia scompigliata quotidianità. Alzarmi all'alba assonnata non per salutare il sole che sbadiglia ma perché il lago in silenzio mi chiama. Mi mancano gli svassi, arrivederci cormorani! Mi manca camminare per la mia città, quella che amo, e sbrigare le necessarie faccende con il solito sorriso nel cuore. Mi manca Condividere momenti normali con le persone di sempre con rinnovata eccitazione. 
Ecco, forse dopo tutto non è tutto perfetto qui.
C'è una differenza sostanziale tra questo ritratto del paradiso in Terra e la mia semplice casa lacustre. L'atmosfera che la gente crea. Qui a stento ci si saluta, anche quando i visi si ripetono e si ricalcano e si rincorrono e alla fine si conoscono ... Sembra che qui le persone siano gelose l'una dell'altra e che ognuno vanti un proprio possesso su questo luogo, sia un fazzoletto di sabbia, sia un posto al sole, sia un tuffo di mare. Gelose che questa conquista territoriale possa essere portata via dal nuovo guerriero appena sbarcato. 
A casa, invece, il lago, si sa, è di tutti e non suscita invidie: ci si saluta quando si passeggia lungo i sentieri che lo abbracciano e ci si compiace in un tacito sorriso della bellezza di una Natura che non appartiene a qualcuno ma si condivide con spontanea gioia. 
A casa sento il rispetto per lo spazio, per l'ambiente e per il reciproco vivere. 
E questo mi pare davvero perfetto!

lunedì 1 giugno 2015

Giro di boa



Quella di oggi è una data importante. Importante per me.
E' un giro di boa tanto aspirato, sognato, rincorso ... un traguardo conquistato con ferma volontà ma anche una partenza appena abbozzata, tutta ancora in avventuroso divenire.
Perchè cambiar vita ha anche i suoi costi. 
Significa abbandonare la vecchia strada nota per intraprenderne una nuova, magari tortuosa, a tratti nebulosa.  E non si dice addio alle abitudini senza qualche titubanza, senza qualche piccolo tremore per quel che sarà e che ancora non si sa.
Comunque ce l'ho fatta. Anche grazie a quegli affetti, quelli veri, che non affondano e non arenano ma tengono a galla anche a dispetto delle onde più imprevedibili. Sempre!
La boa è alle spalle ormai ... da oggi posso nuotare dove voglio io!

martedì 24 marzo 2015

QUEL TOCCO UN PO' BRITISH CHE NON GUASTA


LONDRA, UNO SGUARDO OLTRE GLI STEREOTIPI


“Home is where you are” intona una bella canzone.
In effetti, chi ama viaggiare cerca anche questo: il piacere di sentirsi a casa lontano da casa. Il modo migliore per riuscirci è affrontare un viaggio in solitudine oppure in compagnia di chi condivide questo inspiegabile richiamo verso l’ignoto, il nuovo, il diverso, facendolo proprio e diventando, cammin facendo, un camaleonte umano. E’ un’attrazione questa che guida alla scoperta di nuovi scenari, non solo esteriori ma anche interiori, perché i viaggi sono le levatrici delle emozioni e dei pensieri.
Anche quando la meta è una grande città, facile dunque da affrontare perché già nuda, spogliata dalle mani del grande turismo e non più custode di verginali segreti, è possibile intraprendere il viaggio con uno sguardo trasversale frugando dietro le maschere dei banali stereotipi per andare alla ricerca del volto autentico della città.
Così, anche una metropoli come Londra, raccontata in un’infinità di versioni che alla fine trasformano in una cartolina senza vita anche la città più dinamica, può essere colta da punti di vista alternativi. Probabilmente, la prospettiva perfetta da cui partire per affrontare Londra è quella più nascosta eppure essenziale alla sua stessa vita: la metropolitana.


Utilizzare la Tube non è solo il modo più utile per ottimizzare i tempi di visita della città. E’ anche il modo migliore per mescolarsi alla gente che ogni giorno, moltiplicata in migliaia di individui, si riversa nelle viscere della città, come un fiume di formiche ligio al proprio destino. E’ sorprendente la massa imponente di gente che si muove lì sotto, di tutte le razze, di tutte le età, di tutti gli idiomi: un ordine sovrumano sembra dirigere il brulicare umano concertandolo attraverso i labirinti sotterranei che, puntualmente, consegnano ognuno alla propria meta. Lo stesso ordine regna dentro i treni, anche quando traboccano di gente da non poter quasi respirare, anche quando si è costretti in piedi incollati l’uno all’altro, in una paradossale forzata intimità per dei perfetti sconosciuti che condividono solo un tratto di scomoda urbanità. 
Dietro le tante sfumature di pelle, di capelli, di occhi…dietro ogni singolo individuo con la sua patria linguistica e la sua grammatica di sentimenti, vince lo stesso composto silenzio incoraggiato da cuffie e auricolari che incapsulano ognuno dentro un mondo paradossalmente ovattato. Ad osservare questo scenario umano, tanto variegato quanto uniforme, viene naturale parlare sottovoce anche nel trambusto del trasporto. Trasporto che ha origini lontane. Infatti, l’idea di bucare il suolo per far scorrere dei treni sottoterra è nata proprio qui, a Londra, quando nel 1854 il Parlamento autorizzò la Metropolitan Railway Company a progettare un primo collegamento sotterraneo tra Paddington e Farringdon Street, passando per King’s Cross, per ovviare al già imbarazzante traffico della città in superficie. Da allora la rete dell’Underground londinese si è ramificata vertiginosamente e immaginare oggi Londra senza metropolitana equivarrebbe a pensare a un mondo virtuale senza “link”. Tant’è vero che il simbolo stesso della Tube ( Bar&Circle, ovvero il cerchio rosso attraversato da una barra blu con la scritta bianca) è diventato una delle icone dell’identità britannica. Una strategia di marketing ideata dal grafico Frank Pick nel 1908 e tuttora bandiera dell’identity londinese, insieme ai taxi, alle cabine telefoniche e ai bus.
Vista l’importanza della Tube anche per il turista di passaggio, ecco un consiglio pratico: prima di avventurarsi nei meandri sotterranei, o di accedere a qualsiasi altro mezzo pubblico della città (battelli inclusi), è bene procurarsi la Oyster Card: una tessera magnetica ricaricabile con cui pagare ogni accesso ai mezzi.


Dopo aver espugnato le viscere della metropoli ed essersi impadroniti delle sue mappe sotterranee, si è pronti per affrontarla in superficie, dove la gente riaffiora come un dirompente fiume carsico alla ricerca di luce e di aria. Aria tutto sommato pulita e gradevole, nonostante il traffico del centro, alleggerita dai vasti polmoni verdi che generosamente restituiscono ossigeno al cemento. Lo smog soccombe sotto le improvvise zaffate odorose di spezie e di fritto, veicolate qua e là per la città, un invito a fermarsi in uno dei tanti ristorantini asiatici e nordafricani dai seducenti effluvi esotici, o a portarsi con sé una porzione di croccante Fish&Chips da gustare camminando.
Anche in superficie l’impressione è che regni un caos ordinato, come se l’imperativo “to queue” (fare la coda) sia intrinseco nel dna dei londinesi, sia a piedi sia in auto, ma anche dei visitatori che quasi inconsapevolmente vengono contagiati dalla necessità di rispetto e di educazione.


Da Buckingham Palace a Westminster Abbey, dal Big Ben al Tower Bridge il traffico fluisce frenetico e prevedibile allo stesso tempo, colorato dai bus rossi e dai cab neri, dando il tempo agli incerti pedoni stranieri di capir bene da che lato guardare prima di attraversare la strada per non rischiare d’essere investiti. Uno sguardo alla cartina in mano e uno davanti a sé per avvistare la prossima meta da raggiungere: Carnaby Street, Covent Garden, Soho, Chelsea, oppure Hampstead, East End, Brixton,  ….? Pub o ristorante, mostra o musical, tradizione o trasgressione …? Ogni quartiere, ogni locale e persino ogni ora del giorno, a Londra, hanno una propria personalità dove ognuno può trovare corrispondenza con il proprio stato d’animo.
Una volta che ci si è impadroniti dei mezzi pubblici è un gioco espugnare la città in poco tempo, vantando il privilegio di non sentirsi più turisti di passaggio ma gente del posto, camaleonti umani, appunto. Così, si può gustare Londra seguendo il proprio mood: dai solenni musei ai quartieri più trendy, dai palazzi reali ai grattacieli spaziali, dai teatri storici alle gallerie d’arte moderna. 


Ogni angolo, accanto alla storia, vede fiorire un futuro in constante divenire, e lo si nota dalle decine di gru al lavoro un po’ ovunque: l’architettura di questi ultimi anni ha conferito alla città un profilo inatteso, in progressiva evoluzione, soprattutto con il controverso The Shard – il grattacielo partorito dal genio creativo di Renzo Piano - che, come una vertiginosa scheggia di cristallo di 310 metri, fende il cielo quasi a voler graffiare le nuvole alla ricerca di un raggio di sole. Questa monumentale proiezione dell’ambizione umana che sfida le vette della natura conferisce alle notti londinesi uno sfavillante fascino ma anche un nuovo ordine logico allo skyline. 


Così, nel buio, la città assume una nuova veste, instancabile nel suo disinvolto sfilare per il piacere di un pubblico mai stanco di guardare. E dall’altro lato, il London Eye affacciato sul Tamigi fa da contraltare al palazzo di cristallo, ricordando, con il suo pigro roteare, che dopo tutto nell’inesorabile ripetitività quotidiana e nell’apparente ordine domestico c’è sempre qualche cosa di nuovo e inatteso per cui vale la pena vivere.
La stessa sensazione di ritrovata novità la si prova passeggiando per uno degli immensi parchi che inebriano l’aria di Londra – possibilmente la mattina, quando la città appena si risveglia –lontano dalla giostra frenetica della civiltà: Hyde Park, St. James Park, Kensignton Garden offrono un’immersione nel verde che riconcilia il corpo con lo spirito. 


Uno dei parchi più invitante è quello che ospita il Royal Observatory, il Greenwich Park. E’ qui che ha sede il Meridiano Zero: non semplicemente una linea immaginaria convenzionalmente usata per suddividere la Terra in meridiani e paralleli. Ma un concetto partorito dalla mente umana per dare un ordine artificiale all’incommensurabilità della logica naturale, ottenendo un miracolo terreno: misurare il tempo e attribuire ad ogni fetta del pianeta un fuso orario preciso.  


Vale la pena fare una sosta in questo luogo sacro alla scienza, non solo per la bellezza architettonica dell’Old Royal Observatory, che dal 600 è uno dei monumenti più attraenti del mondo, e non solo per visitare il National Maritime Museum appollaiato più sotto nel magnifico verde. Vale la pena venire qui anche per visitare Greenwich Village con la Cutty Sark, imponente nave dell’800 testimone di audaci imprese rimaste scolpite nella storia dei commerci marittimi britannici. Di fronte al piazzale che la ospita, il Canary Warf al di là del Tamigi riassume passato e presente in un affastellarsi di giochi architettonici che custodiscono il mondo finanziario della moderna Londra. Da qui, prima di sfociare di nuovo nella City – con uno dei battelli o con il treno da Cutty Sark Station – si può prolungare il piacere della visita con una sosta in uno dei ristorantini più seducenti della zona. Si trova a Blackheath, poco lontano da Greenwich Village, e si chiama The Suffron Club: un angolo di Asia, dove il meglio della cucina nepalese s’intreccia al meglio di quella indiana, ricreando un’atmosfera di sapori e profumi indimenticabili. Un motivo in più per tornare da queste parti, con la comodità di alloggiare in un Hotel a pochi passi da Greenwich Park: The Clarendon Hotel, affacciato su un morbido prato che riassume tutte le sfumature della tipica campagna inglese, con tanto di scoiattoli e volpi in libertà.


La quiete di questo luogo fa dimenticare in fretta le vette di cristallo della City, con i suoi rivoli di gente che scorrono sottoterra. Tutto sembra immobile, scolpito in un passato laborioso e fiero. Qui le case e persino le persone che le abitano sembrano avere un altro aspetto rispetto all’umana fauna della City. Gli edifici ricordano i quartieri allineati in cui era cresciuto Oliver Twist, intrisi di una malinconica ripetitività, tipica dei romanzi di Charles Dickens. Edifici rivestiti di mattoncini marroni e grigi consumati, con porticine di legno lillipuziane, una fetta di giardino un po’ arruffato e i tetti sbuffanti da cui spuntano tozzi comignoli simili alle mammelle di una mucca capovolte all’insù. Quest’uniformità delle abitazioni sembra ricalcare l’aspetto delle persone, soprattutto dei bambini e dei giovani studenti, educatamente infilati in eleganti divise scolastiche che li trasformano in un piccolo esercito ordinato, unito dalla stessa nobile missione: la conquista della cultura.


Anche questo dignitoso anonimato, dopo tutto, fa parte di Londra: un gigantesco cuore pulsante aperto al mondo e fiero del proprio mondo, inafferrabile nel suo eterno divenire, eppure tentacolare nel suo aggrapparsi a radici storiche profonde e inespugnabili. 
E in questa geografia umana dalle mille sfumature in cammino verso il futuro, in quest’accavallarsi architettonico di tradizioni e di evoluzioni, è facile trovare dietro un’apparente alienazione quell’ordine naturale che ci fa sentire a casa anche lontano da casa. 
Home is where you are. Così, forse, una volta tornati alla  consuetudine domestica – quella della nostra vera casa - ci verrà spontaneo ripensare con piacere a quei luoghi comuni che etichettano gli inglesi in facili stereotipi, dietro cui tutto sommato albergano alcune profonde verità. Sarà naturale, allora anche per noi, prestare attenzione al “gap” scendendo dal treno in metropolitana, guardare prima a destra quando si attraversa la strada e obbedire pazientemente alla coda davanti a una biglietteria senza sgusciare in meschine scorrettezze, arricchiti di quel tocco un po’ british che non guasta. 
Anche a casa nostra! 

domenica 15 marzo 2015

SEI GIORNI IN UNO ZAINO



Straniera nella mia città, sono pronta a ripartire.
Questa volta volo in Inghilterra, direzione Londra e dintorni. Ma questa volta parto nella maniera più libera possibile. Niente valigia e inutili fardelli, solo uno zaino in spalla con dentro il minimo necessario per sentirmi a casa lontano da casa. In fondo, per chi ama viaggiare cosa c'è di indispensabile se non tanta curiosità e voglia di imparare?
Così, come una tartaruga forte del suo bel carapace, me ne andrò leggera per sei giorni alla scoperta delle atmosfere altere e solenni di Londra e Cambridge, per approdare alle spiagge ventose e multicolori di Brighton. Mescolerò al sapore british di un fumante fish and chips consumato su un prato di Hide Park, le fragranze speziate dei ristorantini indiani e nepalesi che animano la città, in un piccante sposalizio esotico che sollecita i sensi. Perché anche il cibo è linguaggio e racconta la storia di un Paese.
Sei giorni in uno zaino, dunque. Uno zaino mezzo vuoto alla partenza ma che, strada facendo, si riempirà di profumi, immagini ed emozioni impazienti di essere vissute e raccontate da una vagabonda, straniera nella sua città! 

domenica 22 febbraio 2015

CARCASSONNE, UN GIOIELLO MEDIEVALE DA FAVOLA



Alle falde dei Pirenei, un viaggio tra storia e leggenda per rivivere la gloria del passato nella magia del presente




Capoluogo del dipartimento dell’Aude, nella regione della Linguadoca-Rossiglione – dove la Francia bacia la Spagna - Carcassonne pare un miraggio sopraggiunto da un lontano passato. Sopravvissuta allo scorrere del tempo e alla prepotenza del progresso, questo piccolo villaggio medievale appollaiato tra le vigne custodisce nel suo cuore un gioiello di storia e cultura esemplarmente conservato, tanto da essere inserito nel Patrimonio mondiale dell’Unesco.
Questo tesoro è il Castello raccolto come in uno scrigno dentro le possenti mura. Appare allo sguardo venendo dalla pianura, solenne e maestoso, come un trasognato guardiano del Tempo che protegge la molle quiete della quotidianità agreste.


Chi non l’avesse mai visto, avrà senz’altro presente il Castello della Bella Addormentata (quello che ha ispirato Walt Disney): ecco, è proprio lui! E forse è per questo motivo che Carcassonne appare magica, fiabesca, perché tocca le corde dell’immaginario collettivo, risvegliando quel misto di attrazione e inquietudine che solletica l’animo di ogni bambino emozionato da una favola.
Giungendo dalla città nuova, possibilmente a piedi per gustare con lentezza ogni sensazione, si approda al ponte levatoio che supera il fossato della Cité, dove un busto di donna sbarra il passo al viandante. Sulla sua base campeggia una scritta: "Sum Carcas", "Io sono Carcas". Cosa significa? 


Per comprendere l'origine del nome della città, bisogna avventurarsi nella leggendaria storia di Dame Carcas. Moglie del signore della fortezza, rimasta sola dopo cinque anni di assedio da parte di Carlo Magno, condusse il suo popolo alla vittoria con un abile stratagemma. Dispose sugli spalti della città dei pupazzi di paglia vestiti e armati come i suoi soldati morti. Si mostrò al nemico indossando berretti di colori diversi per far credere che gli assediati fossero ancora numerosi e soprattutto vivi. Inoltre, Dame Carcas volle dimostrare che le provviste alimentari erano ancora abbondanti così fece mangiare all'ultimo maiale sopravvissuto l'ultimo sacco di grano e lo gettò dagli spalti, ben grasso e satollo. Il re franco, intimorito da tanta ostentazione di forza, decise di togliere l'assedio convinto che i suoi nemici non si sarebbero certo arresi con tanta disponibilità di risorse. Con gran soddisfazione, Dame Carcas, vedendolo ritirarsi, suonò a distesa le campane per richiamarlo e proporgli la pace.
"Sire, Carcas te sonne", così Carlo Magno venne richiamato.
 E da allora la città fu chiamata Carcassonne.


Questa è la leggenda, ma la storia vera?
Al termine della crociata contro gli Albigesi, Carcassonne diventò un luogo emblematico del potere del re di Francia alla frontiera aragonese e sotto i regni successivi di Luigi IX, Filippo III l'Ardito e Filippo il Bello assunse la sua fisionomia definitiva. All'inizio del XIX secolo, la cittadella non era che una fortezza con le mura semidistrutte, appollaiata su una collinetta di difficile accesso, senza alcuna attrattiva. Bisognerà attendere la seconda metà del XIX secolo perché, sotto la direzione di Eugène Viollet-le-Duc, venga avviato uno dei più importanti cantieri di restauro mai realizzati fino allora. Un’opera di restauro perpetrata negli anni, che ancora oggi resta esemplare agli occhi dell’intero mondo.
Dal 1846 al 1852, l'architetto compì un lavoro eccezionale in cui utilizzò ogni traccia materiale visibile nelle murature per resuscitare la struttura nella sua originalità, senza tradirne l‘anima. Fu proprio a partire da questi indizi, talvolta labili, che restaurò la fortezza, rispettando la fisionomia che le avevano conferito gli ingegneri reali del XIII secolo. Il cantiere, diretto personalmente da lui, sarebbe continuato anche dopo la sua morte, nel 1879, ed è grazie a questo lavoro alimentato di tenace passione che oggi possiamo ammirare la vera Carcassonne.


Le fortificazioni sono di potente impatto estetico ed estatico e si stagliano da lontano sulla placida campagna dell'Aude, traversata dall’omonimo fiume con il suo Ponte Vecchio. Protetta da queste mura e dalle 52 torri, il centro storico, tuttora abitato e fremente di vita, ospita anche la basilica gotica di Saint-Nazaire e Saint-Celse, insieme a un susseguirsi di negozi, bistrot e ristorantini colorati, a ricordare che dopo tutto non si è più nel lontano Medioevo. I profumi delle spezie e delle erbe aromatiche si mescolano a quelli del cioccolato e dei torroncini, altra favola da assaporare ad occhi chiusi. La suggestione resta potente, anche grazie a un originale sistema sonoro che diffonde a ogni angolo della Cité il ritmico scalpiccio degli zoccoli dei cavalli. Tanto che vien spontaneo cercarli con lo sguardo, là dove tutto il resto è muto e quasi immobile. Le due entrate principali, la Porta Narbonese sulla facciata est e la Porta dell'Aude sulla facciata ovest, conservano infatti il cuore di Carcassonne in una quiete ovattata che invita alla meditazione, al rispetto e a un sospirato silenzio, incoraggiando quell’atmosfera onirica che da bambini cercavamo nelle favole.



Come arrivare a Carcassonne
Quasi 1200 km separano l'Italia da Carcassonne, l’ideale sarebbe dividere il viaggio in tappe se si utilizza l’auto, un buon pretesto per attraversare la Provenza venendo dalla Costa Azzurra. In 10 ore in auto si percorre l'autostrada A9 fino a Narbonne e la A61 fino alla città, passando accanto a Avignon.
In aereo, invece, sono previsti voli quotidiani di Air France per Tolosa, distante 90 km. Da qui si prosegue in taxi o in treno per Carcassonne.

Dove dormire a Carcassonne
Hotel du Chateau: è un’elegante villa adibita a hotel, a ridosso delle mura, e oltre a un panorama incantevole offre un’accoglienza in perfetto stile francese. Comodità e raffinatezza delle camere sono completate da una Spa piccola e riservata, curata in ogni dettaglio, da prenotare anticipatamente. L’ideale per rilassarsi dopo la visita al Castello o le lunghe passeggiate nelle campagne circostanti.
  
Dove mangiare a Carcassonne
La Cité ospita diversi bistrot e ristorantini, molti davvero appetibili. Uno in articolare ha soddisfatto ogni mia aspettativa: il Restaurant Au Four Saint Louis, una chicca nel cuore della Cité. In una regione dove, a tavola, vincono le carni locali e i formaggi non mi sarei mai aspettata un carpaccio di St Jacque da sdilinquire ogni amante delle crudité marine. Imperdibili, ovviamente, i vini locali, specialmente i rosé.  

Cosa fare a Carcassonne
Attorno alla Cité, un dedalo di sentieri invitano alle passeggiate, sia a piedi sia in bici. Le campagne sono un susseguirsi di vigne che, nella bella stagione, meritano d’essere visitate, magari approfondendo con qualche degustazione. Il Lago de la Cavayère e il Canal de Midi sono altre due mete ideali per gli escursionisti e gli amanti della natura che, volendo, possono spingersi fin verso i Pirenei. Imperdibili anche la Montagne Noire con le sue magiche grotte di stalattiti e il Parco Australiano, una riproduzione naturale protetta della fauna aborigena.

Per saperne di più
http://carcassonne.org

lunedì 2 febbraio 2015

La dignità della nudità



Come si cambia …
Fino a pochi mesi fa scrivevo con ardore dei miei viaggi, incitata dall’entusiasmo di veder pubblicati i miei racconti. Sapere di essere sfogliata, cliccata e letta eccitava il mio Ego a caccia di medaglie e rendeva la mia scrittura più accesa: l’applauso dell’anonimo pubblico gratificava una fanciullesca vanità e dava la carica al mio spirito infantile per galoppare ogni volta verso la narrazione dell’ennesimo viaggio.
Viaggi esteriori e interiori, perché non ho mai saputo slegare panorami geografici e panorami psicologici, come se le esperienze lontano da casa unissero alla ricerca del nuovo e dello sconosciuto che viene da fuori, quello dell’antico e del perduto che alberga dentro.
Conoscersi dentro attraverso lo sguardo di fuori, questo ho sempre cercato di fare viaggiando. Ma perché sentire quel martellante bisogno di condividere queste esperienze? perchè rendere a tutti i costi pubblico un cammino esclusivo, intimo, privato?
Oggi, rileggendo certi miei racconti, vergognosamente barocchi e aggettivosi, sui frequenti passaggi in Africa (mio primo amore) e in tutti quei luoghi ameni e struggenti che hanno lasciato tracce indelebili nella mia memoria emotiva, un po’ mi pento d’aver raccontato a tutti con tanta facilità quanto di più prezioso quei viaggi hanno suscitato in me. E’ stato come essermi mostrata nuda senza pudore, un’esibizione senza giustificazione, alla rincorsa di un’illusoria gratificazione …  come se avessi svenduto un tesoro di cui solo io posso conoscere veramente il valore.
E, mi chiedo, ora, valeva così tanto l’applauso dell’anonimo pubblico?
Chi, leggendo, può davvero aver capito cos’è stato per me trovarmi la prima volta di fronte alla sublime immensità del deserto, o al risucchio ingordo della foresta, o all’evanescenza di quella sottile linea blu che separa l’acqua dall’aria, quel puntino all’orizzonte in cui l’oceano bacia il cielo, e la Terra l’Universo!
Probabilmente ogni lettore, calandosi nella narrazione di un viaggio, interpreta quei panorami esteriori attraverso le proprie emozioni. E così quel viaggio nel Sahara, a Lockobe o a Culebra si trasforma e si moltiplica in tanti altri viaggi, tanti quanti sono gli spettatori che diventano a loro volta protagonisti, come in un caleidoscopio di scenari ogni volta nuovi e imprevedibili.
Eccola forse la risposta a quest'improvvisato sproloquio. Questa dovrebbe essere la vera ambizione di chi scrive: non ricevere applausi, ma regalare emozioni.
Allora, anche la nudità avrebbe forse una sua dignità.

domenica 18 gennaio 2015

COLORE, SAPORE, ARTE: WASHOKU, UNA FILOSOFIA DI VITA




Il Giappone non è semplicemente un Paese. 
E’ un modo di vivere. Una filosofia, un sentimento, un atteggiamento grato e rispettoso nei confronti della Natura e dell’essere umano in quanto parte integrante della Natura stessa.
Quest’attitudine gentile alla vita si esprime anche in cucina e a tavola, perché cucinare e mangiare per un Giapponese non è questione di sopravvivenza ma di armonia con il mondo che ci circonda.
Dimentichiamo per un attimo i ristoranti di Sushi e Sashimi che fioriscono e dilagano ormai ovunque e concentriamoci, piuttosto, su quello che è l’anima della cucina giapponese, chiamata Washoku.
Washoku significa arte, cultura, condivisione. E’ una pratica sociale dalle radici antichissime, ereditata e tramandata, che si fonda su capacità, manualità, modi di preparare e di consumare il cibo profondamente legati al rispetto della materia prima. Spirito e sensi allacciano un dialogo armonioso che utilizzala grammatica della Natura, un dialogo cadenzato dai colori delle stagioni che si alternano sulle tavole riflettendo un piacere estetico e contemplativo, prima ancora che gustativo. L'attenzione per l'equilibrio è quasi ossessiva nel Washoku e il risultato di tanta precisione è una cucina tanto sensuale quanto spirituale.
La ricchezza di valori racchiusa nel Washoku è stata riconosciuta anche dall’Unesco che, nel 2013, ha eletto la cucina giapponese degna della sua lista, quale patrimonio culturale da tutelare e tramandare.
Il massimo dell’espressione del Washoku si ha durante la celebrazione del Nuovo Anno: un tripudio di piatti ricamati come preziosi merletti, in cui cereali, carni, pesci, ortaggi, fiori e foglie elevano all’ennesima potenza la propria esuberanza, esaltata dall’arte sopraffina di cuoche e cuochi in grado di alternare cotto e crudo con un’eleganza che sdilinquisce. 
E’ come se, grazie all’abile mano umana, gli elementi naturali riprendessero vita nei piatti, spiritualmente risvegliati dal tocco delicato delle bacchette, magico conduttore del gusto alle labbra. Il piacere del profumo e del sapore sopraggiunge solo quando lo stupore degli occhi cede al desiderio del palato, obbedendo tuttavia a gesti ritualici lenti e ponderati.
Per noi occidentali il rischio di banalizzare il Washoku a pura piacevolezza dei sensi o, peggio, a moda e mondanità, è prepotente. Ma se agli appetiti più superficiali aggiungiamo un pizzico di curiosità nei confronti di una Cultura culinaria tanto seducente, ecco che allora possiamo arricchire anche le nostre conoscenze, oltre alle nostre pance.

In linea con il raffinato minimalismo nipponico, potremmo dire che l’anima del Washoku si basa su 5 colori, 5 sapori e 5 modi di cucinare.

I 5 colori riflettono gli elementi della Natura e lo scorrere delle stagioni. Sono il rosso “aka” (frutti, ortaggi, fagioli e il riso aka-jiso o yukari); il verde “ao” (ao in giapponese significa sia verde sia blu: vegetali, erbe, alghe e alcuni pesci tra cui le sardine, o ao-zakana); il giallo “ki” (frutti, verdure, uova, cereali e noci. Alcuni cibi vengono colorati naturalmente di giallo grazie alla gardenia, o “kuchinashi no mi”); il bianco “shiro” (riso e cerali, semi e tuberi, tofu e latte di soia, carni bianche e alcuni pesci delicati, shiromi-zakana); il nero “huro” (alghe nori, funghi shiitake, soia e fagioli neri e semi di sesamo).
I 5 sapori, o fragranze, sono il salato “kan” (sale, salsa di soia e miso); l’acido “san” (aceto, limone e fragranze fermentate); il dolce “kan” scritto diversamente dal kan salato (zucchero, mirin, miele e mizu ame); l’amaro “ku” (caffè, te, erbe e vegetali chiamati sansai); il piccante “shin” ( wasabi, karashi e togarashi). Il sapore di umami meriterebbe un discorso a parte, anche se ormai anche in occidente è riconosciuto e non è più così misterioso!
Infine, i 5 modi di cucinare sono il crudo “nama” (sushi e sahimi ma non solo); il “bollire lentamente” “niru” (letteralmente “niru” traduce una lenta immersione di diversi ingredienti in acqua in ebollizione. Il risultato sono straordinarie zuppe dai vari sapori e colori, arricchite da un’acqua naturalmente ricca di minerali); il grigliato “ageru” (tradizione presa in prestito da Cina e Corea di cui “tempura” è l’espressione più nota anche a noi, insieme al “agemono”); al vapore “musu” (la cucina a vapore, detta anche “wan mono” dal coperchio utilizzato, si pratica direttamente a tavola e si presta alla maggior parte dei prodotti lasciandoli intatti nelle virtù e nei sapori).

Consapevole dell’insufficienza di queste righe per trasmettere tutta la ricchezza del Washoku, mi riprometto di tornare in futuro a raccontare frammenti dell’anima del Giappone. Magari dopo averlo visitato e aver finalmente saziato i miei occhi perdutamente innamorati di questo Paese dalla profonda spiritualità … anche a tavola!

venerdì 19 dicembre 2014

Sparpagliata dal vento



“Credo di essere stato trasportato dai venti fino a questa terra di fango; di certo sono nato altrove, ho sempre avuto ricordi o intuizioni di coste olezzanti e di mari blu …”
Così scriveva Flaubert in una lettera a un amico, lagnandosi della nazione in cui era malauguratamente nato – la Francia – non riconoscendola in cuor suo come la sua vera patria. Lui, per qualche oscura ragione perdutamente innamorato dell’esotico e in particolare dell’Egitto, fin da adolescente non si era mai sentito francese e pertanto, alimentando corpo e anima di frequenti viaggi all’estero, aveva partorito un’idea nient’affatto peregrina. Propose, cioè, un nuovo criterio di attribuzione della nazionalità: non in base al paese di nascita o di appartenenza dei genitori, bensì in funzione dei luoghi verso cui una persona si sente naturalmente attratta, o predisposta. Immaginò una specie di affinità elettiva, insomma, non tra due individui ma tra un essere umano e un paese, una città o un’isola.
“Sono nato per essere imperatore della Cocincina – proseguiva Flaubert sulle ali della propria libertà immaginativa - per fumare pipe lunghe trenta metri, per avere seimila mogli e millequattrocento efebi, scimitarre con cui mozzare teste che non mi piacciono, montare cavalli della Numidia, nuotare in marmoree piscine …”
Ebbene, con simile libertà immaginativa ma senza pretendere di armarmi di scimitarra con cui mozzare teste che non mi piacciono (e ce ne sono!) anch’io come Flaubert sin da bambina non mi sono mai sentita appartenere al luogo in cui son nata e cresciuta, come se anche per me nazionalità e cittadinanza fossero state una beffa del destino. Straniera nella mia città: quali venti capricciosi mi hanno sparpagliato qui, in una terra bigia e nebbiosa che non riconosco, che non mi è affine, che mi rimbalza? Non saprei dire. Ma so bene quali sono i luoghi in cui mi sento davvero a casa, i luoghi che mi fanno sentire davvero me stessa. Mi basta chiudere gli occhi per ritrovarmi là, lontano dal grigio e dal cemento, come in un bel quadro, circondata da pennellate di verde e ricami d’azzurro, incorniciata da profili di vento, di acqua e di soffice sabbia.
Così, un po’ come il romanziere francese (o egiziano, o cinese, o indiano, a suo piacimento …), anch’io ripenso all’idea di “patria” non come a una porzione di terra separata dalle altre da una linea rossa o una blu, ma come a quel paese che amo, che mi somiglia, quello in cui semplicemente sto bene.
In fondo, anche Socrate, quando gli chiedevano da dove venisse, non rispondeva “da Atene”: rispondeva “dal mondo”! Chissà, forse anche lui si sentiva ingiustamente sparpagliato da venti capricciosi e segretamente sognava coste olezzanti e mari blu.

sabato 15 novembre 2014

BACCANO, IL SAPORE DEL CLAMORE


RISTORANTE • COCKTAIL BAR • BISTROT • BAR A HUITRES


Elegante ma sobrio. Raffinato ma senza arie. Estremamente affascinante, con quell’aria un po’ retrò, un po’ bohemienne, un po’ newyorkese. Insomma, è stato amore a prima vista!
“Lui” è il Baccano, ristorante nel cuore di Roma che, a dispetto della collocazione attira-turisti, è un punto di ritrovo e di ritorno anche di quei romani doc che riconoscono nella buona cucina l’autentica ospitalità capitolina.
“Baccanum” dal latino, “clamore” e non rumore. Il clamore brioso di un crocevia, a due passi da Fontana di Trevi, in Via delle Muratte. E’ qui, splendidamente collocato in un palazzo di fine ‘800, che il Baccano dà appuntamento agli avventori. Dietro l’aspetto intrigante dal sapore francese, si svela la vera anima del locale: la cucina. Una cucina basata sulla tradizione italiana con le paste fatte in casa, oli di primissima scelta, pomodori di qualità, mozzarella di bufala campana …  Senza tralasciare i prodotti del godurioso Banco della Gastronomia che si sdilinquisce in un tripudio di salumi, formaggi italiani e francesi, senza trascurare prodotti esteri più ricercati, come il salmone scozzese Lock Fine, foie gras e ostriche.
Baccano, dunque, seducente e retrò, cosmopolita e regionale, ideale per un brunch con gli amici, una cena romantica o un dopocena audace. Lasciarsi conquistare dall’atmosfera accattivante è facile: una volta seduti al tavolino, ci si sente trasportati indietro negli anni di inizio secolo scorso, magari  accanto a Brigitte Bardot o Serge Gainsbourg: stucchi, mosaici, specchi e legno scuro, antichi ventilatori al soffitto, tavolini in legno e divanetti in pelle rossa, illuminazione calda e musica avvolgente, ogni giorno fino a tarda notte. E se non fosse per il personale sempre puntuale e sorridente ci si dimenticherebbe di essere lì per … mangiare!
Il padrone di casa, Fabio Casamassima, accoglie gli ospiti e si mescola a loro con disinvolto piacere, quasi a voler gustare insieme agli avventori l’accoglienza del suo locale. 
Capo Sommelier e Direttore all’Enoteca Ferrara, ha fatto della sua passione – il vino – una professione, affinando negli anni le proprie esperienze e capacità di assaggio con i “grandi” del vino: da Paolo Poli a Carlo Ferrini e Daniele Cernilli. Casamassima ha trasformato il Baccano in un tempio del gusto, un tempio senza tempo, dove ci si sente a casa e per questo sempre ci si ritorna. Se la cucina conquista con un menù tanto vario quanto ricercato – dalle alici fritte, alle tartare di pesce e carne, ai primi tradizionali romani, al Gran Crudo con crostacei da svenimento, fino ai dessert che sono una vera e propria dichiarazione d’amore alla gola – è con la carta dei vini che il Baccano conquista il pubblico romano e internazionale. Oltre 200 etichette, con una predisposizione particolare per i vini naturali e per i piccoli produttori laziali, orgoglio spesso poco conosciuto nel resto del nostro Paese. Una selezione decisamente italiana con una buona presenza di tutte le eccellenze del territorio: Grandi Vini e Champagne alla portata di tutti, anche per un ultimo brindisi a tarda notte consumato al banco, possibilmente in buona compagnia!

Oltre al solito tavolino in fondo alla sala, che ormai mi attende ogni volta che ci torno, sono altri due gli appuntamenti per me imperdibili quando sono al Baccano: quello con un olio e quello con un vino. 

Olio Torretta
Il Frantoio Torretta, che deve il nome alla località in cui sorge, oggi produce più tipologie d’olio, dalle etichette differenti ma di uguale eccellenza: il Diesis Dop Colline Salernitane, fruttato e leggermente piccante al palato, il Dedalo Dop Colline Salernitane, dal sapore piacevolmente amaro e il Dione Extra Vergine di Oliva Torretta elegante e delicato come il nome che porta. Una carezza sopra una tartare di tonno o un’insalata di puntarelle!

Vino Moro di Carpineti
Alle pendici dei Monti Lepini, a Cori - antica cittadina laziale del IV secolo a. C, una cinquantina di km a sud di Roma - fiorisce e cresce solida l'azienda Marco Carpineti. Dal 1986 Marco, spinto da autentica passione e dal desiderio di salvaguardare un ambiente intatto, prende in mano le redini dell’azienda di famiglia e la rivoluzione più rilevante è rappresentata dall’adozione dei metodi di agricoltura biologica. Nasce così il mio preferito, il Moro: un vino sublime, dal colore giallo paglierino con riflessi ramati, profumo di pesca e mandorla, tenui note vegetali di fieno tagliato e felce. Sapore corposamente armonico e sapido, che prelude a note minerali, perfetto con il Gran Crudo di pesce e crostacei, piatto principe del Baccano!

giovedì 19 giugno 2014

IL COLORE DELL’ARIA: TAMPA E I SUOI CONTORNI


Azzurre come il cielo, turchesi come il mare, verdi come le mangrovie…sono le sfumature della Florida più selvaggia




Atterrare a Tampa, capoluogo della Contea di Hillsborough nella Florida occidentale, infonde una sensazione di rassicurante calma piatta. Sarà per la sua lineare orizzontalità, le sue case basse e allungate che circondano come un abbraccio il centro vitale e commerciale, concentrato in una manciata di grattacieli. Sarà per la predominanza del verde che accoglie e dà fiducia a chi arriva. Gli edifici, infatti, sono alternati da un susseguirsi di laghi, fiumi, specchi d’acqua in cui si riflette l’esuberanza della vegetazione e il cielo terso sfrangiato di nuvole.
La prima sensazione è che qui, nonostante ci si trovi in uno degli Stati più produttivi dell’America (Tampa è la terza città industriale più importante degli USA), sia la natura la vera protagonista, e non l’essere umano. Guardandola dall’aereo, mano a mano che mi avvicino, mi viene in mente un pensiero di Leonardo Da Vinci che considerava i colori come i sentimenti: sfumare i colori sulla tela è un po’ come spalmare i sentimenti nel tempo. Ecco, Tampa sembra una tela tanto è piatta e suscita sentimenti tenui come il cielo e profondi come il mare.
Le due baie su cui si affaccia, la Old Bay e la Tampa Bay, sembrano volerla racchiudere e proteggere dall’Atlantico da un lato e dal Golfo del Messico dall’altro, mentre il fiume che l’attraversa, Hillsborough, pare infondere linfa vitale alle sue membra. Il ponte lungo e affusolato, il Bob Graham Sunshine Skyway Bridge, sembra un sottile filo d’argento che allaccia la città alla Contea di Pinella con le sue spiagge e i suoi villaggi colorati.

I trascorsi spagnoli e inglesi di Tampa sono evidenti soprattutto nella oldtown, dove spicca l’Henry B Plant Museum, ospitato in uno degli edifici vittoriani più imponenti della città, originariamente hotel di gran lusso. Mentre l’eredità cubana si respira piacevolmente nell’Ybor City, un quartiere molto originale, pittoresco in ogni suo anfratto, in cui le strade in acciottolato risalgono al XIX secolo e ancora oggi trasudano di aroma di sigari. Il quartiere nacque, infatti, con la prima manifattura per la lavorazione del tabacco che coinvolse la comunità cubana, abbondantemente presente qui, mescolandola con quella italiana, affine per temperamento e radici idiomatiche. In particolare, insieme ai cubani, sono i siciliani ad aver attecchito qui, con la loro inventiva e la loro nota passionalità, e ancora oggi in tutta la Contea si sente parlare un buffissimo idioma che dondola tra il siculo, l’americano e lo spagnolo.
Sono loro, i miei amici italiani trapiantati qui, a guidarmi alla scoperta della città, dei suoi parchi e delle sue spiagge, un privilegio che al turista comune non sempre è dato. Sono sopraffatta dall’ospitalità che mi viene riservata e l’infatuazione che avevo avvertito per questa città al mio arrivo si trasforma presto in consapevole innamoramento.
Come si potrebbe non innamorarsi del lago, su cui si affaccia la mia stanza: un tappeto di ninfee da cui pudicamente fanno capolino le otarie, mentre in superficie anatre, pellicani, egrets e martin pescatori aspettano pazientemente il pesce di turno. E’ l’incredibile varietà di vegetazione a rendere così altrettanto varia la fauna: laghi, fiumi e mare portano con sé querce e palme, conifere e banani, stimolando così un ecosistema unico per ricchezza. Tutt’attorno ai laghi, infatti, fin sulle strade e sugli alberi, non è raro imbattersi in anatre e egrets insieme a centinaia di scoiattoli che giocano a rincorrersi senza badare alla presenza umana, come se avessero imparato a sopportarla e tollerarla nonostante tutto. Qui a Tampa e nei suoi dintorni è evidente il rispetto dell’essere umano per la natura: gli animali non ci temono e pur stando a distanza di sicurezza non fuggono di fronte al nostro sguardo curioso.

A pochi minuti d’auto dalla città è possibile vivere un’esperienza ancora più entusiasmante se si ama la natura e l’avventura. Il Lettuce Lake Park, aperto nel 1982, è un parco naturale di 240 acri attraversato dal fiume Hillborough e ospita sentieri da esplorare a piedi o in bici e, per i più avventurosi, kayak e canoe per esplorare i segreti della natura dal suo ventre, dal suo cuore. La prospettiva da qui è assai più intrigante: pagaiare morbidamente tra mangrovie e ninfee, in silenzio per non violare la voce dei trampolieri che non si celano allo sguardo, anzi, fieri pare vogliano sfidare il nostro l’ingresso nel regno animale. Così, con rispetto e ammirazione, è facile arrivare quasi a sfiorare uccelli d’ogni foggia e colore, tartarughe scolpite in pose granitiche sulle rocce inondate di sole e poi loro, i coccodrilli, che con occhio vitreo puntano sornioni la canoa in avvicinamento e lentamente scivolano accanto a fior d’acqua procurando un piacevole brivido lungo la schiena. 


Tutto questo è emozionante, soprattutto trovandosi a pochi passi dalla città. Tuttavia, il Lettuce Lake Park non è solo un’indimenticabile avventura per escursionisti di passaggio ma un progetto di mantenimento e sviluppo di un ecosistema preziosissimo che, con le sue 300 specie di piante riconosciute, assicura la sopravvivenza alle centinaia di animali che vi abitano.



I dintorni di Tampa non sono adatti solo agli spiriti avventurieri ma anche a chi cerca la piacevolezza della soffice sabbia sotto i piedi, della brezza tra i capelli, della cucina tropicale e, perché no, anche dell’arte. La Contea di Pinella offre tutto questo.
Da Clearwater a S. Petersburg fino a Fort de Soto un rincorrersi di lingue di spiagge bianchissime invitano a una sosta sotto il sole. Anche da qui si è circondati dalla natura più spontanea e la presenza umana è limitata e rispettosa dell’ambiente: i gabbiani sono particolarmente audaci e voraci, mentre i trampolieri sfilano con la naturale grazie che la loro silhouette impone, mentre in acqua banchi di razze arrivano con le loro ali d’angeli fino ai nostri piedi in cerca di pesce. Non è raro avvistare anche qualche delfino a pochi metri dalla spiaggia e a quel punto ogni appetito di chi, come me, ha fame di natura, è accontentato.



S Petersburg è conosciuta anche per il Dali Museum, un museo interamente dedicato a Salvador Dalì disegnato e progettato dall’architetto Yann Weymouth of HOK. L’edificio, battezzato “L’enigma”, mescola razionalità e fantasia, e con i suoi 1062 triangoli di vetro che riflettono la luce del sole e l’azzurro del cielo sarebbe senz’altro piaciuto al pittore catalano, le cui opere sono molto apprezzate anche qui. Il “giardino matematico” che circonda il museo infonde un senso di quiete e i giganteschi baffi neri insieme alla panchina con l’orologio senza tempo completano l’atmosfera surreale facendo di tutta la struttura un’opera d’arte a sè.   


Anche il corpo tuttavia chiede il suo carburante, non solo lo spirito. Quindi, per gustare qualche piatto particolare della zona si può scegliere tra i tanti ristorantini che da Tampa a S Petersburg offrono pesce e fritti d’ogni tipo, crostacei e tiburon, in particolare lo squalo fritto che pare essere una vera prelibatezza. Se invece si cerca qualcosa di più singolare, dall’eco mediterraneo, si può arrivare fino a Tarpon Springs, un piccolo villaggio a nord di S Petersburg fondato da una comunità greca. Di Grecia qui c’è tutto: i colori pastello bianco-turchese, i profumi di dolci per le stradine, l’artigianato e i ristorantini che offrono il pesce appena pescato e, in particolare, il polpo alla griglia più famoso della zona. Tarpon Springs è tuttavia più conosciuta come la città della lavorazione delle spugne di mare che vengono pescate e manipolate con grande fantasia, tutta mediterranea.


Questo e molto altro è stata la Florida. E nonostante la pienezza di questo viaggio nel sud della Florida, lascio questi luoghi selvatici e poetici con una vaga sensazione di vuoto, sia perché mi mancheranno Tampa e i miei amici, sia perché ci sarebbe ancora così tanto da scoprire e da imparare… Non mi resta altro che partire con la promessa di ritornare, sicura di ritrovare quello stesso colore dell’aria che mi ha fatto innamorare!