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domenica 8 marzo 2015

Un cielo fitto di stelle



“Ricordo che passato lo tsunami, quando ho aperto gli occhi, ho visto un vuoto desolante intorno a me, ma anche un cielo immensamente fitto di stelle sopra di me. Erano tantissime e bellissime. Allora ho pensato che tutte quelle stelle dovevano essere le vite umane cadute sotto lo tsunami e andate a brillare lassù. Per loro, noi sopravvissuti avevamo il dovere di ricominciare e di ricostruire insieme il nostro paese, il nostro futuro… ”
Questa è una frase toccante che ho ascoltato in uno dei  documentari trasmessi in questi giorni da un’emittente giapponese, NHK World, durante un’intervista a un sopravvissuto alla catastrofe dell’11 marzo 2011 in Giappone. Con voce ferma e sguardo limpido, l’uomo intervistato è riuscito a comunicare con dignitosa commozione l’essenza del modo di sentire e di pensare orientale, così lontano dal nostro.
L’inevitabile dolore che ogni essere mortale capace di soffrire vive di fronte a una devastazione di tale portata suscita reazioni così diverse a seconda della cultura e della religione in cui si è imbevuti. Noi occidentali, e soprattutto noi italiani, di fronte alla perturbante ribellione della Natura che ci ricorda quanto siamo minuscoli rispetto ad Essa, abbiamo bisogno di trovare subito un colpevole. Qualcuno contro cui scaricare tutta la rabbia che la nostra impotenza alimenta, perché giustizia sia fatta in un processo terreno dove ognuno s’improvvisa giudice divino, con tutte le infami speculazioni che ne conseguono.
Gli orientali invece, e soprattutto loro, i giapponesi, non hanno bisogno di trovare un colpevole ma una soluzione, perché si sentono parte della Natura anche quando si scatena contro ogni previsione. L’obiettivo si profila nitido, schietto, mentre ancora la catastrofe fa sanguinare le ferite aperte: bisogna rialzarsi tutti insieme per trovare il modo migliore di rimettere assieme i brandelli e trasformarli di nuovo in case, scuole, ponti, strade. “Insieme” è la parola magica che fa la differenza: uniti nello stesso dolore, noi ci azzanniamo per scagionare le nostre colpe e puntare il dito sulle responsabilità altrui. Loro si prendono per mano per ricominciare daccapo, subito, riuscendo a trasformare il dolore in volontà e la tragedia in coraggio.
Da ogni catastrofe può nascere un insegnamento. E ripensando alla frase di quell’uomo dalla voce ferma e lo sguardo limpido, penso che dovremmo tutti imparare a guardare con occhi nuovi un cielo fitto di stelle in una notte buia. Forse quel cielo ci aprirebbe gli occhi e ci aiuterebbe a vedere ‘oltre’ i nostri stessi limiti.

domenica 18 gennaio 2015

COLORE, SAPORE, ARTE: WASHOKU, UNA FILOSOFIA DI VITA




Il Giappone non è semplicemente un Paese. 
E’ un modo di vivere. Una filosofia, un sentimento, un atteggiamento grato e rispettoso nei confronti della Natura e dell’essere umano in quanto parte integrante della Natura stessa.
Quest’attitudine gentile alla vita si esprime anche in cucina e a tavola, perché cucinare e mangiare per un Giapponese non è questione di sopravvivenza ma di armonia con il mondo che ci circonda.
Dimentichiamo per un attimo i ristoranti di Sushi e Sashimi che fioriscono e dilagano ormai ovunque e concentriamoci, piuttosto, su quello che è l’anima della cucina giapponese, chiamata Washoku.
Washoku significa arte, cultura, condivisione. E’ una pratica sociale dalle radici antichissime, ereditata e tramandata, che si fonda su capacità, manualità, modi di preparare e di consumare il cibo profondamente legati al rispetto della materia prima. Spirito e sensi allacciano un dialogo armonioso che utilizzala grammatica della Natura, un dialogo cadenzato dai colori delle stagioni che si alternano sulle tavole riflettendo un piacere estetico e contemplativo, prima ancora che gustativo. L'attenzione per l'equilibrio è quasi ossessiva nel Washoku e il risultato di tanta precisione è una cucina tanto sensuale quanto spirituale.
La ricchezza di valori racchiusa nel Washoku è stata riconosciuta anche dall’Unesco che, nel 2013, ha eletto la cucina giapponese degna della sua lista, quale patrimonio culturale da tutelare e tramandare.
Il massimo dell’espressione del Washoku si ha durante la celebrazione del Nuovo Anno: un tripudio di piatti ricamati come preziosi merletti, in cui cereali, carni, pesci, ortaggi, fiori e foglie elevano all’ennesima potenza la propria esuberanza, esaltata dall’arte sopraffina di cuoche e cuochi in grado di alternare cotto e crudo con un’eleganza che sdilinquisce. 
E’ come se, grazie all’abile mano umana, gli elementi naturali riprendessero vita nei piatti, spiritualmente risvegliati dal tocco delicato delle bacchette, magico conduttore del gusto alle labbra. Il piacere del profumo e del sapore sopraggiunge solo quando lo stupore degli occhi cede al desiderio del palato, obbedendo tuttavia a gesti ritualici lenti e ponderati.
Per noi occidentali il rischio di banalizzare il Washoku a pura piacevolezza dei sensi o, peggio, a moda e mondanità, è prepotente. Ma se agli appetiti più superficiali aggiungiamo un pizzico di curiosità nei confronti di una Cultura culinaria tanto seducente, ecco che allora possiamo arricchire anche le nostre conoscenze, oltre alle nostre pance.

In linea con il raffinato minimalismo nipponico, potremmo dire che l’anima del Washoku si basa su 5 colori, 5 sapori e 5 modi di cucinare.

I 5 colori riflettono gli elementi della Natura e lo scorrere delle stagioni. Sono il rosso “aka” (frutti, ortaggi, fagioli e il riso aka-jiso o yukari); il verde “ao” (ao in giapponese significa sia verde sia blu: vegetali, erbe, alghe e alcuni pesci tra cui le sardine, o ao-zakana); il giallo “ki” (frutti, verdure, uova, cereali e noci. Alcuni cibi vengono colorati naturalmente di giallo grazie alla gardenia, o “kuchinashi no mi”); il bianco “shiro” (riso e cerali, semi e tuberi, tofu e latte di soia, carni bianche e alcuni pesci delicati, shiromi-zakana); il nero “huro” (alghe nori, funghi shiitake, soia e fagioli neri e semi di sesamo).
I 5 sapori, o fragranze, sono il salato “kan” (sale, salsa di soia e miso); l’acido “san” (aceto, limone e fragranze fermentate); il dolce “kan” scritto diversamente dal kan salato (zucchero, mirin, miele e mizu ame); l’amaro “ku” (caffè, te, erbe e vegetali chiamati sansai); il piccante “shin” ( wasabi, karashi e togarashi). Il sapore di umami meriterebbe un discorso a parte, anche se ormai anche in occidente è riconosciuto e non è più così misterioso!
Infine, i 5 modi di cucinare sono il crudo “nama” (sushi e sahimi ma non solo); il “bollire lentamente” “niru” (letteralmente “niru” traduce una lenta immersione di diversi ingredienti in acqua in ebollizione. Il risultato sono straordinarie zuppe dai vari sapori e colori, arricchite da un’acqua naturalmente ricca di minerali); il grigliato “ageru” (tradizione presa in prestito da Cina e Corea di cui “tempura” è l’espressione più nota anche a noi, insieme al “agemono”); al vapore “musu” (la cucina a vapore, detta anche “wan mono” dal coperchio utilizzato, si pratica direttamente a tavola e si presta alla maggior parte dei prodotti lasciandoli intatti nelle virtù e nei sapori).

Consapevole dell’insufficienza di queste righe per trasmettere tutta la ricchezza del Washoku, mi riprometto di tornare in futuro a raccontare frammenti dell’anima del Giappone. Magari dopo averlo visitato e aver finalmente saziato i miei occhi perdutamente innamorati di questo Paese dalla profonda spiritualità … anche a tavola!

lunedì 17 novembre 2014

La rivoluzione della salute


Ovvero, gli ormoni della felicità


Immaginate un bambino nato e cresciuto nel Giappone degli anni ‘40. L’educazione tradizionale estremamente rigida cui è stato sottoposto, prevedeva che venisse regolarmente legato ad un albero in un bosco per un giorno intero;  che restasse solo di notte in montagna a contemplare le stelle; che giacesse a lungo sotto una cascata gelida fino a perdere i sensi; che digiunasse per una settimana con il permesso di bere solamente acqua. E molto altro ancora.
Non stupitevi. In Giappone, questi sono stati a lungo esercizi d’ordinaria amministrazione, con cui introdurre i bambini alle pratiche ascetiche. Lacrime e smarrimento sarebbero destinati a tradursi progressivamente in forza interiore e gioia di vivere.
Uno di questi eroici bambini si chiama Shigeo Haruyama. Protagonista ed erede di queste tradizioni, è nato a Kyoto nel 1940 da una famiglia fortemente imbevuta nell’arte medica orientale e, oggi, è uno dei medici giapponesi più affermati nel mondo. Chirurgo, esperto di agopuntura, moxa, shiatsu e direttore di una clinica di successo dedicata alla salute psicofisica e alla prevenzione dell’invecchiamento, il Dottor Haruyama è anche uno scrittore dallo stile gentile ed essenziale, in perfetto stile nipponico. Con il suo libro “La rivoluzione della salute”,  di Macro Edizioni, ha venduto oltre 5 milioni di copie solo nel suo paese.
I segreti del successo professionale di quest’uomo trapelano da queste pagine che mescolano piacevolmente vivaci aneddoti sulla sua vita personale e insegnamenti pratici volti a sconfiggere lo stress e mantenere a lungo un cervello attivo in un corpo altrettanto longevo e sano. Il Dottor Haruyama intreccia le antiche discipline orientali con i metodi diagnostici occidentali più all’avanguardia, per curare e guarire non solo chi già soffre ma anche i mibyo, che in giapponese significa chi non è non ancora malato.
Come curare, dunque, i mali della vita moderna e come prevenire i danni che lo stress provoca? La terapia del dottor Haruyama si basa sui cosiddetti ormoni della felicità. Non si tratta di elisir magici ma di sostanze chimiche spontaneamente secrete dal nostro cervello che suscitano in noi sensazioni piacevoli e appaganti, vere e proprie morfine cerebrali. Se ne conoscono almeno venti ma i principali sono l’adrenalina, la noradrenalina, la beta-endorfina e l’encefalina. La liberazione di questi ormoni dipende dall’atteggiamento interiore con cui si affrontano le situazioni e ci si relaziona alle persone. Banalmente detto, avere buoni pensieri, scatena buoni ormoni. (Meglio ancora sarebbe frequentare ‘buone persone’ ma questo non è sempre concesso!)
Questa formula sembra essere scientificamente dimostrata, almeno per ora, e il Dottor Haruyama la sfrutta prescrivendo ai clienti la sua ‘confezione tripla’: alimentazione, movimento e meditazione. Una corretta alimentazione per liberare le endorfine; un equilibrato movimento per sviluppare i muscoli; la meditazione per stimolare le onde alfa che albergano nell’emisfero cerebrale destro, responsabili del senso di rilassatezza e beatitudine.
Una simile rivoluzione psicofisica, presupposto per vivere a lungo in salute, non è un miraggio e si ottiene praticando esercizi molto più godibili (anche per chi non è masochista) del digiuno forzato e della sottomissione al gelo di una cascata. Leggendo questo libro, troverete perciò qualche buon consiglio su come aspirare alla veneranda età di 125 anni in gran forma psicofisica. Inoltre, scoprirete perché gli intellettuali e gli amanti dell’amore fisico sembrano essere decisamente avvantaggiati in questo lungo cammino che pare non avere limiti nella ricerca del piacere.
Attività intellettuale e sano sesso sono, infatti, gli ingredienti indispensabili per arrivare al traguardo colti, appagati e felici. In una parola, vivi!

Tofu, miso e yuba
Per quanto riguarda l’alimentazione, invece, il dottor Haruyama insiste sul benessere apportato da un particolare tipo di cibo tradizionalmente orientale, ma ormai diffuso anche in Occidente, ricavato dalla soia: il tofu. Volgarmente detto ‘formaggio di soia, il tofu deriva dalla cagliatura delle componenti proteiche del latte di soia, separate tramite un procedimento di riscaldamento o scrematura. Da cibo prediletto dei monaci buddisti, il tofu è declinato in mille ricette in tutto il mondo e alla mistica seduzione esotica ha aggiunto la fantasia culinaria internazionale. Altri due cibi derivati dalla soia e ugualmente virtuosi, ma meno diffusi in occidente, sono il miso e la yuba. Il miso è un condimento giapponese estratto dai semi di soia dopo una fermentazione di mesi da cui si ottiene una pasta che va dal giallo al marrone chiaro. Il miso è la base di una zuppa molto apprezzata in Giappone, tanto che spesso rappresenta il primo pasto della giornata. La yuba, invece, si ottiene portando a ebollizione il latte di soia: il calore produce una superficie cremosa e densa composta dalle proteine e dai lipidi della soia. Questo strato viene schiumato e fatto essiccare fino a formare delle foglie giallognole, che in giapponese si chiamano yuba, appunto.

Dopo aver letto La Rivoluzione della salute del dottor Haruyama mi sono sentita decisamente rincuorata: nutrendomi di tofu regolarmente e praticando le sopraddette attività q.b. ogni giorno, mi sento candidata a diventare una centenaria sana e felice !      


martedì 11 settembre 2012

La mistica del sushi



La prima volta che mi sono trovata davanti a un piatto di sushi è stato undici anni fa.
Era la primavera del 2001 e stavo a New York, in una ridente Manhattan che ancora faceva parlare di sé solo per la sua vertiginosa bellezza e la sua vita frenetica. Dovendo concentrare in pochi giorni una miriade di angoli imperdibili da esplorare, il momento del ristoro non era fondamentale ma comunque necessario per recuperare l’energia spesa su e giù per avenues e grattacieli. Fatto sta che mi son resa conto allora di quanto non fosse facile la vita per una vegetariana in una città in cui regna Burger King e dove la maggior parte dei ristoranti etnici offre principalmente piatti di carne d’ogni tipo, drogati da un’incredibile varietà di spezie. Esclusi, quindi, hamburger e kebab e preferendo eventualmente pinne di pescecane e alghe al vapore alla pizza di Little Italy, mi son trovata una sera nel Theater District, sulla quarantacinquesima strada, davanti a Kodama, un rinomato ristorante giapponese. Ammetto d’essere una vegetariana anomala – o “in evoluzione”, come qualcuno ama dire - poiché di fronte a pesce e crostacei mi arrendo più che volentieri, perciò mi sono infilata nel locale, sperando in un tavolo libero e curiosa di provare quel tipo di cucina.
Contrariamente alle nostre città, New York pullula di ristoranti giapponesi mediamente a buon mercato, che niente hanno a che vedere con gli eccessi di Nobu a Milano o dello Zen Sushi a Roma.  La qualità è normalmente più che buona e l’atmosfera fa quasi dimenticare d’essere in America, se non fosse per il menu stampato anche in caratteri occidentali. La preparazione dei piatti avviene al momento, sopra un banco a vista, dove uno chef, con abile maestria e matematica precisione, affetta, arrotola, infilza e impiatta il sashimi o il sushi scelto.
Nell’attesa leggo il retro della lunga lista, fitta di nomi improponibili e imparo che non si sa esattamente quando questi piatti siano stati inventati. Pare siano stati i monaci buddisti provenienti dalla Cina ad averli introdotti in Giappone nel VII secolo. Ma si sono diffusi solo nei primi dell’800, ad Edo, l’odierna Tokyo, dove un certo Hanaia Yonei sembra abbia inventato il primo Nighirizushi, che veniva venduto su bancarelle di legno lungo le strade. Fatto sta che questa tradizione ha resistito fino a oggi, conquistando il gusto occidentale e diventando, addirittura, una moda e un modo per differenziarsi anche a tavola.
Ma di cosa si tratta effettivamente? Ebbene, il sashimi altro non è che pesce crudo tagliato molto sottilmente, accompagnato da molluschi affettati, da intingere in salsa di soia,  serviti con  wasabi, ovvero il nostro rafano, gari, cioè zenzero, e ponzu. La salsa ponzu, a base di limone, è gentile e piuttosto innocua al palato rispetto al wasabi, che al contrario è un intingolo verde molto aggressivo, non per niente chiamato anche namida, ossia lacrime, tanto per mettere in guardia sul suo potenziale effetto. Il gari ha un sapore dolciastro e acre insieme, che a me ricorda il profumo di sapone e viene alternato alle portate come sorbetto. Il sushi è invece una preparazione a base di riso cotto con aceto, zucchero e sale e guarnito con pesce crudo, alghe, verdure, uova e talvolta anche carne. Esistono molte versioni di sushi, a seconda della combinazione dei ripieni e dei condimenti ma anche della maniera in cui vengono presentati in tavola.
Il Makizushi è forse il più diffuso da noi e consiste in deliziose polpettine cilindriche avvolte in un foglio di alga essiccata, l’alga nori, che a guardarle sembrano gioielli in miniatura. Così come il Nigiri è piuttosto conosciuto e si presenta come petali di pesce crudo, tonno, salmone o gamberi principalmente, distesi su un letto di riso, che è quasi un delitto disfare.
Ma le versioni sono moltissime, dal Futomaki al Uramaki, dall’Oshizushi al Nigirizushi, con una fantasia non solo di nomi ma soprattutto di forme e colori da farne pregustare il sapore solo alla vista. Niente è casuale nella combinazione degli ingredienti, persino le dimensioni di ogni pezzo devono attenersi a regole precise, per far sì che ogni piatto sia una piccola opera d’arte.  L’Hosomaki, per esempio, è una polpettina di due centimetri, molto più abbordabile per chi non è avvezzo agli hashi, le bacchette, rispetto ad un Temaki, polpetta a forma di cono lunga dieci centimetri, decisamente poco pratica da afferrare, per cui è concesso l’uso delle mani. Varianti del pesce crudo sono i Tempura, gamberi fritti in pastella, e i Noodles, lunghi spaghetti molli, davvero non facili da raccogliere. Infine, il tofu, formaggio di soia, e il sakè, il tradizionale vino giapponese, completano la tavola. 
Da quella prima volta mi sono innamorata della cucina giapponese e dell’atmosfera che l’accompagna, anche se onestamente non è stato immediatamente naturale per me gestire tanto piacere con gli hashi. Eppure, con un po’ di pazienza e tanta curiosità, ho capito come anch’essi contribuiscano al rito: maneggiarli con sapienza è un’arte che suggerisce lentezza e aiuta ad apprezzare il momento del pasto come puro godimento. Ma occorre imparare alcune regole di bon ton nipponico: innanzitutto gli hashi, quando non utilizzati, vanno appoggiati su un apposito sostegno, l’hashioki, non devono mai essere infilati nel riso, poiché questo è un gesto ammesso solo durante i funerali, non devono essere utilizzati per indicare qualcuno o qualcosa e non devono mai essere incrociati, perché porta sfortuna. Infine, per servirsi da un piatto di portata, occorre usare la parte estrema che non si è avvicinata alla bocca.  Portare la ciotola del riso all’altezza del mento non è affatto disdicevole, così come sottolineare il gusto con apprezzamenti sonori, risucchi e gorgoglii, cosa poco fine per noi occidentali ma esplicito segno di gradimento per i Giapponesi.
Mangiare giapponese non è semplicemente accontentare il palato. E’ un mondo si sensazioni, una vera e propria esperienza mistica che coinvolge più livelli sensoriali. Innanzitutto è un piacere da guardare. Il piatto deve essere innanzitutto bello, preludio di un’armonia perfetta che comincia dall’arte della sua preparazione. Non per niente per diventare cuoco di sushi occorre dimostrare forte volontà e disciplina. Tradizionalmente, l’apprendista si doveva limitare ad osservare il suo maestro fintanto che non avesse imparato alla perfezione la tecnica di cottura del riso e più avanti l’arte del taglio del pesce. Addirittura, un tempo, questa era una professione esclusivamente maschile, poiché si pensava che le mani femminili, possedendo una temperatura mediamente più alta, alterassero la freschezza degli ingredienti. 
L’unico senso non fortemente coinvolto è, forse, l’olfatto, non essendo previste spezie e trattandosi principalmente di cibi crudi e freschi. Ma con un po’ di fantasia, da un bocconcino intinto in soia e rafano, si riesce ad immaginare il profumo salmastro di conchiglie e di mare. Al piacere estatico segue quello del gusto. Ogni boccone invita ad una masticazione lenta e flessuosa, che mescola la fluidità della materia con la scioglievolezza della lingua. E’ estasi allo stato puro, quasi da gustare ad occhi chiusi per assorbire meglio ogni sfumatura di sapore e di colore. E’ un po’ come se la piacevolezza al palato diventasse bella e la bellezza diventasse buona, in una contaminazione dei sensi davvero stimolante.
Quando mi trovo alle prese con un piatto di sushi, è impossibile per me trattenere mugolii di apprezzamento vagamente equivoci, che di solito solleticano o imbarazzano chi mi accompagna, a seconda della sensibilità, ma che sicuramente non lasciano indifferente. In situazioni simili somiglio un po’ a Mag Ryan nel film “Harry ti presento Sally”, tanto per intenderci, quando, seduta al ristorante, di fronte al suo compagno, simula il piacere orgasmico che il cibo le dà, contagiando tutti i presenti con esagerati gemiti. Se poi il piatto in questione avesse anche un aspetto allusivo e particolarmente invitante, beh, ancora meglio …
Forse in Giappone non scandalizzerebbe quest’esternazione di godimento, dato che alla fine di ogni pasto è usanza tirare un lungo sospiro di sollievo, per sottolineare la propria soddisfazione. Sospiro che fa capire come un cibo possa diventare alimento non solo del corpo ma anche dell’anima.
Da quella prima volta a Kodama sono diventata una frequentatrice affezionata di sushi-bar. Ho anche imparato a preparare da me alcune ricette con meticolosa precisione e libertà di fantasia. E devo dire che è un vero piacere anche lo stesso manipolare riso, alghe e pesci. Arrotolarli con cura nel bambù, aggiustarne la rotondità nell’incavo della mano, dare la giusta lunghezza con le dita, ponderare con delicatezza lo spessore, infilare ogni ingrediente al suo posto rifinendo per bene il contorno e sistemare infine il tutto in modo che il piatto trabocchi di desiderio. Insomma, è un’esperienza che mette davvero l’acquolina in bocca.
A questo punto, se siete stati contagiati anche voi dall’irresistibile voglia di sushi, non mi resta che dirvi “itadakimasu” e “kanpai”, ovvero buon appetito e cin cin a tutti.
Il piacere è servito!

martedì 4 settembre 2012

Yoku mireba




E' probabile che Matsuo Bashō, poeta giapponese del Seicento, stesse vagando per una delle sue usuali passeggiate nella Natura senza una meta precisa, quando, d’improvviso, notò qualcosa che se ne stava trascurato dietro una siepe. Si fece lentamente più vicino, guardò meglio e scoprì che si trattava semplicemente di una piantina selvatica, insignificante, a dire il vero poco attraente, che di certo sarebbe passata inosservata a qualsiasi altro viandante. A Bashō, tuttavia, quella misera piantina arruffata suscitò un improvviso sentimento di ammirazione e di profonda commozione, tanto che le dedicò d’istinto una poesia, uno dei suoi tanti, bellissimi haiku, dal titolo “Yoku mireba” ovvero “Quando guardo attentamente”:

Yoku mireba
Nazuna hana saku
Kakine kana.

Che in italiano si traduce così:

Quando io guardo attentamente
vedo il nazuna in fiore
presso la siepe.

Non è per tutti facile cogliere il sentimento che queste diciassette sillabe trasmettono, soprattutto se non si è particolarmente sensibili alla Natura e alle cose semplici, nude, pure. Immagino che per riuscire a vibrare e ad animarsi di tanta commozione di fronte a una pianticella nascosta, quasi disprezzabile, occorra tanta genuinità e altrettanta umiltà.
Non somiglia forse a un bambino, in questo, il poeta che coglie con occhi stupiti la bellezza della semplicità?
La routine e le abitudini finiscono per spegnere lo slancio delle emozioni e dei sentimenti buoni, inaridendo così anche il piacere della condivisione e della comunicazione empatica con gli altri. Se ci pensiamo bene, infatti, le emozioni non solo ci fanno sprofondare dentro noi stessi, implodendo ed esplodendo al tempo stesso, ma ci permettono anche di uscire dai confini del nostro ‘io’, mettendoci in contatto, in risonanza con gli altri e con tutta la Natura. Qualunque sia lo stato d’animo in cui si naviga, il sentimento in cui si nuota, è sempre lo stupore quella preziosa fiammella che accende la creatività, lo spirito poetico e, dunque, il trasferimento delle vibrazioni intime a chi ci legge, ci guarda o ci ascolta.
La catena dell'Himalaya può suscitare in noi un senso di sublime, le onde del Pacifico possono evocarci l'infinità. Ma quando la mente si schiude alla poesia, al misticismo o alla religione, riusciamo a sentire - forse quasi come Bashō - che persino dentro ogni filo d'erba incolta si nasconde qualcosa d’immenso che trascende ogni abbietta, venale, superficiale passione umana. Qualcosa di divino, che ci eleva verso una dimensione il cui splendore somiglia a quello del Paradiso Terrestre.
Non abbiamo bisogno di ali artificiali per raggiungere certe vette emotive. Non è questione di grandezza, di statura, d’imponenza, anzi, è nell’immensamente piccolo che si celano spesso le vibrazioni più potenti. E’ dentro il nostro cuore che guardiamo attentamente, in verità, quando ci emozioniamo ... dentro la nostra Anima che, come una piantina arruffata, dev’essere coltivata con amore per poter sbocciare e fiorire di colori così stupefacenti da incantare persino i poeti.