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lunedì 4 gennaio 2016

Il senso del bello per la neve


E d’improvviso tutto si veste di bianco.
Mi domando perché la neve, comune fenomeno atmosferico stagionale, desti in noi un senso di magica fascinazione. L’impatto visivo con quel mistico candore che ammanta i contorni terrestri rivelandone un’altra bellezza risveglia d’istinto un sentimento di ipnotica attrazione, del tutto slegato al pensiero razionale. E’ come se la neve, con le sue segrete geometrie, possedesse un senso tutto suo che dialoga direttamente con i nostri recettori emotivi.
Lo chiamerei il senso del bello per la neve.
I bambini lo capiscono al volo.
Loro non hanno bisogno di parole per sentire. 
E la comparsa della neve è sempre una eccitazione dei sensi, una giostra di entusiasmi. Eppure, anche crescendo, anche disfacendoci dolorosamente di quella morbida placenta fatta di ingenuità e di elementare sentire, anche noi adulti avvertiamo puntualmente l’emozione per la neve.
Forse, non è solo una risposta estetica, allora. Forse, sotto quell’immensa mano bianca che ci emotivizza riportandoci all’infanzia, germinano radici ancestrali che si abbeverano di questa magia destinata a liquefarsi nel tempo.
E se fossero tutti e cinque i nostri sensi a concertare il senso del bello per la neve?
Il bianco, dopo tutto, è la fusione di tutti i colori. Lì dentro si riversa tutto l’arcobaleno.
Un bianco che piace perché solletica la vista, quindi, evocando un candore verginale, una purezza, un’innocenza propria dei bambini, degli angeli e degli animali, io direi, un bianco che sa di bontà.
Un bianco che piace perché stuzzica il tatto, con quella soffice lama tagliente che brucia le dita e che tuttavia invita a giocarci con un irresistibile fame di stringerla e darle forma, forse per offrirle inconsciamente un vita concreta.
Un bianco che vien voglia di mangiare, anzi di bere, come fosse latte, il primo nutriente affettivo, dono di un’osmosi materna scolpita non solo in ognuno di noi ma nella memoria dell’umanità.
Un bianco che si fa ascoltare, con quel suo religioso silenzio che tutto assorbe, tutto racchiude e tutto domina, risucchiandoci in un altro universo, quello di una fiaba, quello di noi stessi, riportandoci al primo rigurgito di vita.
E un bianco che incuriosisce anche l’olfatto, sì, perché anche se i limiti umani non ci consentono di cogliere gli umori che la terra emana sotto la neve, questi fremono: basterebbe guardare i nostri cani seguire eccitati le tracce visibili solo al proprio naso e imparare che anche la neve odora di vita. Forse, in questo caso, noi adulti dovremmo osare un passo ancora più umile, ancora più coraggioso, e avventurarci ben più indietro nel tempo. 
Forse dovremmo tornare non solo bambini ma animali.

Allora sì che scopriremmo finalmente il senso del bello per la neve.

mercoledì 2 dicembre 2015

Il vagito dell'Universo


Facile è amare la Natura quando si risveglia. Quando la primavera sboccia d’inebrianti colori e l’estate schiude i suoi sensuali odori.
Ma si può altrettanto amare la Natura quando si assopisce. Quando si ritira nel suo letargico sonno, piano piano, in punta di piedi, sottovoce. Quasi chiedendo scusa alle creature viventi per sottrar loro colori e profumi, ecco che mesta si avvia verso il suo obbligato regredire, al ritmo ossequioso di una luce sempre più pallida, sempre più fredda. Fino a liquefarsi in una fragile penombra ai confini col mondo soffice dei sogni.
Così le piante finiscono per somigliare a immobili scheletri abbozzati in uno sfumato leonardesco, il cielo sembra piovere dentro il lago e le colline attorno paiono scivolare anch’esse dentro quell’enorme pozza grigioazzurra che è l’inverno.
Il silenzio si fa forte. Tutto tace. Eppure da qui, tra cedri e cipressi che come spavaldi scudieri sorvegliano il mio scrivere, sembra quasi di avvertire un leggero suono, un rumore di sottofondo, denso, costante, emanato da una sorgente invisibile, vicina o lontana non saprei dire. Sembra un filo teso tra la Natura e me. Che sia il primo vagito dell’Universo? L’eco sordo del Big Bang? Quella inquietante radiazione cosmica di fondo sfuggita di bocca alla Terra nell’istante del suo nascere, tanto impalpabile quanto presente, testimone di immensa forza e precaria certezza?
Ecco che allora, cullata da questo ancestrale lamento mai spento, sento che la Natura non muore mai per davvero. E che quel suo puntuale, lento e progressivo sopirsi fino quasi a scomparire non è che un’altra splendente manifestazione della sua eterna bellezza.
Un altro volto. Un altro vestito. Un altro trucco con cui lei si mostra, si spiega, si lascia guardare e si lascia amare.

Da chi la sa vedere.    

domenica 8 marzo 2015

Un cielo fitto di stelle



“Ricordo che passato lo tsunami, quando ho aperto gli occhi, ho visto un vuoto desolante intorno a me, ma anche un cielo immensamente fitto di stelle sopra di me. Erano tantissime e bellissime. Allora ho pensato che tutte quelle stelle dovevano essere le vite umane cadute sotto lo tsunami e andate a brillare lassù. Per loro, noi sopravvissuti avevamo il dovere di ricominciare e di ricostruire insieme il nostro paese, il nostro futuro… ”
Questa è una frase toccante che ho ascoltato in uno dei  documentari trasmessi in questi giorni da un’emittente giapponese, NHK World, durante un’intervista a un sopravvissuto alla catastrofe dell’11 marzo 2011 in Giappone. Con voce ferma e sguardo limpido, l’uomo intervistato è riuscito a comunicare con dignitosa commozione l’essenza del modo di sentire e di pensare orientale, così lontano dal nostro.
L’inevitabile dolore che ogni essere mortale capace di soffrire vive di fronte a una devastazione di tale portata suscita reazioni così diverse a seconda della cultura e della religione in cui si è imbevuti. Noi occidentali, e soprattutto noi italiani, di fronte alla perturbante ribellione della Natura che ci ricorda quanto siamo minuscoli rispetto ad Essa, abbiamo bisogno di trovare subito un colpevole. Qualcuno contro cui scaricare tutta la rabbia che la nostra impotenza alimenta, perché giustizia sia fatta in un processo terreno dove ognuno s’improvvisa giudice divino, con tutte le infami speculazioni che ne conseguono.
Gli orientali invece, e soprattutto loro, i giapponesi, non hanno bisogno di trovare un colpevole ma una soluzione, perché si sentono parte della Natura anche quando si scatena contro ogni previsione. L’obiettivo si profila nitido, schietto, mentre ancora la catastrofe fa sanguinare le ferite aperte: bisogna rialzarsi tutti insieme per trovare il modo migliore di rimettere assieme i brandelli e trasformarli di nuovo in case, scuole, ponti, strade. “Insieme” è la parola magica che fa la differenza: uniti nello stesso dolore, noi ci azzanniamo per scagionare le nostre colpe e puntare il dito sulle responsabilità altrui. Loro si prendono per mano per ricominciare daccapo, subito, riuscendo a trasformare il dolore in volontà e la tragedia in coraggio.
Da ogni catastrofe può nascere un insegnamento. E ripensando alla frase di quell’uomo dalla voce ferma e lo sguardo limpido, penso che dovremmo tutti imparare a guardare con occhi nuovi un cielo fitto di stelle in una notte buia. Forse quel cielo ci aprirebbe gli occhi e ci aiuterebbe a vedere ‘oltre’ i nostri stessi limiti.

martedì 23 aprile 2013

Socialing



AL VIA IL PRIMO EUROPEAN SOCIALING FORUM
Nasce il “Socialing”, un nuovo modello di sviluppo economico e culturale proposto per dare una risposta concreta ecosostenibile ai cambiamenti in atto nella nostra società.
Il 15 maggio, al Palazzo delle Stelline di Milano, saranno chiamati alcuni tra i più autorevoli esponenti del mondo accademico, imprenditoriale e istituzionale, per celebrare una giornata di riflessione e confronto sul tema del “socialing”. Ideatore e coordinatore del progetto è Andrea Farinet, Docente di Marketing Relazionale e Psicologia del Consumo all’Università Cattaneo di Castellanza (LIUC). Forte di una squadra di appassionati collaboratori esperti dei meccanismi economici, sociologici e culturali della nostra società, il progetto s’affaccia all’Expo 2015 con l’intento di offrire a organizzazioni e imprese nuovi approcci etici di produzione e distribuzione, a partire dall’agricoltura ma non solo, per rivolgersi al cliente in maniera sempre più attenta e sensibile. “I tradizionali modelli capitalistici e le strategie di business devono essere profondamente ripensate alla luce di una visione nuova capace di creare consenso intorno a un modello di economia partecipativa”, spiega il Professor Farinet. L’intento è mettere al centro delle priorità di mercato le reali esigenze delle persone per ristabilire il primato della dimensione umana e del benessere rispetto al puro valore economico e dell’avere. Risulta imprescindibile in questo ambizioso e necessario cammino fare un umile atto: spostare l’attenzione dai propri egotismi e tornare a nutrire profondo rispetto per la nostra Terra, Terra intesa come Pianeta e come Terra Coltivata da conoscere e tutelare.
Partendo da questi propositi, saranno varati tre strategici progetti che renderanno ancora più concreto il panorama culturale di Expo 2015: “Chilometro Verde”; “Dieci Filiere per salvare il mondo”; “Carta Universale dei Diritti Della Terra Coltivata”.
Tra gli illustri ospiti del Forum del 15 maggio parteciperà anche la nota ambientalista indiana Vandana Shiva, Presidente dell’International Forum on Globalization.
Info: www.socialing.org

giovedì 28 marzo 2013

Verde brillante



Le piante sono intelligenti?
Certo che lo sono. 
Le piante sono creature dotate di straordinarie facoltà e profonda sensibilità, infinite virtù che nulla hanno da invidiare all’intelligenza animale e umana, se rapportate alla loro sfera vitale.
Un libro di Stefano Mancuso e Alessandra Viola appena pubblicato conferma secoli di riflessioni rimaste, tuttavia, pressoché misconosciute o sottovalutate riguardo la genialità del mondo vegetale. Il libro s’intitola “Verde brillante” è edito da Giunti e lo consiglio a chi come me intuisce la preziosità di creature apparentemente semplici, in realtà follemente complesse e, soprattutto, indispensabili alla nostra stessa vita.
Infatti, le piante potrebbero benissimo vivere senza di noi, com'è stato all'origine dalla vita sulla Terra, mentre noi esseri umani e animali senza di loro ci estingueremmo in breve tempo. Eppure persino nella nostra lingua, espressioni come “vegetare” o “essere un vegetale” alludono a condizioni di vita passive, tristi e mortificate.
Quando mai! “Vegetale a chi???” Ecco, se le piante potessero parlare, sarebbe forse questa la prima domanda che ci farebbero. Ma se le piante davvero potessero parlare, saremmo noi a dover umilmente interrogare loro e, di certo, il mondo sarebbe finalmente migliore!

lunedì 3 settembre 2012

La voce della Terra




Quando ero piccola, qualcuno mi regalò un mappamondo. Era grande, molto grande, almeno così appariva ai miei occhi sognanti di bambina. S’illuminava al suo interno di una luce liquida, che carezzava tutta la tonda superficie, dando alla nuda plastica una piacevole sensazione di calore e movimento. Quando l’accendevo, la Terra si colorava di vita. Tra le mie mani scorrevano fiumi e laghi, si schiudevano baie e oceani, si srotolavano deserti e s’impennavano montagne che declinavano tra prati e colline. Contemplavo con la mente meraviglie che, ne ero certa, prima o poi avrei visto, calpestato e respirato davvero. E così è stato.
Quel mappamondo esiste ancora. Sta posato sullo scaffale più alto della mia libreria, dove solo la polvere lo carezza ormai, tanto non serve più. C’è internet, oggi, che mette il mondo in mano. Eppure, qualche volta, alzo ancora lo sguardo lassù e un sentimento di tenerezza si mescola alla nostalgia del tempo che passa.
Il tempo passa e cambia tutto. Quel bel mappamondo, oggi, mi appare quanto mai piccolo, fragile e spento. E’ lo spettro di un Pianeta sofferente, che grida e chiede ascolto! Ci sono crepe al posto dei mari e ferite anziché montagne. Tanti dei luoghi che, crescendo, ho avuto la fortuna di visitare, sono oggi sconvolti, stravolti, irriconoscibili. Alcune meraviglie nemmeno esistono più, perdute per sempre e mi domando … domani, tra qualche anno, cosa resterà e come si trasfigurerà ancora questa nostra bellissima, povera Terra.
Non sono catastrofista, credo nel futuro. Mantengo acceso quello sguardo stupito e curioso di bambina ma non posso fare a meno di ascoltare con seria preoccupazione la voce della Terra che, sempre più spesso, si leva greve come un monito, un’accusa.
Perché la Terra ci sta parlando! Lo fa in continuazione ma evidentemente non basta che sussurri, che mormori, occorrono grida e non gemiti, perché ci si accorga di Lei. Ci sta ricordando che la nostra vita, quella di tutti gli esseri viventi, è stata possibile, e sempre sarà possibile, proprio perché Lei, la Terra, è viva! Anche Lei, come noi, vive e si muove, costantemente, in maniera impercettibile, fluttuante ma si muove. Sposta mari e continenti, respira e palpita, ha il fuoco dentro di sé ed è proprio quel fuoco la sua forza, la sua energia e la sua difesa. Ha un cuore che batte e questa vitalità ha un prezzo che tutti, purtroppo, ben conosciamo: i terremoti, i maremoti, gli uragani, gli tsunami. Ecco che a volte Lei deve abbandonare il suo ritmo lento e ineluttabile per scoppiare violentemente, con furia: deve urlare la Terra, perché questa è la sua natura, altrimenti muore.
Sciocco è l’uomo se non si riconosce come parte integrante di questa stessa Natura. Sciocco è l’uomo che progetta la sua vita illudendosi di regnare sovrano indiscusso in un paradiso terrestre immutabile ed eterno a disposizione esclusiva dei suoi capricci e deliri. E soprattutto sciocco è l’uomo se pensa di poter vivere senza limiti e senza riguardo per ciò che la Natura gli offre. Ecco cosa chiede a noi in cambio la Terra: umiltà e rispetto!
Troppo spesso siamo sordi a questa preghiera. Sordi e miopi. Perché non solo stiamo spremendo la Terra di tutto quel che ha da offrirci ma ci permettiamo anche il lusso di farci del male assurdo, gratuito, tra di noi, dividendoci anziché unirci per darci forza e coraggio. Non ci rendiamo conto di vivere tutti su un granello di sabbia, alla deriva di un oceano infinito, dove un gruppetto di minuscole formiche deliranti preferisce isolarsi dalle altre, nel ridicolo affanno di preservare ognuno il proprio infimo giardinetto profumato, seminato di vacuo benessere e facili comodità. Questa non è retorica, non è filosofia: è realtà! Ostentando questo modo folle di ragionare, presto si faranno partiti di quartiere, leghe di condominio e bunker familiari, con l’illusione di salvarsi ognuno dentro il proprio micromondo fiorito di egoismi, mentre fuori la feconda Terra esplode!
Forse è il caso di ripensare alla nostra caducità e transitorietà, non soltanto personale ma collettiva. Passato un terremoto, si ricostruisce e ci si rialza in piedi. Le grandi ferite, quelle visibili, si rimarginano prima o poi e smaltite l’emozione, la commozione e la paura, ecco che si ritorna a vivere come prima, anche meglio di prima, perchè da tanta sofferenza dovremmo avere imparato qualche cosa di utile … si spera!
Tuttavia, oggi, se di fronte agli squarci tellurici, alle onde gigantesche e ai missili di fuoco sembriamo rassegnati ad accogliere la sfida, è l’Invisibile che spaventa. Quella specie di peste moderna radioattiva è come un pus venefico, tentacolare, che fuoriesce da un enorme bubbone e che lentamente si diffonde, scavando dappertutto, persino dentro il nostro minuscolo giardino fiorito. Così come la luce liquida del mio mappamondo inondava di vita il globo tra le mie mani, questo veleno invisibile s’insinua ovunque, circonda ogni cosa e invade ogni creatura. E’ una peste subdola, silenziosa e inesorabile, che scorre nell’acqua, si libra nell’aria, penetra nella terra, morde la pelle e non dà possibilità di scampo. Di fronte a questa minaccia invisibile che divora da dentro, allora sì che siamo tutti uniti e diventiamo tutti ugualmente muti, ciechi e paralizzati.
Magari, questa paura che disarma e disorienta, quest’incubo che improvvisamente ritorna e ci denuda, sarà la scintilla necessaria a scuoterci dal beato torpore in cui eravamo calati. Risveglierà i nostri sensi, accenderà un’altra febbre, resusciterà un nuovo Adamo e una nuova Eva, insieme a quella straordinaria capacità di reagire, di creare e di reinventare che noi Esseri umani abbiamo.  Bisogna aprire gli occhi per guardare lontano e tendere le orecchie per ascoltare la voce della Terra, tutti insieme, coltivando sogni realizzabili e speranze condivisibili, non solo fazzoletti di aridi giardini.
Vorrei soffiar via la polvere, ora, e poter vedere ancora illuminarsi di luce liquida il mio mappamondo colorato, sentire il suo calore sempre vivo e palpitante tra le mani e vorrei poter scrivere, tra tanti, tanti anni …. “che paura abbiamo avuto ma ce l’abbiamo fatta anche quella volta e oggi la Terra risplende ancora più bella!