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mercoledì 3 dicembre 2014

SVIZZERA, LA PICCOLA NAZIONE DALLE GRANDI TRADIZIONI


UN PUZZLE MULTICOLORE DI NATURA, STORIA E CULTURA


Verde come le sue valli, azzurra come i suoi laghi, bianca come le sue vette: è la Svizzera, piccola Nazione dalle grandi tradizioni

  
SWISS TRAVEL SYSTEM: IL MODO PIU’ INTELLIGENTE PER VISITARE IL TERRITORIO ELVETICO
Poche sono le nazioni in cui Natura e Cultura si prendono sottobraccio, unite in una simbiosi perfetta. Una di queste è certamente la Svizzera: microcosmo di montagne innevate, romantici laghi e rigogliose valli che avvolgono città industriose dal fiero passato, quasi a volerle mantenere intatte, scolpite tra terra e cielo. Ognuno dei 26 Cantoni rappresenta una cartolina a sé: diversi per tradizioni, dialetti e profilo paesaggistico, si incastrano l’uno con l’altro come tanti piccoli tasselli di un unico puzzle colorato.
Per questo vale la pena esplorare la Svizzera in maniera capillare, per apprezzare tutti i suoi volti, dalle città d’arte ai piccoli borghi di montagna. E la maniera più intelligente per farlo è quello di affidarsi alla sua rete di trasporti. In particolare, Swiss Travel System è l’unione di diverse società di trasporti che offre ai viaggiatori di tutto il mondo la possibilità di usufruire di tutti i mezzi pubblici su una tratta di circa 26.000 chilometri con l’acquisto di un solo biglietto, lo Swiss Pass. Con questo biglietto unico, acquistabile anche in rete, è possibile viaggiare su treni interregionali e regionali, tram, autobus, metropolitane, autopostali e battelli in totale libertà, evitando imprevisti, code e soprattutto ritardi, vista la leggendaria puntualità svizzera. Non solo: lo Swiss Pass contempla l’ingresso gratuito in oltre 470 musei in tutta la Svizzera, un numero davvero straordinario.
Il link tra Natura e Cultura si traduce così in un’esperienza esemplare ed educativa perché, oltre ad assicurare spostamenti confortevoli ed economici, tutela la salute di un paesaggio unico al mondo, scoraggiando l’uso delle auto e quindi evitando l’inquinamento dell’aria.



SAN GALLO, LA CITTA’ DEI TESTI E DEI TESSUTI
Dal Canton Ticino si raggiungono i Cantoni della Svizzera orientale in circa tre ore di treno, con l’Eurocity che silenziosamente fende pittoresche valli e costeggia placidi laghi.  
San Gallo sembra uscita da una fiaba, adagiata tra il lago di Costanza e l’Appenzellese. Piccola metropoli dallo spirito cosmopolita, fonde un passato pregno di cultura a un presente di grande imprenditorialità. Il nome della città deriva dalla fondazione del monastero voluto dal monaco irlandese San Gallo, intorno all’anno 612, monaco di cui si narrano curiose leggende. Già dal 747 il monastero ha seguito il rigore benedettino che prevedeva lo studio contemplativo dei libri: da qui la costruzione di una biblioteca e il fervore culturale della città. L’area monasteriale con la cattedrale barocca e la biblioteca rococò (in cui sono conservati 170'000 documenti, alcuni dei quali scritti a mano risalenti a un migliaio di anni fa) hanno reso San Gallo, dal 1983, sito del Patrimonio Culturale dell’Umanità. Tutt’attorno al cuore monasteriale si diramano le viuzze in pavé e percorrendole si sguscia quasi impercettibilmente dal passato al presente, dall’austerità medievale al brio della modernità. Le tracce del Medioevo sono tuttora visibili e ben conservate nel profilo architettonico della città. Un esempio sono gli Ercker, ossia i bovindi – o finestre a sporto - che dalle case s’affacciano sulle strade. Scolpiti in pietra o intarsiati in legno, i bovindi esprimevano in origine la ricchezza della famiglia che vi abitava e ogni simbolo dipinto o intarsiato raccontava una storia. Sorprende piacevolmente l’accostamento di stili diversi – barocco, rococò e classico - con strutture moderne, o decisamente all’avanguardia, come gli edifici firmati dall’architetto spagnolo Calatrava.
Dal Medioevo fino al 19 secolo, San Gallo si è sviluppata come centro tessile e oggi un prestigioso museo, il Textilmuseum, testimonia l’importanza che nei secoli hanno avuto i tessuti, in particolare pizzi e ricami, sia per l’economia interna della città, sia per i rapporti commerciali di San Gallo con il mondo, innanzitutto con l’Oriente.
Oggi San Gallo è anche una città universitaria e propone una ricca gamma di proposte culturali tutto l’anno, in teatri e musei. Quando la stagione si fa più dolce, la romantica piscina all’aperto in stile liberty Dreilinden-Weiher induce al relax, mentre le valli circostanti sono un goloso invito per escursionisti, amanti del trekking e della bike.
Infine, San Gallo offre un’ulteriore attrattiva: la cucina. I sapori qui sono ruspanti perché vengono dalle valli circostanti: dai succulenti bratwurst al formaggio Appenzeller, dalla birra artigianale al Biber, un dolce tipico a base di ginger e altre spezie ripieno di pasta di mandorle, particolarmente apprezzato durante le feste natalizie.

Dove dormire
L’Hotel Oberwaid, a pochi minuti di tram dal centro della città, ha una particolarità che lo rende unico a San Gallo. Oltre ad essere un moderno quattro stelle con ogni comfort e vista privilegiata sul lago di Costanza, è un noto centro di cure per il benessere psicofisico, immerso nel verde all’insegna del relax. Un centro Tau Spa super attrezzato e seguito da personale medico specializzato è la traduzione attuale di quello che in origine era la Kurhaus, dedicata non solo alla rigenerazione fisica ma anche alla cura di squilibri nervosi. Una ‘smart cusine’ completa le attenzioni per la salute, osservando ogni esigenza dei clienti.

Dove mangiare
Il Ristorante Drahtseilbahn propone le tipiche ricette locali con un ottimo rapporto qualità-prezzo. Dagli spaezli ai bratwurst, dai roesti ai formaggi si può fare una completa escursione gastronomica resa ancora più piacevole grazie alla birra locale e ai vini delle valli.     



ZURIGO, LA CITTA’ VERDE BACIATA DALL’ACQUA
Ricca, ordinata e pulita: questi sono i primi aggettivi che saltano alla mente quando si pensa a Zurigo. Eppure, nonostante ciò sia vero, questa affascinante città che sorge ai piedi delle Alpi orientali svizzere ha un’altra caratteristica più legata alla natura: è la città dell’acqua. Infatti, Zurigo è lambita dal lago omonimo attorno al quale sorge la città ed è attraversata dal possente fiume Limmat che la divide in due. Non solo: dalla bocca di oltre 1200 fontane pubbliche zampilla un’acqua particolarmente pulita e cristallina, di perfetta bevibilità. Il lago e il fiume offrono moltissimi punti di balneazione ed è un passatempo abituale dei cittadini nuotare in queste acque durante la bella stagione, così come sono un’attrattiva i tanti battelli che organizzano crociere per poter ammirare la città da un punto di vista più naturalistico. Il lago di Zurigo, inoltre, ospita alcune oasi incontaminate, come l’isola di Ufenau e di Luetzelau, raggiungibili anche con agili water taxi.
L’altro aspetto che lega Zurigo alla natura è la grande estensione di aree verdi: parchi e foreste, insieme alla montagna che la sovrasta – la Uetliberg – incorniciano la città in una cartolina da favola. Paradiso per gli escursionisti e per gli amanti degli sport all’aria aperta, Zurigo e i suoi dintorni ospitano volpi, marmotte e uccelli rapaci protetti, oltre a diverse specie di animali custoditi nel grande Zoo. L’ottima rete di trasporti pubblici urbani, inoltre, rende superfluo l’uso dell’auto, alimentando così un ambiente atmosferico sano e godibile.
Numerosi ritrovamenti archeologici testimoniano le origini celtiche di Rapperswil, sul lago di Zurigo, il che dimostra che la regione era abitata già 5000 anni fa. I Romani hanno poi sviluppato l’intero territorio e la ‘città vecchia’ ancora ne conserva alcune tracce. Turicum, da cui deriva il nome attuale della città, era in epoca romana un posto doganale strategico sulla riva sinistra del Limmat. Zurigo è sempre stata culturalmente all'avanguardia e i suoi imprenditori sono diventati l'ossatura della rivoluzione industriale in Svizzera nel XIX secolo. Oggi i trascorsi storici, fortemente legati alle turbolenze religiose tra cattolici e riformisti, si stemperano nel volto più attuale e glamour della città, fatto di arte e di lusso.
Zurigo conta, infatti, ben 50 musei. Il Kunsthaus, museo di arti figurative, ospita ricche collezioni di dipinti, sculture, foto e video, oltre a un’ampia collezione delle opere di Alberto Giacometti. Interessante è anche il Museo Rietberg, uno dei principali centri per l’arte extraeuropea.
A pochi passi dalla stazione centrale di Zurigo, invece, sorge lo Schweizerisches Landesmuseum, il Museo Nazionale Svizzero. La zona ovest di Zurigo è invece un’oasi urbana in continua trasformazione, dinamica e multiculturale, espressione di una città al passo con i tempi.
Il volto più commerciale della città è rappresentato dalla Bahnhofstrasse, la via degli acquisti di lusso, costruita 150 anni fa, ricavata dal fossato che circondava e difendeva la città.
Infine, Zurigo non dorme mai: vanta il più alto numero di locali della Svizzera ed è pertanto un’attrazione anche per i nottambuli. Dal party a ritmo di house-music nel leggendario Kaufleuten, al meglio dagli anni ‘80 nel Mascotte o al gay-party nel Labor Bar, la movida comincia alle 23.00 e prosegue fino all’alba e, quando la stagione lo consente, si estende all’aperto sotto le stelle.

Per quanto riguarda le attrazioni del palato, Zurigo offre un ventaglio gastronomico straordinariamente vario, dai ristoranti più tradizionali ai locali più stravaganti e trendy. Imperdibile un assaggio del famosissimo spezzatino di vitello alla zurighese con funghi e panna (Zürcher Geschnetzeltes) gustato possibilmente in qualche ristorante tipico della città vecchia. Altrettanto appetitoso è il lato dolce della gastronomia, famosa per i suoi maestri cioccolatieri, che fanno di ogni dessert un vero gioiello.

Dove dormire
L’Hotel Storchen ha ospitato, in oltre 650 anni di vita, alcuni dei personaggi più famosi del panorama culturale internazionale. Ricostruito nel 1938 e costantemente ristrutturato, oggi continua a sedurre anche l’ospite più esigente. In posizione strategica – si affaccia sul fiume Limmat e sorge nel centro storico della città – l’Hotel, dedicato simbolicamente alla cicogna (Storchen), sposa la raffinata eleganza della tradizione con i comfort della modernità. L’ambiente intimo e raccolto invita a un soggiorno romantico nel cuore di Zurigo.

Dove mangiare
Il ristorante Zeughauskeller è quanto di più tipico si possa trovare a Zurigo e vanta una lunga tradizione. Ambiente spazioso e sempre affollato, soffitti e tavoli in legno, armature appese alle pareti, atmosfera conviviale e allegra dove poter gustare le ricette tipiche della regione. I piatti abbondanti sono un tripudio di proteine, dai bratwurst alla kartoffelsalat e dopo averli gustati insieme a qualche boccale di birra locale è consigliabile una lunga passeggiata per la città. E’ bene prenotare con largo anticipo.
Il Ristorante Fondue Chalet è un’oasi di ristoro, soprattutto nelle giornate più grigie e fredde. Situato sulla Kalanderplatz, il ristorante in legno, simile a una deliziosa baita, conquista gli avventori con fumanti fondute in diverse variazioni e con la proposta di pregiati vini. Che si tratti di una cena romantica, di una ricorrenza, di un incontro di lavoro o semplicemente di una piacevole serata tra amici, al Fondue Chalet ci si sente come a casa e si ha voglia di tornare.



WINTERTHUR, LA CITTA’ GIARDINO DAL CUORE MEDIEVALE
A pochi minuti di treno da Zurigo, Winterthur è la sesta città svizzera per dimensioni e ospita la più grande zona pedonale d’Europa. Qui la cultura ha una lunga tradizione, tramandata dalle origini medievali, e lo testimoniano i 17 musei presenti, tra cui la famosa Collezione Oskar Reinhart “Am Römerholz” con oltre 200 opere dell’arte europea dei secoli XIV e XX. Mentre il Museo Oskar Reinhart “Am Stadtgarten” conserva circa 500 tele di artisti svizzeri, tedeschi e austriaci dal XVIII al XX secolo. L’orgoglio culturale si esprime anche con il Centro di fotografia, noto a livello internazionale, il Teatro del Casinò, diventato un imprescindibile punto di incontro della scena cabarettistica in lingua tedesca, e lo Swiss Science Center Technorama, dove si possono scoprire da vicino la tecnica e la scienza.
La fitta agenda culturale comprende diversi festival – dall’Afro-Pfingsten, che intende sensibilizzare il pubblico svizzero all’Africa, alle Giornate internazionali del cortometraggio fino alle Settimane musicali di Winterthur e agli spettacoli del Musikkollegium.
Nonostante la lunga tradizione industriale legata alla fabbricazione di motori, locomotive e tessuti, Winterthur è anche una "città-giardino" con moltissimi spazi dedicati a parchi e giardini. Negli incantevoli dintorni di Winterthur, tra boschi, vigneti, lungo il fiume Töss e lungo il Reno, sorgono castelli e roccaforti dal sapore medievale. Da qui è possibile avviarsi per piacevolissime escursioni fino alle cascate del Reno e verso il lago di Costanza, per respirare l’aria salubre di una regione in cui il rispetto per la Natura è un sacro comandamento.

Dove dormire
Il Sorell Hotel Krone è un boutique hotel storico, situato nel cuore della città, all’interno della zona pedonale. Con le sue 40 camere di fine design e tutti i moderni comfort è l’ideale per i viaggi d’affari, per gli amanti della cultura e per le famiglie. Il ristorante gourmet Pearl è stato premiato con 16 punti GaultMillau e particolarmente apprezzati sono anche l'accogliente bistro La Couronne e il Lobby Bar.

Dove mangiare
Ospitato nell’ambiente spazioso del Museo fotografico, il Bistrò George è un punto d’incontro appetitoso davvero originale. Pare che qui si possa gustare la miglior pasticceria della città insieme ai piatti tradizionali felicemente reinterpretati a regola d’arte, come la collocazione giustamente richiede.



BOX
Il mese di dicembre offre un motivo in più per visitare San Gallo, Zurigo e Winterthur. Sono i mercatini di Natale a colorare di magiche luci queste città già seducenti, stemperando il freddo invernale con i buoni sapori e profumi che le bancarelle emanano per le vie. Non solo manufatti artigianali da acquistare come romantico ricordo ma anche golosità gastronomiche da consumare in compagnia: si mescolano piacevolmente gli aromi di fondue e bratwurst, torta di mele e biberli, birra e ghulwein, un corposo vino rosso caldo molto speziato che ha il potere di sconfiggere l’aria pungente infondendo un piacevole benessere.
Dai fiabeschi mercatini di San Gallo a quello più imponente di Zurigo (che è il più grande mercato di Natale coperto d’Europa) fino a quelli di Winterthur con la sfilata di 750 Babbi Natale, ogni sosta dona la sensazione di tornare indietro nel passato. Quello di un’infanzia magica, colma di cose belle e buone.  



INFO:
Svizzera Turismo

mercoledì 25 giugno 2014

“VERSO” MENFI, TERRITORIO “DIVINO”


Sorsi di cultura, arte e sapori nel cuore delle Terre Sicane
per vivere le eccellenze della sicilianità


 Se l’ombelico del Mondo è il Mediterraneo, l’ombelico del Mediterraneo è la Sicilia.
In particolare, quei territori verdeggianti che dalla provincia di Agrigento s’affacciano con 10 chilometri di sinuose spiagge sul Mar d’Africa rimandano proprio all’origine della civiltà umana, quando si viveva con grato rispetto dei frutti di Madre Terra. Terre Sicane si chiamano, dalla popolazione anellenica di origine iberica migrata qui intorno al XII secolo a.C., successivamente ellenizzata dai coloni greci a partire dall’VIII secolo a.C.
In questa culla paradisiaca benedetta dal sole sorgono i comuni di Menfi, Sciacca, Selinunte, Santa Margherita di Belìce, Montevago, Sambuca di Sicilia e Contessa Entellina, che con la loro impronta storica danno un senso compiuto al susseguirsi di verdi colline digradanti verso il Mare Africano. Viti, ulivi, agrumi, fichi d’india e ortaggi si abbeverano di quella linfa vitale che solo la mescolanza tra terra e mare sa creare, donando loro qualità uniche.
Questa particolare personalità climatica e morfologica delle Terre Sicane, insieme ai trascorsi culturali, ne fa un luogo privilegiato non solo per apprezzarne scenari e orizzonti ancora incontaminati ma anche per assaporare un’enogastronomia d’eccellenza che rispecchia la varietà di una tradizione coltivata con passione. Nei prodotti di queste Terre, infatti, c’è tutto l’amore di chi le coltiva, le cura e le rispetta: c’è l’anima delle donne e degli uomini che le custodiscono. Per questo si sente l’esigenza non solo di far conoscere all’Italia e al mondo questo patrimonio paesaggistico, culturale ed enogastronomico ma anche di tutelarlo, difendendo in particolare i prodotti della terra garantendone l’identificazione.
In occasione della XIX edizione di Inycon – il consueto evento dedicato a incontri culturali e degustazioni che ogni mese di giugno coinvolge Menfi – è stata illustrata un’iniziativa che riguarda proprio la tutela delle eccellenze made in Sicily. Alla presenza delle maestranze della città, nella pittoresca cornice di Casa Planeta, è stato ufficialmente presentato il marchio “Qualità Sicura Sicilia” un marchio attribuito a tutti i prodotti che garantiscano l’origine territoriale e osservino un disciplinare tale da poterli definire “siciliani” e di “qualità”. Dietro questo simbolo reclama voce la vocazione della Sicilia, anzi dei Siciliani, perché sono loro - i produttori - i primi artefici della qualità, spesso poco valorizzati in questa frazione di mondo tanto ricca per biodiversità quanto immeritatamente trascurata.
Manifestazioni come Inycon sono quindi un’occasione per parlare di Sicilia e invitare la gente ad assaporare in prima persona la qualità di questo territorio. Non solo vino, dunque. Wine tasting e degustazioni sotto le stelle, cortili animati da musica, arte e sapori, convegni letterari che vantano presenze illustri come quella recente di Marcello Sorgi e sfilate di moda sul red carpet di Piazza Vittorio Emanuele III sono appuntamenti golosi, e al contempo educativi, che richiamano l’attenzione di un pubblico sempre più sensibile al bello e al buono. Appuntamenti che, una volta chiuso il sipario, lasciano a chi ne fruisce il desiderio di approfondire la conoscenza di queste Terre per toccarne l’anima e cogliere il segreto che le rende così affascinanti.


Così, dopo una degustazione o una presentazione letteraria, viene voglia d’incamminarsi attraverso quei meandri disseminati in secoli di storia, ripercorrendone le vicende umane. Tra i comuni di Sciacca e Selinunte non mancano le occasioni per emozionarsi e innamorarsi di un passato che tuttora si esprime nell’arte. Ben note sono le ceramiche di Sciacca, le cui origini risalgono alla fine del 1200, ceramiche che ancora oggi vengono prodotte dai maestri ceramisti, come la tradizione impone. Affascinante anche la lavorazione del corallo, del quale alla fine dell’800 sono stati ritrovati tre giacimenti fossili, con cui vengono cesellati preziosi gioielli.
Il Parco Archeologico di Selinunte, invece, rappresenta un vero e proprio tesoro custodito in uno scrigno già prezioso. Come creature immortali sopravvissute al tempo, i resti di otto templi in stile dorico si ergono imponenti verso il cielo tra la brulla terra spruzzata qua e là da agavi, ulivi e fichi d’india. Risplendono sulle colline a ridosso del mare, naturale custode di questo museo all’aperto, infondendo al paesaggio un’aura sacrale. All’interno del parco, che è il più esteso d’Europa con i 18 ettari visitabili, è custodito il tempio di Demetra Malophoros, con il suo antiquarium, mentre al Museo Comunale è ospitato lo splendido Efebo Selinuntino. Si dice che sotto la superficie visibile altri tesori aspettino pazientemente d’essere resuscitati e si spera che le autorità competenti sappiano adeguatamente investire nella rivalutazione rispettosa e lungimirante di una cultura dal valore incommensurabile.


Anche questa è una sfida della Sicilia: riuscire ad esaltare le proprie ricchezze, non solo enogastronomiche, difendendone l’appartenenza per offrirle al mondo senza tradirne l’identità. Ma non si può dimenticare che il comune denominatore tra patrimonio artistico, paesaggistico e culinario è l’humus umano: sono i Siciliani a fare la qualità della Sicilia, in ogni sua declinazione. Per questo i ristoratori, gli albergatori, i cuochi e le guide turistiche sono, insieme agli agricoltori e ai pescatori, l’altro volto della ricchezza del territorio. Un volto fatto di passione, generosità e spirito di sacrificio con cui, per vocazione, il siciliano affronta ogni giorno il proprio lavoro. Una chiacchierata con queste persone straordinarie, una giornata trascorsa in loro compagnia assaggiando sarde alla brace, cous cous e sorseggiando un buon Grillo è già un ottimo motivo per visitare a Menfi e i suoi dintorni. Un’esperienza indimenticabile che solo la Sicilia sa regalare.


 Dove mangiare e bere
I ristoranti aggiungono al piacere del palato quello dello sguardo: immersi nel verde lussureggiante dei vigneti che si tuffano nel mare, o accoccolati sul dorso delle colline all’ombra degli ulivi, oppure a pochi passi dalle spiagge lambite dalle acque blu. Ai ristoranti più conosciuti, come La Foresteria Planeta Estate (www.planetaestate.it), Da Vittorio (www.ristorantevittorio.it) e Il Vigneto (www.ristoranteilvigneto.com), un tocco di originalità è offerto dalle Cantine De Gregorio a Sciacca. Nata attorno a una torre d’avvistamento del ‘400, la Cantina s’è trasformata in una location dall’atmosfera raffinata ed elegante, che mescola il pregio della storia con la genuinità dei sapori. Una cena qui è d’obbligo per gustare insieme ai padroni di casa la vera sicilianità e, soprattutto, la qualità di vini dall’impronta indelebile.
Altro appuntamento goloso è offerto dalla Cantina Agareno a Menfi, nata nel 1999, che ha saputo dare al vino menfitano un ulteriore slancio grazie alla sinergia di una famiglia armoniosamente dedicata al lavoro e alla valorizzazione del territorio.

Dove dormire
La Strada del Vino delle Terre Sicane offre resort e agriturismi per tutte le esigenze, dove il primo biglietto da visita è l’accoglienza dei padroni di casa. A “Casa”, è proprio così che ci si sente quando si è ospiti qui e senza nulla togliere alle numerose possibilità di soggiorno che Menfi e i suoi dintorni offrono, Casa Mirabile è tra le più piacevoli. Antico Baglio immerso tra gli ulivi, edificato nel 1800 e destinato in origine alla lavorazione del vino, Casa Mirabile è un Relais di 11 camere finemente ristrutturato grazie alla passione di Fabiola e Lillo Barbera che hanno riportato questo luogo a nuovo risveglio. Casa Mirabile, infatti, era un’Antica Riserva del XVII secolo, proprietà di un ricco nobiluomo agrigentino che la volle regalare alla sua adorata in segno d’amore. Scelse quella casa in collina affinché ella ogni mattina potesse svegliarsi guardando il mare protetta dalla calura sicula. Dal fascino del passato, alla seduzione del presente: oggi Casa Mirabile è più graziosa che mai. La sua cucina è una vera tentazione, condita di semplicità e genuinità, perché qui tutto viene direttamente dal mare e dalla terra tutt’attorno. Dalla prima colazione alla cena, Lillo coccola gli ospiti con il suo sorriso e con proposte fuori del comune, in un crescendo di piacevoli attentati alla gola cui è impossibile non cedere.

mercoledì 30 ottobre 2013

Paul Bocuse, una laurea in "chefologia" stellata



Se andare a scuola non è sempre un diletto, lo diventa frequentando l’Istituto Paul Bocuse di Lione - Scuola di Management, Hotellerie, Ristorazione e Arte culinaria - che porta il nome del suo fondatore (insieme a Gérarde Péllisson). Non costretti al banco col grembiule nero, bensì elegantemente in piedi in toque blanche tra sofisticati strumenti di cucina e prodotti eccellenti, accanto ai migliori maestri del gusto e del savoir faire.
Non poteva essere che Lione la sede dell’Istituto. Città palpitante d'arte e di storia, è rinomata anche per la qualità dei suoi bouchon, le trattorie tradizionali il cui nome deriverebbe dalle insegne poste alla soglia delle antiche locande: un fascio (bouchon) di paglia e fieno che nell’antichità segnalava al viandante l’offerta di un ottimo pasto.
All’interno del Royal Hotel – storico palazzo affacciato su Place Bellecour, nel cuore della città – si è così consolidato questo sposalizio d’eccellenza tra hotellerie e didattica, una formula che sintetizza al meglio due fiori all’occhiello di Lione: l’arte e la cucina, appunto. E’ dal 2003 che l’Istituto Paul Bocuse ha assunto la gestione del Royal Hotel e il 5 novembre di quest’anno sono stati ufficialmente inaugurati  il “restaurant-école l'Institut” e l’”École de Cuisine.  Al primo piano dell’Istituto, in una graduale ascesa verso la trasparenza delle linee e l’essenzialità delle forme, sono accolti gli amateur gourmands che desiderano imparare le astuzie e i virtuosismi di mano dello Chef Philippe Jousse, esempio di pregio della Scuola. Con sorriso charmant incoraggia gli aspiranti chef ma con sguardo severo li dirige verso il rigore della perfezione.
Se il talento è una dote da coltivare, la tecnica è un esercizio che non si può improvvisare. Per questo, ogni anno, oltre 450 studenti di 40 nazionalità diverse, terminato il liceo scelgono l’Istituto Paul Bocuse – che dal 2010 vanta una sede anche a Shanghai - per trasformare il proprio potenziale genio in professione e un sogno in realtà. L’Istituto, infatti, non è una nicchia didattica chiusa nella sua stessa eccellenza ma una porta verso sbocchi lavorativi certi, forte del partenariato con università internazionali. I certificati conseguiti qui sono legalmente riconosciuti ed equiparati a lauree universitarie, quindi rappresentano un passaporto esclusivo per una figura professionale ovunque nel mondo. La selezione degli studenti si basa su un perfetto equilibrio tra cultura generale, originalità e personalità, qualità non facilmente misurabili ma salienti all’intuito degli esperti reclutatori.
Come spiega il Direttore Generale dell’Istituto – Herve Fleury – le parole d’ordine sono “rispetto, esigenza, generosità, etica” e la missione è unire la tecnica al savoir faire, perché cucinare, servire e mangiare rappresentano tre momenti intimamente connessi che si esprimono con un linguaggio da imparare e trasmettere. Il piacere della tavola, infatti, non nasce e finisce dentro un piatto: passa attraverso la sensibilità delle mani di chi cucina, si sviluppa nell’eleganza di chi serve a tavola e si celebra negli occhi, nella bocca e soprattutto nella mente di chi gusta il piatto. Per questo l’Istituto Paul Bocuse pone grande attenzione al tessuto psicologico e all’atmosfera contestuale del ‘mangiare’, affinché gli studenti laureati non sappiano semplicemente cucinare ma gratificare tutta l’esperienza sensoriale dei commensali. Con questo obiettivo, è essenziale che ricerca e innovazione arricchiscano continuamente la tradizione culinaria che l’Istituto vanta.
Borse di studio e incentivi sono a disposizione dei giovani che intendono investire qui sul proprio talento. E oltre ai tradizionali corsi accademici, l’Istituto propone seminari professionali per adulti, di 3 o 6 settimane, e mini corsi di uno, due o tre giorni, per amatori, turisti o semplici buongustai.
Un motivo in più per visitare Lione e sfidare i tanti bravi Chef della città, destreggiandosi personalmente ai fornelli. Se poi si desiderasse alloggiare al Royal Hotel – primo “Hotel École d’Europa - si avrà la possibilità di assaporare in un solo contesto l’eleganza dell’accoglienza e l’esperienza della Scuola di Cucina. Imperdibile, infine, una visita al mercato “Halles de Lyon-Paul Bocuse”, tra i profumi e i colori appetitosi dei prodotti locali, dove lo Chef faceva regolarmente la spesa per rendere unici i piatti del suo ristorante.



Chi è Paul Bocuse?
Paul Bocuse, grande Chef lionese premiato con tre Stelle Michelin, è il “Papa della cucina”. Personaggio emblematico, con la sua aura stellata continua a contagiare i giovani talenti che a lui s’accostano per imparare la sua arte. Il “Bocuse d’Or” è, infatti, il concorso culinario più prestigioso al mondo che si tiene a Lione ogni due anni.
Nato a Collonges-au-Mont, ridente paesino situato alle porte della città, eredita il suo talento dai genitori, a loro volta eredi di una dinastia di ristoratori, dal lontano 1765. Ad avviare inconsapevolmente questa fruttuosa attività e a dar vita alla gloriosa dinastia di cuochi Bocuse pare sia stata una donna di grande carattere, che gratificava chi portava i sacchi di grano al mulino con saporosi piatti. Chi ha dato il prestigio definitivo alla dinastia di Chef è stato il padre di Paul, George, laorando nei più celebri hotel di Francia. Il piccolo Paul già a otto anni aiutava la mamma nella cucina dell'Hotel du Pont di Collonges e, dopo circa sei anni, era già il regista dei fornelli.
Da allora, Paul Bocuse ha intrapreso il suo viaggio di grande Chef, interrotto solo dalla Guerra. Ha lavorato al Lucas Carton, un prestigioso ristorante in Place de la Madeleine in 8° arrondissement di Parigi, con il grande chef Richard Gaston. Nel 1950, con tre amici ha formato una squadra nel ristorante La Pyramide in Vienne, vicino a Lione. Nel 1961, ha vinto il sostegno di Meilleur Ouvrier de France e nello stesso anno ha vinto la sua prima stella Michelin, seguita dalla seconda nel ‘62 e dalla terza nel ’65. Il resto è storia recente, anzi futura, grazie all’Istituto destinato a costellare di nuove stelle il firmamento dei grandi cuochi.
La cucina continua ad essere per Paul Bocuse un’irrinunciabile ragione di vita: l'ha promossa e innovata, contribuendo alla nascita della  Nouvelle Cuisine.
Memorabile è una sua affermazione, di cui noi italiani dovremmo far tesoro: “L'egemonia della cucina francese durerà sino al momento in cui gli chef italiani si renderanno conto dell'enorme patrimonio che hanno a disposizione, sia dal punto di vista delle materie prime sia dal punto di vista delle innumerevoli sfaccettature delle tradizioni”.


mercoledì 23 ottobre 2013

Aspettando San Martino, l'appuntamento è di-vino


Puglia e Sicilia sono protagoniste di un autunno all’insegna del buon bere e dell’arte. Si comincia venerdì 8 novembre: l’Azienda Vinicola Tenute Rubino (BR) propone la seconda edizione di "Aspettando San Martino", un affascinante viaggio di scoperta dedicato al mondo enologico regionale. I diversi ambienti di lavorazione, affinamento e stoccaggio della Cantina accoglieranno i winelovers in una atmosfera briosa, dove il piacere del vino si sposa all'arte del teatro, grazie alla Compagnia brindisina "Meridiani Perduti".
La Compagnia rappresenta il concreto recupero della memoria storica territoriale e per “Aspettando San Martino” porta in scena lo spettacolo itinerante “Fermenti”, ispirato ai vini di Tenute Rubino. In questo percorso coinvolgente, la rappresentazione scenica si mescola alle degustazioni di vini e di stuzzichini della migliore tradizione pugliese.



Sabato 9 Novembre, invece, torna nelle storiche cantine di Marsala (TP) l’appuntamento ideato dal Movimento Nazionale del Turismo del Vino.
Protagonista Donnafugata, che da sempre ama condividere con gli amanti del vino di qualità i propri segreti. Durante la visita della Cantina si potrà assaggiare in anteprima un monovarietale 2013 spillato direttamente dalla vasca. Un momento prezioso, di solito riservato agli "addetti ai lavori".
Per chi ama le sfide, eccone due. La prima è “Metti alla prova l’enologo che è in te”: una degustazione alla cieca dei vini varietali con la possibilità di indovinarli e vincere il distintivo: “Enologo DOC Donnafugata”. La seconda: “Crea il tuo blend”, riservata ai vincitori della prima prova che potranno dar vita al proprio vino, miscelando alcuni dei monovarietali degustati. In palio un premio per veri intenditori.
Uno spazio speciale è dedicato al Mille e una Notte con una verticale di 4 annate, dal 1998 al 2008, che punterà ad esaltare le capacità di affinamento di questo nobile rosso di Donnafugata. Infine, per celebrare il vino nuovo, una performance musicale itinerante e uno schiticchio autunnale con i piatti della tradizione siciliana, all'insegna della convivialità e dell’allegria.


martedì 20 novembre 2012

Un frutto per tutti i sensi



Diceva bene Marcel Proust sostenendo che il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi ma nell’avere nuovi occhi con cui scoprirli.
Ne ho avuto conferma anche quest’estate, in Madagascar, durante un’escursione all’interno della foresta primaria di Lokobe. Avventurarsi laggiù dà la sensazione d’essere avvolti dal morbido abbraccio di piante gigantesche che con le loro liane invitano ad addentrarsi sempre di più nel cuore vergine della primitività. 
Le foglie carezzano, i fiori seducono, gli animali spiano. 
Viene spontaneo trattenere il fiato per non disturbare la quiete, camminare in punta di piedi, quasi a rallentatore, per assecondare l’apparente immobilità degli alberi e dei loro ospiti. Ma soprattutto viene naturale aprire gli occhi in maniera nuova, educare lo sguardo a ciò che sembra invisibile e che tuttavia c’è: respira, si muove, osserva e spera di non essere scoperto, se non con rispetto.
Mentre la mia guida procedeva lenta nella delicata ricerca di serpenti e camaleonti rarissimi, io ho casualmente alzato lo sguardo verso l’alto, più interessata ai lemuri che ai boa. E frugando serendipicamente con gli occhi tra le palme frondose, ho intravisto qualcosa d’inatteso. Una polposa macchia color giallo brillante stava appesa a un robusto tronco di una pianta mai vista prima. Non solo una ma altre tre, quattro o forse più macchie gialle penzolavano pigre dallo stesso fusto. Sottovoce ho pregato la guida di dirottare il cammino verso quegli stranissimi spruzzi di sole per capire cosa fossero ed è stato così che ho incontrato per la prima volta il Jackfruit.  Quando si dice “amore a prima vista”!
La pianta appartiene al genere Artocarpus, una famiglia di circa sessanta specie di alberi e arbusti tropicali sempreverdi, di cui la più nota è il Breadfruit o Albero del pane. Il Jackfruit è una variante meno nota, almeno nella nostra cultura. La sua origine è asiatica: dalla Thailandia l’albero è stato trapiantato fino in Brasile dai viaggiatori portoghesi del sedicesimo secolo, anche se alcune ricerche farebbero risalire la sua primissima coltivazione a seimila anni fa, in India.  La cosa certa è che il suo nome deriva dal portoghese “jaca”, inglesizzato nel 1563 dal naturalista Garcia de Orta nel suo affascinante libro “Colòquios dos simples e drogas da India”. Più tardi, un certo William Jack, un ambizioso botanico scozzese dei primi dell’Ottocento, restò a sua volta talmente affascinato da questa bizzarra pianta rinvenuta durante un viaggio in Malesia che millantò la paternità del nome, Jack appunto.
Nome di battesimo a parte, il Jackfruit oggi è uno dei tre frutti beneauguranti del Tamil Nadu - insieme alla banana e al mango – oltre ad essere il frutto nazionale del Bangladesh. Un’altra curiosità che lega il frutto all’Oriente, arte culinaria a parte, è che da esso si estrae il colorante giallo utilizzato per tingere le tonache sacre dei monaci buddhisti.
La sua lunga storia ha permesso alla pianta di approdare molto lontano dalle terre d’origine ed è così che anch’io ho potuto scoprirla in Madagascar, straordinario crocevia di cultura africana e asiatica. Ogni Paese in cui è arrivata è stato contagiato positivamente dalla sua esuberanza. In Brasile, paradossalmente, il Jackfruit ha finito per diventare invasivo, soprattutto nella foresta secondaria del Tijuca, dove piccoli mammiferi come il coati, essendone golosi, contribuiscono a diffondere a dismisura i suoi semi nel terreno, alimentando così un’eccessiva espansione della specie vegetale a scapito di altre.
In Madagascar, invece, la presenza del Jackfruit è discreta ma generosa e rallegra la foresta punteggiandola qua e là di queste sfere ovoidali gialle che possono raggiungere anche il peso di cinquanta chili e un metro di lunghezza ciascuna. All’olfatto il frutto non risulta immediatamente simpatico, perché l’odore che emana quando è maturo è prepotente e ricorda un po’ quello aspro  e pungente della cipolla. Dev’essere un trucco che la pianta ha escogitato come naturale difesa verso certi animali. Toccando il frutto, la prima sensazione è quella di scontrarsi con una superficie rugosa e coriacea inespugnabile che sembra non promettere granché di speciale con tutti quei bitorzoli tondeggianti. Invece, la vera sorpresa del Jackfruit sta proprio nel suo cuore tenero, cosa che avrei scoperto con mio grande piacere a cena, quella stessa sera.
Anche grazie al Jackfruit, ho imparato che il vero viaggio non solo vuole nuovi occhi con cui guardare ma anche una nuova bocca e un nuovo naso con cui sentire sapori del tutto sconosciuti. Essere curiosi e lasciarsi stupire è indispensabile per aprire i sensi con disinvoltura a nuove esperienze senza diffidenza né timore. E questo vale anche a tavola, soprattutto quando ci si trova lontano da casa.
Prima di assaporare il misterioso gusto del Jackfruit, ho voluto capire come venisse ricavata la polpa dalla scorza brufolosa. E ho constatato che il lavoro d’estrazione non è impresa da poco, anzi somiglia più all’arte fine dello scultore che a una semplice operazione culinaria. Dopo un primo taglio netto che squarta la sfera ovoidale esattamente a metà, la scavatura deve essere eseguita da mani esperte, decise ma delicate, di solito femminili. Il cuore carnoso del frutto si lavora con un coltello flessibile con cui si ricavano decine e decine di petali, simili a grosse fave o a patatine chipster, dal colore giallo tenue e lucente. Io li ho mangiati crudi, perché il frutto da cui sono stati ricavati era maturo al punto giusto. Quando invece il frutto è ancora acerbo o giovane, la sua polpa viene utilizzata cotta in un’infinità di sfiziose varianti: bollita, stufata, arrostita, lessata nel latte di cocco, speziata con aromi agrodolci e piccanti, accompagnata spesso da gamberi o carne di zebù.
La consistenza del petalo del Jackfruit crudo, così come l’ho assaporata io, è fibrosa ma cedevole e al primo impatto, che risulta sonoramente croccante sotto i denti, segue una sdilinquita scioglievolezza sulla lingua che ammutolisce dalla bontà. Il profumo si percepisce appena, mentre il sapore è garbatamente dolce e sottile ma non facilmente definibile. Immagino che la timbrica dipenda dalle papille gustative di ognuno, perché mi è capitato di raccogliere sensazioni discordanti tra loro da parte di chi, come me, assaggiava per la prima volta questa prelibatezza. Banana, ananas, mandorla, vaniglia, mela, soia e persino sapone: questi sono solo alcuni dei sapori che questo frutto titilla al palato. In realtà, il Jackfruit è semplicemente unico, ridente e sensuale. Questo è un motivo in più per assaggiarlo, giocando a dare un nome al suo carattere senza confonderlo con altre unicità del mondo vegetale. La possibilità ci sarebbe anche qui in Italia, poiché lo si può trovare, anche se raramente, in qualche mercato etnico particolarmente curato. Un delitto, invece, sarebbe provarlo in scatola, sciroppato, tostato o essiccato, come mi è capitato di vedere in certe drogherie nel centro di Roma. Non solo il Jackfruit inscatolato perde il suo fascino esotico ma s’impoverisce anche delle virtù intrinseche, visto che non è solo bello ma anche sano. Il Jackfruit è, infatti, una ricca fonte di vitamina B1, B2 e potassio, con un concentrato minimo di grassi e massimo di carboidrati.
Quindi, se possibile, meglio raggiungerlo e gustarlo laddove naturalmente prospera. E per completare l’elogio del goloso frutto, aggiungo infine che se il Jackfruit mi ha stuzzicato vista, tatto, olfatto e gusto è riuscito a sorprendere anche l’udito. Il legno dell’albero viene, infatti, impiegato nella costruzione di strumenti musicali dalle sonorità morbide e sensuali che hanno spesso animato i tramonti infuocati di un Madagascar per me indimenticabile, in tutti i sensi.
Indimenticabile anche grazie a quel giallo sole, odoroso e saporito, che spunta qua e là nella lussureggiante foresta di Lokobe.