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martedì 20 novembre 2012

Un frutto per tutti i sensi



Diceva bene Marcel Proust sostenendo che il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi ma nell’avere nuovi occhi con cui scoprirli.
Ne ho avuto conferma anche quest’estate, in Madagascar, durante un’escursione all’interno della foresta primaria di Lokobe. Avventurarsi laggiù dà la sensazione d’essere avvolti dal morbido abbraccio di piante gigantesche che con le loro liane invitano ad addentrarsi sempre di più nel cuore vergine della primitività. 
Le foglie carezzano, i fiori seducono, gli animali spiano. 
Viene spontaneo trattenere il fiato per non disturbare la quiete, camminare in punta di piedi, quasi a rallentatore, per assecondare l’apparente immobilità degli alberi e dei loro ospiti. Ma soprattutto viene naturale aprire gli occhi in maniera nuova, educare lo sguardo a ciò che sembra invisibile e che tuttavia c’è: respira, si muove, osserva e spera di non essere scoperto, se non con rispetto.
Mentre la mia guida procedeva lenta nella delicata ricerca di serpenti e camaleonti rarissimi, io ho casualmente alzato lo sguardo verso l’alto, più interessata ai lemuri che ai boa. E frugando serendipicamente con gli occhi tra le palme frondose, ho intravisto qualcosa d’inatteso. Una polposa macchia color giallo brillante stava appesa a un robusto tronco di una pianta mai vista prima. Non solo una ma altre tre, quattro o forse più macchie gialle penzolavano pigre dallo stesso fusto. Sottovoce ho pregato la guida di dirottare il cammino verso quegli stranissimi spruzzi di sole per capire cosa fossero ed è stato così che ho incontrato per la prima volta il Jackfruit.  Quando si dice “amore a prima vista”!
La pianta appartiene al genere Artocarpus, una famiglia di circa sessanta specie di alberi e arbusti tropicali sempreverdi, di cui la più nota è il Breadfruit o Albero del pane. Il Jackfruit è una variante meno nota, almeno nella nostra cultura. La sua origine è asiatica: dalla Thailandia l’albero è stato trapiantato fino in Brasile dai viaggiatori portoghesi del sedicesimo secolo, anche se alcune ricerche farebbero risalire la sua primissima coltivazione a seimila anni fa, in India.  La cosa certa è che il suo nome deriva dal portoghese “jaca”, inglesizzato nel 1563 dal naturalista Garcia de Orta nel suo affascinante libro “Colòquios dos simples e drogas da India”. Più tardi, un certo William Jack, un ambizioso botanico scozzese dei primi dell’Ottocento, restò a sua volta talmente affascinato da questa bizzarra pianta rinvenuta durante un viaggio in Malesia che millantò la paternità del nome, Jack appunto.
Nome di battesimo a parte, il Jackfruit oggi è uno dei tre frutti beneauguranti del Tamil Nadu - insieme alla banana e al mango – oltre ad essere il frutto nazionale del Bangladesh. Un’altra curiosità che lega il frutto all’Oriente, arte culinaria a parte, è che da esso si estrae il colorante giallo utilizzato per tingere le tonache sacre dei monaci buddhisti.
La sua lunga storia ha permesso alla pianta di approdare molto lontano dalle terre d’origine ed è così che anch’io ho potuto scoprirla in Madagascar, straordinario crocevia di cultura africana e asiatica. Ogni Paese in cui è arrivata è stato contagiato positivamente dalla sua esuberanza. In Brasile, paradossalmente, il Jackfruit ha finito per diventare invasivo, soprattutto nella foresta secondaria del Tijuca, dove piccoli mammiferi come il coati, essendone golosi, contribuiscono a diffondere a dismisura i suoi semi nel terreno, alimentando così un’eccessiva espansione della specie vegetale a scapito di altre.
In Madagascar, invece, la presenza del Jackfruit è discreta ma generosa e rallegra la foresta punteggiandola qua e là di queste sfere ovoidali gialle che possono raggiungere anche il peso di cinquanta chili e un metro di lunghezza ciascuna. All’olfatto il frutto non risulta immediatamente simpatico, perché l’odore che emana quando è maturo è prepotente e ricorda un po’ quello aspro  e pungente della cipolla. Dev’essere un trucco che la pianta ha escogitato come naturale difesa verso certi animali. Toccando il frutto, la prima sensazione è quella di scontrarsi con una superficie rugosa e coriacea inespugnabile che sembra non promettere granché di speciale con tutti quei bitorzoli tondeggianti. Invece, la vera sorpresa del Jackfruit sta proprio nel suo cuore tenero, cosa che avrei scoperto con mio grande piacere a cena, quella stessa sera.
Anche grazie al Jackfruit, ho imparato che il vero viaggio non solo vuole nuovi occhi con cui guardare ma anche una nuova bocca e un nuovo naso con cui sentire sapori del tutto sconosciuti. Essere curiosi e lasciarsi stupire è indispensabile per aprire i sensi con disinvoltura a nuove esperienze senza diffidenza né timore. E questo vale anche a tavola, soprattutto quando ci si trova lontano da casa.
Prima di assaporare il misterioso gusto del Jackfruit, ho voluto capire come venisse ricavata la polpa dalla scorza brufolosa. E ho constatato che il lavoro d’estrazione non è impresa da poco, anzi somiglia più all’arte fine dello scultore che a una semplice operazione culinaria. Dopo un primo taglio netto che squarta la sfera ovoidale esattamente a metà, la scavatura deve essere eseguita da mani esperte, decise ma delicate, di solito femminili. Il cuore carnoso del frutto si lavora con un coltello flessibile con cui si ricavano decine e decine di petali, simili a grosse fave o a patatine chipster, dal colore giallo tenue e lucente. Io li ho mangiati crudi, perché il frutto da cui sono stati ricavati era maturo al punto giusto. Quando invece il frutto è ancora acerbo o giovane, la sua polpa viene utilizzata cotta in un’infinità di sfiziose varianti: bollita, stufata, arrostita, lessata nel latte di cocco, speziata con aromi agrodolci e piccanti, accompagnata spesso da gamberi o carne di zebù.
La consistenza del petalo del Jackfruit crudo, così come l’ho assaporata io, è fibrosa ma cedevole e al primo impatto, che risulta sonoramente croccante sotto i denti, segue una sdilinquita scioglievolezza sulla lingua che ammutolisce dalla bontà. Il profumo si percepisce appena, mentre il sapore è garbatamente dolce e sottile ma non facilmente definibile. Immagino che la timbrica dipenda dalle papille gustative di ognuno, perché mi è capitato di raccogliere sensazioni discordanti tra loro da parte di chi, come me, assaggiava per la prima volta questa prelibatezza. Banana, ananas, mandorla, vaniglia, mela, soia e persino sapone: questi sono solo alcuni dei sapori che questo frutto titilla al palato. In realtà, il Jackfruit è semplicemente unico, ridente e sensuale. Questo è un motivo in più per assaggiarlo, giocando a dare un nome al suo carattere senza confonderlo con altre unicità del mondo vegetale. La possibilità ci sarebbe anche qui in Italia, poiché lo si può trovare, anche se raramente, in qualche mercato etnico particolarmente curato. Un delitto, invece, sarebbe provarlo in scatola, sciroppato, tostato o essiccato, come mi è capitato di vedere in certe drogherie nel centro di Roma. Non solo il Jackfruit inscatolato perde il suo fascino esotico ma s’impoverisce anche delle virtù intrinseche, visto che non è solo bello ma anche sano. Il Jackfruit è, infatti, una ricca fonte di vitamina B1, B2 e potassio, con un concentrato minimo di grassi e massimo di carboidrati.
Quindi, se possibile, meglio raggiungerlo e gustarlo laddove naturalmente prospera. E per completare l’elogio del goloso frutto, aggiungo infine che se il Jackfruit mi ha stuzzicato vista, tatto, olfatto e gusto è riuscito a sorprendere anche l’udito. Il legno dell’albero viene, infatti, impiegato nella costruzione di strumenti musicali dalle sonorità morbide e sensuali che hanno spesso animato i tramonti infuocati di un Madagascar per me indimenticabile, in tutti i sensi.
Indimenticabile anche grazie a quel giallo sole, odoroso e saporito, che spunta qua e là nella lussureggiante foresta di Lokobe.  

lunedì 17 settembre 2012

A tu per tu con lo squalo



Rangiroa è un tuffo nel blu, là dove il cielo si confonde con l’oceano. Non per nulla il suo nome significa “cielo infinito”.
E’ l’atollo più grande della Polinesia francese. Appartiene all’Arcipelago delle Tuamotu e con i suoi 240 motu, isolotti, separati da più di 100 hoa, piccoli canali, è l’angolo di Mondo più remoto che io abbia finora raggiunto.
Della Polinesia abbiamo normalmente l’idea di un paradiso talmente lontano da restare un sogno. Un paradiso fatto di ghirlande di fiori, perle rare e morbide ballerine ancheggianti al ritmo lento del tamurè, la danza locale. Anche Paul Gauguin, che visse al villaggio di Maiatea a Tahiti, restò così sedotto dalla sensualità delle donne tahitiane, le vahinè, da affermare: “Nessun uomo, nemmeno il più felice, può tener testa agli occhi di una vahinè”.
Altrettanto mozzafiato, però, è la straordinaria bellezza di questi motu. Rangiroa, in particolare, emerge dall’oceano come una collana di perle, ognuna delle quali è un’isola in miniatura, intrecciata alle altre da un anello di preziosi coralli, che abbracciano l’arcipelago formando una delle barriere coralline più ricche al mondo. Vista dall’alto dell’aereo Rangiroa è una tavolozza di azzurri e blu, pennellata da spruzzi di madreperla. Vista da sotto, in immersione, è un arcobaleno ricamato, un gioiello della natura, dove squali grigi, mante, razze, pesci napoleone e barracuda imperano, insieme ad una infinità di minuscoli pesci multicolore e conchiglie dalle forme più bizzarre.
Sull’isola non c’è praticamente nulla. Avatou è il villaggio più grande, per modo di dire, perché è un breve susseguirsi di piccole costruzioni colorate, che ospitano gli uffici amministrativi e le sedi delle attività economiche. Prima tra tutte la coltivazione della perla nera. Infatti, sull’isola si può visitare il Pearl Industry Research Center, il Centro di ricerca della perla. La pesca alla traina o d’altura e il turismo sono le altre due uniche fonti di ricchezza di una Terra non ancora contaminata dal ritmo asfissiante del progresso.
Qui ci si sposta prevalentemente in bicicletta, il mezzo migliore per gustare al rallentatore tutte le sfumature di un paesaggio che nasconde ad ogni angolo un incanto da scoprire. In sottofondo solo il silenzio, ravvivato dai richiami misteriosi di uccelli variopinti, dallo spumeggiare dolce delle onde sulle spiagge e dal vociare gentile della gente che sorride stupita, forse, dall’espressione incantata dei mie occhi davanti a tanta meraviglia.
Alloggio al Kia Ora Sauvage, una manciata di capanne in riva all’oceano, protette da una fitta foresta di palme tanto alte e folte da impedire al sole di fare capolino. Non c’è chiave alla porta della capanna, né televisione, né telefono, né cassaforte. Nulla di tecnologico. Bellissimo! Il ristorante è sulla spiaggia, ci si va a piedi nudi. Pochi tavolini sotto fronde di paglia, illuminati solo dalla luce fioca delle candele e da spettacolari tramonti, anticipo perfetto di un cielo stellato che pare ogni sera voler tuffarsi in mare. Una simbiosi magica con la natura condita, però, dallo stile francese che traspare in ogni dettaglio, dalla cucina, alla lingua, ai modi di fare della gente.
La popolazione polinesiana trasmette una sensazione di calma, di imperturbabilità. E’ cortese ma sempre riservata, molto religiosa e fedele alle tradizioni, tanto che non devono ingannare i costumi succinti delle vahinè, semplice eredità di un’antica usanza e non sfacciata seduzione. Traspare, dai tratti somatici, un caleidoscopio di razze diverse. Avventurieri provenienti da Malesia, Cina, Giappone, Arabia, Caucaso e persino Germania e Norvegia pare siano approdati fin qui mescolandosi, negli anni, con gli indigeni, originariamente frutto di un incrocio tra Indi e Peruviani. 
Parlando con alcuni ragazzi del villaggio imparo tanto, come sempre quando viaggio e mi mescolo alla gente. E’ così che una vacanza diventa esperienza. Scopro che, come tutte le popolazioni del Pacifico, anche i Polinesiani non hanno una storia scritta, avendo a lungo ignorato la scrittura. Quindi tutti gli eventi sono stati tramandati oralmente di generazione in generazione, mescolando storia e leggenda, realtà e fantasia. Ogni avvenimento tribale, dalla nascita alla circoncisione, dal matrimonio alla morte, viene ancora oggi celebrato con canti e danze che si prolungano anche tutta una notte, rigorosamente all’aperto. Quindi la musica, che per i turisti spesso non è altro che un souvenir da portarsi a casa impacchettato in un cd, è per i Polinesiani una forma espressiva molto importante.
Le canzoni raccontano di dei e leggende quasi sempre legate al mare e i balli sono praticati esclusivamente di notte, al ritmo dei pahu, strumenti a percussione ricavati da grossi tronchi d’albero. Esistono balli di coppia, gli upa upa, altri invece singoli, sia maschili che femminili. L’otea è, per esempio, un tipico ballo in cui l’uomo ancheggia simulando la grazia femminile, con tanto di gonnellina di paglia e ghirlanda di fiori sulla testa e attorno al collo.
Seduta a gambe incrociate sulla sabbia che mi culla, li osservo, un po’ drogata dalle note pigre del tamurè, dal fuoco dei falò e dal sole accumulato durante il giorno. La stanchezza si fa piacere e lascio ballare i pensieri incoraggiati dalla musica. Davanti a queste danze, che possono forse far sorridere chi è abituato all’esuberanza dei ritmi occidentali, mi viene in mente una bella frase di Proust dal sapore Zen: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuovi paesaggi ma nell’avere nuovi occhi”. E’ proprio così, si può imparare a vedere. Allora anche questi riti apparentemente semplici, quasi infantili, acquistano un fascino e si riappropriano del loro vero significato.
Un vecchio canto polinesiano racconta della creazione del mondo, avvenuta ad opera di un soffio di vita da parte degli dei che infusero il loro spirito a tutte le creature dell’universo. E’ credenza ancora oggi che questi dei si nascondessero all’interno dei crateri dei vulcani, nel mare e sulle cime delle montagne. Per questo i motu sono considerati tapu, cioè sacri. E a guardare bene queste isole, devo ammettere che infondono davvero qualcosa di misterioso, con il loro ergersi orgoglioso su verso il cielo, direttamente dal profondo del mare. Sembra che la loro piccolezza racchiuda una forza sproporzionata. Una leggenda racconta che il dio del mare Ruahatu-Tini-Rau, innamorato di una principessa, salvò lei, la sua famiglia e tutti i sudditi da un tremendo nubifragio, sradicando l’isolotto su cui si trovavano, sollevandolo su in alto, fino al cielo.
Ma è negli abissi che l’incanto di Rangiroa sfiora l’estasi e sfida quasi a credere che un dio del mare sia davvero esistito. Una mattina, con una guida polinesiana e un piccolo gruppo di turisti giapponesi, raggiungo con la barca un hoa, un’apertura della barriera corallina che permette all’oceano di scivolare dentro la laguna. Con l’oceano anche gli squali fanno spesso visita qui e li si può osservare comodamente dalle barche dal fondo di vetro, insieme a coralli e spugne di ogni tipo. Ma quando il ragazzo polinesiano àncora la barca e si tuffa con maschera e pinne, io non resisto. Lo seguo e per la prima volta in vita mia provo il brivido di imboccare uno squalo nutrice con le mie nude mani. Non ho paura. Il silenzio e il blu riempiono la mia testa e lo squalo sembra comunque molto più interessato ai brandelli di pesce che gli offro, piuttosto che a me. Sento che strattona forte il mio braccio rubandomi il cibo di mano, mi guarda un istante e soddisfatto se ne va. Io sorrido dentro la maschera pensando ad un’altra leggenda che mi era stata raccontata la notte prima.
E’ credenza diffusa qui che le persone dopo la morte si reincarnino in squali. Ebbene, la leggenda racconta di un isolano che fu attaccato da uno squalo, mentre pagaiava con la sua canoa. Lo squalo balzò dentro la canoa ma mentre l’uomo stava per uccidere il pesce con una scure notò il suo sguardo, assolutamente umano. Così, temendo di colpire qualcuno che poteva aver conosciuto, l’uomo abbandonò la canoa e nuotò fino a riva. Lo stesso fece lo squalo, nuotando nella direzione opposta, verso l’orizzonte.
La semplicità di questi racconti è toccante e fotografa perfettamente l’anima di un popolo così lontano dal nostro modo di pensare.
Risalita in barca, guardo per l’ultima volta l’oceano che mi ha regalato così tante emozioni e mi sento felice, orgogliosa, arricchita. Tra i commenti incomprensibili dei Giapponesi e le loro espressioni incredule, saluto in cuor mio lo squalo chiedendomi chi possa essere stato prima di tuffarsi per sempre libero nel blu.
Sarà bello saperlo quando un giorno, forse, sarò anch’io uno squalo.

martedì 11 settembre 2012

Una sfida vertiginosa



La curiosità per tutto ciò che è nuovo e sconosciuto mi ha portato spesso a sfidare i miei limiti, viaggiando a metà tra il coraggio e l’incoscienza.
Ripenso ancora con viva emozione a una delle mie più straordinarie avventure, una vera e propria partita contro me stessa, e raccontarla ora è un po’ come riviverla. 


E’ estate e mi trovo a Roatan, al largo delle coste dell’Honduras. Affascinata dallo spirito d’avventura di un gruppo di Americani, mi lascio convincere a partecipare al Seeshore Canopy Tour, senza sapere nemmeno esattamente di cosa si tratti. Con una pacca sulla spalla e un fragoroso “don’t worry, let’s go baby!”, mi trascinano con loro, assicurandomi che in America il canopy è uno sport ormai diffusissimo, divertentissimo e nient’affatto pericoloso. In pratica, ci si lancia da un albero all’altro appesi a delle funi come scimmie. Ma sarà, proprio, solo così?


Scopro, in realtà, che il canopy nasce diversi anni fa, in Costa Rica, dal progetto di Darren Hreniuk, un canadese innamorato della natura, che ha voluto inventare un modo tutto nuovo per far conoscere la foresta ai turisti, partendo da una diversa prospettiva, ovvero dall’alto! Da allora, il canopy si è diffuso un po’ ovunque, dall’Alaska alla foresta amazzonica, fino ad approdare anche in Europa e sta riscuotendo un crescente successo come sport estremo, con diversi livelli di difficoltà, abbordabile anche dai meno esperti e dai più giovani. Come avrei potuto rinunciare, quindi, a quest’esperienza da brivido a me sconosciuta? Ok, let’s go! 
Unici italiani, tra una decina di vivaci Americani, siamo io e mio figlio di dieci anni, che si è sempre dimostrato molto più coraggioso di me. Al parcheggio del resort ci aspetta un vecchio camioncino un po’ ammaccato, senza finestrini e tutto colorato, che ci dovrebbe portare - almeno si spera - fino al punto più alto dell’isola. Già questa pare essere un’impresa: la foresta è raggiungibile attraverso salite tortuose e sterrati a strapiombo, che ci tocca affrontare a bordo di questo trabiccolo tutt’altro che rassicurante. 
Per fortuna, ce la fa! Arriviamo in cima alla montagna, alla base di partenza del Seeshore Canopy Tour, dove tre simpatici ragazzi hondureni ci accolgono con un gran sorriso, pronti a fornirci l’attrezzatura necessaria e le istruzioni utili prima di intraprendere l’avventura. Già alla vista dell’equipaggiamento capisco che non deve essere affatto uno scherzo: elmetto di protezione per la testa, imbragatura con doppio moschettone (capirò dopo perché ne occorrono due) e guanti enormi e spessi per proteggere le mani. Ognuno di noi comincia a infilarsi l’attrezzatura e, alla fine della vestizione, vedendo mio figlio mascherato in quel modo, mi pento immediatamente d’averlo coinvolto in quest’impresa, anche se lui, al contrario, pare molto divertito e nient’affatto preoccupato. Nemmeno quando gli traduco tutte le istruzioni da seguire durante il percorso, per evitare di farsi male, sembra esitare, mentre io, per un attimo, vorrei davvero poter tornare indietro e non aver mai dato ascolto agli Americani e al mio maledetto spirito avventuriero. 

Ma siamo qui, ormai, e siamo tutti pronti. Tra poco si vola! 


Il tour consiste in un percorso di un’ora circa. Partendo da una piccola piattaforma di legno, costruita sui rami di un albero, ci si lancia agganciati ad un cavo d’acciaio - zip line – collegato ad un altro albero, fino a raggiungere la successiva piattaforma, ad un’altezza variabile dai 50 ai 100 metri. I cavi sono lunghi da 50 a 135 metri e sono due, tesi parallelamente, ecco perché due moschettoni: uno è di sicurezza, così, nel caso il primo dovesse malauguratamente sganciarsi, ci sarebbe sempre il secondo (e se si sganciasse anche il secondo …?). La postura durante il volo è fondamentale per evitare incidenti: una mano, quella davanti, afferra il moschettone, mentre quella dietro sta sul cavo, per frenare all’arrivo. Ma attenzione, perché se per caso un dito scappa oltre il moschettone addio mano! Non solo: la testa dev’essere sempre leggermente scostata di lato, perché l’urto contro il cavo d’acciaio non sarebbe piacevole, nonostante la protezione del casco; tuttavia non deve essere troppo esposta all’esterno, per evitare di colpire rami e foglie. Infine, le gambe vanno spinte in avanti rispetto al resto del corpo e tenute sempre incrociate, come essere seduti, per evitare di roteare su se stessi e perdere l’equilibrio durante il volo. 

Mi spiegano che appena ci si lancia, si ha la tentazione di stringere forte il cavo con la mano dietro per frenare, dato che la velocità mette i brividi e a tratti spaventa. In realtà, questo è un errore da non fare, perché così facendo si rischierebbe di fermare la corsa, restando sospesi a metà line, per dover essere poi recuperati da uno dei ragazzi, con enorme fatica per lui e perdita di tempo per tutti. 

Ok, capito tutto! Siamo pronti per la prima zip line! Io e il mio ragazzo siamo gli ultimi. Guardando gli Americani volare uno alla volta, come uccelli un po’ goffi nell’aria, sono presa da un duplice pensiero. Uno mi conforta e l’altro un po’ mi angoscia: tutti prima di noi sono arrivati sani e salvi alla seconda piattaforma, bene! … ma una volta fatto il primo lancio non esiste possibilità di tornare indietro, è un percorso a senso unico, fatto di una sequenza di lines a lunghezza e velocità crescente. Quindi, una volta partiti è inutile ogni ripensamento. Così come è inutile questa mia sciocca riflessione, perché adesso tocca a me e dopo di me … al mio ragazzo! 

Mi lancio, socchiudo gli occhi come a voler dimezzare la paura e spontaneo mi scappa un grido liberatorio. La sensazione è un miscuglio di paura di cadere, voglia di arrivare ma anche di fermare quei secondi in volo che mi separano dalla piattaforma che mi aspetta. L’adrenalina mi percorre in una scossa: energia, illusione di libertà, di assenza di limiti … tutto concentrato in pochi secondi che sembrano durare un’eternità. Sento solo il vento che mi sostiene, mi spinge e mi frena. Spariscono cavi, moschettoni e imbragatura, mi sembra davvero di volare calamitata da una forza atavica che annulla ogni umana debolezza. Quasi non mi rendo conto di averlo fatto davvero e approdo sulla piattaforma successiva col cuore a mille e il vento ancora tra i capelli.

Una volta atterrati occorre essere svelti e ripartire subito, non c’è tempo per pensare né per voltarsi indietro. I ragazzi mi aiutano a sganciare i moschettoni e a riagganciarmi alla successiva line, in fretta, perché le piattaforme sono strette e non ospitano più di tre o quattro persone contemporaneamente. Tutto sommato, mi sento molto più sicura appesa al cavo che non in piedi su quel fazzoletto di legno senza riparo alcuno, vista anche la mole di alcuni miei compagni d’avventura. Nel trambusto, faccio a malapena in tempo a lanciare uno sguardo indietro e vedere il mio ragazzo sospeso nel vuoto: sta volando anche lui, viene verso di me mentre io sto per ripartire. Niente grido liberatorio, gli occhi bene aperti sul vuoto, nessuna traccia di paura sul suo viso … sembra un piccolo Tarzan, penso, che coraggio! Mi commuove e mi rende ancora più orgogliosa di lui. Adesso posso affrontare la prossima corsa con più gusto e con maggior tranquillità.

Cinque, dieci, quindici lines, perdo quasi il conto dei voli a strapiombo nel vuoto! E’ vero che ogni lancio è sempre più lungo e la velocità aumenta ma, paradossalmente, il timore scivola via e l’insicurezza lascia pieno spazio ad una piacevole ebbrezza. E’ una sensazione orgasmica, corpo e mente si fondono in un rimescolarsi dei sensi. La foresta tutt’attorno e l’oceano in lontananza non sono semplicemente un panorama, non stanno fuori di me: mi sento appartenere a questa natura. Potrei essere un falco o una scimmia, un qualsiasi animale in perfetta armonia con questo teatro selvaggio. L’oceano sembra vicino da quassù, si vede persino la barriera corallina dove il blu si stempera d’azzurro. Mi vien voglia di volare su una line così lunga da poter arrivare a tuffarmi nel mare. Peccato invece, l’ultima piattaforma è alle mie spalle ormai e l’avventura è quasi finita.
Una volta atterrata definitivamente al capolinea, sento le gambe tremare per la tensione; le mani e i muscoli delle braccia fanno un po’ male per aver stretto troppo il cavo e il moschettone; la testa gira ancora piena di vento, vagamente ubriaca. Lentamente, ci liberiamo tutti dell’imbragatura. Gli Americani si complimentano col mio giovanotto con uno spontaneo applauso corale e sembrano dei giganti buoni attorno a un cucciolo. E lui si sente fiero per essere il più giovane intrepido del gruppo, forse non del tutto consapevole delle sue prodezze ma certamente felice per avere qualcosa di speciale da raccontare agli amici, al suo ritorno a casa. 

Il tour è durato un po’ più di un’ora eppure i minuti sono volati, come noi sulle lines. Sarei pronta a ripartire per una nuova serie ma non sarebbe la stessa emozione, forse. Mancherebbe l’incoscienza, l’incognita della reazione fisica e soprattutto emotiva, l’aspettativa adesso sminuirebbe la sorpresa, chissà ... Così salutiamo e ringraziamo i ragazzi che ci hanno accompagnato e assistito durante il viaggio e risaliamo a bordo del nostro scassatissimo camioncino colorato, che non fa più alcuna paura ormai. 

Il caldo e l’umidità aumentano la percezione della stanchezza fisica che all’improvviso mi assale ma la soddisfazione è indescrivibile. Guardo le espressioni degli Americani che, lungimiranti, si erano premurati di portar con sé birra e rhum per ricaricarsi, e resto in ascolto dei loro commenti, curiosa di conoscere le loro sensazioni. Da tutti i loro sospirati “Oh my God!”, scopro con una certa soddisfazione che anche i più spavaldi e temerari hanno provato un brivido di paura. Qualcuno, addirittura, si ripromette di non ripetere mai più una simile pazzia, nonostante l’entusiasmo. 

Così, sprofondo nel sedile, accarezzo la mano di mio figlio e silenziosamente mi consolo, pensando a come sono fatta! Intrepida e curiosa sì ma … le vertigini sono un mio limite fisico da sempre, che non ho mai potuto superare! Mi bastano pochi metri da terra per soffrire e mai e poi mai avrei immaginato di riuscire a vincere quella ridicola sensazione di angoscia e d’impotenza di fronte all’altitudine. 

Accetto, quindi, un rhum, come meritato premio al mio riscatto, e brindo con gli amici Americani mentre la radio trasmette un’allegra canzone country. George Strait canta “There’s a road a winding road that never ends, full of curves lessons learned at every bend, going’s rough unlike the straight and narrow … It’s for those who go against the grain, have no fear dare to dream of a change…”. 


Mai aver paura di osare e di sognare di cambiare, è vero … Faccio mie queste parole e, durante il lento viaggio di ritorno, guardo con occhi nuovi la foresta che si tuffa nell’oceano, quella foresta che mi ha accolto nel suo cuore e che mi ha restituito al mondo più ricca e più forte. 
Intanto penso già a quale sarà la prossima sfida con me stessa!

Sulle tracce di Henry Morgan



E’ l’ora della siesta. Cullata dall’amaca guardo l’oceano e ascolto il rifrangersi delle onde sul reef che accompagna una carezza di azzurri, verdi e blu fin sulla spiaggia.
Mi trovo a Roatan, a cinquantasei chilometri al largo della costa dell’Honduras, una piccola isola che appartiene all’arcipelago della Bahia, prolungamento naturale della barriera corallina del Belize. Insieme a Utila e Guanaja è la maggiore delle isole della Bahia, la più popolata e anche la più tecnologicamente avanzata, tanto che vanta addirittura qualche strada asfaltata, particolare che quasi stona in tanta selvaggia natura. Tutto attorno altri sessantacinque atolli, tra cui i Cayos Cochinos, coronano l’arcipelago e pare quasi siano lì a proteggere un incanto in gran parte ancora vergine.
Affascinata da tanta bellezza mi rendo conto del perché un pirata della portata di Henry Morgan avesse scelto proprio queste terre come quartier generale delle sue prodezze. L’intraprendente giovane arrivò dal Galles nel 1655 circa come manovale di contratto, ovvero come schiavo bianco ma grazie alle sue intrepide imprese divenne ben presto bucaniere e in seguito  corsaro, fino ad essere nominato Governatore di Giamaica. Insomma, una carriera degna di merito e ancora oggi si parla di lui come il leggendario Re dei Pirati.
Gli abitanti di Roatan, gli islenos, hanno voluto dedicare proprio ai pirati la capitale dell’isola, battezzandola Coxen Hole, da Coxen, altro famoso brigante dei mari, anche se il centro commerciale e vitale resta West End, col suo susseguirsi di negozi di souvenirs,  ristoranti, pulperias, spesso costruiti su palafitte di legno bagnate dalle onde. Pare che i pirati abbiano tenuto qui a lungo le loro basi e ancora oggi si narra di tesori sommersi che il mare tuttora custodisce e che il fato, o meglio la suerte, potrebbe un giorno decidere di restituire a qualche fortunato. L’ultima cassa piena d’oro è stata rinvenuta alla fine degli anni ’50, da allora più nulla ma la leggenda vuole che il più ricco tesoro di Henry Morgan sia ancora nascosto qui e non necessariamente negli abissi.
Mi guardo attorno e penso che fortunatamente siano davvero pochi a conoscere o a credere a questa leggenda, perché quest’isola gode del privilegio di non essere ancora infestata dai turisti (al contrario dei mosquitos purtroppo). Gli stessi islenos vivono pigramente, incuranti di ricchezze da scoprire e forse proprio per questo motivo sempre gentili e sorridenti, nonostante spesso manchi l’acqua potabile o l’energia elettrica, paiono sempre invidiabilmente sereni. Gli abitanti di Roatan discendono dai Garifuna, tribù originaria di Saint Vincent, nata da una mescolanza non sempre pacifica tra neri africani e caribi. Il popolo dei Garifuna nel 1797 viene in parte deportato dagli Inglesi a Roatan e  ancora oggi convivono sull’isola aspetti culturali e linguistici tipici dei Caraibi britannici assieme a quelli più marcatamente ispanici. E’ così che spesso gli islenos comunicano tra loro in una sorta di spanglish assolutamente incomprensibile ai turisti. Anche i tratti somatici rivelano questa dualità e all’esuberanza della pelle nera e di una corporatura forte e atletica si contrappone la dolcezza mulatta e mite tipica della sensualità latina.
A questo mix culturale fa da scenario un panorama naturale altrettanto ricco di contrasti, un concentrato di colori e profumi davvero unico. Eccolo, io penso, questo è il vero tesoro di Roatan. Non oro e preziosi nascosti negli abissi o seppelliti sulle montagne, bensì una natura prepotente, mozzafiato, esuberante come i pirati che ha ospitato. Sulle spiagge si alternano palme da cocco e pini marittimi che affondano le radici fin quasi nel mare, lasciando qua e là respiro a rigogliose piante di papaya. Anche l’interno dell’isola è un groviglio fitto di vegetazione capace di scoraggiare qualsiasi umana penetrazione.
Quel che più mi colpisce rispetto ad altre isole caraibiche è il silenzio che qui domina, o meglio l’assenza dei ritmi musicali, frenetici e sensuali che lascia rispettosamente la parola alla natura. Strani gorgheggi, veri e propri dialoghi, si elevano dalle piante, pappagalli e tucani, gabbiani e avvoltoi si scambiano voci in un tam-tam continuo mentre anatre e pavoni fanno bella mostra di sé fin sulla spiaggia, tra ombrelloni di paglia scomposti dal vento,  per un bagno al tramonto.
Sgranocchiano giorno e notte le guatusas, piccoli simpatici roditori simili al tapiro, che si uniscono così alla sinfonia. A dire il vero spesso capita anche di sentire grida di spavento di qualche gringo impreparato agli assalti delle scimmie, piccole curiose scimmie dispettose, golose e ladre che sorprendono alle spalle, si arrampicano su gambe e braccia, non demordono, anzi spesso mordono, finchè non viene offerto loro qualche cosa di ghiotto. Molto meno invadenti le iguana, lente e silenziose, che osservano immobili quasi pensierose, veri e propri draghi, a ricordare che i dinosauri sono davvero esistiti.
Unica nota dolente nel panorama faunistico di Roatan sono le sunflies, instancabili, impercettibili, insopportabili insetti dalle minuscole ali bianche, le cui punture sono inversamente proporzionali alle loro dimensioni. Non c’è repellente che tenga ma, penso, se la loro presenza può fungere da deterrente ad una rovinosa invasione turistica, allora tutto sommato provo simpatia anche per loro.
Il linguaggio della natura che colma il silenzio dell’isola proviene anche dal mare. Sono i delfini a parlare questa volta, pare ridano e mi piace credere che davvero sia così, che si prendano gioco di quei tipi mascherati con tubi di gomma, occhiali e pinne, tutti intenti a corromperli con qualche sardina per rubare loro una fotografia, una carezza e magari, perché no, un bacio.
E’ così che ripenso a Roatan, ora che sono rientrata nei confini della civiltà. Rivivo i colori dell’oceano e il silenzio delle montagne, il profumo dolce di sigaro e rhum al tramonto, la sabbia docile sotto i piedi e il vento tiepido tra i capelli … rivedo il bacio che il delfino mi ha regalato, le conchiglie di madreperla accarezzate e restituite al blu, le stelle cadenti che la notte mi hanno suggerito desideri proibiti, … ripenso al sorriso e ai volti gentili che hanno stupito i miei occhi e che non scorderò mai …
Cullata dall’amaca, questa volta nel mio giardino, mi vengono in mente le parole di una ballata gallese, lette su una scatola di rhum prima di partire :
“Eri un grand’uomo Henry Morgan, un re senza corona, quando alzavi le tue vele, eccoti ora essere tutt’uno con questa tua meravigliosa terra.” 

lunedì 3 settembre 2012

A piedi nudi nelle favole



Quando avevo quindici anni, l’età di mio figlio oggi, avevo già viaggiato un po’. Conoscevo il sapore dell’esotico e, animata da un’istintiva esterofilia, pensavo che avrei speso tutta la vita a vedere il mondo, tanto mi sembrava più affascinante quello che stava lontano rispetto a ciò che avevo vicino.
Allora, però, non mi rendevo conto di essere un fardello per i miei involontari compagni di viaggio. Un inconsapevole fardello, un’adolescente incompiuta e impreparata alla vita, accollata a lontani parenti che, per senso del dovere o di gratitudine verso i miei genitori (evidentemente disinteressati ai viaggi), accettavano di portarmi con sé durante le loro puntuali esplorazioni transoceaniche. Non erano contrari alla mia presenza, forse, ma di certo indifferenti, visto che non ci univa né un autentico legame affettivo, né una reciproca simpatia, ma solo l’anagrafe. Si partiva col sorriso di circostanza e una pacca sulla spalla ma poi, una volta decollati, ecco che sorgeva un muro invisibile tra loro e me, che si dilatava per tutta la durata del viaggio. L’incomunicabilità tra di noi veniva comunque compensata dalla mia istintiva comunicazione con il ‘diverso’, dalla curiosità per lo ‘sconosciuto’, e le scoperte meravigliose che avrei fatto una volta arrivata a destinazione mi davano sempre un’impagabile soddisfazione.
Scoperte meravigliose ma talvolta, anche, dolorose.
Per esempio, le prime volte, non essendo stata informata che il sole scotta molto ai Tropici, mi bruciavo regolarmente, ostentando tuttavia indifferenza per non sentirmi ancora più ridicola. Oppure, non sapendo che i coralli irritano e che certi insetti non perdonano, mi è capitato di sperimentare ulteriori brucianti sofferenze, anch’esse taciute ma poi lenite da altre dolci carezze della Natura. Scoprire che il plancton la notte brilla come le lucciole, che certi pesci volano a tratti come gli uccelli, che esistono granchi blu grossi come palle da football mi esaltava, amplificando a dismisura il mio stupore per questo mondo tanto vivace.
Insomma, incautamente abbandonata a me stessa, non per volontà ma per umana distrazione, ho imparato a muovermi con disinvoltura lontano da casa, illudendomi così di stare molto meglio altrove. Camminare a piedi nudi su sabbie remote era, per me, come camminare a piedi nudi nelle favole, senza provare nostalgia di tornare indietro, con l’illogica fiducia che la favola successiva sarebbe stata ancor più bella. Così, non mi sono mai sentita spaesata lontano da casa.
Oggi le cose sono molto diverse. Le responsabilità si sono invertite e ho imparato ad amare ciò che mi circonda, scoprendo il valore profondo degli affetti famigliari. Questo aggiunge inevitabilmente una dolorosa nostalgia ad ogni partenza ma anche un’immensa gioia ad ogni ritorno. Mi sono interiormente riappacificata con me stessa e con chi mi ha cresciuto, anzi, sono riconoscente per tutte le esperienze che mi sono state offerte. Ora so che quelle spinte avrebbero rappresentato il mio futuro bene e ora ne faccio tesoro. Dopo tanti anni e tanti viaggi alle spalle (non più condivisi con quei lontani parenti che ripenso col sorriso), parto ogni volta con nuovo entusiasmo e con una ritrovata serenità, consapevole che quelle prime avventure nel mondo sedimentano il mio bagaglio emotivo e caratteriale. Porto spesso con me mio figlio Gabriele, e ad ogni partenza colgo nei suoi occhi quella stessa luce che brilla in me. Anche lui, a quindici anni, ha già conosciuto parecchi aeroporti, spiagge, deserti e giungle e lo rivedo ancora muovere i suoi primi baldanzosi passi, equipaggiato di passaporto, di qualche frase in un primitivo inglese e di tanta curiosità.
E’ tempo d’Africa ora, la culla dell’Umanità. Insieme, lui e io, partiremo presto per una nuova avventura alla scoperta del Madagascar, di una parte almeno, visto che è un’isola molto grande. Sarà, tuttavia, un’esperienza sufficiente per farci assaporare un angolo di mondo a noi ancora sconosciuto, fatto di lemuri, tartarughe, baobab e di gente fiera, dignitosa e accogliente.
Ora, spero che anche quest’ennesimo viaggio convinca mio figlio che la vita è molto più di un comodo tran tran speso nella nostra ovattata quotidianità; che il modo va toccato, respirato e non solo sorseggiato attraverso il filtro della virtualità; che le nostre attuali incertezze economiche e sociali sono serie, è vero, ma che sono nulla rispetto alla realtà di chi poco o nulla ha; e che la gente lontano da noi ha sempre tanto da insegnarci, a partire dallo sguardo, basta imparare a guardare e, soprattutto, ad ascoltare. Perché la voglia di conoscere sconfiggerà sempre la paura di non sapere.
Ma, sopra ogni cosa, io spero che Gabriele trovi in me una vera compagna di viaggio. Un viaggio che durerà il più a lungo possibile e che lui, poi, proseguirà senza di me, sentendosi improvvisamente pronto e forte. In fondo, un po’ egoisticamente, nutro la speranza che mi sia grato un giorno di quest’iniziazione alla vita, con il segreto auspicio che lui abbia sentito in me ciò che, forse, io da piccola non sono riuscita a sentire a sufficienza in nessun adulto: un punto di riferimento chiaro, una guida affettuosa e fedele in cui specchiarsi senza smarrirsi.
Buon viaggio Gabri, si parte per una nuova favola!