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martedì 20 novembre 2012

Un frutto per tutti i sensi



Diceva bene Marcel Proust sostenendo che il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi ma nell’avere nuovi occhi con cui scoprirli.
Ne ho avuto conferma anche quest’estate, in Madagascar, durante un’escursione all’interno della foresta primaria di Lokobe. Avventurarsi laggiù dà la sensazione d’essere avvolti dal morbido abbraccio di piante gigantesche che con le loro liane invitano ad addentrarsi sempre di più nel cuore vergine della primitività. 
Le foglie carezzano, i fiori seducono, gli animali spiano. 
Viene spontaneo trattenere il fiato per non disturbare la quiete, camminare in punta di piedi, quasi a rallentatore, per assecondare l’apparente immobilità degli alberi e dei loro ospiti. Ma soprattutto viene naturale aprire gli occhi in maniera nuova, educare lo sguardo a ciò che sembra invisibile e che tuttavia c’è: respira, si muove, osserva e spera di non essere scoperto, se non con rispetto.
Mentre la mia guida procedeva lenta nella delicata ricerca di serpenti e camaleonti rarissimi, io ho casualmente alzato lo sguardo verso l’alto, più interessata ai lemuri che ai boa. E frugando serendipicamente con gli occhi tra le palme frondose, ho intravisto qualcosa d’inatteso. Una polposa macchia color giallo brillante stava appesa a un robusto tronco di una pianta mai vista prima. Non solo una ma altre tre, quattro o forse più macchie gialle penzolavano pigre dallo stesso fusto. Sottovoce ho pregato la guida di dirottare il cammino verso quegli stranissimi spruzzi di sole per capire cosa fossero ed è stato così che ho incontrato per la prima volta il Jackfruit.  Quando si dice “amore a prima vista”!
La pianta appartiene al genere Artocarpus, una famiglia di circa sessanta specie di alberi e arbusti tropicali sempreverdi, di cui la più nota è il Breadfruit o Albero del pane. Il Jackfruit è una variante meno nota, almeno nella nostra cultura. La sua origine è asiatica: dalla Thailandia l’albero è stato trapiantato fino in Brasile dai viaggiatori portoghesi del sedicesimo secolo, anche se alcune ricerche farebbero risalire la sua primissima coltivazione a seimila anni fa, in India.  La cosa certa è che il suo nome deriva dal portoghese “jaca”, inglesizzato nel 1563 dal naturalista Garcia de Orta nel suo affascinante libro “Colòquios dos simples e drogas da India”. Più tardi, un certo William Jack, un ambizioso botanico scozzese dei primi dell’Ottocento, restò a sua volta talmente affascinato da questa bizzarra pianta rinvenuta durante un viaggio in Malesia che millantò la paternità del nome, Jack appunto.
Nome di battesimo a parte, il Jackfruit oggi è uno dei tre frutti beneauguranti del Tamil Nadu - insieme alla banana e al mango – oltre ad essere il frutto nazionale del Bangladesh. Un’altra curiosità che lega il frutto all’Oriente, arte culinaria a parte, è che da esso si estrae il colorante giallo utilizzato per tingere le tonache sacre dei monaci buddhisti.
La sua lunga storia ha permesso alla pianta di approdare molto lontano dalle terre d’origine ed è così che anch’io ho potuto scoprirla in Madagascar, straordinario crocevia di cultura africana e asiatica. Ogni Paese in cui è arrivata è stato contagiato positivamente dalla sua esuberanza. In Brasile, paradossalmente, il Jackfruit ha finito per diventare invasivo, soprattutto nella foresta secondaria del Tijuca, dove piccoli mammiferi come il coati, essendone golosi, contribuiscono a diffondere a dismisura i suoi semi nel terreno, alimentando così un’eccessiva espansione della specie vegetale a scapito di altre.
In Madagascar, invece, la presenza del Jackfruit è discreta ma generosa e rallegra la foresta punteggiandola qua e là di queste sfere ovoidali gialle che possono raggiungere anche il peso di cinquanta chili e un metro di lunghezza ciascuna. All’olfatto il frutto non risulta immediatamente simpatico, perché l’odore che emana quando è maturo è prepotente e ricorda un po’ quello aspro  e pungente della cipolla. Dev’essere un trucco che la pianta ha escogitato come naturale difesa verso certi animali. Toccando il frutto, la prima sensazione è quella di scontrarsi con una superficie rugosa e coriacea inespugnabile che sembra non promettere granché di speciale con tutti quei bitorzoli tondeggianti. Invece, la vera sorpresa del Jackfruit sta proprio nel suo cuore tenero, cosa che avrei scoperto con mio grande piacere a cena, quella stessa sera.
Anche grazie al Jackfruit, ho imparato che il vero viaggio non solo vuole nuovi occhi con cui guardare ma anche una nuova bocca e un nuovo naso con cui sentire sapori del tutto sconosciuti. Essere curiosi e lasciarsi stupire è indispensabile per aprire i sensi con disinvoltura a nuove esperienze senza diffidenza né timore. E questo vale anche a tavola, soprattutto quando ci si trova lontano da casa.
Prima di assaporare il misterioso gusto del Jackfruit, ho voluto capire come venisse ricavata la polpa dalla scorza brufolosa. E ho constatato che il lavoro d’estrazione non è impresa da poco, anzi somiglia più all’arte fine dello scultore che a una semplice operazione culinaria. Dopo un primo taglio netto che squarta la sfera ovoidale esattamente a metà, la scavatura deve essere eseguita da mani esperte, decise ma delicate, di solito femminili. Il cuore carnoso del frutto si lavora con un coltello flessibile con cui si ricavano decine e decine di petali, simili a grosse fave o a patatine chipster, dal colore giallo tenue e lucente. Io li ho mangiati crudi, perché il frutto da cui sono stati ricavati era maturo al punto giusto. Quando invece il frutto è ancora acerbo o giovane, la sua polpa viene utilizzata cotta in un’infinità di sfiziose varianti: bollita, stufata, arrostita, lessata nel latte di cocco, speziata con aromi agrodolci e piccanti, accompagnata spesso da gamberi o carne di zebù.
La consistenza del petalo del Jackfruit crudo, così come l’ho assaporata io, è fibrosa ma cedevole e al primo impatto, che risulta sonoramente croccante sotto i denti, segue una sdilinquita scioglievolezza sulla lingua che ammutolisce dalla bontà. Il profumo si percepisce appena, mentre il sapore è garbatamente dolce e sottile ma non facilmente definibile. Immagino che la timbrica dipenda dalle papille gustative di ognuno, perché mi è capitato di raccogliere sensazioni discordanti tra loro da parte di chi, come me, assaggiava per la prima volta questa prelibatezza. Banana, ananas, mandorla, vaniglia, mela, soia e persino sapone: questi sono solo alcuni dei sapori che questo frutto titilla al palato. In realtà, il Jackfruit è semplicemente unico, ridente e sensuale. Questo è un motivo in più per assaggiarlo, giocando a dare un nome al suo carattere senza confonderlo con altre unicità del mondo vegetale. La possibilità ci sarebbe anche qui in Italia, poiché lo si può trovare, anche se raramente, in qualche mercato etnico particolarmente curato. Un delitto, invece, sarebbe provarlo in scatola, sciroppato, tostato o essiccato, come mi è capitato di vedere in certe drogherie nel centro di Roma. Non solo il Jackfruit inscatolato perde il suo fascino esotico ma s’impoverisce anche delle virtù intrinseche, visto che non è solo bello ma anche sano. Il Jackfruit è, infatti, una ricca fonte di vitamina B1, B2 e potassio, con un concentrato minimo di grassi e massimo di carboidrati.
Quindi, se possibile, meglio raggiungerlo e gustarlo laddove naturalmente prospera. E per completare l’elogio del goloso frutto, aggiungo infine che se il Jackfruit mi ha stuzzicato vista, tatto, olfatto e gusto è riuscito a sorprendere anche l’udito. Il legno dell’albero viene, infatti, impiegato nella costruzione di strumenti musicali dalle sonorità morbide e sensuali che hanno spesso animato i tramonti infuocati di un Madagascar per me indimenticabile, in tutti i sensi.
Indimenticabile anche grazie a quel giallo sole, odoroso e saporito, che spunta qua e là nella lussureggiante foresta di Lokobe.  

martedì 4 settembre 2012

A tu per tu con lo zebù




Ieri, l’Ansa ha accennato a una notizia che non ha avuto eco qui da noi.
In Madagascar - a Fort Dauphin, nel sud-est dell’isola – c’è stato un crudele massacro legato a dei furti. Furti non di denaro ma di zebù. Qui, infatti, lo zebù è la vera ricchezza della gente: una famiglia è tanto più ricca e potente quanti più zebù possiede e in molte tribù si stipulano ancora i matrimoni barattando la donna con l’animale. Tanto più la ragazza è giovane, quanti più zebù occorrono per ‘comprarla’ come sposa, ebbene sì!
Per colpa degli zebù, ieri sono morte centinaia di persone: almeno novanta dahalos – così si chiamano tradizionalmente i ladri di bestiame – sono stati uccisi durante due spedizioni punitive condotte dagli abitanti dei villaggi depredati.
Se la notizia rimbalza indifferente alla maggior parte di noi, risucchiati come siamo da catastrofi socio-economiche ben più clamorose – personalmente mi si stringe il cuore. Non solo per quelle persone semplici e istintivamente pacifiche ma anche per i poveri zebù che, alla fine, sono quelli che faranno la fine peggiore.
“Non si butta via niente dello zebù! E’ come il maiale per voi ...” mi spiegavano i ragazzi malgasci, quando, quest’estate a Nosy Be, m’intenerivo e accarezzavo rapita le gobbe gommose di ogni zebù che mi capitava sotto tiro. Sono animali docili e mansueti: a guardarli negli occhi grandi e acquosi, leccati da lunghe e folte ciglia, mi sembrava di sprofondare in uno stato d’animo umano, grato e compassionevole. Purtroppo, credo d’essere l’unica creatura al mondo che si pone in silente dialogo con uno zebù e che, oltretutto, lo confessa pubblicamente senza vergogna.
La realtà è ben diversa, lo zebù è cibo e ricchezza. Nella capitale, Hellville, c’è persino uno Zeburger, popolare quanto un nostro Burger King o McDonald e mi hanno assicurato che gli hamburger di zebù non hanno nulla da invidiare a quelli di manzo consumati da noi (sempre che di manzo si tratti).
Sarà! Io preferisco pensarla come Montaigne (che amava e rispettava moltissimo tutti gli animali), quando riferendosi alla sua cara gatta, pensava: “Chissà se quando gioco con la mia gatta, non sia lei a giocare con me?”
Ebbene, forse anche gli zebù hanno un linguaggio e sono animati da pensieri, sentimenti, sogni, speranze, paure. Magari si prendono gioco di noi quando ci ammazziamo per un pezzo di carne; certamente soffrono quando vengono sacrificati per i piaceri degli umani; ma forse si commuovono anche, quando qualcuno, amorevolmente, li guarda negli occhi, carezzando con dolcezza le loro gommose gobbe.

lunedì 3 settembre 2012

L'irascibile pesce e il saggio maialino



Sono le 8 in punto del 30 giugno, quando lasciamo la spiaggia di Nosy Be, sulla costa nord occidentale del Madagascar. Una lieve brezza e un sole già caldo promettono una navigazione piacevole, anticipata da una bassa marea quasi surreale che ci costringe a raggiungere la barca a piedi, schivando le tane dei granchi nascosti sotto la sabbia umida.
Mio figlio Gabriele e io stiamo partendo per una battuta di pesca alla traina, accompagnati da tre guide malgascie, insieme ad altri due appassionati pescatori italiani. L’unica nota stonata nell’equipaggio sono io, poiché mi accingo ad affrontare un’impresa quanto mai estranea ai miei principi animalisti. Ma l’amore di madre e l’indomito spirito d’avventura mi convincono a trascorrere l’intera giornata in alto mare, tra squali, marlin e chissà che altro.
Si parte: i due potenti motori impennano l’imbarcazione lasciando una coda bianca, densa e vaporosa, che si sguinzaglia tra noi e la spiaggia. Stiamo per imboccare il Canale di Mozambico cavalcando onde dapprima dolci, poi animate da una crescente prepotenza, troppa per i miei gusti, ma la bellezza dei colori e il fascino di quel nulla all’orizzonte rapiscono i miei sensi facendomi sentire un’esploratrice a caccia di approdi sconosciuti. Qui, le acque sono miti tutto l’anno, grazie all’impatto normalmente lieve dei venti, anche se uragani e cicloni non sono del tutto estranei, soprattutto nei primi mesi dell’anno. Da gennaio a marzo, infatti, le piogge frequenti e abbondanti abbassano di qualche grado la temperatura, favorendo giochi d’aria improvvisi e talvolta violenti, condizionando così anche l’umore del mare. E’ il periodo prediletto dagli esperti pescatori, perché i pesci, attirati in superficie dalle acque più tiepide, abbandonano i fondali abboccando con una facilità impressionante. Oltre ai tipici pesci mediterranei di grossa taglia, questo tratto di Oceano Indiano è particolarmente ricco di pesci capitano, pesci spada, pesci napoleone, marlin, pesci vela, nonché squali, testuggini, delfini e balene, che proprio durante l’estate raggiungono il Canale per partorire e svezzare i piccoli. Sarebbe un’emozione avvistarle, almeno per me, ma gli altri naviganti sono molto più interessati alla battuta di pesca che a una riflessione poetica della vita.
La loro impazienza, prima tra tutti quella di mio figlio, è palpabile e dopo quasi due ore d’inutile navigazione a caccia di uccelli che indichino la presenza dei pesci, l’entusiasmo iniziale sembra spegnersi nella frustrazione. Niente uccelli, niente pesci! Ma il motto malgascio, sia in terra sia in mare, è “mora-mora”, ovvero calma e pazienza: senza fretta, con calma, si ottiene sempre tutto. Un po’ difficile da assimilare per noi europei sempre alla rincorsa del tempo ma con un po’ d’addestramento anche i nostri spiriti frenetici possono essere educati al piacere dell’attesa. Certo, in questo caso le onde insistenti non conciliano la quiete e tanto  meno il mio stomaco urbano ma un pensiero sembra venirmi in soccorso e mi porta per un attimo lontano dagli sguardi dei pescatori puntati sull’orizzonte agitato. Da qualche parte avevo letto di un filosofo, lo scettico Pirrone, che trovatosi a bordo di una barca durante una burrasca notò, in mezzo ai viaggiatori terrorizzati, un maialino che con porcina serenità d’animo mirava imperturbabile la tempesta. Così, il filosofo indicò il suino agli umani, come esempio di saggezza da seguire per affrontare la navigazione senza panico e inutile spreco di energie.
Ecco che nel mezzo di questo strambo pensiero volto al controllo delle mie viscere, una forza improvvisa strattona la lenza di una delle canne da pesca. I quattro pescatori s’infiammano e le acque paiono d’un tratto placarsi, quasi a facilitare la potenziale cattura. A Gabriele è lasciato il privilegio del primo tentativo che, dopo qualche minuto di lotta, si conclude con la conquista di un bel barracuda. La soddisfazione negli occhi di mio figlio mi crea un conflitto interiore che inghiotto in silenzio, accentuato dal fatto che quel povero pesce rubato alla vita sarà subito sacrificato come esca, anziché conservato come bottino. Non è per catturare pesci così piccoli, infatti, che siamo qui, quindi si prosegue in cerca di creature più grosse, segnalate finalmente dai gabbiani che danzano in circolo su uno specchio di mare poco lontano.
Mora-mora, ci avviciniamo al punto cruciale e mentre i pescatori infilano le canne nella pettorina esasperando inconsapevolmente la propria virilità, io impugno la macchina fotografica, frapponendo così un’illusoria distanza tra la mia coscienza e il massacro che verrà. Due lenze nutrite da due pezzi di barracuda vengono contemporaneamente messe in moto. Non si tratta di pesci di poco calibro ora, tutto fa presagire la cattura di un paio di grossi pesci vela, le prede più ambite in questo mare. Il pesce vela è un marlin morfologicamente simile al pesce spada, ha un corpo affusolato con una coda bilobata e ha una spada appuntita con cui stordisce le prede di cui si ciba, di solito piccoli bonito. Il suo nome gli deriva dalla pinna dorsale che può misurare anche un metro e mezzo di lunghezza, il doppio del corpo, dalla foggia di un ventaglio frastagliato che spesso si avvista fuori dall’acqua, ricordando certe pittoresche creature preistoriche. E’ un pesce bellissimo, un delitto ucciderlo: ha una livrea bruna con il ventre più chiaro e le striature iridescenti lungo tutto il corpo sfumano dal verde al viola a seconda del suo stato d’animo, essendo un pesce umorale, si dice.
Beh, quello che Gabriele, dopo alcuni minuti di appassionata battaglia, riesce a catturare, dev’essere di umore nero, perché non appena trascinato sulla barca ormai stremato, il suo bel verde smeraldo puntinato di viola appassisce all’istante in un plumbeo mantello opaco. Un paio di colpi decisi sulla testa e il delitto è compiuto, spegnendo per sempre la natura combattiva della creatura vinta dall’inganno umano. Non so come Gabriele sia riuscito con le sue sole forze a trainare un essere così possente. Certamente è merito della destrezza e di un’istintiva sensibilità che sin da piccolo ha coltivato a casa con i pesci d’acqua dolce, anche se questa è un’impresa di ben altra portata. Occorre, infatti, entrare in comunicazione con un pesce tanto tenace attraverso la resistenza della lenza, per dosare forza e pazienza e lasciare che la creatura si stanchi lentamente senza concederle lo scatto della fuga improvvisa.
Questo sarà solo il primo di quattro pesci vela catturati anche dagli altri pescatori, il più grande con i suoi 40 chili soppesati dall’occhio esperto dei ragazzi malgasci, mentre un altro più riottoso sfuggirà alla presa, graziato forse dai miei taciti scongiuri. La pesca si concluderà con una bella lampuga, anch’essa dai colori iridescenti che ricordano il turchese delle acque più incontaminate. Un’altra elegante preda che tuttavia sfigura accanto a quei quattro enormi pesci vela ormai esanimi e senza più colore.
Il senso del tempo è nebuloso in alto mare, senza riferimenti visivi è difficile valutare quanta distanza si sia percorsa ma è quasi ora di tornare, lo dicono il sole pomeridiano e la stanchezza che fa da coda all’eccitazione. Il mare nel frattempo s’è acquietato del tutto e il nostro rientro è allietato per una buona mezz’ora da un banco di delfini che sembrano giocare, facendo a gara con l’imbarcazione a chi va più veloce. Almeno loro qui non vengono braccati e possono considerarsi nostri prediletti alleati, avvicinandoci senza timore. Guardandoli così liberi e guizzanti, recupero una nuova serenità, fiduciosa che un giorno anche Gabriele sentirà sbocciare dentro di sé la stessa coscienza che anima me. Cogliendo la sua espressione ancora carica di orgoglio per l’eroica impresa, mi auguro che crescendo impari a sentirsi altrettanto fiero semplicemente contemplando gli animali, senza trasformarli in inutili trofei. Spero che capisca che la sregolatezza degli appetiti umani ha superato le esigenze della sazietà, trasformandoci spesso in presuntuosi ingordi incapaci di nutrirci della sola bellezza della Natura.
Capire questo sarà per lui la conquista più importante e, forse, più difficile della sua vita.

Creature nude e profumi d'Africa



Durante i miei viaggi non mi sono mai sentita straniera lontano da casa. E’ come se, ad ogni partenza, cambiassi non solo locazione ma anche pelle, come i camaleonti. E’ una sensazione d’appartenenza, più che di aderenza, perché mi trovo ogni volta in sintonia con l’intera sfera terrestre, cielo e firmamento compresi.
Devo ammettere, però, che ci sono luoghi in cui mi sento più a casa che in altri, come quando ci s’infila un paio di scarpe così comode da non sentirle più. E il Paese che meglio calza alla mia natura è senz’altro l’Africa, perché con i suoi eccessi e le sue contraddizioni mi somiglia e, forse, anche perché qui affondano le radici di un mio lontano passato, che rispondono al ritmo di un silenzioso richiamo.
Quest’armonia nei confronti dell’Africa non coinvolge solo lo spazio ma anche il tempo. Perché ci sono villaggi, laggiù, in cui sembra d’essere risucchiati indietro di secoli, anzi di millenni, e pare di ritrovarsi a vivere come probabilmente vivevano i nostri antenati, ignari di cosa potesse essere il futuro mostro della tecnologia.
Nuda. E’ come ritrovarsi improvvisamente nuda, senza tutto quel superfluo che come ruggine ha col tempo incrostato abitudini e pensieri, fino a diventare un’irrinunciabile necessità. Ci siamo dimenticati di essere stati tutti creature nude in origine ma, forse, i nostri avi devono avere trasmesso nelle nostre cellule tracce profonde di sé, antichi riflessi che possono riemergere con particolare vigore in alcuni di noi.
Quando ho visitato il Madagascar, quest’estate, questa sensazione di nudità, di dignitosa semplicità, è stata inebriante, proprio come i profumi delicati e pungenti dell’isola. Zenzero e cannella, vaniglia e peperoncino, ylang-ylang e caffè, cocco e papaia: queste sono le fragranze che laggiù fluttuano nell’aria e scivolano sulla pelle, lasciando addosso una mescolanza di aromi sensuali e languidi privi di ogni chimica artificiosità. Anche l’aspetto della gente sembra evocare questa diversità di sfumature aromatiche, attraverso le timbriche della carnagione, il colore degli occhi e i lineamenti del viso. Perché il popolo malgascio è un incredibile incrocio di etnie: africana, oceanica e asiatica, un intreccio di frammenti rubati qua e là a ogni cultura, riuniti insieme in un armonioso mosaico.
Nei villaggi appollaiati nella foresta, ho conosciuto diverse persone non ancora corrotte dal turismo orgiastico e, forse anche per questo, istintivamente amichevoli, mai diffidenti né invadenti. Persone gentili, accoglienti, nude di pregiudizi, che vivono immerse nella Natura, confuse con essa, amalgamate ai suoi ritmi. Ogni giorno raccolgono e pescano solo ciò che è necessario, rispettando le leggi e la spontanea ciclicità della vita. E se hanno bisogno di un ‘dio’, scelgono una stella, un animale o una pianta invocando l’intercessione degli avi, perché la Natura nutre non solo il corpo ma anche l’anima.
A volte le persone laggiù nemmeno si distinguono dal brulicante sottofondo vegetale che strangola le strade. Camminano con passo lento, all’ombra di banani, manghi e palme lussureggianti, con enormi cesti stracolmi sulla testa, in perfetto equilibrio come funamboli su un filo invisibile; oppure le vedi sedute sui gradini delle case, accovacciate accanto a galline, anatre e zebù, intente a cucinare, cucire, sbucciare frutti o spaccare le pietre destinate alle case dei ricchi europei. Se non fosse per i parei variopinti delle donne, i bianchi sorrisi dei bambini e qualche timido focolare acceso per cuocere la carne nemmeno ci si accorgerebbe della loro discreta presenza. Soprattutto la sera, al calare del sole, quando il buio rende ogni creatura democraticamente uguale all’altra, loro si mimetizzano, proprio come i camaleonti.
Questi uomini e queste donne dalla pelle lucente, dall’aria affabile e serena, dormono per lo più in capanne senza luce artificiale, costruite con un legno ricavato da una palma particolare. L’albero del viaggiatore, lo chiamano: si tratta di una specie di enorme palma che cresce ovunque nella fitta foresta malgascia, ergendo le sue grandi foglie a ventaglio verso il cielo, come fossero lunghe braccia protese in preghiera. La vita viene anche da lassù, dal cielo, perché, durante i mesi di pioggia, all’interno dei robusti fusti di questa monumentale palma, si accumula l’acqua che, il viaggiatore di passaggio, potrà bere durante i suoi faticosi spostamenti. Acqua e legno, dunque: il primo seme della vita, qui. Insieme a tutto ciò che la terra e il mare generosamente offrono ogni giorno.
Sembra un documentario riciclato migliaia di volte, lo so. Invece è vita che si ripete ogni giorno. Esiste davvero questa realtà così diversa dalla nostra e se la tv o internet ci portano il mondo in casa, non ci portano tuttavia gli odori, i sapori, le fragranze e le emozioni che nascono dal contatto con la gente.
Durante un’escursione all’interno dell’isola, ho conosciuto una signora in particolare che non dimenticherò mai. Si chiama Madame Chanel, così almeno le piace farsi chiamare, anche per evitare a noi europei l’insidiosa pronuncia del suo nome malgascio. Madame Chanel è un capo tribù. Parla perfettamente tre lingue, malgascio, francese e il suo dialetto, uno dei diciotto diffusi sull’isola. Vive in una piccola dimora fatta di mattoni, non di legno, e questo la fa ricca, una dimora immersa in una delle tante piantagioni di ylang-ylang dell’isola. Il profumo che emana dalle piante qui è violentemente dolce, reso più sensuale dal calore del sole. La signora ha invitato in casa sua me e la mia sapiente guida per mangiare insieme il dolce di riso appena cucinato, mostrandoci con orgoglio il suo giaciglio e soprattutto la piccola televisione che un italiano residente qui le ha regalato tempo fa. Ovviamente la sua dimora non ha corrente elettrica ma a lei piace tanto guardare quella scatola nera senza vita, mentre stesa nel suo letto di paglia e cenci probabilmente scorre film immaginari nella mente. Questa signora, in gioventù, ha lavorato con Coco Chanel – ecco il motivo della scelta del nome - quando negli anni ’40 viveva qui, distillando essenza di ylang-ylang in una fabbrica ancora esistente e florida. Oggi, questa signora dal sorriso materno ha 85 anni, un’età insperabile per la gente di qui. Vive con una pensione equivalente a circa 70 euro che riceve ogni tre mesi, e anche questo è assai raro per queste parti, per ciò si sente fortunata. Ma, soprattutto, la signora vive della gentilezza di quei pochi turisti che osano avvicinarsi a lei e alla gente come lei, turisti che voltano le spalle alle spiagge languide, ai tramonti romantici, all’opulenza e all’artificiosità dei resort per addentrarsi nel cuore autentico, intricato e contraddittorio, di quest’isola profumata.
E’ vero che ogni escursione può rivelarsi un’incursione, e il moderno turismo può trasformarsi in colonialismo. Inevitabilmente la mia presenza in questi villaggi e il contatto con questa gente hanno provocato delle conseguenze, cambiando qualcosa anche in loro, non solo in me. Tuttavia, credo che la gentilezza e il rispetto siano il denominatore comune a ogni rapporto umano, comprensibile al di là d’ogni linguaggio. Perché il sorriso è nudo e, un po’ come il profumo delicato di ylang-ylang, seduce con innocenza ricamando piacevoli ricordi.
Quindi, se il contagio tra culture diverse è fatto innanzitutto di nudi sorrisi, non dobbiamo sentirci in colpa, né avere timore, piuttosto avremo tanto da imparare e da scambiare, in un reciproco umile arricchimento.
Ciascuno di noi porta in sé un universo e nel mio, ora, insieme ai profumi d’Africa c’è anche Madame Chanel con il suo dolce di riso e il suo dolce sorriso. Prima di salutarla, le ho promesso che avrei raccontato di lei una volta a casa e le ho chiesto il permesso di mostrare la foto del suo viso, insieme a quella della sua casa. Ne è stata entusiasta e mi ha ringraziato con tanti timidi merci accompagnati da lievi assensi del capo, simili agli inchini delle geishe giapponesi.
Ora sono io a ringraziare lei per avermi fatto sentire a casa in casa sua e per avermi concesso il piacere di trasformare profumi evanescenti in un piccolo racconto, che spero possa contagiare positivamente anche per chi, per caso, un giorno lo leggerà.