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martedì 6 maggio 2014

L’ANGOLO OLIANDOLO


EQUILIBRIO E ARMONIA PER UN SICILIANO DOP

Verde come le colline trapanesi, musicale al palato e gentile nel piatto, il Nocellara del Belice di Domenico Bonanno trasforma l’amore per la terra in benessere a tavola

  
Chiamare “condimento” un olio di qualità è un insulto. Poiché quando un olio è prodotto con la sapienza dell’amore, non rappresenta semplicemente qualcosa “in più”, da aggiungere o togliere con il gusto del capriccio, bensì diventa un elemento indispensabile: l’anima stessa di un piatto.
E l’olio Bonanno è uno di essi.
L’azienda di Domenico Bonanno è frutto di una grande passione di donne e uomini nei confronti di una terra prodiga, uniti da un rapporto di reciproco scambio. L’uomo offre lavoro e rispetto, la terra restituisce bontà e qualità. Siamo in una delle zone più generose di Sicilia: l’azienda sorge, infatti, a Campobello di Mazara, in provincia di Trapani, dove il terreno già fortunosamente ricco assorbe l’alito benefico del mare, impreziosendosi ancor più.  Il punto forte della produzione dell’azienda è senza dubbio l’olio d’oliva extravergine “Nocellara del Belice” a denominazione di origine protetta, insignito di premi e riconoscimenti ampiamente meritati.
Ma qual è il segreto di Domenico Bonanno per riuscire ad emergere tra i tanti bravi produttori della sua isola? La sua produzione agricola si basa su un principio: conciliare il rispetto per le antiche tradizioni con i più innovativi metodi di lavorazione, investendo ogni giorno su un’esperienza secolare. L’olio extravergine di oliva ottenuto da queste terre con raccolta esclusivamente a mano offre, infatti, eccellenti proprietà organolettiche e nutrizionali che raccontano la storia di chi ama il proprio mestiere. La ricerca meticolosa dell’alta qualità ha portato l’azienda Bonanno tra le prime ad ottenere la denominazione DOP. Equilibrio e armonia rivelano una bassa acidità e un alto potere antiossidante che, insieme, rendono l’olio Bonanno non solo buono ma anche sano. Il colore verde intenso parla il linguaggio delle colline trapanesi e il sapore fruttato ne racconta tutta la generosità, con un retrogusto di mandorla che mette vivacità in bocca. In lontananza, si dipanano vaghi sentori di carciofo e pomodoro che completano la musicalità gustativa con note agresti che fanno la differenza. Grazie alla sua corposità leggera e vellutata, l’extravergine Bonanno è una presenza essenziale in cucina, poiché la sua struttura gentile e mai invadente non corrompe i sapori, bensì li esalta con sobria eleganza.
Altre specialità dell’azienda Bonanno sono le olive da tavola Nocellara del Belice DOP, magnifiche per un antipasto sfizioso: intere in salamoia o schiacciate e insaporite con basilico, origano, peperoncino, aglio. Inoltre, il frutteto dell’azienda regala un ricco ventaglio di frutti dal profumo e gusto inconfondibili, come solo questa terra può sprigionare. Il trionfo della frutta qui è rappresentato da gustose marmellate di arance, mandarini, limoni, fichi d’india e gelsi rossi. Tanto per finire in dolcezza, possibilmente ospiti della squisita accoglienza della Famiglia Bonanno.

giovedì 16 gennaio 2014

“PRODURRE VINO E’ COME DIPINGERE”


A ogni intenditore il suo quadro d’autore: i segreti del successo del Barone La Lumia, artista inimitabile del panorama enologico siciliano



Nella piana di Licata, in provincia di Agrigento, là dove l’ultimo lembo di terra italiana si tuffa nel mare africano, si estende la Tenuta dei Baroni La Lumia, un simbolo della cultura oltre che dell’agricoltura di quest’isola. Con una superficie complessiva di 150 ettari di generosa terra,
 40 sono coltivati a vigneto approfittando degli strati gessosi-solfiferi e di un microclima eccezionale per luminosità, prossimità al mare ed escursione termica.
L’azienda da sempre vinifica esclusivamente uve proprie, frutto di vitigni autoctoni selezionati tra i migliori di Sicilia: Nero d’Avola, Inzolia, Nerello Mascalese e Frappato, dai quali ottiene vini inconfondibili per intensità di aromi e di gusto.
Inconfondibile è anche la Tenuta stessa, risultato armonioso di linee e dettagli architettonici che evocano epoche e paesi lontani. Il casale arabeggiante è stato edificato alla fine del ‘700 dalla stessa famiglia La Lumia e rispecchia la personalità audace e fiera dei vini che qui nascono.
Nicolò, l’attuale proprietario, ha alimentato con passione e competenza l’antica tradizione enologica di casa, resuscitando quei vini che in un glorioso passato avevano donato ricchezza ai coloni Rodio-Cretesi e opulenza alla città di Agrigento.


Fare un buon vino non è mai facile. Il successo non viene solo dalla tecnica ma da una segreta alleanza tra la natura e l’uomo, quindi tra la bontà della materia prima e il rispetto con cui la si tratta. Qui la raccolta delle uve avviene manualmente e ogni fase della lavorazione dei grappoli è minuziosamente curata fino all’arrivo in barrique, sotto gli sguardi scrupolosi del barone Nicolò e del figlio enologo Salvatore. La filosofia dell’azienda in merito a questi vini ‘particolari’ si basa sull’eleganza del gusto che deriva da un riuscito matrimonio tra le doghe di allier e la struttura del vino.
Il barone Nicolò, con la saggezza di un padre lungimirante, ricorda spesso al figlio Salvatore che: “produrre vino è come dipingere! Bisogna avere la giusta tavolozza dei colori. Il dosaggio della barrique deve essere come il colpo di pennello sulla tela, morbido e delicato.”
La Tenuta Barone La Lumia, oltre alla produzione di vini ottenuti con tecniche tradizionali, ha sfidato il tempo puntando sull’originalità. Ha recuperato alcuni dei sistemi di vinificazione utilizzati dai coloni Rodio-Cretesi nel quinto secolo a.C.
e da questa scommessa è nata la linea dei Grecischi: Nikao, Halykàs e Limpiados,
 tre vini straordinariamente virili per struttura e aromi persistenti, che sprigionano, oltre ai caratteri del territorio, cinquemila anni di gloriosa storia.
 In altre parole, questi vini possiedono il tocco di pennello che fa la differenza in un quadro d’autore.
Salvatore La Lumia, in un’intervista, ha confidato che il segreto della lunghezza al palato dei suoi vini è costituito dalla massima estrazione delle sostanze aromatiche e dal rispetto del tempo, grande alleato del grande vino, nonché da appassimenti su pianta, ossidazioni naturali e lunghissime permanenze sulle bucce. Naturalmente, per far vini così speciali qualche altro segreto ci sarà ma, in quanto tale, resterà per sempre custodito nella piacevolezza di un sorso di Cadetto, Don Totò o Nikao ... a ogni intenditore il suo quadro d’autore!

lunedì 13 gennaio 2014

UNA GRANDE FAMIGLIA, UN GRANDE OLIO, UN SOLO NOME: TITONE



Salute e bontà sono i segreti vincenti del Trapanese eletto migliore al mondo dal Premio Biol 2013



Immaginate un soffice pianoro rigoglioso di verde conteso tra il cielo e il mare. Di fronte, come perle emerse dai flutti, una manciata di isole dal fascino misterioso, sorvegliate dalla costa da candide distese di sale leccate dal sole.
E’ quello straordinario lembo di terra che si snoda tra Trapani e Marsala, nella Sicilia occidentale, con Erice alle spalle e Mothia e le Egadi in fronte. Ed è in questo contesto paesaggistico da fiaba che la Famiglia Titone, dal 1936, coltiva con amore la propria passione: quella per l’olio. Non un olio qualsiasi ma un olio che sprigiona bontà e salute, frutto di un dialogo fluido tra uomo e natura che si concreta in 5800 alberi coltivati nel pieno rispetto dell’ambiente.
La Famiglia
La Famiglia Titone ha sempre avuto particolarmente a cuore la salute: da papà Nicola alla figlia Antonella, prima dell’agricoltura è stata la farmacia la professione di famiglia.
Nasce così, da una filosofia tramandata da generazioni, un olio di qualità, sano e naturale. L’azienda è stata una delle prime in Sicilia a convertirsi all’agricoltura biologica e dal 1992 tutte le fasi di lavorazione sono controllate, tracciate e certificate. Oggi l’azienda Titone vanta due tipi di olio – ottenuti da olive delle cultivar Cerasuola, Nocellara del Belice, Biancolilla – raccolte a mano e molite dopo poche ore nel frantoio aziendale. Con passione e determinazione, la famiglia Titone è riuscita a creare un olio che incorpora i profumi millenari di questa zona di Sicilia, unica per microclima, ottenendo apprezzamenti e riconoscimenti in tutto il mondo.
L’Olio
L’olio Titone Dop Valli Trapanesi (varietà Cerasuola, Biancolilla, Nocellara del Belice) seduce con un raffinato bouquet di erbe officinali, mandorla fresca e sentori di banana verde. L’ingresso in bocca rivela un corpo ben strutturato e piacevolmente dolce anche all’olfatto, con immediato sostegno della nota amara che va a posarsi su un tono piccante e di lunga intensità. Eccellente per esaltare marinare di tonno, minestre di funghi, zuppe di legumi, pesce al forno e tartare di manzo.
L’olio Titone Biologico (varietà Cerasuola, Biancolilla, Nocellara del Belice) si offre al naso con fini profumi di mandorla verde e spiccate note erbacee che rimandano al paesaggio siciliano; il corpo ben strutturato sprigiona un inizio dolce raggiunto presto da un impatto amaro che, combinato con un guizzo piccante intenso, innamora il palato. Perfetto con verdure crude e cotte, insalate, zuppe, arrosti e carni rosse.
La Famiglia Titone e i suoi oli continuano a collezionare un’infinità di prestigiosi premi, tra cui quello guadagnato dall’Extravergine Titone Dop Valli Trapanesi che è stato unanimemente ritenuto il “miglior olio biologico del mondo”, meritando il 18° Premio Biol 2013.

domenica 12 gennaio 2014

L’EMOZIONE ARANCIONE CHE VIEN DALLA SICILIA




Dove il sole bacia il mare e la salute sposa la bellezza cresce una carota tutta speciale: la carota novella di Ispica Igp 

Olio, vino, arance, pesce … mare, sole, passione e generosità.
Per queste e molte altre virtù naturali e umane la bella Sicilia da sempre si fa amare da tutti, in Italia e nel mondo. C’è tuttavia un prodotto di cui poco si parla, sottovalutato forse per la sua umile e pur preziosa natura, un prodotto che invece accende di insospettato colore l’appetitoso panorama gastronomico siciliano.
E’ la carota. In particolare la carota novella di Ispica Igp, frutto di quel territorio denso di storia e di natura che si srotola tra le province di Ragusa, Siracusa, Catania e Caltanissetta, nell’estrema punta sud-orientale dell’isola. E’ qui che, benedetta dal sole e carezzata dalle brezze marine, la carota novella ha messo letteralmente le proprie radici, stimolando una propria economia e un sistema produttivo unico nato da una lunghissima tradizione popolare. 
Le sue origini risalgono agli anni Cinquanta e da allora il suo colore solare s’è aggiunto a quelli delle altre bellezze della zona: quelle naturali di Capo Passero, Pozzallo e Porto Palo, e quelle culturali di Noto, Modica e Scicli. E’ qui, dunque, che il gusto della semplicità sposa quello del barocco, alimentando quella straordinaria convivenza tra genuinità del territorio e sontuosità architettonica che solo la Sicilia vanta.
La sua terra natia
E allora, prima di sederci a tavola per assaggiare la dolcezza della carota novella di Ispica, facciamo una passeggiata attraverso i luoghi delle sue origini. L’antica Hispicaefundus, che oggi conta circa 15 mila abitanti, domina il mare dall’alto di una collina dolcemente degradante verso l’azzurro delle onde. Il mare è a pochissimi chilometri, pare di toccarlo da quassù, e i ruderi della fortezza, nucleo originale dell’antica città, sembrano aver stipulato un sodalizio eterno con il blu degli abissi, aggiungendo il fascino della storia alla bellezza della natura. Dieci chilometri di spiagge, in gran parte libere, insieme all’area archeologica della Cava di Ispica sono già un argomento convincente di seduzione. Quando poi, appagati gli occhi, ci siede a tavola per appagare anche il palato e si assaggia la carota novella di Ispica nelle sue declinazioni, ecco che l’innamoramento per questi luoghi è assolutamente definitivo.
Perché la carota novella di Ispica è speciale?
Un ortaggio apparentemente umile nasconde, in realtà, virtù nobili dovute in parte alla generosità del microclima e in parte alla sapiente laboriosità degli agricoltori siciliani. Qui le temperature medie invernali sono particolarmente elevate, così come il numero di ore di luce solare, e i terreni di medio impasto parzialmente sabbiosi forniscono alla carota novella preziosi elementi nutritivi con buone caratteristiche di profondità e freschezza. Anche il colore brillante è opera della natura e rivela una metabolizzazione ottimale tra zuccheri, vitamine e minerali. Salubrità e tracciabilità del prodotto sono garantite anche da un disciplinare che prevede una rotazione colturale triennale che eviti la stanchezza dei terreni.
La precocità della maturazione contraddistingue la carota novella di Ispica, donandole una ricchezza di carotene e glucosio unica. Al consumatore, giunge solo dopo aver ultimato il ciclo di maturazione in campo aperto, circa alla fine di febbraio, da qui il segreto del suo successo espresso in quel “novella” che accompagna il nome, sinonimo di croccantezza, aroma erbaceo e colore del sole.
Un Consorzio tutto per ‘lei’
Il Consorzio di Tutela Igp, nato nel 2010 ,riunisce 12 produttori (il 50% di quelli di tutta la zona) e insieme alla volontà di ampliare i propri orizzonti di produzione mira a promuovere un consumo consapevole, grazie alla distribuzione della carota novella in tutta Italia e all’estero. “Noi raccogliamo quando gli altri seminano” - afferma Carmelo Calabrese, Presidente del Consorzio -  “il nostro punto di forza è il ciclo produttivo: seminiamo in autunno per raccogliere in primavera.” Ecco perché la carota novella di Ispica non è solo argomento di salute e bontà ma anche di guadagno e competitività. Partecipa, infatti, a FruitLogistica a Berlino, la fiera internazionale più importante dedicata ai prodotti ortofrutticoli.
Mangiatela cruda!
Umile ma saporita, semplice ma ricca. La carota novella di Ispica, miniera di minerali (ferro, calcio, magnesio, rame, zinco) e vitamine (B, PP, D, E, C), esprime il meglio di sé se consumata cruda, in purezza oppure declinata in succhi, centrifughe o estratti. La crudità lascia intatte le sue virtù: dolcezza, profumo e croccantezza si sublimano al palato sprigionando nell’esperienza gustativa tutta la generosità della Sicilia.
Oltre al piacere, la salute. L’elevato contenuto di vitamine e minerali aumenta le difese dell’organismo, la capacità di sfidare malattie infettive, le affezioni polmonarie e gastro-duodenali e le dermatosi. Per la gioia delle signore (ma non solo), la carota novella di Ispica previene l’invecchiamento grazie all’azione antiossidante contro i radicali liberi. Inoltre, è compatibile con l’alimentazione dei diabetici per via del basso carico glicemico e perché l’alto livello di carotenoidi nel sangue esplicherebbe un effetto protettivo verso il metabolismo glucidico, regolando anche i livelli di colesterolo. Infine, l’alto contenuto di falcarinolo rende la carota un’arma antitumorale, con un’accortezza: questo composto anti-cancro si conserva al meglio se le carote eventualmente cotte vengono lasciate intere e non tagliate a pezzi.
Per chi invece non ha problemi di salute e si sente libero d’essere goloso, la carota novella di Ispica si propone in infinite declinazioni gustose: dalla confettura al cioccolato, dai biscotti alla crema liquorosa. Anche se il massimo del piacere, quello che mette tutti d’accordo, viene sempre dalla semplicità: una croccante carota novella di Ispica appena colta tuffata in un profumato olio extravergine di Sicilia. 
Ed è la quintessenza della felicità. 

giovedì 19 dicembre 2013

Coltura&Cultura.It




L’agricoltura italiana sta uscendo dall’ombra.
E’ con quest’affermazione carica di fiducia e di ottimismo che si apre la consueta conferenza stampa di fine anno di Bayer, azienda leader mondiale nella ricerca scientifica.
Lo scorso anno l’agricoltura ha, infatti, rappresentato l’unico settore in crescita in un panorama economico nazionale e internazionale estremamente travagliato e si è confermata il motore trainante per la nostra esportazione. Questo non è solo motivo d’orgoglio per i tanti operatori del settore che da anni lottano per dimostrare il valore del proprio impegno e dei propri prodotti, ma è anche una grande opportunità professionale per i giovani che si affacciano al difficile mondo del lavoro. Negli ultimi anni, infatti, il settore agroalimentare è stato di grande stimolo per le nuove leve, con un crescente aumento di imprese agricole guidate da under 35 e un’impennata delle matricole alle facoltà di agraria e alle scuole secondarie professionali nei settori di agricoltura, enogastronomia e ospitalità alberghiera.
Bayer aveva intuito già molto tempo fa questa meritata valorizzazione del lavoro della terra e con la sua ricetta “ricerca, ascolto, collaborazione” si dimostra tuttora un passo avanti, lanciando costantemente ambiziose sfide per far sì che l’agricoltura italiana esca definitivamente dall’ombra, anche in vista dell’Expo 2015. Fondamentale, come sottolinea Karina von Detten – Amministratore Delegato di Bayer CropScience Italia - è imparare a fare squadra, fare sistema, in modo da trascendere le competitività interne e unire le forze in vista di vantaggi comuni maggiori. Una competitività che deve essere valutata strategicamente anche dai nostri governanti e quindi appoggiata dall’alto per non porre gli agricoltori italiani in svantaggio sul mercato internazionale. Magis vino è un esempio straordinario di come anche in Italia si possa fare sistema nel settore agricolo, un esempio che Bayer cercherà di estendere ad altri prodotti, oltre al vino, come all’uva da tavola e ai cereali.
Ma le sfide di Bayer in difesa della qualità e della sostenibilità non si fermano qui. Il prossimo anno 12 nuovi prodotti di origine biologica e chimica per la protezione delle colture risponderanno a soluzioni integrate in vista della sostenibilità. Inoltre continuerà l’offerta di prodotti dedicati all’Hobby Farming in collaborazione con Bayer Garden. Ma nell’anno in cui l’Azienda compie i suoi 150 anni di successi, una delle realizzazioni più accattivanti di Bayer CropScience è questa: www.colturaecultura.it Ovvero, la collana di libri dedicata ai prodotti della nostra terra, Coltura&Cultura, si evolve in versione web, trasformandosi in un sito di grande appeal, colorato e divertente, che mescola al linguaggio scientifico la grammatica del web, per una piacevole consultazione dei manuali, una facile comprensione dei contenuti e una conoscenza dei 600 autori dei volumi. Come spiega Paola Sidoti - responsabile Business & Marketing Communications di Bayer CropScience Italia - il nostro panorama agricolo è fatto da tante Ferrari ma anche da tantissime utilitarie, straordinarie e fondamentali per tutto il settore. Ecco che il sito colturaecultura.it offre una conoscenza più approfondita e diffusa dei prodotti delle nostre regioni, dalla fragola agli agrumi, dimostrando come l’agricoltura italiana sia contemporaneamente “una e molteplice” perché con la sua unica varietà soddisfa tutti i gusti in tutte le stagioni. Ognuno dei 15 volumi è completamente scaricabile gratuitamente, basta registrarsi. Inoltre il sito lascia molto spazio ai video, brevi e dinamici, che raccontano in maniera giocosa curiosità e verità scientifiche. La presentazione di Duccio Caccioni, autore nonché attore già collaudato da Bayer CropScience, sintetizza esemplarmente la piacevolezza di un format che in virtù della sua solidità culturale è patrocinato da Asa, Associazione Stampa Agroalimentare presieduta da Roberto Rabachino.   
Anche questo è uno strumento di comunicazione strategico per dar voce alla nostra agricoltura e condividere con un pubblico sempre più vasto il messaggio di fiducia e di ottimismo che saluterà il prossimo anno.

domenica 1 dicembre 2013

I FRUTTI DEL SOLE RACCONTATI IN UN LIBRO: “GLI AGRUMI”


Dai Giardini delle Esperidi alle pendici dell’Etna: la Sicilia ospita Bayer CropScience per illustrare il nuovo volume di Coltura&Cultura


“La strada attraversava gli aranceti in fiore e l’aroma nuziale delle zagare annullava ogni cosa, come il plenilunio annulla un paesaggio … tutto era cancellato da quel profumo islamico che evocava urì e carnali oltretomba.”
Così scriveva nel 1958 Giuseppe Tomasi di Lampedusa, spremendo in questo breve passo del Gattopardo il volto esotico della sicilianità più pura. Le arance, infatti, insieme alle 200 specie della famiglia degli agrumi, rappresentano il simbolo della Sicilia e insieme dell’Italia, essendo il nostro Paese il 4° produttore di agrumi al mondo, con un contributo siciliano di oltre il 55%.
Ma dietro questi numeri, certamente essenziali per capire l’importanza di un settore agricolo economicamente strategico anche all’estero, sta una storia affascinante: una storia secolare raccontata da piante e frutti che legano oriente e occidente, islam e cristianesimo, salute e alimentazione, uomo e terra.
Il nuovo volume “Gli Agrumi” della collana Coltura&Cultura di Bayer CropScience sintetizza il ricco retroscena di questi frutti, armonizzando in maniera fluida panorami storici, artistici, letterari e musicali con quelli più strettamente botanici, scientifici, salutistici ed economici. 63 autori hanno dato vita a oltre 600 pagine di sapere per il piacere di scoprire tutti i segreti di una grande famiglia di frutti, dagli aspetti più tecnici a quelli più lirici.
Il volume è stato presentato ufficialmente nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Catania, il 29 novembre. Così, un’uggiosa serata s’è colorata di sole grazie agli interventi degli oratori che hanno intrattenuto con aneddoti e curiosità il folto pubblico: il Rettore dell’Università Alessandra Gentile, i Professori Eugenio Tribulato (dell’Università di Catania) e Paolo Inglese (dell’Università di Palermo), membri dell’Accademia dei Georgofili e coordinatori scientifici del libro. Insieme hanno illustrato come cedri, limoni, pummeli, mandarini, lime e arance affondino le radici nella storia secolare dell’uomo; come l’arte li abbia sempre raffigurati quali simboli culturali, sacri e profani; e quali meccanismi la natura inneschi per rendere così belli e colorati questi frutti, tanto da ispirare pittori e poeti d’ogni tempo.  Con i docenti, Paola Sidoti - responsabile Business & Marketing Communications di Bayer CropScience in Italia – ha riassunto l’importanza del volume, confermando la volontà di Bayer di sposare coltura e cultura diffondendo in maniera piacevole contenuti articolati di realtà importanti spesso poco conosciute. Questo in virtù di un consumo più consapevole dei prodotti ma anche del piacere di esplorare le nostre radici, perché ogni “jardinum” (aranceto) non è solo lavoro, ricerca e profitto ma è innanzitutto un luogo fruttifero e dilettevole di storie tutte da scoprire.
“Il volume è uno strumento che coglie il vissuto positivo dei consumatori verso gli agrumi e che può contribuire a migliorare la capacità competitiva della produzione italiana. Questo libro è un elogio a coltivazioni bellissime e dai buonissimi frutti, - ha concluso Paola Sidoti - per fare cultura degli agrumi a 360° e premiare tutti gli agrumicoltori, a cominciare dai siciliani, avvicinando a questo mondo tecnici e appassionati che vogliono sapere come nasce un agrume, una spremuta o un grande profumo.
La presentazione del libro s’è conclusa con un concerto nella Chiesa di San Nicolò l’Arena, dove un coinvolgente duetto tra lo Stradivari 1715 del Maestro Matteo Fedeli e il pianoforte di Andrea Carcano ha aggiunto una nota poetica alla serata culturale. Una serata degna del Gattopardo!


Dove le Arance diventano Rosse
Per capire meglio la ricchezza dei contenuti del volume “Gli agrumi”, Bayer ha dato voce a una delle aziende trainanti del mercato agrumicolo siciliano. Situata a Lentini (SR), dove il microclima etneo è ideale per gli agrumi, la Società APAL O.P. della Famiglia Scrofani fa parte del Consorzio di Tutela Arancia Rossa di Sicilia: vanta 1000 ettari di terreni coltivati, 100 soci e 20000 tonnellate annue di frutti prodotti. Ma l’Azienda vanta soprattutto l’alta qualità dei propri prodotti, dalle arance Tarocco, Moro e Sanguinello a nettarine, albicocche e pesche, frutti che estendono l’attività a 10 mesi l’anno coprendo quasi tutte le stagioni. Visitando l’Azienda si capisce quanto sacrificio e passione occorrano per sostenere un mercato difficile e colmo di paradossi, dovuti per esempio a importazioni di arance estere a minor costo rispetto le nostre che sono invece più richieste dal mercato europeo. Se Cina, Spagna, Grecia o Marocco possono essere temibili dal punto di vista dei prezzi, non possono tuttavia competere con la Sicilia in quanto a generosità della terra (la convivenza di colate laviche con un terreno fertile, la presenza del mare e di un clima secco e caldo che rende le arance più rosse) e ad esperienza umana (una lunga tradizione famigliare che sposa una costante innovazione tecnologica).
E’ con questa esperienza che Filadeflo Scrofani e suo figlio Salvatore affrontano il mercato esportando oltre il 35% dei prodotti e soddisfacendo una richiesta estera sempre maggiore. La speranza è che anche il consumatore italiano diventi più consapevole della qualità dei ‘nostri’ prodotti, frutto di tradizione ma anche di ricerca scientifica e tutela ambientale.
E’ a questa voce appassionata che Bayer CropScience si unisce per far sì che gli Agrumi siciliani e italiani acquistino il giusto valore nella percezione collettiva e siano quindi più apprezzati e consumati anche a casa nostra.

Una sosta di piacere
A metà strada tra Siracusa e Catania sorge l’Agriturismo Badiula, immerso in un giardino coltivato prevalentemente ad agrumi, sorvegliato dallo sguardo severo dell’Etna e carezzato dalla mite brezza del Mediterraneo. Alla bellezza della natura l’agriturismo unisce la tipica ospitalità siciliana, fatta di genuinità e passione: 8 camere con ogni comodità, un ristorante interno e un Giardino d’inverno, un grazioso centro benessere e diverse attività sportive, oltre naturalmente alla produzione di prodotti tipici da degustazione. Imperdibili, a pranzo o a cena, la caponatina per cominciare in bellezza e la bavarese al mandarino per finire in dolcezza.

mercoledì 20 novembre 2013

Il Rinascimento del vino: il Chianti



“La poesia consiste nel fare entrare il mare in un bicchiere” scriveva con sobria eleganza Italo Calvino. Analogamente si può dire che l’arte di fare il vino consiste nel fare entrare la storia di un intero territorio in un bicchiere. Perché un vino non è solo bevanda e alimento, è anche cultura e tradizione di gente innamorata della propria terra e del proprio lavoro.
Il Chianti ne è un perfetto esempio e nel nome sta racchiuso il suo segreto: Chianti è sinonimo di vino ma anche di territorio. E’ il cuore rinascimentale della Toscana, accoccolato tra le morbide curve dei Colli Fiorentini, Senesi e Pisani - tra le provincie di Arezzo, Firenze, Pisa, Pistoia, Prato e Siena - dove alla generosità della natura s’intreccia l’orgoglio di una storia millenaria, ancora viva nei numerosi borghi medievali tra cui spiccano i pittoreschi Monteriggioni e San Gimignano. Qui, attraverso il vino, l’essenza distillata da un suolo unico per clima e biodiversità sembra riversarsi nelle vene risvegliando il corpo alla vita e, una volta ridestato il corpo, ecco che invade dolcemente l’anima rievocando un passato mai del tutto passato. Ecco allora che sospinti da un sorso profumato, i pensieri galoppano, i sentimenti volteggiano e le parole danzano, al piacevole ritmo dei racconti di donne e uomini che di questo nettare oggi sono artefici. Sono storie di intere generazioni, nonni, madri e nipoti, grandi famiglie che hanno condiviso fatica e passione. Ed è proprio questo che si sente dentro un bicchiere di buon Chianti.
Il filo conduttore di questi vini è l’eterna giovinezza: nelle sue numerose declinazioni, sempre sobrie ed eleganti, il Chianti si propone come una gamma di vino facile da capire e da apprezzare, mai vanitoso, piuttosto democratico, godibile da giovane ma capace d’invecchiare con dignitoso brio. Con quell’inconfondibile rosso porpora, i tannini evidenti e il profumo vinoso, il Chianti è un invito a tutti per farne una sana abitudine quotidiana, come i riti familiari più antichi e conviviali, quelli che rinforzano il corpo e rincuorano lo spirito.
Ecco alcuni indirizzi dove poter sostare per gustare tutti i piaceri del Chianti, sia per una vacanza all’insegna della salute sia per una degustazione tecnica incorniciata dalla natura. Famiglie fiere di condividere saperi e sapori vi accoglieranno in un’intima convivialità fatta di ottimo pane e olio, vellutate ribollite, succulente fiorentine e suadenti cantucci con Vin santo. Naturalmente il tutto condito da una buona compagnia, perché il Chianti è anche sinonimo di schietta allegria.
In piazza della Sala, nel cuore storico di Pistoia, questa piccola osteria ricrea un’atmosfera davvero originale, in un ambiente tipicamente toscano. Semplicità e grande senso dell’accoglienza caratterizzano ogni spazio e l’estro dei proprietari aggiunge quel tocco impagabile di giovane familiarità. L’esposizione e la vendita dei prodotti locali ha un ruolo privilegiato: dai formaggi ai salumi, dai vini all’olio. Ma è la tavola a conquistare l’ospite, con le migliori ricette toscane e gli allegri vini.
Prende il nome dall’omonimo borgo appollaiato sulle colline di Scandicci, a sud ovest di Firenze: una villa cinquecentesca immersa in duecento ettari di terreni, tra vigneti di Sangiovese, Colorino, Merlot, Cabernet e Sauvignon, uliveti e seminativo. Il rispetto per l’equilibrio naturale dell’ambiente fa dei prodotti della Fattoria un’eccellenza biologica apprezzata anche all’estero. Allevamenti di suini di razza Cinta senese, bovini di razza Angus e Chianina e galline, produzione di olio extravergine d’oliva e vino, di miele e zafferano, fino al Vin santo: qui tutto nasce dall’amore per la terra. Notevole una degustazione in compagnia degli affabili padroni di casa: dall’extravergine Laudemio su pane abbrustolito, a una verticale di Chianti abbinato a salumi e formaggi, fino a un sensualissimo Vin santo con cantucci e castagne.
E' una delle più antiche fattorie della zona, custodita da una deliziosa chiesa romanica del IX secolo che scruta l’orizzonte fino alle torri di San Gimignano. Da tre generazioni la Famiglia Cappelli si dedica con passione alla Fattoria cercando di creare un luogo irripetibile, nel rispetto della tradizione e del territorio che la accoglie. La Fattoria produce una vasta gamma di Chianti, tutti eleganti e particolarmente raffinati anche nell’etichettatura, oltre a olio extravergine, grappa e Vin santo. Otto appartamenti sono a disposizione degli ospiti che desiderino condividere il piacere di sentirsi a casa anche lontano da casa, magari alternando a una degustazione verticale una piacevole caccia al tartufo guidata, con tanto di cane al guinzaglio.
Azienda Bindi Sergardi http://www.bindisergardi.it/
Varcare l’ingresso di Casa Bindi Sergardi, nel suggestivo borgo medievale di Monteriggioni (SI), significa calarsi nella storia millenaria di una famiglia fiera del suo passato e proiettata verso un altrettanto florido futuro. Il presente è fatto da un’Azienda solida come la trama famigliare che la tesse: l’attuale proprietario Nicolò Casini insieme alla simpaticissima moglie e ai figli, tra cui la brava Alessandra, eredita e alimenta una tradizione che risale al 1349. Le sue parole raccontano meglio di ogni descrizione l’anima dell’Azienda: “Oggi i miei figli lavorano con me e questo miscuglio di sangue e di terra mi fa sentire eterno.
E ‘una sensazione straordinaria che desidero condividere con chi si avvicina ai nostri vini.” L’ospitalità della Famiglia Bindi Sergardi, con le tagliatelle fatte a mano, lo sformatino di zucca, l’immancabile pane e olio e molto altro ancora, fa da controcanto a una degustazione di vini Chianti schietti e sinceri, proprio come i loro sorrisi.
Cantina Pietraserena http://www.awf2000.com/
Verso la metà degli anni 60, la famiglia ligure Arrigoni arriva a San Gimignano (SI) e oggi, con i suoi quaranta ettari di terreno, rappresenta un’impresa di spicco sia per il mercato italiano che estero. Quattro generazioni hanno affidato speranze, attese e forza di volontà alla realizzazione di un progetto che ora è realtà. Forte di un terreno generoso per ubicazione, esposizione al sole e composizione del suolo, l’Azienda propone un ottimo olio extravergine spremuto direttamente a freddo nel frantoio interno, oltre a un’ampia gamma di Chianti e alla classica Vernaccia di San Gimignano. L’Azienda è fedele alla semplicità della tradizione ma vanta l’apertura al mercato enoico internazionale più difficile, quello cinese.
Fattoria La Gigliola http://www.lagigliola.it/
La Famiglia Piazzini ha sposato tradizione e innovazione, rendendo la Residenza La Gigliola un vero e proprio nido accogliente e appetitoso. Trecento ettari di terreno, tra uliveti e vigneti, si srotolano attorno a Monterspertoli (FI) e, insieme a boschi di querce, cipressi e pini, incorniciano la Villa come dentro un quadro. Circa 50 stanze, ognuna con una propria personalità, invitano gli ospiti ad assaporare il silenzio e il profumo della natura. A loro disposizione anche piscina e campo da tennis. A tavola, accanto a un bel camino caldo, sono i prodotti della terra a conquistare: dall’olio extravergine d’oliva al ventaglio di vini, frutto della sapiente lavorazione di Sangiovese, Canaiolo, Merlot, Cabernet e Syrah per i rossi, Trebbiano, Malvasia e Chardonay, per i bianchi. La simpatia della signora Anna e del figlio Paolo è un altro buon motivo per far visita alla Fattoria La Gigliola e aggiungere un tocco di poesia in più a una vacanza indimenticabile.

venerdì 15 novembre 2013

IL VINO ITALIANO SOSTENIBILE SI CERTIFICA CON “MAGIS”




La Sala Stella Polare del Centro Congressi a Fiera Milano Rho è gremita. L’appuntamento del 14 novembre è con Magis, progetto di ecosostenibilità firmato Bayer CropScience. In occasione del convegno “Il vino italiano sostenibile si certifica con Magis”, Bayer CropScience Italia, riceve la certificazione dall’ente terzo indipendente DNV Business Assurance. Questa è una delle tappe fondamentali di un progetto in costante divenire. Magis nasce 5 anni fa e da allora ha arruolato circa 150 aziende vitivinicole italiane.
Un parterre d’ospiti d’eccezione per raccontare cos’è Magis, cosa significa Sostenibilità e qual è il ruolo della Comunicazione: Domenico Zonin, Unione Italiana Vini; Attilio Scienza, Università Statale di Milano; Emilio Defilippi, Assoenologi; Massimo Berlin, DNV Business Assurance in Italia; Silvio Cittar, Bayer CropScience; Enrico Giraudi, J. Walter Thomson. L’incontro, condotto dalla brava Anna Scafuri, giornalista RAI, è culminato con la consegna delle prime certificazioni Magis da parte di Roberto Rabachino, Associazione Stampa Agroalimentare.
Cos’è Magis. Il progetto nasce da una domanda: cosa chiedono i consumatori italiani? Chiedono trasparenza nel bicchiere, per gustare con fiducia la piacevolezza del vino. Magis certifica un modo di fare fondato su principi di sostenibilità: il rispetto per la Terra e per il consumatore; il “fare sempre meglio” come vocazione e modello etico; una profonda e dettagliata conoscenza del processo produttivo e della materia prima. Da oggi, per chi acquisterà una bottiglia di questi vini, Magis si tradurrà in una garanzia di trasparenza e credibilità, grazie al coinvolgimento di un Comitato tecnico-scientifico presieduto da Attilio Scienza, padre ideale di Magis. Il protocollo Magis fornisce dunque una guida pratica per la gestione sostenibile del vigneto e sarà costantemente aggiornato per adeguarsi alle necessità di ogni regione, biodiversità e cambiamenti climatici. Quattordici aziende vitivinicole italiane ricevono la certificazione Magis e altre cinque la riceveranno a breve: i loro vini potranno così utilizzare il marchio Magis sulle bottiglie. La certificazione è anche un passaporto per sostenere con fierezza le dinamiche del mercato globale.
Cosa significa Sostenibilità. Crescere assieme e fare sempre meglio: questo è Sostenibilità.  L’agricoltura sostenibile fa solo quel che serve, dove e quando serve, rispettando la salute del suolo e del vigneto. Questo non significa “biologico” ma “fare” con un equilibrato senso della misura senza abusare del potere dell’uomo sulla Natura. Il suolo è complesso e anche un piccolo vigneto va capito affinché produca un vino di qualità senza sacrifici. Magis stimola l’attenzione dei viticoltori al linguaggio del terroir, affinché un’autodiagnosi sia il primo passo per una viticoltura sostenibile. Il concetto di sostenibilità è pertanto destinato a diventare “normalità” di un processo che riguarda tutta la filiera. Solo così è possibile “degustare con piacere un bicchiere di vino ad occhi chiusi”, con fiducia e consapevolezza.
Il ruolo della Comunicazione. Per poter degustare ad occhi chiusi occorre “fare aprire gli occhi ai consumatori”. Così Roberto Rabachino sintetizza il ruolo della Comunicazione. L’informazione deve accompagnare il progetto per educare e infondere fiducia. Dentro ogni bicchiere di vino c’è sempre il sacrificio di donne e uomini, la comunicazione deve servire anche a raccontare questo, da qui l’importanza di un’etichetta che garantisca Sostenibilità. Il logo Magis è sintesi eloquente del progetto: linee e colori evocano la naturale conformazione dei vigneti italiani, con una semplicità che infonde fiducia.
Al termine della conferenza, dopo la consegna delle certificazioni alle aziende vinicole, la parola passa all’Amministratore Delegato di Bayer CropScience Italia, Karina von Detten:
Sono orgogliosa di ricevere oggi questo riconoscimento che va a tutti i nostri collaboratori perché hanno creduto e attivamente sostenuto la crescita di un progetto che, con la certificazione dei primi vini, è destinato a diventare un emblema della sostenibilità e del “fare di più, sempre meglio” come vocazione e modello etico di riferimento.

venerdì 1 novembre 2013

LIBERO OLIO IN LIBERO STATO


Libera riflessione di una libera consumatrice di libri e di Olio



Ogni volta che mi appresto a leggere un testo di Luigi Caricato mi predispongo a uno stato di psicologico benessere. So già che, sin dalle prime pagine, non solo imparerò qualcosa di nuovo ma parteciperò anche di quel modo appassionato e seducente che contraddistingue il suo stile letterario.
Da amante profana dell’Olio, anche questa volta leggendo “Libero Olio in libero Stato” ho imparato molto. Per esempio, che si può raccontare la millenaria storia dell’Olio con la stessa fluida leggerezza propria di quel filo di succo da olive che scorre sul piatto: quella fluida leggerezza che somiglia alla poesia, alla musica, alla femminilità. Si può imparare con piacere come e perché, nei secoli, l’Olio sia diventato definitivamente “democratico”, passando da prodotto pregiato riservato a pochissimi ad alimento pienamente fruibile a chiunque lo desideri. Perché, poesia a parte, oggi l’Olio da olive non rappresenta semplicemente un cibo ma anche un potente strumento sociale ed economico, avendo radunato intorno alla medesima categoria merceologica tutte le classi sociali.
Da lettrice e consumatrice, ho anche capito perché a questo processo di democratizzazione si debba affiancare un costante impegno sinergico verso una qualità sempre più ambiziosa (da parte di chi produce), insieme a un senso di consapevolezza sempre più diffuso (da parte di chi consuma).
Paradossalmente, come spiega Caricato, l’olio da olive è un prodotto semplice, immediato, lineare. E la semplicità è spesso difficile da spiegare. Tuttavia, un fatto diventa chiaro dopo aver letto il libro: che se dall’esterno il mondo dell’Olio si presenta composto e avvolto da una calma apparente, in realtà è perennemente agitato da correnti e controcorrenti che minano, a volte, obiettivi comuni di successo.
Qui entra in gioco l’accalorata passione con cui Caricato denuncia una realtà italiana tentacolare, di cui politica e sindacalismo sarebbero responsabili attraverso infestanti intrusioni in un mondo agricolo già osteggiato da vicini molto competitivi. Denuncia che si pone tuttavia come punto di partenza e non d’arrivo, quale spunto di confronto per un sano dialogo costruttivo nel bene dell’Olio.
E allora capisco anche il perché di questo titolo “Libero Olio in libero Stato”: l’allusione alla storica concezione separatista potrebbe oggi estendersi anche alla separazione tra Olio e Stato, restituendo così al succo da olive quella semplicità, immediatezza e linearità che lo rendono ciò che essenzialmente è: un concentrato di salute e piacere.
E siccome nei suoi scritti, oltre all’informazione e alla passione, Caricato aggiunge sempre un tocco di originalità, ho apprezzato molto le note a fondo di ogni capitolo. Sì, proprio quelle che di solito uno non legge, che invece in questo Pamphlet sono piacevoli oltre che utili. Ogni nota è un consiglio di lettura, un link ad altri testi eloquenti e coerenti col tema trattato. In particolare, l’ultima nota al termine del “Manifesto per il risorgimento dell’olio italiano”, la dice lunga e con queste parole dell’autore, con cui mi trovo perfettamente d’accordo, consegno a voi la lettura di questo libro:
“Consiglio: leggete e diffondete questo libello, nel nome dell’olio da olive e di quanti ci mettono l’anima nel proprio lavoro, pur di offrire un olio “democratico”, destinato a tutti e a beneficio di tutti, senza distinzione alcuna di razza, sesso, religione o ideologia…”

martedì 6 agosto 2013

Racconti in bottiglia



La vinosofia della Cantina Mesa

Un noto proverbio afferma che nel vino è la verità. Una verità che trascende la piacevole ebbrezza sollecitata dal dionisiaco nettare e che affonda le radici nel tessuto atavico da cui esso proviene. Portare alle labbra un bicchiere di vino e lasciare che il profumo racconti i vagiti del suo nascere significa, infatti, ascoltarne la storia e capirne l’essenza.
La storia raccontata dai vini della Cantina Mesa somiglia a un romanzo, di cui ogni bottiglia è un appassionante capitolo. La trama sottesa è una dichiarazione d’amore per la Sardegna, uno sposalizio tra la generosità della terra e il lavoro dell’uomo. La terra è quella di Sant’Anna Arresi (CI), un paesino del Sulcis Iglesiente che pare essere uscito dal far west: accanto alla cruda terra, i pendii scivolano morbidi verso le dune sabbiose di Porto Pino fino a carezzare il mare. E l’uomo è Gavino Sanna: il più acclamato pubblicitario italiano, che ha dedicato il proprio genio alle tradizioni agricole della sua isola, interpretando creativamente le eredità enoiche.
La Cantina Mesa appare come un candido miraggio in una valle verde baciata dal maestrale. La struttura minimalista meriterebbe già di per sé una visita: 5 mila metri quadri su tre livelli, dove vitree trasparenze e sottili geometrie giocano a comporre effetti scenici museali. La trasparenza risponde a un ruolo estetico ma anche funzionale, poiché mette a nudo ogni processo di lavorazione delle uve, dalla diraspatura alla pigiatura soffice, fino all’affinamento in barriques di rovere francese. L’aspetto futuristico della Cantina custodisce dunque un’anima semplice: mesa, in sardo come in spagnolo, significa desco, termine associato al convivio, al nutrimento e all’amore materno. A conforto di questa singolare “vinosofia” sta una forte tradizione perché qui la viticoltura risale all’epoca dei Fenici.
I 70 ettari di vigneti fruttano vini emozionanti dai nomi evocativi, le cui etichette promettono un contenuto altrettanto seducente. Sensuale è anche la foggia delle bottiglie: ancheggianti e affusolate, fiere come le donne sarde di nero vestite in composta fila per la messa.
Ogni etichetta ha un carattere unico e va a comporre l’identità inconfondibile della Cantina. “Buio”, il Rosso Carignano del Sulcis e “Buio Buio”, il Rosso Carignano barricato, innamorano con i sentori ampi e intensi che richiamano la frutta rossa screziata di spezie. Il primo, al palato, si esprime con nuances giovani e fresche coerenti con il color rosso rubino: “riflessi di forza primitiva semplici e vigorosi come una stretta di mano”; il secondo, rivela al primo sorso una trama setosa e note tanniche di rara morbidezza adeguate al vivace color ciliegia: “corpo forte di tronco secolare che racconta nell’uva il vento e il mare mai spenti”. “Opale”, col suo profumo di mele cotte e gelsomino dai timbri di vaniglia e caramella, sposa un sapore elegante dal finale schietto, da gran Bianco Vermentino: “profumo di notte che avvolge i grappoli accesi come stelle ubriache di sole”. E ancora “Rosa Grande”, il Rosato Carignano dagli effluvi floreali spruzzati di rosa selvatica e lampone, induce al languore con il suo sapore delicato e persistente: “fine come le nuvole sottili che dal mare annunciano ai grappoli assonnati il risveglio del sole”.
Ognuno dei vini della Cantina Mesa esalta i sapori tradizionali della Sardegna, dalle zuppe di pesce ai formaggi, dalla carne alla brace alla pasticceria. Tuttavia ognuno di essi invita anche ad accompagnamenti più profondi, quelli col pensiero, per un piacere squisitamente intellettuale: perché sorseggiare un bicchiere di “Giunco”, “Forterosso” o “Orodoro” significa scoprire la verità che è nel vino. E così, accostando l’orecchio al calice brioso di un “Gioiamia”, magari in piacevole compagnia, sarà possibile udire il mormorio del mare. Un mare color del vino.