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martedì 19 luglio 2016

Invisibile presenza


I luoghi sono come le persone. Unici, incomparabili, espressioni di un’anima che non trova in un’altra il suo eguale.
Anche quando è lo stesso mare a carezzare i profili di due terre, quella carezza d’azzurro non può uniformare il carattere di due manifestazioni di vita tanto diverse.
Così, i ricordi ancora caldi di una Sardegna puntualmente impeccabile con le sue vetrine di cobalto e pailettes si fanno tenui accanto alle emozioni ancora palpitanti di una Sicilia immancabilmente accogliente con il suo abbraccio di sole e di vento.
Un vento che, come il mare, parla due linguaggi diversi, anche a breve distanza.
E se quello impetuoso, bevuto sfrecciando veloce verso la bella Budelli…o quel che di essa resta … mi lascia una sensazione di compiuta sazietà, quello gentile, goduto sulle ali di vele leggere verso una Favignana sempre fedele a sé stessa mi infonde un profondo sentimento di continuità.
Qualcosa di familiare, di bello e di buono, qualcosa che manca e che tuttavia resta, contemporaneamente. Come avere afferrato al lazo un tesoro prezioso, tanto prezioso quanto inatteso, che non si vorrebbe lasciare scappare eppure che non si potrà mai possedere. E’ un vento tiepido questo che langue, un vento che come un filo invisibile allaccia momenti, sguardi, parole, pensieri, desideri...
Sarà forse il vento delle Egadi, così familiare, così bello, così buono... che con la sua gentile carezza resta un’invisibile presenza.

    

martedì 19 aprile 2016

L'eco del vento


Il vento della notte ha lasciato solo l’eco di sé.
Una manciata di ricordi sparpagliati alla rinfusa dentro di me.
E uscendo in giardino, questa mattina prima del sole, l’aria frizzante sulle gambe nude mi ha rimandato lontano, lontano nel tempo eppure vicino nella mente.
Mi sono ritrovata bambina, cinque o sei anni, quando l’estate era lunghissima. Era lunghissima davvero, sia perché ai bambini tutto sembra essere grande, molto più grande della realtà, sia perché allora la scuola lasciava più spazio ai mesi estivi. 
Li vivevo in Sardegna, io. Una Sardegna dove Porto Cervo non aveva ancora violato l’animo della costa. Esisteva solo un mare di smeraldo, rocce nude, spiagge caste, qualche ulivo, aranci, tanto tanto sole, sempre sempre vento, e la casa bianca affacciata sulla spiaggia. Quella di mio papà.
E l’immagine di me che la mattina, all’alba, volo fuori casa con i piedi nudi per raggiungere il mare lì di fronte mi si è incollata dentro come un francobollo su una vecchia cartolina immutata nel tempo.
Non c’era nessuno! Solo i gabbiani che ridevano e piangevano in una stridula gara di voci e quel vento frizzante del primo mattino che invogliava ad aprire le ali per planare in mare insieme a loro. Ricordo che appena sfioravo con le dita dei minuscoli piedi l’onda quieta sulla spiaggia, mi chinavo con la testa tutta avanti, per fare una capriola e rotolare nell’acqua insieme alla sua spuma. Era irresistibile il desiderio, anzi il bisogno, di tornare in contatto con l'universo liquido da cui provenivo e che lì ritrovavo ogni mattino.
Regolarmente venivo strappata a questo istinto, per me tanto naturale quanto gioioso, dalle mani di qualche adulto comparso lì per sbaglio, a mio modo di sentire.

Eppure, quel richiamo di vento frizzante, di mare accogliente, quella voce della Natura indifferente agli altri esseri umani, resta vivo in me. E ancora oggi mi rende complice privilegiata di un modo di sentire tutto mio, anzi, tutto nostro. Mio, dei gabbiani, dell’acqua e del vento …

martedì 6 agosto 2013

Racconti in bottiglia



La vinosofia della Cantina Mesa

Un noto proverbio afferma che nel vino è la verità. Una verità che trascende la piacevole ebbrezza sollecitata dal dionisiaco nettare e che affonda le radici nel tessuto atavico da cui esso proviene. Portare alle labbra un bicchiere di vino e lasciare che il profumo racconti i vagiti del suo nascere significa, infatti, ascoltarne la storia e capirne l’essenza.
La storia raccontata dai vini della Cantina Mesa somiglia a un romanzo, di cui ogni bottiglia è un appassionante capitolo. La trama sottesa è una dichiarazione d’amore per la Sardegna, uno sposalizio tra la generosità della terra e il lavoro dell’uomo. La terra è quella di Sant’Anna Arresi (CI), un paesino del Sulcis Iglesiente che pare essere uscito dal far west: accanto alla cruda terra, i pendii scivolano morbidi verso le dune sabbiose di Porto Pino fino a carezzare il mare. E l’uomo è Gavino Sanna: il più acclamato pubblicitario italiano, che ha dedicato il proprio genio alle tradizioni agricole della sua isola, interpretando creativamente le eredità enoiche.
La Cantina Mesa appare come un candido miraggio in una valle verde baciata dal maestrale. La struttura minimalista meriterebbe già di per sé una visita: 5 mila metri quadri su tre livelli, dove vitree trasparenze e sottili geometrie giocano a comporre effetti scenici museali. La trasparenza risponde a un ruolo estetico ma anche funzionale, poiché mette a nudo ogni processo di lavorazione delle uve, dalla diraspatura alla pigiatura soffice, fino all’affinamento in barriques di rovere francese. L’aspetto futuristico della Cantina custodisce dunque un’anima semplice: mesa, in sardo come in spagnolo, significa desco, termine associato al convivio, al nutrimento e all’amore materno. A conforto di questa singolare “vinosofia” sta una forte tradizione perché qui la viticoltura risale all’epoca dei Fenici.
I 70 ettari di vigneti fruttano vini emozionanti dai nomi evocativi, le cui etichette promettono un contenuto altrettanto seducente. Sensuale è anche la foggia delle bottiglie: ancheggianti e affusolate, fiere come le donne sarde di nero vestite in composta fila per la messa.
Ogni etichetta ha un carattere unico e va a comporre l’identità inconfondibile della Cantina. “Buio”, il Rosso Carignano del Sulcis e “Buio Buio”, il Rosso Carignano barricato, innamorano con i sentori ampi e intensi che richiamano la frutta rossa screziata di spezie. Il primo, al palato, si esprime con nuances giovani e fresche coerenti con il color rosso rubino: “riflessi di forza primitiva semplici e vigorosi come una stretta di mano”; il secondo, rivela al primo sorso una trama setosa e note tanniche di rara morbidezza adeguate al vivace color ciliegia: “corpo forte di tronco secolare che racconta nell’uva il vento e il mare mai spenti”. “Opale”, col suo profumo di mele cotte e gelsomino dai timbri di vaniglia e caramella, sposa un sapore elegante dal finale schietto, da gran Bianco Vermentino: “profumo di notte che avvolge i grappoli accesi come stelle ubriache di sole”. E ancora “Rosa Grande”, il Rosato Carignano dagli effluvi floreali spruzzati di rosa selvatica e lampone, induce al languore con il suo sapore delicato e persistente: “fine come le nuvole sottili che dal mare annunciano ai grappoli assonnati il risveglio del sole”.
Ognuno dei vini della Cantina Mesa esalta i sapori tradizionali della Sardegna, dalle zuppe di pesce ai formaggi, dalla carne alla brace alla pasticceria. Tuttavia ognuno di essi invita anche ad accompagnamenti più profondi, quelli col pensiero, per un piacere squisitamente intellettuale: perché sorseggiare un bicchiere di “Giunco”, “Forterosso” o “Orodoro” significa scoprire la verità che è nel vino. E così, accostando l’orecchio al calice brioso di un “Gioiamia”, magari in piacevole compagnia, sarà possibile udire il mormorio del mare. Un mare color del vino.

martedì 23 luglio 2013

Mare, olio e una capanna



Tempo fa mi era stato chiesto di raccontare quali fossero state le mie prime esperienze con ... l'olio. I primissimi ricordi sensoriali, olfattivi, gustativi e affettivi legati a questo alimento.
Ebbene, frugare nella memoria per recuperare queste remote sensazioni, mi ha riempito di tenerezza e nostalgia. L’immagine più antica che ricordo, infatti, è squisitamente biblica: una capanna e due figure dai nomi evocativi, Giuseppe e Maria!
Sembra un gioco di fantasia, invece è realtà.
La prima volta che ho assaggiato dell’olio, infatti, avevo circa tre o quattro anni e non mi trovavo nella mia casa, bensì in una capanna piuttosto semplice, arredata con qualche tavolo e delle panche di legno, appollaiata su una spiaggia praticamente deserta. Soltanto mare, sole e cielo. Mi trovavo nel nord-est della Sardegna, in quella che oggi è la costa più mondana e frequentata dell’isola. Tuttavia, allora (parlo di quarant’anni fa, ahimè!) non c’era nulla, solo il sibilo del vento, qualche villetta e tanti nuraghi sparsi qua e là tra le brulle colline a ridosso di un mare ancora vergine. Mio padre nutriva un amore sconfinato per quella natura nuda, un amore che ha poi trasmesso a me, tanto che per diversi anni ha scelto quel paradiso per le vacanze estive che, a quei tempi, duravano tre lunghi mesi. Per questo, colloco, tra i miei più bei ricordi, quel primo incontro con il mare e con i sapori di quella terra, tra cui l’olio.
Giuseppe e Maria erano cari amici di mio padre e la capanna sulla spiaggia, che rivedo ancora in ogni suo dettaglio, era un rifugio per pescatori, fatto di travi e paglia, affacciato sull’isola della Tavolara, dove si andava a pescare. Ma all’occorrenza, quel presepe pagano s’improvvisava in un’ottima trattoria gestita dalla coppia che consacrava il proprio talento agli avventori, offrendo il pesce appena pescato da lui, il formaggio di pecora prodotto da lei, quel pane croccante che canta, un vino color rubino e un olio pregno di vita, anch’esso frutto prezioso dell’amore per la terra di Sardegna. I miei ricordi aleggiano, così, tra profumi di aglio, triglie, agrumi, pomodori, rosmarino, mirto e alloro. Mi piaceva tutto, perché tutto sapeva di mare. Su ogni pietanza si versava poi quest’olio denso e dorato, stillato da una grande bottiglia in vetro, senza etichetta, chiusa semplicemente con un robusto tappo di sughero. Appena levato il tappo, dalla bottiglia fuoriusciva un profumo tanto intenso che sembrava di poterlo bere e, ricordo che Giuseppe con candido orgoglio ci invitava ad annusare prima di assaggiare, per non perderci niente di quel piacere. Naturalmente, è passato troppo tempo perché io possa raccontare con precisione le sensazioni gustative e olfattive di allora. Ma se oggi associo l’olio a quelle situazioni conviviali così piene di calore umano, di genuinità, della semplice bellezza di stare insieme, posso dire con certezza di avere ricevuto quello che oggi chiameremmo un raro “imprinting” sensoriale, affettivo e umano. Con un po’ di sforzo, potrei forse descrivere il sapore di quell’olio, tuttavia mi sembrerebbe di profanare la verginità di un ricordo condendolo di artifici, perché la partecipazione consapevole del gusto è venuta negli anni successivi, con un’educazione del palato attenta e progressiva.
Appartiene, invece, a quell’epoca ingenuamente felice un’altra impronta gustativa che ho ricevuto, stavolta, dal mare. Si usava, infatti, raccogliere molluschi d’ogni genere proprio sotto le rocce accanto alla spiaggia. Ce n’erano tantissimi allora e anch’io, insieme ai figli di Giuseppe e Maria, avevo imparato a scovarli, così per gioco, facendo a gara con loro a chi ne trovasse di più. Portavamo poi il cospicuo bottino sulla spiaggia, ai grandi. Lasciavamo che il calore del sole schiudesse lentamente i gusci serrati e poi, appena qualche mollusco faceva capolino con la sua lingua rosea, lo rubavamo al suo scrigno e con un vigoroso schizzo di limone lo gustavamo con una perversa soddisfazione dal sapore primitivo. Il resto del malloppo finiva, ovviamente, nelle pentole generosamente oliate di Maria.
Tutto questo non c’è più. La spiaggia oggi è un susseguirsi di lettini e ombrelloni colorati, sempre più rubata al mare e violentata da ville, villaggi e hotel. Il mare cristallino nemmeno si vede più, tappezzato com’è di motoscafi, yacht e panfili che hanno spodestato pesci, crostacei e molluschi. L’ultima volta che sono stata là in cerca della capanna, ho trovato al suo posto un vero ristorante, uno di quelli belli ma senz’anima, senza più il profumo d’aglio, di triglie, di mirto e alloro. Amaramente delusa, ho preferito non cercare Giuseppe e Maria, volendo custodire nella mia memoria l’immagine intatta di lui sulla sua barca di legno traboccante di pesce ancora vivo e quella di lei con il grembiule bianco e le mani odorose di buono.
Anche quell’olio di Sardegna non c’è più. Ce n’è forse di migliore, imbottigliato con tanto di etichetta ricamata e con tutte quelle indicazioni necessarie a sedare ogni eventuale diffidenza. Allora, era più semplice: bastava la fiducia in chi lo produceva. Mi viene in mente, a proposito di semplicità, una delle metafore più antiche e comuni che, guarda caso, ben si sposa con questi miei ricordi fanciulleschi. “Oggi il mare è liscio come l’olio”, si dice spesso, per suggerire l’immagine di quiete, di accoglienza e di buon auspicio, quella stessa mite accoglienza che ricevevo anch’io da piccola in quella capanna in riva al mare.
Oggi, quel sapore antico di olio resta scolpito solo nella memoria dei miei sensi, insieme all’amore per la natura e per le cose buone. Cose semplici, appunto, che sento ancora scorrere dentro di me, quasi fossi irrimediabilmente la tenera bambina di allora.