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sabato 1 novembre 2014

IL VIAGRA NATURALE CHE VIEN DAL MARE


NE’ OSTRICHE, NE’ TARTUFI NE’ PILLOLE BLU: ECCO LA VERA BOMBA AFRODISIACA A “PROVA DI BOMBA”



Se Gian Giacomo Casanova, amante del piacere per eccellenza e simbolo della seduzione di tutti i tempi, l’avesse conosciuta se ne sarebbe perdutamente innamorato. E non ne avrebbe più potuto fare a meno.
Non si tratta di una donna ma di un alimento: il vero condimento dell’amore.
Ad inventarlo è stato Pasqualino Famularo, maestro nell’arte di conservare il pesce, quel buon pesce che le acque di Lampedusa generosamente gli offrono tutto l’anno. Dalla tradizione di famiglia, ereditata dal padre Gaetano, Pasqualino ha tratto ispirazione diversificando sempre più la produzione dei prodotti, conservati in maniera rigorosamente naturale, e trasformando l’azienda in un vero business.
Una delle sue creazioni, in particolare, avrebbe fatto perdere la testa all’eccentrico libertino: la Bomba Afrodisiaca, altrimenti detta “Viagra naturale”.
Acciughe, sarde, peperoncino, erbe aromatiche, olio extravergine d’oliva, sale e … un tocco segreto che, insieme alla semplice genuinità della materia prima, trasformano letteralmente l’alchemico miscuglio in una Bomba Afrodisiaca. 
Pasqualino assicura che dopo aver assaggiato una fetta di pane generosamente spalmata di questa cremosa salsa, possibilmente in compagnia della persona amata, tutti i sensi sono solleticati da un inequivocabile appetito. E, come si sa, il piacere erotico è per l’anima ciò che la buona tavola è per lo stomaco!
I vantaggi della Bomba Afrodisiaca rispetto alle ostriche, per esempio, al tartufo - entrambi custodi di millantati poteri eccitanti - o rispetto alla nota pillola blu, sono parecchi. La Bomba, infatti, costa poco, ha un ottimo sapore, fa bene alla salute ed è indicata a uomini e a donne. “La mia bomba afrodisiaca è… a prova di bomba, scommetto qualunque cifra sugli effetti”, conferma Pasqualino.
Naturalmente, il successo di questo prodotto non deriva esclusivamente da ingredienti di altissima qualità e da una lavorazione naturale ma anche da quel tocco segreto che da sempre Pasqualino condivide con la signora Maria, sua moglie. “Assieme a mia moglie ho proposto 140 modi di mangiare pesce. Sperimentando, sempre con mia moglie, è arrivata la bomba afrodisiaca….".
Vien facile immaginare che le sperimentazioni dei signori Famularo siano state molto piacevoli, ma altrettanto piacevole è l’assaggio della Bomba, soprattutto se impiegata con fantasia, come il linguaggio d’amore esige. Ed è proprio la signora Maria a suggerire una ricetta tanto semplice quanto stuzzicante per apprezzare al meglio i sapori di un Mediterraneo tutto da gustare, accontentando tutti, ma proprio tutti, i sensi.
Penne con gamberi e zucchine
Tagliare le zucchine a bastoncino e farle dorare in un tegame con aglio e olio extravergine d’oliva. Quasi a fine cottura, aggiungere i gamberetti e un cucchiaino della famosa Bomba afrodisiaca e versare mezzo bicchiere di vino bianco fino a farlo evaporare. Scolare la pasta cotta al dente, versarla nel tegame e amalgamare il tutto. Aggiungere se necessario olio extravergine crudo, una manciata di prezzemolo tritato e pepe, infine servire … con amore!

(per Menu Magazine)  

martedì 23 luglio 2013

Mare, olio e una capanna



Tempo fa mi era stato chiesto di raccontare quali fossero state le mie prime esperienze con ... l'olio. I primissimi ricordi sensoriali, olfattivi, gustativi e affettivi legati a questo alimento.
Ebbene, frugare nella memoria per recuperare queste remote sensazioni, mi ha riempito di tenerezza e nostalgia. L’immagine più antica che ricordo, infatti, è squisitamente biblica: una capanna e due figure dai nomi evocativi, Giuseppe e Maria!
Sembra un gioco di fantasia, invece è realtà.
La prima volta che ho assaggiato dell’olio, infatti, avevo circa tre o quattro anni e non mi trovavo nella mia casa, bensì in una capanna piuttosto semplice, arredata con qualche tavolo e delle panche di legno, appollaiata su una spiaggia praticamente deserta. Soltanto mare, sole e cielo. Mi trovavo nel nord-est della Sardegna, in quella che oggi è la costa più mondana e frequentata dell’isola. Tuttavia, allora (parlo di quarant’anni fa, ahimè!) non c’era nulla, solo il sibilo del vento, qualche villetta e tanti nuraghi sparsi qua e là tra le brulle colline a ridosso di un mare ancora vergine. Mio padre nutriva un amore sconfinato per quella natura nuda, un amore che ha poi trasmesso a me, tanto che per diversi anni ha scelto quel paradiso per le vacanze estive che, a quei tempi, duravano tre lunghi mesi. Per questo, colloco, tra i miei più bei ricordi, quel primo incontro con il mare e con i sapori di quella terra, tra cui l’olio.
Giuseppe e Maria erano cari amici di mio padre e la capanna sulla spiaggia, che rivedo ancora in ogni suo dettaglio, era un rifugio per pescatori, fatto di travi e paglia, affacciato sull’isola della Tavolara, dove si andava a pescare. Ma all’occorrenza, quel presepe pagano s’improvvisava in un’ottima trattoria gestita dalla coppia che consacrava il proprio talento agli avventori, offrendo il pesce appena pescato da lui, il formaggio di pecora prodotto da lei, quel pane croccante che canta, un vino color rubino e un olio pregno di vita, anch’esso frutto prezioso dell’amore per la terra di Sardegna. I miei ricordi aleggiano, così, tra profumi di aglio, triglie, agrumi, pomodori, rosmarino, mirto e alloro. Mi piaceva tutto, perché tutto sapeva di mare. Su ogni pietanza si versava poi quest’olio denso e dorato, stillato da una grande bottiglia in vetro, senza etichetta, chiusa semplicemente con un robusto tappo di sughero. Appena levato il tappo, dalla bottiglia fuoriusciva un profumo tanto intenso che sembrava di poterlo bere e, ricordo che Giuseppe con candido orgoglio ci invitava ad annusare prima di assaggiare, per non perderci niente di quel piacere. Naturalmente, è passato troppo tempo perché io possa raccontare con precisione le sensazioni gustative e olfattive di allora. Ma se oggi associo l’olio a quelle situazioni conviviali così piene di calore umano, di genuinità, della semplice bellezza di stare insieme, posso dire con certezza di avere ricevuto quello che oggi chiameremmo un raro “imprinting” sensoriale, affettivo e umano. Con un po’ di sforzo, potrei forse descrivere il sapore di quell’olio, tuttavia mi sembrerebbe di profanare la verginità di un ricordo condendolo di artifici, perché la partecipazione consapevole del gusto è venuta negli anni successivi, con un’educazione del palato attenta e progressiva.
Appartiene, invece, a quell’epoca ingenuamente felice un’altra impronta gustativa che ho ricevuto, stavolta, dal mare. Si usava, infatti, raccogliere molluschi d’ogni genere proprio sotto le rocce accanto alla spiaggia. Ce n’erano tantissimi allora e anch’io, insieme ai figli di Giuseppe e Maria, avevo imparato a scovarli, così per gioco, facendo a gara con loro a chi ne trovasse di più. Portavamo poi il cospicuo bottino sulla spiaggia, ai grandi. Lasciavamo che il calore del sole schiudesse lentamente i gusci serrati e poi, appena qualche mollusco faceva capolino con la sua lingua rosea, lo rubavamo al suo scrigno e con un vigoroso schizzo di limone lo gustavamo con una perversa soddisfazione dal sapore primitivo. Il resto del malloppo finiva, ovviamente, nelle pentole generosamente oliate di Maria.
Tutto questo non c’è più. La spiaggia oggi è un susseguirsi di lettini e ombrelloni colorati, sempre più rubata al mare e violentata da ville, villaggi e hotel. Il mare cristallino nemmeno si vede più, tappezzato com’è di motoscafi, yacht e panfili che hanno spodestato pesci, crostacei e molluschi. L’ultima volta che sono stata là in cerca della capanna, ho trovato al suo posto un vero ristorante, uno di quelli belli ma senz’anima, senza più il profumo d’aglio, di triglie, di mirto e alloro. Amaramente delusa, ho preferito non cercare Giuseppe e Maria, volendo custodire nella mia memoria l’immagine intatta di lui sulla sua barca di legno traboccante di pesce ancora vivo e quella di lei con il grembiule bianco e le mani odorose di buono.
Anche quell’olio di Sardegna non c’è più. Ce n’è forse di migliore, imbottigliato con tanto di etichetta ricamata e con tutte quelle indicazioni necessarie a sedare ogni eventuale diffidenza. Allora, era più semplice: bastava la fiducia in chi lo produceva. Mi viene in mente, a proposito di semplicità, una delle metafore più antiche e comuni che, guarda caso, ben si sposa con questi miei ricordi fanciulleschi. “Oggi il mare è liscio come l’olio”, si dice spesso, per suggerire l’immagine di quiete, di accoglienza e di buon auspicio, quella stessa mite accoglienza che ricevevo anch’io da piccola in quella capanna in riva al mare.
Oggi, quel sapore antico di olio resta scolpito solo nella memoria dei miei sensi, insieme all’amore per la natura e per le cose buone. Cose semplici, appunto, che sento ancora scorrere dentro di me, quasi fossi irrimediabilmente la tenera bambina di allora.

sabato 2 febbraio 2013

Assaggiati per voi





Pochi Paesi al mondo sposano il piacere alla sapienza, la tradizione all’innovazione. L’Italia è da sempre regina di questo virtuoso matrimonio e lo dimostra in tutti i settori, a partire dalla cucina. Ogni regione rappresenta un universo a sé: colori, sapori e profumi si mescolano tra loro in maniera talentuosa e l’opera d’arte della natura si completa nell’opera d’arte dell’uomo. Avventurarsi tra le fragranze del Mediterraneo, in particolare, non è solo un piacere per il corpo ma anche per la mente che attraverso i sensi ripercorre una ricchezza culturale secolare.
Lungo i crinali che da Strongoli, in provincia di Crotone, digradano verso l’azzurro Mar Ionio, pare di scorgere l’ombra di Ulisse stregato non più dalle chiome della bella Calipso ma dai profumi di vite e di ulivo dell’Azienda Agricola Ceraudo.  E’ in questa terra, l’antica Petelia, che la famiglia Ceraudo nel 1973 ha acquistato la tenuta appartenuta ai Principi Campitello e Pignatello e in seguito ai Baroni Giunti, avviando la coltivazione di ulivi secolari e pregiati vigneti. Oggi l’Azienda copre 60 ettari coltivati nel totale rispetto dell’ambiente e in armonia con il microclima del territorio. La produzione di vino si aggira attorno alle 70.000 bottiglie, tra rosso, bianco e rosato, con la denominazione I.G.T che premia una qualità sincera e inconfondibile. La produzione dell’olio conta invece circa 30.000 bottiglie, un tesoro di grande valore artigianale perché le olive vengono raccolte e subito lavorate con la tecnica della spremitura a freddo in ciclo continuo. Il segreto del successo dell’Azienda non è racchiuso solo nel valore della terra ma anche nella complicità di una famiglia che si tramanda esperienza, tenacia e passione. "Ho iniziato da solo rincorrendo un sogno – afferma con orgoglio papà Ceraudo - oggi i miei figli mi accompagnano nella conduzione dell'azienda. Ognuno ha un ruolo diverso, ma tutti lo stesso obiettivo: continuare!"
Scendendo dalla penisola verso la Sicilia, ecco che si dipana un altro straordinario panorama di sapori e profumi ricomposti in opere d’arte dal talento dell’uomo. Lungo le pendici che scivolano verso il mare di Selinunte in provincia di Trapani, sorge l'azienda agricola Case di Latomie. La famiglia Centonze, proprietaria della tenuta dal 1953, ha riservato alla coltivazione dell'ulivo un ruolo privilegiato basato sull'agricoltura biologica. L'azienda è incastonata all'interno di un'area di grande interesse storico e paesaggistico e si estende su di una superficie di circa 35 ettari.  Un suggestivo scenario di ulivi secolari e lussureggianti agrumeti si adagia tra le millenarie "latomie" in un dedalo di tipiche stradelle di campagna dove i profumi della terra anticipano i sapori al palato. La particolare natura del microclima e l'amore nel coltivare le piante fanno dell'olio Centonze un vero e proprio gioiello. La qualità certificata è frutto di un impegno quotidiano alimentato da una costante vigilanza sull'intero ciclo produttivo. Le caratteristiche organolettiche tipiche dell'olio Centonze sono il colore verde intenso, il profumo di fruttato di succo d’olive spremute e una composizione aromatica molto ricca e complessa. Il tono erbaceo, con i sentori di pomodoro e carciofo, sprigiona la pienezza dell’estate mitigata dalla brezza marina in una alternanza di sfumature che solo questa terra sa offrire. Numerosi sono i riconoscimenti ricevuti dall’olio Centonze che si offre al pubblico anche in confezioni particolarmente raffinate, per il compiacimento di tutti i sensi.
Restando in Sicilia, tra Trapani e Marsala s’incontra un’altra azienda che fa della propria terra un tesoro. Appartiene alla famiglia Titone, che sfruttando le proprie tradizioni farmaceutiche ha coltivato sempre grande attenzione al benessere dell’uomo, investendo questa passione nell’agricoltura e nell’olivicoltura.
L’azienda, fondata nel 1936 da Nicolò Titone, s’adagia in un lembo di terra particolarmente vocato all’agricoltura. Un tempo vi si coltivavano anche vino, cereali e miele, mentre oggi l’attività si concentra sull’olio extra vergine biologico. Su una superficie totale di 19 ettari, sfilano oltre 5000 piante di Nocellara del Belice, Cerasuola, Biancolilla, uno spettacolo innanzitutto da ammirare in liturgica contemplazione. Oltre ad essere motivo d’orgoglio di casa nostra, l’Azienda rappresenta anche un business internazionale. L'olio Titone Dop Valli Trapanesi ha partecipato, infatti, al Crave Sydney International Food Festival, lo scorso ottobre, portando in Australia il valore inequivocabile della poesia olearia siciliana.
Ma la Sicilia non è solo terra di ulivi. Nella piana di Licata in provincia di Agrigento si estende la Tenuta dei Baroni La Lumia con una superficie di 150 ettari coltivati a vigneto in un microclima unico per luminosità, distanza dal mare ed escursione termica. 
Qui la vite, per scelta dell’azienda, include solo vitigni autoctoni tra i migliori di Sicilia: 
Nero d’Avola, Inzolia, Nerello Mascalese e Frappato dai quali ottiene vini eccezionali per intensità di aromi e di gusto.

Il casale arabeggiante risale alla fine del ‘700 e costituisce una delle proprietà vinicole più affascinanti dell’Isola.

La meticolosità del Barone La Lumia garantisce la produzione di uve di alta qualità, intervenendo sul terreno  in maniera morbida e rispettosa, perché se la terra è generosa con l’uomo, l’uomo lo deve essere con lei.
Un rispetto che si sposa con la sapienza, perché la produzione di vini elevati in barrique comporta anche impegno.

La filosofia dell’azienda si basa sull’eleganza del gusto che deriva da un felice matrimonio tra le doghe di allier e la struttura del vino. “Produrre vino è come dipingere – sostiene il Barone - bisogna avere la giusta tavolozza dei colori. Il dosaggio della barrique deve essere come il colpo di pennello sulla tela, morbido e delicato.”

Nascono così, come dalla mano di un artista, i vini della Tenuta La Lumia che, oltre alla produzione tradizionale, ha resuscitato alcuni sistemi di vinificazione del quinto secolo a.C.

Il risultato è imbottigliato nella linea dei Grecischi: Nikao, Halykàs e Limpiadostre vini assolutamente straordinari per struttura e aromi, che sprigionano, oltre ai caratteri del territorio, cinquemila anni di storia.


Dalle uve alle arance, sempre restando in terra di Sicilia. Quella per le arance è una delle vere, grandi passioni della mia vita – afferma Paolo Ganduscio, proprietario dell’Azienda Agrumicola di Ribera, in provincia di Agrigento - Amo i momenti passati in mezzo alle mie piante, a godermi il profumo delle zagare e lo spettacolo dei rami pieni di frutti.” E infatti le sue arance sono di ottima qualità, frutto non solo di un clima perfetto ma anche di tanto amore. L'azienda occupa dieci ettari di agrumeti e le arance, belle come il sole di Sicilia, sono delle qualità Washington Navel e Vaniglia. La prima, originaria del Brasile, è forse più conosciuta per la sua rotonda dolcezza ma la vera chicca dell’azienda è l'Arancia Vaniglia. La sua caratteristica è la totale assenza di acidità, oltre che di semi, virtù che la rende desiderabile anche da chi accusa sensibilità gastrica. Questo rende le arance Ganduscio un ingrediente ideale anche per giocare di fantasia in una miriade di ricette gastronomiche, dalla carne al pesce, dagli antipasti ai dessert. Ma basta tagliarle a metà e respirarne il profumo per capire quanto benessere sia racchiuso in quel concentrato di sole.
Un viaggio ideale tra i sapori mediterranei non poteva terminare se non nel mare. Quel mare che separa e unisce la Sicilia all’Africa. Siamo a Lampedusa, dove negli anni '20 il signor Gaetano Famularo fondava uno stabilimento per la lavorazione artigianale del pesce. Nel 1981, il figlio Pasqualino ha ereditato l'attività proseguendo con altrettanta passione l’arte del padre, diversificando sempre più la produzione dei prodotti conservati in maniera rigorosamente naturale. Nelle mani di Pasqualino Famularo e della sua squadra di artisti conservieri, il pesce non muore, rinasce. Acciughe, tonni, sgombri e le altre creature che questo generoso mare offre, recuperano un nobile destino che li riscatta dal sacrificio della pesca: quello di dare piacere e salute a noi esseri umani.
Molte trasmissioni televisive e altrettanti giornali elogiano le virtù dei prodotti Famularo. Tuttavia, dopo avere personalmente assaggiato queste delizie, so che le parole non saranno mai sufficienti, per questo mi sento di dare a tutti un semplice consiglio: provare per credere!