Visualizzazione post con etichetta infanzia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta infanzia. Mostra tutti i post

domenica 21 agosto 2016

L'âme en peine


Malinconia.
Sentimento così irresistibile, insieme dolce e crudele, languido e inclemente.
A volte ci perseguita, altre lo si corteggia, in un gioco perverso di autodistruzione emotiva.
Basta un accenno, un profumo, un sapore, una musica casualmente ripescata nel disordine del passato per risvegliare un universo di emozioni magari con fatica seppellite.
Così, la sensazione di solitudine della bambina di ieri può tornare a far compagnia alla donna di oggi. Una vecchia canzone francese che parlava a un piccolo cuore inspiegabilmente triste riapre il sipario su un angolo semibuio di una casa di velluto.
… oui mais moi, je vais seule par les rues, l’âme en peine …
Un angolo senza tempo, fatto di silenzi, di lunghi, infiniti pomeriggi passati con l’unico vero amico, quello che sapeva capire anche il silenzio. Piccoli gesti. Uno stereo alla vecchia maniera, un disco in vinile, quelle note romantiche, qualche lacrima nascosta e tante, tante carezze.
Forse anche lui, nella sua istintiva natura canina, amava quella canzone francese e forse anche lui da qualche parte, adesso, rivive con la stessa malinconia degli umani quei lunghi, infiniti pomeriggi passati con la bambina. L’unica vera amica che sapeva capire anche il silenzio.


martedì 19 aprile 2016

L'eco del vento


Il vento della notte ha lasciato solo l’eco di sé.
Una manciata di ricordi sparpagliati alla rinfusa dentro di me.
E uscendo in giardino, questa mattina prima del sole, l’aria frizzante sulle gambe nude mi ha rimandato lontano, lontano nel tempo eppure vicino nella mente.
Mi sono ritrovata bambina, cinque o sei anni, quando l’estate era lunghissima. Era lunghissima davvero, sia perché ai bambini tutto sembra essere grande, molto più grande della realtà, sia perché allora la scuola lasciava più spazio ai mesi estivi. 
Li vivevo in Sardegna, io. Una Sardegna dove Porto Cervo non aveva ancora violato l’animo della costa. Esisteva solo un mare di smeraldo, rocce nude, spiagge caste, qualche ulivo, aranci, tanto tanto sole, sempre sempre vento, e la casa bianca affacciata sulla spiaggia. Quella di mio papà.
E l’immagine di me che la mattina, all’alba, volo fuori casa con i piedi nudi per raggiungere il mare lì di fronte mi si è incollata dentro come un francobollo su una vecchia cartolina immutata nel tempo.
Non c’era nessuno! Solo i gabbiani che ridevano e piangevano in una stridula gara di voci e quel vento frizzante del primo mattino che invogliava ad aprire le ali per planare in mare insieme a loro. Ricordo che appena sfioravo con le dita dei minuscoli piedi l’onda quieta sulla spiaggia, mi chinavo con la testa tutta avanti, per fare una capriola e rotolare nell’acqua insieme alla sua spuma. Era irresistibile il desiderio, anzi il bisogno, di tornare in contatto con l'universo liquido da cui provenivo e che lì ritrovavo ogni mattino.
Regolarmente venivo strappata a questo istinto, per me tanto naturale quanto gioioso, dalle mani di qualche adulto comparso lì per sbaglio, a mio modo di sentire.

Eppure, quel richiamo di vento frizzante, di mare accogliente, quella voce della Natura indifferente agli altri esseri umani, resta vivo in me. E ancora oggi mi rende complice privilegiata di un modo di sentire tutto mio, anzi, tutto nostro. Mio, dei gabbiani, dell’acqua e del vento …

mercoledì 9 marzo 2016

La Pallina magica


Oggi in un istante mi son sentita improvvisamente vecchia!
Tutta colpa di una pallina. Una pallina di gomma, di quelle coloratissime che rimbalzavano pazzamente sul pavimento, sulle pareti, fin sul soffitto. Capricciose, irriverenti, senza riguardo per niente e nessuno, sembravano non volersi fermare mai, come fossero caricate di un’energia autonoma ineluttabile, accesa dal semplice lancio di una mano. Di una piccola mano. Perché quelle palline matte piacevano tanto ai bambini di tanti anni fa, tra cui me, appunto.
E oggi, dopo quei “tanti anni”, parlando per caso con un amico quasi coetaneo, mi sono tornate in mente come fossero ancora presenti, palpabili, vive. "Te le ricordi anche tu?" Oh si... L’odore buono di gomma, il calore nella mano, i colori colati nella trasparenza della sfera che invitavano ad essere mangiati, o a immergersi dentro fino a perdere i sensi. E se da un lato mi sono vista con dolore passare davanti agli occhi una vita, o quasi, intera, dall’altro mi sono rivista esattamente catapultata in un istante preciso della mia infanzia. Allegra, seduta sul pavimento di casa a piedi nudi, tutta intenta a tagliare a metà una di quelle palline matte per cercare di capire come fosse fatta dentro. 
Quale mistero, quale seduzione, quale messaggio celava! Volevo raggiungere i colori, annusarne la consistenza, leccarne il profumo, in un inconsapevole gioco sinestetico che mi trasportava lontano, attratta dalla bellezza dell’ignoto. Un po’ come fossi anch’io una di loro, una pallina matta animata da energia autonoma, ubriaca, beatamente rimbalzata da un sogno all’altro, da un pianeta all’altro, da un’era all’altra.

Ecco allora la verità. Quelle palline non erano matte. Erano magiche! Non solo avevano il potere di far sognare una bambina con una manciata di colori fusi dentro un pugno di gomma calda ma avevano (e ancora hanno) anche quello di annullare le età. In un coloratissimo rimbalzo senza tempo.
Così oggi in un istante mi son sentita improvvisamente bambina.
Tutto merito di una pallina!

lunedì 4 gennaio 2016

Il senso del bello per la neve


E d’improvviso tutto si veste di bianco.
Mi domando perché la neve, comune fenomeno atmosferico stagionale, desti in noi un senso di magica fascinazione. L’impatto visivo con quel mistico candore che ammanta i contorni terrestri rivelandone un’altra bellezza risveglia d’istinto un sentimento di ipnotica attrazione, del tutto slegato al pensiero razionale. E’ come se la neve, con le sue segrete geometrie, possedesse un senso tutto suo che dialoga direttamente con i nostri recettori emotivi.
Lo chiamerei il senso del bello per la neve.
I bambini lo capiscono al volo.
Loro non hanno bisogno di parole per sentire. 
E la comparsa della neve è sempre una eccitazione dei sensi, una giostra di entusiasmi. Eppure, anche crescendo, anche disfacendoci dolorosamente di quella morbida placenta fatta di ingenuità e di elementare sentire, anche noi adulti avvertiamo puntualmente l’emozione per la neve.
Forse, non è solo una risposta estetica, allora. Forse, sotto quell’immensa mano bianca che ci emotivizza riportandoci all’infanzia, germinano radici ancestrali che si abbeverano di questa magia destinata a liquefarsi nel tempo.
E se fossero tutti e cinque i nostri sensi a concertare il senso del bello per la neve?
Il bianco, dopo tutto, è la fusione di tutti i colori. Lì dentro si riversa tutto l’arcobaleno.
Un bianco che piace perché solletica la vista, quindi, evocando un candore verginale, una purezza, un’innocenza propria dei bambini, degli angeli e degli animali, io direi, un bianco che sa di bontà.
Un bianco che piace perché stuzzica il tatto, con quella soffice lama tagliente che brucia le dita e che tuttavia invita a giocarci con un irresistibile fame di stringerla e darle forma, forse per offrirle inconsciamente un vita concreta.
Un bianco che vien voglia di mangiare, anzi di bere, come fosse latte, il primo nutriente affettivo, dono di un’osmosi materna scolpita non solo in ognuno di noi ma nella memoria dell’umanità.
Un bianco che si fa ascoltare, con quel suo religioso silenzio che tutto assorbe, tutto racchiude e tutto domina, risucchiandoci in un altro universo, quello di una fiaba, quello di noi stessi, riportandoci al primo rigurgito di vita.
E un bianco che incuriosisce anche l’olfatto, sì, perché anche se i limiti umani non ci consentono di cogliere gli umori che la terra emana sotto la neve, questi fremono: basterebbe guardare i nostri cani seguire eccitati le tracce visibili solo al proprio naso e imparare che anche la neve odora di vita. Forse, in questo caso, noi adulti dovremmo osare un passo ancora più umile, ancora più coraggioso, e avventurarci ben più indietro nel tempo. 
Forse dovremmo tornare non solo bambini ma animali.

Allora sì che scopriremmo finalmente il senso del bello per la neve.

mercoledì 8 aprile 2015

Clown, pagliacci e buffoni



Ricordo che da piccola detestavo il circo.
Non solo per i poveri animali ridotti a pupazzi senza decoro ma anche per quegli esseri umani che per definizione avrebbero dovuto far ridere e che, invece, a me facevano piangere.
I clown innanzitutto.
Senza alcuna ragione logicamente comprensibile a una bambina, come vedevo comparire quella maschera scolpita in un’innaturale smorfia colorata, mi rattristavo. Provavo una profonda pena per quella persona dall’identità mortificata, costretta a rendersi ridicola in degradanti cadute e goffi strafalcioni per strappare un sorriso all’inclemente pubblico. E quasi offesa dalle risate intorno a me, non capivo come gli altri, bambini e adulti, potessero realmente divertirsi davanti a un simile grottesco, fasullo, deprimente teatrino. Poverino – pensavo con un nodo in gola guardando il clown – mi fa tanta pena. E dentro di me speravo che quella tragicomica allegoria della vita finisse presto ... via, via, voglio andare via!
Crescendo, ovviamente ho elaborato riflessioni più ragionevoli e umili. Pur continuando a non amare il circo, ho restituito il giusto valore ai suoi attori umani attribuendo la meritata dignità al loro lavoro e la giusta stima ai clown, anche se continuano a non farmi ridere. Anche perché, da grande, ho imparato che non serve comprare un biglietto ed entrare in un tendone di circo per imbattersi in certi personaggi. Ho scoperto, infatti, che al mondo esistono individui altrettanto grotteschi che, senza bisogno di un palcoscenico artificiale, di una maschera colorata e di un accompagnamento sonoro, riescono a trasformarsi in patetici pagliacci, senza nemmeno tanto esercizio fisico e spirituale, perché sono buffoni per vocazione.
La differenza, rispetto ai benevoli clown circensi, è che questi pagliacci quotidiani non recitano, vivono come buffoni: usano grandi parole al posto dei fiori di carta, sfoggi di potere al posto dei capitomboli, biglietti da visita al posto delle smorfie e puerili minacce al posto di sonore pernacchie. E pensare che non bisogna nemmeno pagare il biglietto per assistere a un loro spettacolo ...
A parte queste piccole, inconsistenti differenze, anche loro, così come i clown della mia infanzia non del tutto dimenticata, mi fanno solo tanta, tanta pena.