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lunedì 12 gennaio 2015

IL RISCATTO DELL'OLFATTO



La mia prima lettura dell’anno promette golosi spunti di scrittura e mi riporta ad uno dei miei primi amori intellettuali: l’odore e il senso dell’olfatto.
“All’origine del gusto. La nuova scienza della neurogastronomia” di Gordon Shepherd (Codice Edizioni) è un piacevolissimo viaggio a cavallo tra le neuroscienze e l'arte culinaria, che mira alla comprensione dei sapori attraverso l’esplorazione degli odori.
Una spiegazione della chimica sensoriale e delle reazioni cerebrali legate al gusto e al cibo che segna definitivamente il riscatto dell’olfatto il quale, lungi dall’essere un senso flebile e vestigiale (come a lungo s’è pensato), persevera una potenza e un’utilità insostituibili anche in noi esseri umani (ricordandoci d’essere innanzitutto animali).
Un libro per chi ha … naso e abbia voglia di conoscere meglio la sua immensa responsabilità nella vita quotidiana, a tavola ma non solo. Ricordiamoci, infatti, cosa scriveva il grande Napoleone in una missiva alla sua amata Giuseppina, prima di incontrarla in un appuntamento galante:
“Arriverò fra tre giorni. Non lavatevi!”

mercoledì 13 agosto 2014

IL VINO, ANIMA E PSICHE




Che cos’hanno in comune Edmondo De Amicis e Cesare Lombroso?
Apparentemente nulla, a parte il periodo storico in cui vissero, la metà dell’Ottocento. Romantico scrittore, celebre autore del libro strappalacrime forse più letto in assoluto, “Cuore”, il primo; psichiatra e antropologo dalle discusse convinzioni materialistiche in materia di psicologia criminale, il secondo.
Eppure, qualcosa di estraneo alle loro personali sfere d’indagine creativa, la letteratura e la criminologia, li accomuna: il Vino!
Sì, perché nell’inverno del 1880, alla Società Filotecnica di Torino, si tenne un curioso seminario articolato di undici conferenze aventi come tema “Il Vino”. Ognuno degli undici relatori fu invitato ad affrontare l’argomento rapportando di volta in volta il nettare di Bacco a: leggenda, letteratura, patologia, fisiologia, chimica, botanica, commercio, delitto, poesia e storia naturale. Undici ‘stelle’ in cattedra, un po’ come una squadra di calcio …del resto il football approdava a Torino proprio in quegli anni, essendo del 1887 la fondazione calcistica del primo club cittadino!).
Due di questi luminari invitati a proferire furono proprio De Amicis e Lombroso. Il primo titolò l’intervento “Gli effetti psicologici del Vino”, il secondo “Il vino nel delitto, nel suicidio e nella pazzia”.
I due discorsi, orchestrati insieme agli altri dal poeta e critico Arturo Graf, suonarono come veri e propri saggi di scrittura, specchio della cultura e delle inclinazioni di quel tempo rispetto alla concezione del Vino nella società. Pertanto sono stati recuperati e raccolti in un saggio edito da Loescher, recentemente riedito, per il piacere di chi, con gioiosa curiosità sa spiluccare qua e là tra gli scaffali di librerie sopravvissute alla superficiale commercializzazione di parolai. Questo libro s’intitola “Il Vino, Anima e Psiche”.
Decisamente “bozzettista”, De Amicis affronta il tema con l’esperienza del bevitore che si dice fosse, raccontando in maniera divertita e divertente il sottile sconfinare dalla leggera ebbrezza alla “ciucca triste”, perché l’ebbrezza cresce a ondate e porta alla deriva. Una sorta di autoritratto, il suo, quello di un bevitore ideale alla rovescia, bonariamenete eccessivo, sempre alla ricerca di sollecitare, attraverso un sorso in più, il sentimento amoroso, galvanizzando il sistema dei sensi ma finendo puntualmente col risultare ridicolo, persino a se stesso. “L’ebbrezza non è che malattia di poche ore, e di guarigione sicura, …” scrive “prima farfalla che spicca quasi all’improvviso nella mente … piccolo sfogo di giovialità e di spensieratezza, ove la conversazione procede mirabilmente e i dispiaceri retrocedono nell’ombra come in uno spettacolo teatrale … Ma improvvisamente – e prima o poi segue sempre – il vetro rosato a traverso al quale vedevamo il mondo, scompare: tutte le cose ripigliano l’aspetto reale, tutti i pensieri molesti ritornano in folla, e siamo quasi sopraffatti da un sentimento di sgomento.” Leggendo attraverso il suo “faccione incorporato dal Barbera”, De Amicis tocca tutte le sfumature umorali dell’ebbrezza, dall’eccitazione, alla commozione, alla malinconia, all’ira, di cui il bevitore è nello stesso tempo reo, vittima e ludibrio. Ma lo fa sempre con ironica benevolenza, consapevole dell’umana fallacia e della duplice anima del vino.
“Ecco le due opposte potenze del vino, o meglio i due vini: l’uno è il veleno che trascina all’ozio, all’instupidimento, alla prigione, alla tomba, e questo fuggiamolo ….; l’altro è quello che fa alzare il calice, la fronte e il pensiero, che mette all’operaio la forza nel braccio e il canto sulle labbra … che riscalda le vene dei nostri vecchi, aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore …E questo onoriamolo benedicendo le due grandi forze benefiche a cui andiamo debitori: la fecondità della Terra e il lavoro dell’Uomo.”
Più crudamente “scientifico”, com’è nel suo stile, Lombroso si mostra implacabile nel ritrarre con dati matematici e gelidi grafici antropologici la “malattia” del bere presso i vari popoli. Solo qua e là tra le righe semina una pallida velatura di filantropismo e di compassione sociale su quello che secondo lui è un mappamondo devastante, uno scenario orrorifico degli effetti brutali del vino sulla fragile natura umana. Parte da lontano, molto lontano, Lombroso, scomodando Adamo, Eva e il Pomo del peccato, cogliendo la prima somiglianza tra il sidro ricavato dalla mela e quell’altro estratto naturale peccaminoso: il Vino, appunto! Da allora nei secoli, ecco che il Vino s’è fatto complice del lato oscuro della storia umana: subdolo alleato di efferatezze, violenze, pauperismi, crimini e delitti d’ogni sorta, fino al suicidio.  “L’ubriachezza acuta, isolata, dà luogo per sé sola al delitto perché arma il braccio, accende le passioni, annebbia la mente e la coscienza e disarma il pudore – scrive – V’hanno alcuni bevoni che sono il terrore delle loro famiglie, poiché l’effetto del vino, del vino triste come lo chiamano i Francesi, non parlano che di ferire, sgozzare le persone che poco prima erano loro carissime …Quello che nei sobri, infatti, è una pensata bizzarra e fugace, si muta in costoro rapidamente in azione, inconscia è vero ma non per questo meno fatale. L’alcol dopo aver eccitato, indirizzato nella via del delitto la sciagurata vittima con atti istantanei, ve la mantiene e la inchioda per sempre rendendola un bevitore abituale, narcotizza i sentimenti più nobili e trasforma in morbosa anche la compagine cerebrale più sana. … E omicidio e suicidio spesso non sono che una ultima manifestazione di quella più grave fra le conseguenze dell’alcol: la pazzia.”
Delizioso! Sia le riflessioni di De Amicis, argute e autoironiche di chi nel Vino sentiva comunque un amico, sia quelle di Lombroso, cinicamente noir da quello speleologo dei cunicoli cavernosi della psiche quale egli era, questo volumetto è una chicca di letteratura e di stile.
Al lettore scegliere, in fine, se il Vino è il secondo sangue della razza umana …oppure una mortale potenza occulta!   

giovedì 19 dicembre 2013

Coltura&Cultura.It




L’agricoltura italiana sta uscendo dall’ombra.
E’ con quest’affermazione carica di fiducia e di ottimismo che si apre la consueta conferenza stampa di fine anno di Bayer, azienda leader mondiale nella ricerca scientifica.
Lo scorso anno l’agricoltura ha, infatti, rappresentato l’unico settore in crescita in un panorama economico nazionale e internazionale estremamente travagliato e si è confermata il motore trainante per la nostra esportazione. Questo non è solo motivo d’orgoglio per i tanti operatori del settore che da anni lottano per dimostrare il valore del proprio impegno e dei propri prodotti, ma è anche una grande opportunità professionale per i giovani che si affacciano al difficile mondo del lavoro. Negli ultimi anni, infatti, il settore agroalimentare è stato di grande stimolo per le nuove leve, con un crescente aumento di imprese agricole guidate da under 35 e un’impennata delle matricole alle facoltà di agraria e alle scuole secondarie professionali nei settori di agricoltura, enogastronomia e ospitalità alberghiera.
Bayer aveva intuito già molto tempo fa questa meritata valorizzazione del lavoro della terra e con la sua ricetta “ricerca, ascolto, collaborazione” si dimostra tuttora un passo avanti, lanciando costantemente ambiziose sfide per far sì che l’agricoltura italiana esca definitivamente dall’ombra, anche in vista dell’Expo 2015. Fondamentale, come sottolinea Karina von Detten – Amministratore Delegato di Bayer CropScience Italia - è imparare a fare squadra, fare sistema, in modo da trascendere le competitività interne e unire le forze in vista di vantaggi comuni maggiori. Una competitività che deve essere valutata strategicamente anche dai nostri governanti e quindi appoggiata dall’alto per non porre gli agricoltori italiani in svantaggio sul mercato internazionale. Magis vino è un esempio straordinario di come anche in Italia si possa fare sistema nel settore agricolo, un esempio che Bayer cercherà di estendere ad altri prodotti, oltre al vino, come all’uva da tavola e ai cereali.
Ma le sfide di Bayer in difesa della qualità e della sostenibilità non si fermano qui. Il prossimo anno 12 nuovi prodotti di origine biologica e chimica per la protezione delle colture risponderanno a soluzioni integrate in vista della sostenibilità. Inoltre continuerà l’offerta di prodotti dedicati all’Hobby Farming in collaborazione con Bayer Garden. Ma nell’anno in cui l’Azienda compie i suoi 150 anni di successi, una delle realizzazioni più accattivanti di Bayer CropScience è questa: www.colturaecultura.it Ovvero, la collana di libri dedicata ai prodotti della nostra terra, Coltura&Cultura, si evolve in versione web, trasformandosi in un sito di grande appeal, colorato e divertente, che mescola al linguaggio scientifico la grammatica del web, per una piacevole consultazione dei manuali, una facile comprensione dei contenuti e una conoscenza dei 600 autori dei volumi. Come spiega Paola Sidoti - responsabile Business & Marketing Communications di Bayer CropScience Italia - il nostro panorama agricolo è fatto da tante Ferrari ma anche da tantissime utilitarie, straordinarie e fondamentali per tutto il settore. Ecco che il sito colturaecultura.it offre una conoscenza più approfondita e diffusa dei prodotti delle nostre regioni, dalla fragola agli agrumi, dimostrando come l’agricoltura italiana sia contemporaneamente “una e molteplice” perché con la sua unica varietà soddisfa tutti i gusti in tutte le stagioni. Ognuno dei 15 volumi è completamente scaricabile gratuitamente, basta registrarsi. Inoltre il sito lascia molto spazio ai video, brevi e dinamici, che raccontano in maniera giocosa curiosità e verità scientifiche. La presentazione di Duccio Caccioni, autore nonché attore già collaudato da Bayer CropScience, sintetizza esemplarmente la piacevolezza di un format che in virtù della sua solidità culturale è patrocinato da Asa, Associazione Stampa Agroalimentare presieduta da Roberto Rabachino.   
Anche questo è uno strumento di comunicazione strategico per dar voce alla nostra agricoltura e condividere con un pubblico sempre più vasto il messaggio di fiducia e di ottimismo che saluterà il prossimo anno.

venerdì 15 novembre 2013

IL VINO ITALIANO SOSTENIBILE SI CERTIFICA CON “MAGIS”




La Sala Stella Polare del Centro Congressi a Fiera Milano Rho è gremita. L’appuntamento del 14 novembre è con Magis, progetto di ecosostenibilità firmato Bayer CropScience. In occasione del convegno “Il vino italiano sostenibile si certifica con Magis”, Bayer CropScience Italia, riceve la certificazione dall’ente terzo indipendente DNV Business Assurance. Questa è una delle tappe fondamentali di un progetto in costante divenire. Magis nasce 5 anni fa e da allora ha arruolato circa 150 aziende vitivinicole italiane.
Un parterre d’ospiti d’eccezione per raccontare cos’è Magis, cosa significa Sostenibilità e qual è il ruolo della Comunicazione: Domenico Zonin, Unione Italiana Vini; Attilio Scienza, Università Statale di Milano; Emilio Defilippi, Assoenologi; Massimo Berlin, DNV Business Assurance in Italia; Silvio Cittar, Bayer CropScience; Enrico Giraudi, J. Walter Thomson. L’incontro, condotto dalla brava Anna Scafuri, giornalista RAI, è culminato con la consegna delle prime certificazioni Magis da parte di Roberto Rabachino, Associazione Stampa Agroalimentare.
Cos’è Magis. Il progetto nasce da una domanda: cosa chiedono i consumatori italiani? Chiedono trasparenza nel bicchiere, per gustare con fiducia la piacevolezza del vino. Magis certifica un modo di fare fondato su principi di sostenibilità: il rispetto per la Terra e per il consumatore; il “fare sempre meglio” come vocazione e modello etico; una profonda e dettagliata conoscenza del processo produttivo e della materia prima. Da oggi, per chi acquisterà una bottiglia di questi vini, Magis si tradurrà in una garanzia di trasparenza e credibilità, grazie al coinvolgimento di un Comitato tecnico-scientifico presieduto da Attilio Scienza, padre ideale di Magis. Il protocollo Magis fornisce dunque una guida pratica per la gestione sostenibile del vigneto e sarà costantemente aggiornato per adeguarsi alle necessità di ogni regione, biodiversità e cambiamenti climatici. Quattordici aziende vitivinicole italiane ricevono la certificazione Magis e altre cinque la riceveranno a breve: i loro vini potranno così utilizzare il marchio Magis sulle bottiglie. La certificazione è anche un passaporto per sostenere con fierezza le dinamiche del mercato globale.
Cosa significa Sostenibilità. Crescere assieme e fare sempre meglio: questo è Sostenibilità.  L’agricoltura sostenibile fa solo quel che serve, dove e quando serve, rispettando la salute del suolo e del vigneto. Questo non significa “biologico” ma “fare” con un equilibrato senso della misura senza abusare del potere dell’uomo sulla Natura. Il suolo è complesso e anche un piccolo vigneto va capito affinché produca un vino di qualità senza sacrifici. Magis stimola l’attenzione dei viticoltori al linguaggio del terroir, affinché un’autodiagnosi sia il primo passo per una viticoltura sostenibile. Il concetto di sostenibilità è pertanto destinato a diventare “normalità” di un processo che riguarda tutta la filiera. Solo così è possibile “degustare con piacere un bicchiere di vino ad occhi chiusi”, con fiducia e consapevolezza.
Il ruolo della Comunicazione. Per poter degustare ad occhi chiusi occorre “fare aprire gli occhi ai consumatori”. Così Roberto Rabachino sintetizza il ruolo della Comunicazione. L’informazione deve accompagnare il progetto per educare e infondere fiducia. Dentro ogni bicchiere di vino c’è sempre il sacrificio di donne e uomini, la comunicazione deve servire anche a raccontare questo, da qui l’importanza di un’etichetta che garantisca Sostenibilità. Il logo Magis è sintesi eloquente del progetto: linee e colori evocano la naturale conformazione dei vigneti italiani, con una semplicità che infonde fiducia.
Al termine della conferenza, dopo la consegna delle certificazioni alle aziende vinicole, la parola passa all’Amministratore Delegato di Bayer CropScience Italia, Karina von Detten:
Sono orgogliosa di ricevere oggi questo riconoscimento che va a tutti i nostri collaboratori perché hanno creduto e attivamente sostenuto la crescita di un progetto che, con la certificazione dei primi vini, è destinato a diventare un emblema della sostenibilità e del “fare di più, sempre meglio” come vocazione e modello etico di riferimento.

martedì 28 maggio 2013

Science For A Better Life



SCIENCE FOR A BETTER LIFE: LA SCIENZA A PORTATA DI MANO

Vietato non toccare alla Mostra Itinerante che celebra i primi 150 anni di Bayer


Il Gruppo Bayer – Azienda leader mondiale nella ricerca scientifica – festeggia quest’anno i suoi primi 150 anni. Una storia nata da una piccola fabbrica di coloranti nel distretto di Barmen a Wuppertal e approdata a quel che oggi è: un colosso che conta oltre 110.000 collaboratori in tutto il mondo ma soprattutto che conta sulla forza della tradizione e sul coraggio dell’innovazione.
Science For A Better Life è la bandiera di Bayer e oggi, oltre a indicare la mission del Gruppo nei settori tradizionali – medicina e agricoltura in prima linea – è anche l’arguto spunto di una mostra itinerante, uno dei tanti eventi con cui l’Azienda celebra l’anniversario.
Bayer Anniversary Tour ha aperto le porte al pubblico italiano il 28 maggio presso la sede di Viale Certosa che, per l’occasione, s’è trasformata in un museo interattivo, a metà tra il surreale e il fantascientifico. In realtà, si tratta di pura Scienza, raccontata con intelligenza e leggerezza attraverso le tappe di un percorso intrapreso da Bayer in questi 150 anni. 21 box espositivi, di circa 2 metri d’altezza, mostrano attraverso le lettere dell’alfabeto di 4 diversi colori le missioni concrete dell’Azienda nel mondo. Dalla “A” di Aspirina alla “E” di Efficienza energetica; dalla “R” di Riso alla “S” di Scienza; fino alle innovazioni nel campo medicina per la cura della donna e dei tumori, delle tecniche antisismiche per le nostre abitazioni, dell’alimentazione degli animali di cui ci nutriamo e della cura della terra che coltiviamo. Tutto questo, e molto di più, è racchiuso e svelato da ognuno dei Box che, attraverso tasti, schermi e joy-stick, invitano a dialogare con i contenuti per confrontarsi e imparare quanto impegno stia dietro al successo di Bayer.
“Nella maggior parte dei musei, ai visitatori viene intimato di non toccare – spiega Daniele Rosa, Direttore Comunicazione del Gruppo Bayer in Italia - ma per il tour dell’anniversario di Bayer questa regola non vale. La mostra è provvista di elementi espositivi come microscopi, camere a immagine termica, giochi digitali, tutto specificatamente ideato per essere toccato e sperimentato. Il concetto espositivo combina elementi di intrattenimento con elementi didattici per incoraggiare i visitatori ad interagire con quanto esposto.”
Tutti, infatti, sanno cosa sia un’aspirina. Ma quanti sanno cosa significhi realmente fare ricerca per migliorare la salute? Oltre al background scientifico e sociale espresso attraverso l’immediatezza tecnologia di ogni Box, il visitatore è invitato a giocare, a mettersi alla prova per riflettere, rispondendo a domande cui forse non ha mai pensato (per esempio quanto vale un grammo di sementi di pomodoro rispetto all’oro); oppure testando il proprio ritmo cardiaco, la trasmissione termica del proprio corpo o ancora la padronanza dello stress. E’ più facile, e soprattutto più divertente, a farsi che non a dirsi. E senz’altro è più istruttivo visitare la mostra che non apprenderne leggendo, perché la curiosità diventa creatività solo se si sposa con l’esperienza.
La prima tappa di Bayer Anniversary Tour è avvenuta lo scorso febbraio a Leverkusen e dopo quest’appuntamento milanese la mostra si sposterà a Barcellona, per poi toccare 25 città disseminate nei cinque continenti, attraverso mega container firmati Bayer.
Dopo la visita, resta una riflessione. In ognuno di quei Box alti poco più di due metri, in realtà è racchiuso un mondo: il mondo che abitiamo, di cui tuttavia non sempre siamo consapevoli. Un ottimo invito a scoprirlo, dunque, rivolto non solo agli adulti ma anche a coloro che lo saranno tra molti anni, perché i bambini possano toccare la Scienza e capire che essa è davvero a portata di mano.

lunedì 8 aprile 2013

Il pollo di Newton



La cena era in tavola da tempo ormai ma Isaac Newton, immerso nei suoi studi, non si era ancora mostrato in sala da pranzo. L’amico William Stuckeley era sempre più impaziente e affamato. Alla fine sollevò il coperchio dal piatto scoprendo un pollo. Se lo mangiò tutto, poi furtivamente rimise a posto il coperchio. Alla fine Newton arrivò, salutò l’amico e si mise a tavola. Sollevò il coperchio e vide che sul piatto erano rimaste le ossa. Serafico, commentò: “Come siamo distratti noi filosofi. Ero proprio convinto di non aver ancora mangiato!”
Questo gustoso aneddoto riportato da Massimiano Bucchi nel suo libro “Il pollo di Newton,” edito da Guanda, esprime la concezione che la figura dello scienziato ha alimentato per molto tempo nell’immaginario collettivo. Quella, cioè, di un corpo essenzialmente ascetico e di una mente tanto sublimata nel ragionamento astratto da dimenticarsi completamente di dettagli materiali, come il cibo appunto. Eh, sì, perché perdere tempo a mangiare quando c’è così tanto cui pensare?
Tuttavia, paradossalmente questo episodio rivela anche quanto sia stretta la relazione tra scienza e cucina: pur considerandola indegna di un filosofo, la cucina - ovvero il piacere del cibo - è ritenuta responsabile delle sue distrazioni. Dunque, la sua importanza diventa logicamente incontestabile.
Di fatti, Massimiano Bucchi – docente di Scienza, tecnologia e società all’Università di Trento – dimostra che la scienza s’inserisce in cucina non tanto come incomprensibile fattucchiera dello straordinario, quanto come semplice manifestazione dell’esperienza quotidiana. Basterebbe osservare come la maionese riesce ad addensarsi oppure a impazzire per intuire che la riuscita o il fallimento della preparazione dipendono essenzialmente da questioni chimiche, molecolari, dunque scientifiche. 
Di conseguenza, se la scienza è sempre stata a fianco della cucina, il palato, insieme al naso, è sempre stato strumento conoscitivo per eccellenza, non meno sensibile e affidabile dell’armamentario sperimentale con cui la natura è abitualmente interrogata.
Attraverso una serie di aneddoti davvero gustosi – da Francis Bacon a Isaac Newton, da Benjamin Franklin a Louise Pasteur – Bucchi non solo svela le inattese modalità di intersezione che tuttora esistono tra scienza e cucina ma offre anche un’interpretazione dei rapporti tra scienza e società nel corso dei secoli. Infatti, allorché la scienza si afferma sul piano sociale come istituzione di rilevanza e autorevolezza, diviene anche un modello cui la cucina può ispirarsi (basti pensare all’attuale cucina molecolare). Dal canto suo, la cucina può essere considerata anche come un’opportunità di divulgazione seduttiva di contenuti scientifici altrimenti poco digeribili da tutti.
A proposito: sapete tutti, vero, perché la maionese impazzisce?

lunedì 11 febbraio 2013

"Si fa presto a dire Uva"



Bayer CropScience In scena alla Fruit Logistica Di Berlino

“SI FA PRESTO A DIRE UVA”


Fruit Logistica, la fiera leader nel settore della frutta e della verdura, si è svolta dal 6 all’8 febbraio a Berlino. Nel suo ventesimo anno di vita, l’evento ha confermato il proprio successo: oltre 56.000 visitatori e circa 2.500 espositori provenienti da 83 Paesi hanno celebrato l’apoteosi del commercio ortofrutticolo internazionale. Dalla semina al raccolto, dal trasporto all’imballaggio, fino alla vendita e al consumo, i prodotti della terra sono stati i veri protagonisti del salone e hanno sfilato tra i padiglioni degli stand mostrando con orgoglio ai visitatori ogni fase della filiera. Un ampio programma di eventi, seminari, workshop e spettacoli hanno mescolato la Cultura alla Coltura, la tradizione all’innovazione, il sapere al sapore, offrendo una ‘tre giorni’ coinvolgente e stimolante sia per gli operatori strettamente legati al settore, sia per i tanti curiosi e appassionati del mondo agroalimentare. 

Presentato il progettoMagis” uva da tavola.
All’evento non poteva mancare Bayer CropScience che con la sua presenza ha arricchito il panorama ortofrutticolo grazie ad un’iniziativa particolarmente interessante, tutta made in Italy. Si tratta del progetto Magis Uva da tavola. Magis, dal latino “di più”, o “sempre meglio”, evoca la natura e lo scopo del progetto: continuare a identificare, creare e diffondere l’innovazione necessaria per migliorare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica della produzione di uva da tavola in Italia. Magis uva da tavola è gestito da un Comitato tecnico-scientifico presieduto dal professor Franco Faretra dell’Università degli Studi di Bari. L’intero team rappresenta l’avanguardia nella ricerca e nella gestione della sostenibilità della produzione di uva da tavola. Il progetto che nel 2012 ha coinvolto inizialmente undici aziende in Puglia e in Sicilia, rappresenta oggi la risposta univoca a molteplici richieste: ai mercati offre una produzione adeguata a standard di sicurezza sempre più rigorosi; ai consumatori, uva di alta qualità; al territorio, una sempre maggiore sostenibilità ambientale; ai produttori, una sicura sostenibilità economica e di conseguenza sociale per tutte le comunità locali. Per la prima volta, agricoltori, comunicatori scientifici e industria collaborano per migliorare e garantire la sostenibilità e la sicurezza dell’uva italiana nel modo più concreto, efficace e trasparente.

“Si fa presto a dire uva”
Nell’ambito della grande rassegna berlinese è stato presentato anche “Si fa presto a dire uva”, un cortometraggio realizzato da Bayer CropScience con il patrocinio della Regione Puglia. Ideato coerentemente alla logica dei libri di “Coltura & Cultura”, il video vuole far conoscere attraverso l’attrattiva delle immagini come e dove viene prodotta l’uva da tavola migliore del mondo. Ormai i consumatori conoscono sempre meno la campagna. Molti non hanno mai respirato i luoghi in cui nascono i frutti che consumano e tanto meno sanno come e da chi vengono prodotti. E questo è tanto più vero per l’uva da tavola, che nasce in territori fortemente vocati e specializzati, come la Puglia e la Sicilia, per esser poi esportata in tutto il mondo. Nell’immaginario collettivo questa lontananza tra chi produce e chi consuma può alimentare indifferenza o, peggio, diffidenza. 
Questo video racconta piacevolmente la quotidianità della realtà agreste pugliese, attraverso il confronto fra un agronomo competente (Duccio Caccioni) e una donna curiosa di sapere (Giorgia Senesi). Una passeggiata all’ombra delle vigne che invita gli spettatori a capire e assaporare insieme tutto il fascino di questa terra e dei suoi preziosi frutti. Perché si fa presto a dire uva, appunto, ma in realtà dietro questo miracolo generoso della natura sta il lavoro paziente e appassionato dell’uomo. Attenzione, cura, conoscenze, sacrifici e tenacia intrecciano quotidianamente tradizione e innovazione per portare sulle nostre tavole un’uva di grande qualità, ottenuta attraverso un’alleanza trasparente tra uomo e ambiente. Per mantenere e incentivare questo primato, la produzione di uva italiana deve essere orientata al miglioramento continuo ed è questo l’obiettivo di Magis Uva da tavola. Il video ha attratto un vasto pubblico meritandosi sentiti applausi. La partecipazione degli autori, Giovanni Carrada e Duccio Caccioni, insieme agli interventi di Paola Sidoti responsabile della comunicazione di Bayer CropScience, Dario Stefano Regione Puglia assessorato risorse agricole, Giacomo Suglia presidente Apeo, Paolo Bruni presidente Cso, Marco Salvi, presidente Fruitimprese, hanno reso ancora più penetrante il messaggio. Gli spettatori hanno avuto così il piacere di gustare un’uva dolce e croccante, insieme alla consapevolezza del valore inimitabile che questo frutto rappresenta in Italia e nel mondo.    

Dal salone di Fruit Logistica alla sala del Bundestag.
Il Parlamento Federale Tedesco ha ospitato i protagonisti del progetto Magis Vino, riuniti nella sala di vetro del ristorante Käfer, il famoso Giardino d’Inverno. La locazione particolarmente suggestiva è altresì benaugurante: un centro di potere costruito sulla solennità del passato che svetta lieve e trasparente verso il futuro.
Per l’occasione hanno tenuto alcune stimolanti relazioni gli esperti del segmento ortofrutta di Bayer CropScience; Manuela Casaleggi, responsabile del progetto Magis; Franco Faretra, professore dell'Università di Bari e coordinatore del CTS di Magis; Vitale Nuzzo, professore Università della Basilicata; Rosario Di Lorenzo, professore Università di Palermo; Giuseppe La Macchia, dell’agenzia per il commercio estero Ice di Roma.
“Insieme” è la parola che anima il progetto, simbolicamente rappresentata dalla compresenza di persone non necessariamente vicine per appartenenza geografica ma unite sia nell’orgoglio italiano, sia nei propositi di questo cammino culturale, economico e sociale della nostra uva da tavola. “Comunicazione” è l’altra parola d’ordine che Bayer CropScience da sempre promuove, sorretta da un’informazione puntuale e trasparente, il vero collante strategico per la realizzazione di ogni progetto. Come ha ben detto Giovanni Carrada, rivolgendosi a tutti i presenti e in particolare ai numerosi produttori pugliesi e siciliani, “non abbiate paura di dire al mondo quello che fate!
Con quest’augurio Bayer CropScience ha brindato al successo di Magis Vino, conferma del valore italiano nel mondo ed esempio da seguire per un futuro di qualità.

Paola Cerana

domenica 4 novembre 2012

Il profumo della seduzione



Sarà capitato anche a voi di annusare un odore e sentirvi improvvisamente risucchiati in un lontano ricordo. Un viaggio, un panorama o un volto che appartengono al passato possono essere miracolosamente resuscitati da un evanescente effluvio, spesso inconsciamente assorbito. Così come può capitare che un profumo di passaggio possa indurre i vostri sensi in un’inattesa fibrillazione erotica.
Noi animali umani siamo praticamente schiavi di quello che è il senso più arcaico e al contempo il più sottovalutato. L’olfatto è determinante non solo per un naturale meccanismo di sopravvivenza ma perché dal nostro naso dipendono infinite diramazioni emotive e affettive inconsapevoli che guidano le nostre azioni consapevoli. Biologicamente questa dipendenza all’olfatto è ovvia. Possiamo chiudere gli occhi e la bocca, tapparci le orecchie, non toccare alcun oggetto e continuare a vivere temporaneamente senza handicap vitali compromettenti. Ma se smettiamo di respirare per più di qualche istante, prima o poi moriamo.
Mediamente un essere umano respira più di 23.000 volte al giorno lasciando transitare circa 13 metri cubi d’aria, compresi profumi, aromi e olezzi. Una volta incanalate nel naso, le molecole odorose affrontano un percorso turbolento, fortemente vascolarizzato, e approdano direttamente al cervello dopo aver impregnato l’epitelio olfattivo di migliaia di timbriche odorose diverse. L’epitelio è una spugna straordinaria composta di un’infinità di recettori specifici per ogni odore e il suo compito è di convertire i segnali chimici in messaggi elettrici che poi i neuroni saranno in grado di interpretare. L’intricato universo sinaptico s’infittisce ancor di più quando le molecole odorose si mescolano a quelle saporose: ad occhi chiusi e con il naso tappato non sapremmo dire con certezza se stiamo addentando una mela o una patata, o se stiamo leccando del burro o un gianduiotto. Il confine tra olfatto e gusto è dunque davvero effimero e il piacere o il disgusto nascono dal matrimonio dei due sensi.
E’ a questo punto che entra in gioco l’intricata sfera affettiva legata al senso dell’olfatto, il quale come un subdolo ipnotizzatore guida attrazioni e repulsioni anche nelle relazioni umane. Nonostante la sua preponderanza nella nostra vita quotidiana, è un “senso muto”, perché non sa esprimersi a parole. L’ignoranza olfattiva di noi esseri umani moderni è, infatti, desolante e pur riuscendo a percepire migliaia di odori siamo spesso tristemente incapaci di descriverli adeguatamente. Probabilmente, questo succede perché le regioni cerebrali che registrano le molecole olfattive sono debolmente connesse alle aree del linguaggio, mentre sono affini a quelle responsabili delle emozioni e dei ricordi. Così, il lessico olfattivo è spesso costretto ad attingere al pozzo delle immagini per esprimersi. Da qui, il fertile humus creativo di alcuni grandi scrittori, come Proust, i quali associano mirabilmente impalpabili fragranze a concrete situazioni emotive.
Questo lascia intuire come l’olfatto abbia a che fare anche con i sentimenti e con i meccanismi di attrazione fisica tra gli individui. In effetti, annusare l’evanescenza di qualcuno rappresenta la percezione più intima che possiamo avere di lui o di lei, perché in un solo istante ne incorporiamo la più segreta essenza. Una persona priva di profumo artificiale è essenzialmente nuda ed è per questo pudore che amiamo vestire il nostro corpo di effluvi seducenti al fine di risultare più desiderabili a noi stessi e agli altri, mascherando eventuali odori corporali sgradevoli. Il profumo artificiale diventa così un’impronta del temperamento, dell’umore, un marchio personale e, come diceva Hegel, “l’uomo (e la donna!) è un profumo delicato che impregna l’intero comportamento.” Jean Baptiste Grenouille, il protagonista del romanzo di Süskind “Profumo” è l’emblema dell’esasperazione di quest’identificazione tra odore e personalità. Il folle individuo, infatti, s’appropria dello spirito delle fanciulle desiderate assassinandole per ricavarne l’essenza del loro essere e farne profumo.
I profumieri conoscono bene la potenza del significato simbolico degli aromi: mistero, magia, purezza, destino, sensualità, seduzione, erotismo sono tutti aggettivi che rivestono i profumi di un linguaggio enfatico irresistibile e indossandoli c’illudiamo d’incorporare tali virtù.
E’ sempre stato così, sin dall’antichità, da quando cioè l’alchimia giocava a escogitare intrugli aromatici per esercitare effetti amorosi o venefici invincibili sulle persone. Ma anche oggi i profumieri sanno trasformarsi in astuti fattucchieri, elaborando essenze che possono rivelarsi dei veri e propri strumenti di seduzione. Come? Sfruttando i naturali afrodisiaci corporali, ovvero i feromoni, scoperti negli anni ’50 ma già intuiti da Freud il quale, senza saperlo, aveva colto un collegamento tra senso dell’olfatto e attrazione sessuale. Paradossalmente, però, egli era convito che inibendo chirurgicamente il primo si sarebbe potuto dominare la seconda per facilitare quel processo di civilizzazione da lui tanto auspicato.
Oggi i feromoni non sono più un mistero né una minaccia, anzi sono spesso sfruttati commercialmente proprio dai profumieri. Nel 1983 una società americana, la Jovan, aveva lanciato negli Stati Uniti i primi profumi che contenevano dei feromoni sintetizzati. Si trattava delle Acque di Colonia Andron, una femminile l’altra maschile, propinate al pubblico come essenze in grado di veicolare silenti messaggi erotici e di solleticare gli appetiti sessuali. Evidentemente l’effetto era garantito, o forse si trattava di pura suggestione, visto che all’Andron sono seguiti molti altri prodotti analoghi. Nel 1992 è nata la società Erox e i suoi profumi, Realm homme e Realm femme sono commercializzati anche in rete con un cospicuo guadagno da parte della società. Ora, questi profumi ai feromoni confermano la potenza dell’immaginario olfattivo e il suo straordinario permanere nel tempo, perché queste formule di seduzione ricordano appunto gli antichi filtri d’amore degli alchimisti. Una sola considerazione del tutto personale: si sa per certo che nelle ricette antiche tutti gli ingredienti erano rigorosamente naturali, compresi l’urina, il sudore e altre secrezioni corporali umane e animali, da cui emanano i feromoni. Sarà quindi il caso oggi di indossare i profumi feromonici che, come dicono gli slogan in rete, promettono di “conquistare l’altro sesso senza fare alcuno sforzo”? Forse sarebbe meglio “rassegnarsi” a sedurre col proprio discreto fascino e presentarsi nudi di profumi feromonici agli appuntamenti galanti, perché anche nel caso di successo sarebbe un po’ come barare. Al contrario, molte delle essenze raffinate non truccate esercitano un indiscusso fascino, spesso sufficiente a incoraggiare la seduzione.
Chi desiderasse avventurarsi in un vero e proprio viaggio all’interno della cultura olfattiva del passato e del presente, può farlo andando a Parigi. Esattamente nella Reggia di Versailles, nel 1990, è stata inaugurata un’osmoteca, cioè un museo dei profumi. Qui, sono archiviati tutti i più famosi profumi della storia, alcuni nella loro formula originaria fortunatamente conservata e tramandata, altri riprodotti sulla base di minuziosi studi storici. In ogni boccetta di vetro sta racchiusa un’essenza che si fa ricordo, come se ognuna di esse fosse un impalpabile fotogramma del passato da evocare ad occhi chiusi. Tra le più preziose c'è l'acqua di colonia Hungarian Queen del 1815, usata da Napoleone durante il suo esilio a Sant'Elena, e molte delle ricette tratte dai libri di Plinio, con le quali si possono ricreare i profumi usati nell'antica Roma. Fra queste ampolle sono conservate, a una temperatura costante di 13 gradi, oltre 1.800 fragranze, di cui circa 400 estinte, considerate autentiche leggende del mondo dei profumi. Il fondatore di quest’attraente museo dei profumi e dei ricordi è Jean Kérleo, chiamato amichevolmente “il naso”, senza ovviamente alludere al bel racconto satirico di Gogol. Kérleo è anche l’inventore di molti profumi famosi di grande successo e in un’intervista spiega come "realizzare un profumo sia una vera e propria arte. Vuol dire creare un mix di fragranze naturali e sintetiche, utilizzando diversi tipi di odori. Per prima cosa devi impararli a memoria, in modo che con un po' di fantasia ed estro artistico è possibile creare un vero profumo."
Al cospetto di questa corte di preziosi effluvi in grado di sedurre i sensi con la sola malizia dell’eleganza, mi piace ricordare una pratica raccomandazione che Napoleone Bonaparte fece alla sua Giuseppina alla vigilia di un appuntamento amoroso. La missiva dell’ardente condottiero – che evidentemente preferiva i ruspanti feromoni di Josephine al suo delicato Hungarian Queen - diceva esattamente così:
“Arriverò a Parigi domani sera. Non lavatevi!” 

martedì 4 settembre 2012

Una passeggiata geniale



Le pareti del suo studio, in origine bianche, tradivano il vizio di fumare parecchio. Unico ornamento a quel candore annerito, un ritratto di Jean-Jacques Rousseau che pareva scrutare dalla grande finestra affacciata sulla chiesa di fronte. Soffriva di stitichezza; si rifiutava di pranzare se alla tavola non fossero presenti tre o nove commensali; la sua grafia era orribile; non aveva amici e tanto meno amanti; annotava tutto minuziosamente, comprese le medicine che gli venivano prescritte e che prendeva in dosi doppie o dimezzate a seconda dei propri capricci. Nietzsche lo disprezzava, Goethe non lo capiva. Insomma, come spesso accade, un genio resta un incompreso, lui compreso: Immanuel Kant. 
Il più profondo e rivoluzionario pensatore dell’Illuminismo non sembrava, infatti, un granché. Gracile, di bassa statura, dal carattere spigoloso, rigido, eccessivamente prudente e meticoloso fino al maniacale, era regolare come il più regolare dei verbi regolari. Nella sua consuetudinaria tetraggine, Kant aveva tuttavia coltivato un’abitudine particolarmente piacevole, quella di passeggiare. Quando i suoi vicini lo vedevano spuntare sulla soglia di casa, con indosso il soprabito grigio e il bastone in mano, sapevano con certezza che erano le tre e mezza in punto. Infatti, tutti i giorni, immancabilmente in ogni stagione dell’anno e in qualsiasi condizione meteorologica, Kant si avviava a passo lento verso il viale di tigli, spesso seguito dal fedele servitore Lampe con un provvidenziale ombrello sottobraccio. Pare che il filosofo amasse passeggiare lentamente e in assoluto silenzio, respirando scrupolosamente solo dalle narici. Meglio il silenzio, infatti, del raffreddore!
Evidentemente, quel gran genio di Kant aveva inconsapevolmente scoperto i segreti benefici di una camminata all’aria aperta e molte delle sue idee le ha sicuramente concepite lì, sotto le fronde dei tigli carezzate dall’aria frizzante. Una bella passeggiata è, infatti, salutare non solo per il corpo ma anche per la mente e la meditazione è di gran lunga più creativa mentre si cammina, piuttosto che durante il relax. Oggi lo si sa anche grazie alle tecniche di brain imaging che esplorano il cervello durante ogni tipo di attività, rivelando informazioni affidabili e un tempo solo intuibili. Cosa succedesse esattamente nel cervello di Kant mentre passeggiava non lo sapremo mai, mentre possiamo spiegare il funzionamento cerebrale di noi comuni mortali che, pur non essendo equipaggiati di idee altrettanto geniali, abbiamo a disposizione tecnologie straordinarie per scrutare i meccanismi del pensiero.
Tra mente e corpo c’è un dialogo costante e tutti i nostri pensieri si materializzano nel cervello scatenando reazioni biochimiche che producono effetti certi e dimostrati. Quando si cammina, dunque, l’emisfero destro del cervello – quello normalmente più silenzioso - è particolarmente attivo, mentre il sinistro – il più chiacchierone - viene praticamente messo a tacere. La conseguente sensazione di benessere e di leggerezza che proviamo passeggiando dipende proprio da questo e, in particolare, dalla produzione di onde alfa presenti nell’emisfero destro che, a loro volta, stimolano la secrezione dei cosiddetti ormoni della felicità, ovvero le endorfine. A dire il vero, il rapporto tra onde alfa e endorfine somiglia un po’ a quello tra l’uovo e la gallina: indipendentemente da quale dei due nasca prima, è certo che sono intimamente connessi. Lo stadio alfa sta a metà tra lo stato di veglia (beta) e quello di sonno profondo (teta e delta) e la sua naturale induzione al rilassamento consente un abbassamento della soglia di coscienza tale da aprire la porta al subconscio senza tuttavia sprofondare nel sonno. Durante questa fase, incoraggiata dall’attività del camminare lento e prolungato, viene rilasciata la beta-endorfina che, oltre a suscitare una sensazione di diffuso benessere, stimola anche quei piccoli talenti creativi sopiti nel cervello di ognuno di noi. A tutti sarà capitato di dannarsi invano al computer in cerca di un’idea, per poi uscire a far due passi dalla disperazione ed essere improvvisamente illuminati dal lampo di genio. E’ una dimostrazione di come l’attività intellettuale d’alto livello abbia bisogno della parte più emozionale e immaginativa del cervello, anziché di quella logica e razionale. Si potrebbe persino dedurre, così, che in ogni cervello si nasconda qualche prodigioso talento e che chiunque riesca a risvegliare certe attitudini sopite, possa trasformarsi in un potenziale Kant, magari più socievole e meno maniacale.
A proposito, l’illuminato genio visse fino a ottant’anni, nonostante i fastidiosi acciacchi e le snervanti fisime, e per quell’epoca era già un bel traguardo. In base alla sua esperienza, e con il senno di poi, ai suoi tre imperativi categorici avrebbe potuto aggiungerne un quarto: “Passeggia tutti i giorni almeno per un’ora, in modo da trasformare ogni tuo pensiero in un lampo di genio di valore universale”. Magari ci aveva pensato, rendendosi conto però che uno stolto non sarebbe diventato un genio nemmeno correndo per tre ore consecutive al giorno.
Così, deve aver rinunciato, con buona pace del prossimo e delle beta-endorfine!

Il gene agile



Immaginate un salotto di un’elegante dimora agli inizi del secolo scorso.
Vi sono riuniti, per l’occasione, alcuni uomini illustri, vissuti a cavallo tra il 1800 e il 1900. Per la precisione, i signori sono stati invitati a discettare su un concetto molto importante e alquanto controverso, destinato ad agitare anime e menti fino ai giorni nostri. E certamente oltre.
Il tema della discussione è il seguente: nature versus nurture, ovvero la contrapposizione tra natura (intesa come eredità individuale e patrimonio genetico) e ambiente (inteso come cultura ed esperienza).
Gli invitati sono dodici uomini, esattamente. Tutti di mezza età o anziani, per la maggior parte benestanti e tutti curiosamente barbuti o baffuti. Ma, soprattutto, tutti ferventi intellettuali che hanno dominato il sapere scientifico circa la natura umana durante tutto il ventesimo secolo, ognuno di essi in un particolare campo del sapere, contagiandosi reciprocamente e influenzando definitivamente la mentalità e la ricerca scientifica futura.
Accomodati sui divani, fumando profumati sigari e consumando copiosamente whiskey, immaginate dunque due americani, due austriaci, due britannici, due tedeschi, un olandese, un francese, un russo e uno svizzero. Probabilmente, molti di loro non si sono mai incontrati in realtà e, forse, non si sarebbero nemmeno troppo piaciuti e sopportati a vicenda ma in quest’appuntamento ideale tutto diventa possibile.
Questi eruditi signori sono: Charles Darwin, il britannico che sfoggia la barba più lunga, destinato a cambiare per sempre il modo in cui gli esseri umani considerano la propria natura, grazie alla sua teoria dell’evoluzione; Francis Galton, suo cugino, appassionato difensore dell’ereditarietà e maniaco misuratore di ogni cosa misurabile, comprese le natiche delle donne di alcune etnie; William James, lo psicologo americano sostenitore dell’assoluta importanza dell’istinto nei comportamenti sia animali che umani; Hugo de Vries, un botanico olandese dall’aria mesta e accigliata che scoprì le leggi dell’ereditarietà solo per constatare d’essere stato battuto sul tempo da Gregor Mendel, trent’anni prima; Ivan Pavlov, fisiologo russo, incorniciato da una barba prepotentemente folta e grigia, campione dell’empirismo con i suoi famosi esperimenti sui cani salivanti; John Watson, lo psicologo statunitense che tradurrà poi le teorie di Pavlov nel suo altrettanto noto behaviorismo; Emil Kraeplin, un tipo apparentemente buffo, piuttosto in carne, con baffi e occhiali, nonché psichiatra tedesco convinto ci fosse un evidente legame tra criminalità e disordine mentale; Sigmund Freud, viennese, con una bella barba particolarmente curata, leggermente più giovane degli altri ospiti, padre della psicanalisi e dell’eterno dibattito sull’esistenza dell’inconscio, sul suo ruolo e su moltissimo altro ancora; Emil Durkheim, il sociologo francese convinto che la realtà dei fatti sociali sia molto più della somma delle singole parti, divenuto noto per i suoi studi sul suicidio; Franz Boas, l’antropologo tedesco-americano, l’unico con i baffi all’ingiù e una cicatrice riportata in duello, fermamente convinto che sia la cultura a plasmare la natura umana, e mai viceversa; Jean Piaget, il più giovane e sbarbato di tutti, psicologo e pedagogista svizzero le cui teorie su imitazione e apprendimento matureranno imberbi a metà secolo; e, infine, Konrad Lorenz, lo zoologo ed etologo austriaco impegnato a dimostrare come l’imprinting possa portare delle ochette a scambiare un uomo col pizzetto per la propria mamma.
La scelta di questi personaggi e l’esclusione invece di altri che, altrettanto meritevolmente, hanno contribuito allo studio della natura umana, dipende dal fatto che questo salotto immaginario, in realtà è un libro! Un libro pubblicato da Adelphi nel 2005 e straordinariamente attuale, dal titolo “Il gene agile”, scritto da Matt Ridley, studioso e scrittore di diversi saggi sulla natura dei geni. ‘Geni’, intesi non quali personaggi dall’intelletto particolarmente fervido come quelli appena citati, bensì come l’insieme di quello straordinario marchingegno invisibile che rende l’essere umano ciò che è, tramandandolo nel tempo attraverso il susseguirsi delle generazioni.
Matt Ridley chiama all’appello proprio questi studiosi perché, a suo vedere, tutti e dodici hanno in comune qualcosa di molto più importante che non l’aspetto serioso e irsuto. Ognuno di essi, infatti, ha donato al mondo un’idea originale contenente un germe di verità per spiegare la natura umana, fomentando l’intricato dibattito tra ereditarietà e ambiente e stimolando indirettamente, chi più chi meno, la nascita della moderna genetica. Ognuno di essi, pur avendo clamorosamente toppato su alcune questioni - innanzitutto per la mancanza di strumenti e di nozioni - ha contribuito, con il suo prezioso mattoncino ricco di sapere e d’intuizioni, alla costruzione di un imponente edificio culturale, scientifico e umano. Senza uno di questi mattoncini, senza le geniali intuizioni di questi signori, l’attuale genetica sarebbe forse stata una scienza più lenta, più povera e imperfetta e l’intera storia della ricerca scientifica avrebbe avuto, molto probabilmente, tutto un altro corso.
La natura umana è in effetti una meravigliosa combinazione di molti elementi: gli universali di Darwin, l’eredità di Galton, i geni di de Vries, i riflessi di Pavlov, le associazioni di Watson, il vissuto personale di Kraeplin, l’esperienza formativa di Freud, la divisione del lavoro di Durkheim, lo sviluppo di Piaget e l’imprinting di Lorenz.
Tuttavia - ed è questo il punto più originale del libro – sarebbe sbagliato collocare tutti questi preziosi semi di verità lungo un continuum che ponga separatamente da un lato la Natura e dall’altro la Cultura, da un lato l’innatismo e dall’altro l’empirismo. Non si può contrapporre ereditarietà e ambiente: non più dunque nature versus nurture bensì nature via nurture, perché la natura si esprime attraverso l’ambiente, così come l’ambiente agisce sulla natura. E questo risulta evidente, a sua volta, attraverso lo studio dei geni che non sono né capricciosi burattinai né progetti preconfezionati, ma sono, al tempo stesso, causa e conseguenza delle nostre azioni.
Sono i geni, infatti, che permettono alla mente umana di apprendere, ricordare, imitare, imprintarsi, assorbire cultura, comunicare pensieri e manifestare istinti. Quando furono scoperti, alla fine del secondo millennio dell’era cristiana, vennero accolti come le personificazioni del Fato nella mitologia antica, viscere interpretate dagli oracoli, misteriose coincidenze astrologiche. I geni erano veri e propri dèi. Oggi, grazie anche ai signori riuniti fantasiosamente nel libro-salotto di Ridley, si sa che i geni non sono dèi ma meccanismi, veicoli d’informazione ereditaria che restano attivi e vivaci durante tutto l’arco della vita, a partire dall’utero, e che interagiscono con l’ambiente, modificandolo costantemente in un viavai continuo e fertile di stupefacenti input e output.
“Il gene agile” è un libro immenso per ricchezza di cultura, informazioni e provocazioni che cercano di dimostrare come il razzismo, la violenza, la fedeltà, l’omosessualità, la schizofrenia, l’autismo, il desiderio sessuale, l’empatia, persino il gossip e molto altro, siano tutti fenomeni umani frutto del costante dialogo a doppio senso tra natura umana e ambiente, ascrivibile ai geni. Oltretutto, questo libro, nonostante la mole consistente, ha il pregio d’essere scritto con un’effervescente levità, che trasmette di volta in volta l’ironia di Watson, il dogmatismo di Freud, l’indecisione di James, la pedanteria di Pavlov, la spocchia di Galton, l’esuberanza di Boas … insomma, le personalità, i capricci, le virtù e le debolezze di caratteri talmente forti e differenti che se si fossero davvero incontrati si sarebbero certamente accapigliati, ritrovandosi con barba e baffi furiosamente aggrovigliati insieme. 
Di certo, oltre al piacere straordinario di una lettura stuzzicante, questo libro lascia anche la pungente consapevolezza che più s’impara, meno si sa, perché dietro ogni velo sollevato sul mondo della conoscenza umana, sempre un altro si presenterà all’orizzonte, con nuovi interrogativi, nuove provocazioni e nuove speranze. Sarebbe comunque impensabile, e scioccamente presuntuoso, immaginare di poter completare la costruzione dell’edificio del sapere eliminando o ignorando qualcuno dei mattoncini che la storia della scienza e della ricerca ci ha finora generosamente fornito, grazie anche a dodici incredibili geni barbuti.