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domenica 14 giugno 2015

martedì 20 gennaio 2015

Geografie del Tempo



Scorgendo una nuvola
Penso ad alta voce
Quant’è bello
Il cielo da quaggiù

Quante volte ci capita di avere dei pensieri che crediamo appartenere solo a noi e invece poi scopriamo che altri hanno espresso le nostre stesse riflessioni, magari con parole assai migliori! Pensieri, sentimenti, emozioni identiche a distanza di secoli, di chilometri, indifferenti all’idioma e all’appartenenza geografica, che si ripetono rimbalzando qua e là nel mondo o, chissà, nell’Universo.
La poesia qui sopra, così apparentemente puerile, avrei voluto scriverla io ogni volta che, col naso all’insù, mi sono sentita rapita dalla bellezza di un fazzoletto d’azzurro spruzzato di bianco. Invece è di Wordsworth, delicato poeta inglese che, tra il 700 e l’800, proprio in virtù del suo fanciullesco candore verso la Natura è stato a lungo sbeffeggiato dai suoi contemporanei e dagli intellettuali più razionali.
Rivalutato definitivamente dopo la sua morte, vive ormai in eterno, grazie alle sue parole gentili, soffici, grate a una Natura che lui sapeva cogliere nei minimi dettagli, dal filo d’erba al ruscello, dalla coccinella al volo d’uccello. Sapeva coglierla e cantarla in Odi degne del più sublime paesaggio, animale, fiore o frutto che avesse il privilegio d’incontrare il suo sguardo.
Dei suoi pensieri, uno in particolare mi attrae. Un pensiero che con presunzione credevo fosse solo mio o di pochi altri sconosciuti sparsi per l’Universo. Ed è questo: Wordsworth, mettendo a confronto la Londra del suo tempo e le campagne circostanti, si chiedeva “come si potesse vivere anche tra vicini da perfetti sconosciuti ..” Quel “mondo turbolento di uomini e cose” che era Londra rappresentava per il poeta un danno, non solo per la salute del corpo ma soprattutto per la salute dell’anima.
Wordsworth accusava la città di favorire emozioni malevole, fatali! Invidia, orgoglio, egoismo, ambizione, superficialità e indifferenza agli altri … ed era convinto che solo la campagna, il contatto con la natura potesse stimolare e ristabilire un atteggiamento benevolo verso sé e verso gli altri. Non è un concetto originale, è vero, e nemmeno esclusivo di Wordsworth (o mio) visto che molti filosofi e intellettuali hanno pascolato sui simili campi di riflessioni, elogiando il rifugio nella Natura come salvezza dell’anima. Eppure, sarà per la semplicità con cui Wordsworth carezza l’argomento o sarà per il suo sguardo francescano nei confronti di ogni Creatura, a partire dall’erba o dalle nuvole, che lo sento particolarmente vicino a me. Molte delle sue Odi somigliano a Haiku e anche se la metrica inglese non obbedisce alle leggi delle poesie giapponesi, penso a Wordsworth come a Basho, per la suggestione che le immagini di poche righe sanno infondere.
Penso a cosa abbiano sentito ‘dentro’ questi poeti al cospetto di un tramonto o di un’alba, di un temporale o di un arcobaleno, linguaggi naturali universalmente comprensibili, certo, ma particolarmente cari ai bambini, agli innamorati e agli artisti. Paesaggi e panorami non solo esteriori ma intimi, che corrispondono agli archetipi dell’animo umano, per questo dunque sono ricorrenti e rimbalzano nello spazio e nel tempo, privandoci dell’esclusività di pensiero. Ci sono poi personaggi, come Wordsworth, che sanno dar vita nuova a questi scenari esteriori traducendoli in vibrazioni interiori attraverso l’enfasi delle parole. E c’è chi, invece, se li tiene stretti dentro, silenti ma nascostamente vivi.
Vero è che certi spettacoli naturali ci accompagnano per tutta la vita e col loro silenzio ci parlano: penso ai miei deserti, agli oceani, alle isole che tanto amo e che, quando si riaffacciano alla mia coscienza, fanno riaffiorare insieme al panorama anche il sentimento che l’ha animato la prima volta. Spesso, questi ritorni di fiamma, queste istantanee di memorie emotive e sensoriali, diventano medicine: è come se venissero in soccorso nei momenti di particolare solitudine, per farmi compagnia. 
Anche a questa sensazione di intimo conforto diluito nel tempo, sensazione che credevo essere solo mia, Wordsworth aveva dato un nome, un nome bellissimo: “Geografie del tempo”.

Esistono nella nostra vita geografie del tempo,
che con netta preminenza conservano
una forza rinnovatrice
che penetra, che ci permette di salire
già alti, ancor più in alto, e ci solleva quando cadiamo.

lunedì 10 novembre 2014

Un libro per amico



Ci sono libri che entrano a far parte della propria vita e ci restano per sempre. Come fossero specchi di sé, sempre pronti a farsi guardare, penetrare, sfogliare per restituire in cambio conforto, fiducia, sicurezza, qualora ne occorra. 
Del resto, molto spesso, quando ci si rivolge a un libro e, soprattutto, quando ci si rifugia in uno già letto, significa che si sta andando proprio alla ricerca di quello: conforto, fiducia, sicurezza. In una parola: Amicizia.
Uno di questi libri è per me rappresentato dai Saggi di Montaigne, tanto monumentale quanto lieve tesoro di semplice buon senso per uso comune, sempre attuale, sempre vivo. E' uno di quelli che se apro qua e là a caso, sono certa di trovare sempre qualche cosa che mi appartiene. E strizzandomi l’occhio anche oggi, Montaigne ha forse voluto giocare con me su quest’idea di avere un libro come amico, ricordandomi che in verità un libro è molto, molto più di un amico, e persino molto più di un amore.
Infatti, nel capitolo Dei tre commerci, Montaigne pone a confronto le tre compagnie che più hanno allietato la sua esistenza: le donne belle e oneste, le amicizie rare e scelte e i libri. Donne e amici, scrive, dipendono dal caso e dagli altri. “Uno presenta l’inconveniente della rarità, l’altro avvizzisce col passar degli anni …I libri sono molto più sicuri e nostri.”
Montaigne, infatti, dopo la morte dell’unico amico La Boétie non conoscerà altre forme d’amicizia, mentre per quanto riguarda le sue arti amatorie spesso si rammarica del naturale scemare del suo a lungo esercitato vigore. Al contrario, la lettura offre per lui il vantaggio della costanza e della durevolezza. In realtà, è strano sentir dire da Montaigne - il quale in tutta la sua vita ha prediletto il rapporto con l’altro-da-sé - che la lettura sia il miglior commercio tra amicizia e amore ma, forse, sentiva che anche la lettura alla fine è una compagnia che conduce a un’apertura verso gli altri.
“La lettura mi consola nella vecchiaia e nella solitudine. Mi allevia il peso di un ozio molesto e in qualsiasi momento mi libera delle compagnie che mi sono sgradite. Mi basta ricorrere ai libri per sottrarmi a un pensiero importuno, giacchè i libri mi attirano facilmente a sé facendomelo dimenticare. E non se ne hanno a male se vedono che li cerco solo quando mi vengono a mancare quegli altri due piaceri, più reali, vivi e naturali. Mi accolgono sempre col medesimo viso.”
Ecco, forse è proprio questo pensiero che mi ha strizzato l’occhio oggi guardando i Saggi nella mia libreria: i libri, a differenza degli esseri umani, non protestano mai, non si offendono se vengono ignorati, non si lamentano se vengono trascurati e sono sempre lì, pronti a venirci in soccorso nei momenti di emotività, di ricerca, di confusione o di semplice ozio. A loro, al contrario di amici e amanti, non dobbiamo rendere conto di niente: ci ascoltano e ci nutrono non solo di parole ma di sentimenti e pensieri che ci ricondurranno agli altri più saldi e più vivi.
In fondo, penso che questo sia un delizioso e meritato elogio alla carta stampata, resuscitato proprio in un’epoca in cui il fruscio delle pagine sta per essere dimenticato. Forse nuovi filosofi partoriranno nuove riflessioni su nuove forme di amicizia, di amore e di lettura ma probabilmente sarò troppo vecchia per affezionarmi a compagnie così astratte. Staremo a vedere…
Nel dubbio, meglio conservare con cura I Saggi di Montaigne, amico da sfogliare all’occorrenza, nei momenti di emotività, di ricerca, di confusione o, semplicemente, in giornate come questa.

mercoledì 13 agosto 2014

IL VINO, ANIMA E PSICHE




Che cos’hanno in comune Edmondo De Amicis e Cesare Lombroso?
Apparentemente nulla, a parte il periodo storico in cui vissero, la metà dell’Ottocento. Romantico scrittore, celebre autore del libro strappalacrime forse più letto in assoluto, “Cuore”, il primo; psichiatra e antropologo dalle discusse convinzioni materialistiche in materia di psicologia criminale, il secondo.
Eppure, qualcosa di estraneo alle loro personali sfere d’indagine creativa, la letteratura e la criminologia, li accomuna: il Vino!
Sì, perché nell’inverno del 1880, alla Società Filotecnica di Torino, si tenne un curioso seminario articolato di undici conferenze aventi come tema “Il Vino”. Ognuno degli undici relatori fu invitato ad affrontare l’argomento rapportando di volta in volta il nettare di Bacco a: leggenda, letteratura, patologia, fisiologia, chimica, botanica, commercio, delitto, poesia e storia naturale. Undici ‘stelle’ in cattedra, un po’ come una squadra di calcio …del resto il football approdava a Torino proprio in quegli anni, essendo del 1887 la fondazione calcistica del primo club cittadino!).
Due di questi luminari invitati a proferire furono proprio De Amicis e Lombroso. Il primo titolò l’intervento “Gli effetti psicologici del Vino”, il secondo “Il vino nel delitto, nel suicidio e nella pazzia”.
I due discorsi, orchestrati insieme agli altri dal poeta e critico Arturo Graf, suonarono come veri e propri saggi di scrittura, specchio della cultura e delle inclinazioni di quel tempo rispetto alla concezione del Vino nella società. Pertanto sono stati recuperati e raccolti in un saggio edito da Loescher, recentemente riedito, per il piacere di chi, con gioiosa curiosità sa spiluccare qua e là tra gli scaffali di librerie sopravvissute alla superficiale commercializzazione di parolai. Questo libro s’intitola “Il Vino, Anima e Psiche”.
Decisamente “bozzettista”, De Amicis affronta il tema con l’esperienza del bevitore che si dice fosse, raccontando in maniera divertita e divertente il sottile sconfinare dalla leggera ebbrezza alla “ciucca triste”, perché l’ebbrezza cresce a ondate e porta alla deriva. Una sorta di autoritratto, il suo, quello di un bevitore ideale alla rovescia, bonariamenete eccessivo, sempre alla ricerca di sollecitare, attraverso un sorso in più, il sentimento amoroso, galvanizzando il sistema dei sensi ma finendo puntualmente col risultare ridicolo, persino a se stesso. “L’ebbrezza non è che malattia di poche ore, e di guarigione sicura, …” scrive “prima farfalla che spicca quasi all’improvviso nella mente … piccolo sfogo di giovialità e di spensieratezza, ove la conversazione procede mirabilmente e i dispiaceri retrocedono nell’ombra come in uno spettacolo teatrale … Ma improvvisamente – e prima o poi segue sempre – il vetro rosato a traverso al quale vedevamo il mondo, scompare: tutte le cose ripigliano l’aspetto reale, tutti i pensieri molesti ritornano in folla, e siamo quasi sopraffatti da un sentimento di sgomento.” Leggendo attraverso il suo “faccione incorporato dal Barbera”, De Amicis tocca tutte le sfumature umorali dell’ebbrezza, dall’eccitazione, alla commozione, alla malinconia, all’ira, di cui il bevitore è nello stesso tempo reo, vittima e ludibrio. Ma lo fa sempre con ironica benevolenza, consapevole dell’umana fallacia e della duplice anima del vino.
“Ecco le due opposte potenze del vino, o meglio i due vini: l’uno è il veleno che trascina all’ozio, all’instupidimento, alla prigione, alla tomba, e questo fuggiamolo ….; l’altro è quello che fa alzare il calice, la fronte e il pensiero, che mette all’operaio la forza nel braccio e il canto sulle labbra … che riscalda le vene dei nostri vecchi, aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore …E questo onoriamolo benedicendo le due grandi forze benefiche a cui andiamo debitori: la fecondità della Terra e il lavoro dell’Uomo.”
Più crudamente “scientifico”, com’è nel suo stile, Lombroso si mostra implacabile nel ritrarre con dati matematici e gelidi grafici antropologici la “malattia” del bere presso i vari popoli. Solo qua e là tra le righe semina una pallida velatura di filantropismo e di compassione sociale su quello che secondo lui è un mappamondo devastante, uno scenario orrorifico degli effetti brutali del vino sulla fragile natura umana. Parte da lontano, molto lontano, Lombroso, scomodando Adamo, Eva e il Pomo del peccato, cogliendo la prima somiglianza tra il sidro ricavato dalla mela e quell’altro estratto naturale peccaminoso: il Vino, appunto! Da allora nei secoli, ecco che il Vino s’è fatto complice del lato oscuro della storia umana: subdolo alleato di efferatezze, violenze, pauperismi, crimini e delitti d’ogni sorta, fino al suicidio.  “L’ubriachezza acuta, isolata, dà luogo per sé sola al delitto perché arma il braccio, accende le passioni, annebbia la mente e la coscienza e disarma il pudore – scrive – V’hanno alcuni bevoni che sono il terrore delle loro famiglie, poiché l’effetto del vino, del vino triste come lo chiamano i Francesi, non parlano che di ferire, sgozzare le persone che poco prima erano loro carissime …Quello che nei sobri, infatti, è una pensata bizzarra e fugace, si muta in costoro rapidamente in azione, inconscia è vero ma non per questo meno fatale. L’alcol dopo aver eccitato, indirizzato nella via del delitto la sciagurata vittima con atti istantanei, ve la mantiene e la inchioda per sempre rendendola un bevitore abituale, narcotizza i sentimenti più nobili e trasforma in morbosa anche la compagine cerebrale più sana. … E omicidio e suicidio spesso non sono che una ultima manifestazione di quella più grave fra le conseguenze dell’alcol: la pazzia.”
Delizioso! Sia le riflessioni di De Amicis, argute e autoironiche di chi nel Vino sentiva comunque un amico, sia quelle di Lombroso, cinicamente noir da quello speleologo dei cunicoli cavernosi della psiche quale egli era, questo volumetto è una chicca di letteratura e di stile.
Al lettore scegliere, in fine, se il Vino è il secondo sangue della razza umana …oppure una mortale potenza occulta!   

venerdì 19 ottobre 2012

Il mondo è un libro


"Il mondo è un bel libro ma serve a poco a chi non sa leggere", ammoniva Carlo Goldoni. 
Purtroppo, aggiungerei io, non basta nemmeno saper leggere per capire il mondo.

sabato 6 ottobre 2012

Un Amore necessario



Quando Jean-Paul Sartre e Simone di Beauvoir si conoscono, sono appena ventenni ma il loro primo folgorante incontro segna la gestazione di un eterno sodalizio, mentale e sentimentale.
I due non sono solo un uomo e una donna qualunque che intrecciano le proprie agitate esistenze. Sono due fervide menti, febbrili e ribelli, destinate a un’osmosi che scolpirà definitivamente il pensiero intellettuale degli anni a venire.
Lei, ragazza solitaria, asociale e antiborghese, sente precocemente di possedere un cervello maschile dentro un corpo di donna. “M’immersi nella letteratura- scrive in una delle sue minuziose autobiografie – come in altri tempi nella preghiera.” Decide presto e senza indugio di assecondare la sua contraddittoria natura d’intellettuale senza farsi intimidire dal sapere maschile, subordinando al lavoro di scrittrice l’aspetto squisitamente femminile e i fatui vezzi del gentil sesso. Lui, bellicoso, ruvido e diffidente, si sente sin da piccolo inadeguato ai suoi simili, anche per via dell’aspetto fisico piuttosto ingrato che lo vuole strabico, tarchiato e sgraziato come un rospo. Questo “insipido sboccio in perpetua attesa di abolizione, cherubino avvizzito, miserello che non interessa a nessuno” - come lui stesso si definisce - combatte il feroce desiderio di sparire nel Nulla con l’insaziabile fame di cultura, trovando nella letteratura la sua religione e la tempra del suo carattere.
Sartre e de Beauvoir sembrano, dunque, due gemme germogliate dalle stesse radici e destinate a fondersi in una coppia filosofica che finirà per trascendere le singole identità, trasformando le inquietudini di ognuno in uno straordinario sodalizio esistenziale. I due si sono istintivamente attratti, come due energie telluriche calamitate da un invisibile collante chimico, sentendo di appartenere irrimediabilmente l’uno all’altra. Eppure, si sono dati del lei per oltre cinquant’anni, non hanno mai vissuto insieme definitivamente, non si sono mai sposati né hanno avuto figli ed entrambi si sono concessi frequenti relazioni amorose, contingenti al loro stesso amore. Un amore che li vedrà indissolubilmente legati in un rapporto senti-mentale incorruttibile, fino all’epilogo delle loro stesse vite.
“Quello che c’è tra noi due – ha scritto Sartre riferendosi a lei – è un amore necessario. La cosa meravigliosa di Simone è che ha l’intelligenza di un uomo e la sensibilità di una donna. In lei trovo tutto quello di cui posso avere bisogno.”
“Sartre rispondeva esattamente ai desideri dei miei quindici anni – racconta da parte sua Simone de Beauvoir – Era il mio doppio, nel quale ritrovavo tutte le mie manie portate all’incandescenza. Con lui avrei potuto condividere tutto.”
Il loro è stato un Amore necessario, dunque. Necessario, nel senso di totale. A unire la coppia filosofica è stata una complicità mentale e spirituale. Hanno fatto l’amore innanzitutto con la mente, un amore traboccante di passione e di amplessi che il corpo da solo non potrebbe donare. La compenetrazione tra Sartre e de Beauvoir è stata talmente profonda da resistere a ogni prevaricazione esterna, perché quando si ama da dentro, ogni passione contingente scivola via come olio sull’acqua.
Per questo i due amanti intellettuali possono permettersi di concedersi, spesso e volentieri, avventure occasionali in maniera trasparente, raccontandosele con eccitata partecipazione, sbeffeggiando ogni inutile codice morale e perbenista. Perché loro sono ‘oltre’. A volte Sartre tesse morbose relazioni proprio con le stesse donne giovani e belle sgusciate fuori dalle braccia di de Beauvoir, assolutamente disinibita di fronte alla promiscuità dei sessi, di cui invocava la fratellanza. Si alimenta così, negli anni, un trasgressivo scambio di amanti che giostrano in una specie di famiglia allargata, di cui i due intellettuali sono il motore.
Nonostante le tribolate passioni contingenti, comunque, l’amore necessario tra Sarte e de Beauvoir è incorruttibile, viscerale e immortale, tanto che la coppia resterà unita a dispetto dell’ineluttabile usura del tempo.
"Se muori, mi sdraierò accanto al tuo corpo e rimarrò lì ad attendere la tua fine, senza mangiare né bere, tu marcirai tra le mie braccia ed io amerò te, già carogna: perché non si ama niente se non si ama tutto." Così scrive Sartre alla sua compagna, la quale con parole squisitamente tenere risponde: “E’ spaventoso non poter consolare qualcuno dal dolore che gli si dà abbandonandolo; è spaventoso che qualcuno vi abbandoni e non vi dica più nulla.”
Il 15 aprile 1980 all'ospedale di Broussais, Simone de Beauvoir s’infila con un brivido di dolore nel letto di Jean-Paul Sartre, dove oramai il suo corpo ancora caldo giace esanime. Sarà, questa, la loro ultima notte insieme, come a suggellare la sintesi estrema del loro eterno, necessario amore.
"La sua morte ci separa - scriverà con rassegnata commozione lei, ormai privata della sua metà - e la mia morte non ci unirà. E' bello così, che le nostre vite abbiano potuto accordarsi per un così lungo tempo."
I corpi di Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir riposano oggi nel cimitero di Montparnasse, accanto a quelli di Baudelaire. Mentre i loro pensieri continueranno a volteggiare liberi e irreprensibili, uniti per sempre nella memoria della posterità.

Codicillo personale.
Al di là della personale ammirazione che nutro per questi due personaggi, ve ne sono molti altri, di altrettanta levatura filosofica, artistica e letteraria, che hanno immortalato con le parole le proprie storie d’amorosi sensi. Abelardo e Eloisa, Nietzsche e Lou Andreas-Salomé, Hanna Arendt e Heidegger, Scott Fitzgerald e Zelda Zaire, Henry Miller e Anais Nin, solo per citarne alcuni sfogliando a caso le pagine del tempo. 
La letteratura ha, infatti, il potere di rivestire le storie d’amore d’un fascino sensazionale che trasforma ogni realtà vissuta in romanzo da leggere. Forse, nella quotidianità, queste vicende amorose non sono sempre state così affascinanti e anche i leggendari amanti ogni tanto s’annoiavano tra le lenzuola, si arenavano in banalità e si stiracchiavano pigri tra i fumi d’oppio e gli effluvi d’assenzio. In fin dei conti è soprattutto la capacità di saper raccontare le storie che le rende straordinarie e immortali, insieme agli inquieti protagonisti.
Questo per dire che, probabilmente, ogni giorno, in ogni casa, in ogni letto e in ogni epoca storica - compresa la nostra, fatta anche di una virtualità sfuggente ma quanto mai concreta - si avvicendano intrecci amorosi tanto sofferti quanto sublimi destinati a restare privi di testimoni, perché svaniscono senza lasciare impronte nella biblioteca esistenziale dell’universo.
Del resto meglio così, o saremmo sommersi da romanzi tutti speciali, eppure alla fine tutti uguali e per ogni tipo d’amore dovremmo inventare un titolo diverso, proprio come per i libri.
Meglio risparmiare la fantasia per vivere l’amore, anziché scriverlo. Perché, per quanto raccontato in mille versioni, l’amore è multiforme, imprevedibile, cangevole, indefinibile e resterà sempre un mistero. Un mistero necessario.
In poche parole, l’amore è e sarà sempre un delizioso, subdolo mentitore. 

venerdì 14 settembre 2012

Un mondo di parole




Penso che chi scrive essenzialmente per passione, come me, lo faccia innanzitutto per rispondere a un bisogno viscerale, prima che mentale. Quello di creare un mondo su misura in cui poter vivere e non solo sopravvivere.
Un mondo che quasi mai corrisponde a quello che ci hanno offerto con la nascita, con la scuola, con le amicizie, con l’amore, con la religione. No, tutto questo non ci basta, evidentemente! Attraverso le parole architettiamo un mondo nuovo che si nutre e si abbevera di sentimenti esterni, certo, perché lo strumento principe dello scrittore sono i sensi che si fanno pensiero. Ma poi, varcata la soglia di questo microcosmo alternativo, impalpabile ed esclusivo, i sentimenti si rimescolano secondo una logica nuova, che parla il linguaggio dell’anima, con una grammatica che si forma mano a mano che viene pensata.
Ecco, scrivere permette di inventare questo mondo in cui si può creare liberamente seguendo la propria natura a dispetto delle imposizioni, dei confini, delle regole, degli stop, dei sensi vietati e dei semafori rossi, creandosi e ricreandosi all’infinito, finché l’ossigeno basterà al respiro. E quando le parole saranno finite, se mai finiranno, se ne inventeranno di nuove, così come si alimenta il vigore del fuoco soffiando sull'esile fiammella. 

Poesia, l'anima del sesso




E' l’aprile del 1940 quando un eccentrico collezionista di libri offre allo scrittore americano Henry Miller cento dollari al mese per scrivere racconti erotici – o meglio, pornografici - esclusivamente per il suo privato piacere.
In quel periodo, Miller è già abbastanza noto sia per il suo talento di romanziere dalle tinte piccanti, sia per essere spesso a corto di denaro. Perciò è senz’altro l’autore perfetto per quel tipo di lavoro. Tuttavia, per un uomo dalla personalità tanto esuberante e libera, scrivere su ordinazione a un dollaro a pagina è una sorta di punizione dantesca, un dovere castrante che, costringendo l’autore a vendersi a un anonimo voyeur, rischia di spegnere ogni suo spontaneo piacere creativo.
Attorno alla figura di questo collezionista aleggia, oltretutto, una nebulosa ambiguità che disorienta lo scrittore. I racconti erotici richiesti, infatti, non sono voluti direttamente da lui ma da un misterioso mandante. Si tratta un vecchio e ricco patrono che resterà sempre sconosciuto a Miller e alla cerchia di amici che parteciperanno con lui a questa scrittura su commissione.
All’inizio, Miller comincia a scrivere allegramente, con ironia, prendendosi gioco di quel maniaco masturbatore che, evidentemente, non sa trovare eccitazione dalle proprie fantasie. Presto, però, cominciando a sentirsi creativamente inaridito, frustrato e soprattutto trovandosi sempre più a corto di soldi, invita la sua amante e complice letteraria Anaïs Nin a collaborare a questa morbosa missione. Lei, penna altrettanto sensuale e smaliziata, si lascia coinvolgere, intrecciando la calda seduzione femminile al piglio virile di Miller e da questo lavoro, emotivamente conflittuale, nasceranno “Il delta di Venere” e “Uccellini”.
Tutte le mattine dopo colazione, per un lungo periodo, Anaïs si siede davanti alla macchina da scrivere per produrre la sua dose di cruda pornografia. “Perché questo è quello che vuole quell’arido masturbatore: solo sesso, niente poesia”.
Ad Anaïs - così viscerale, così uterina, specchio femminile della sensualità filosofica di Miller - pare inconcepibile l’esistenza di qualcuno capace di eccitarsi con descrizioni anatomiche che trasformano i piaceri dei sensi in una sterile operazione chirurgica. E’ convinta che quel vecchio erotomane non conoscerà mai l’essenza del piacere, quella che sgorga dall’orchestrazione di tutti i sensi, di tutte le note euforiche, travolgenti, passionali, dirompenti. Perché l’anima del sesso, per Anaïs, è la poesia, l’unico vero afrodisiaco della mente e del corpo.
Tuttavia, la necessità di denaro spinge Anaïs Nin e Henry Miller a scrivere centinaia di pagine per il collezionista, o chi per lui, coinvolgendo altri amici poeti e scrittori altrettanto poveri e creativi. Condannati come sono a fare pornografia, partoriscono manoscritti traboccanti di gioie morbose e perverse che, mentre appagano l’insana libidine del vecchio sempre più avido di parole, nauseano gli autori privati della propria lirica poetica. Tra loro, gli omosessuali si mettono a scrivere come donne, i timidi si lanciano in torbide orge, i frigidi si scatenano in orgiastici amplessi e i più poetici si macchiano delle bestialità più grette e degradanti.
Un giorno, frustrati da tutto questo, Anaïs, Henry e gli amici scrittori coinvolti in tale naufragio letterario, giocano a immaginare quel vecchio erotomane, maledicendolo per aver mortificato la letteratura erotica, la sensualità, la poesia, l’amore, e per aver trasformato tutti loro in prostitute di parole, in dissoluti mercenari della pornografia. Così, non potendo dichiarare direttamente il suo feroce odio a un uomo che insiste a restare anonimo, Anaïs decide di indirizzargli una lettera, in cui confessa brutalmente i sentimenti che lei e i suoi compagni di scrittura nutrono per lui.
“Caro collezionista, noi la odiamo. Il sesso perde ogni potere quando diventa esplicito, meccanico, ripetuto, quando diventa ossessione. Diventa una noia … Lei non sa cosa si perde con il suo esame al microscopio dell’attività sessuale, con l’esclusione degli aspetti che sono il carburante che le infiamma. Componenti intellettuali, fantasiose, romantiche, emotive. Questo è quello che conferisce al sesso la sua struttura sorprendente, le sue trasformazioni sottili, i suoi elementi afrodisiaci. Lei sta rimpicciolendo il mondo delle sue sensazioni, lo sta facendo appassire, morir di fame, ne sta prosciugando il sangue. … Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio e di vino. … Quanto perde con questo periscopio sulla punta del pisello, quando potrebbe godersi un harem di meraviglie tutte diverse e mai ripetute! …
Siamo rimasti seduti per ore a chiederci che aspetto lei abbia. Se ha reso i sensi indifferenti alla seta, alla luce, al colore, all’odore, al carattere, al temperamento, a questo punto dev’essere completamente avvizzito. Ci sono tanti sensi minori che buttano come affluenti nel fiume del sesso. Solo il battito unito del sesso e del cuore può creare l’estasi.”
In questa lettera, scritta con l’inimitabile impeto uterino di Anaïs, si spiega mirabilmente quel sottile velo che distingue e separa la pornografia dall’erotismo. Velo che ancora oggi per alcuni è un’inutile minuzia da spazzar via per affrettare l’esplosione di effimeri godimenti, mentre per altri (che per fortuna esistono) è un confine sacro e invalicabile, necessario per prolungare il vero piacere e raggiungere l’amplesso congiunto di mente e corpo.
Perché, come scrive Anaïs, il piacere che due amanti possono scambiarsi e donarsi è come una febbre che fonde due Esseri in uno, “una gioia troppo grande, una gioia che è come una piccola morte accecante che nessuna droga può provocare, che niente può provocare se non due corpi innamorati che si amano in ogni atomo, fin nel profondo del loro essere, con ogni cellula e nervo e pensiero.”
Solo così, infatti, attraverso il battito unito del sesso e del cuore, si può toccare l’estasi.

giovedì 13 settembre 2012

Storia di una passione



A volte la vita di grandi scrittori è un romanzo ancora più straordinario delle avventure da loro raccontate. Quando, poi, le vite di due personaggi per qualche misteriosa ragione s’intrecciano può nascere un capolavoro in cui la storia vera supera quella artistica.
E’ proprio ciò che è successo ad Anaïs Nin e Henry Miller, tra gli anni ’30 e ‘40. I due scrittori hanno condiviso per anni una profonda passione per la letteratura ma hanno anche vissuto un’intensa e turbolenta attrazione l’una per l’altro, fatta di una reciproca contaminazione mentale ed erotica, che li ha resi immortali non solo come autori ma anche come persone affamate di vita.
Per oltre venti anni, i due si sono scambiati un’infinità di lettere, in cui hanno mescolato carnalità e spiritualità, confidandosi desideri e sogni non solo d’amore ma anche letterari e filosofici. Nonostante i molti ostacoli che hanno impedito un rapporto stabile – il matrimonio di lei e le difficoltà economiche di lui - l’unione tra i due restò sempre salda, proprio perché quello che li legava non era semplicemente un amore travolgente ma anche un innamoramento sincero per la parola e la necessità condivisa di autocrearsi continuamente attraverso la scrittura.
A volte mi chiedo come sarebbe maturata la loro storia d’amore se, anziché una macchina da scrivere e la posta, i due scrittori avessero avuto computer e cellulare. Niente più impazienti attese per leggere una lettera carica di desiderio ma solo il tempo di un click per toccarsi e respirarsi, nonostante la distanza. Mi piace pensare che la comunicazione telematica non solo avrebbe amplificato il desiderio sessuale ma anche stimolato la creatività mentale.
Con un pizzico d’immaginazione eccoci qui: non più nel 1939 bensì nel 2012.

Erosville, 13 Settembre 2012
Caro Henry,
non immagini quanto io dipenda dalle tue parole. Corro qui al monitor ogni minuto a controllare se c’è una tua e-mail e a bere il fiume dei tuoi pensieri che colorano il mio umore. Sono giorni asfissianti questi, lo sono sempre stati per me. Le feste, le cerimonie, i rituali obbligati, mi fanno sentire come una comparsa inadeguata costretta a recitare nel film sbagliato. E poi il freddo, questo cielo severo che promette non solo neve ma un peso ancor più grave che spegne il mio sorriso. La mia natura tropicale soffre, soffoca nel torpore dell’inverno. Sono solo un’ombra ma dov’è il sole? Per questo ho fame di leggerti adesso, per riempirmi di te, e ho un disperato bisogno di scrivere, per svuotarmi di me. Tu mi dici sempre che ho un senso dell’umorismo non frequente per una donna, l’ironia pare non essere tra le virtù femminili (perché l’ironia è una virtù, vero?). Eppure conosci bene anche il mio senso tragico della vita, quello sprofondare dentro me stessa, in cui mi impantano come in una sabbia mobile di tristezza e di nostalgia. In quei momenti sono irrecuperabile, solo tu sei in grado di tirarmi fuori da quel marasma denso, torbido e insopportabile. Afferro la tua mano paziente, ascolto le tue parole sagge e riaffioro, piano piano, fino a respirare a pieni polmoni e sentire di nuovo l’aria leccarmi il viso. Ecco perché ho bisogno di leggerti adesso, ecco perché ti scrivo senza freni, libera da ogni apparente logica. E’ come se sentissi la tua mente osservarmi. Ieri hai detto una cosa importante: con me è come se tu ti sdoppiassi, come se allo sperdimento della tua mente, nei nostri giochi di fantasia, si accompagnasse sempre un’altra tua mente che dall’alto osserva e vigila, partecipa ma mantiene anche le redini. Tu godi due volte delle nostre sensazioni, con la confortante certezza di riuscire a recuperare sempre l’equilibrio. Io non sono come te in questo. Quando mi perdo lo faccio completamente, come un animaletto, è come se entrassi in trance e obbedissi solo agli istinti. Per questo ho bisogno che tu sia pronto, sempre, ad afferrarmi e a riportarmi alla lucida realtà. Ma è così bello perderci insieme, Henry, spirito e carne fusi in un groviglio. Perdere l’orientamento e il senso del tempo, parlando di libri e di viaggi, di teorie e filosofie, vere o inventate, di storia e fantascienza, del mondo infinitamente piccolo eppure così immenso, di Dio e degli angeli, della passione e del desiderio più selvaggio. Mi ubriaca, a volte, seguire le circonvoluzioni della tua mente, i tuoi pensieri sono come una tempesta che squarcia continuamente nuovi orizzonti e io mi sento come un cavallo con uno stupido paraocchi, confronto a te. E quanto tempo hai dedicato a viaggiare dentro di me, nel mio passato, in quella infanzia ancora piena di interrogativi, esplorandomi negli angoli più sconosciuti della mia anima. Hai cercato di capirmi, hai imparato a conoscere quella bambina impulsiva, agitata da chissà quali meccanismi mascherati da un’esasperata esuberanza fisica. Davvero, non so come tu abbia fatto a intuire che dietro quella me stessa che presentavo sfrontatamente al mondo (quella donna “pericolosa” ti ricordi? ti avevo messo in guardia!) ci fosse, in realtà, un’anima fragile piena di dubbi e di insicurezze. Ormai indovini addirittura i miei pensieri, così come a me capita spesso di anticipare i tuoi, anche se tu riesci sempre a sorprendermi. E cosa può desiderare di più una bambina se non essere continuamente sorpresa? E nello stesso tempo sentirsi sicura, protetta, sentire di potersi fidare e affidare completamente a chi le promette cura e amore? Non mi riferisco solo alle emozioni e al sentimento che ci lega ma anche alla meravigliosa avventura letteraria che stiamo vivendo insieme. E’ una compenetrazione che mi stordisce. Io vivo i tuoi libri come se fossero miei, anzi di più, perché quello che scrivi tu cresce dentro di me, mi feconda e mi stimola. E’ un’invasione che si rinnova continuamente e che poi rimbalza fuori seminando altri pensieri, altre parole, altri discorsi e altri libri ancora. Anche quando sottolinei i miei errori, quando mi correggi e cerchi di trovare un’alternativa alle mie scelte, sai che mi sconvolgi e che tremo, eppure so che lo fai per amore e ti ascolto. Rido adesso, pensando a tutte le volte che hai criticato i miei scritti. Ti ricordi? Mi sentivo così mortificata ogni volta, mi uccidevi così come mi facevi volare con un tuo semplice “brava!”, e so che ancora tante volte mi ucciderai e mi rifarai volare. Hai ragione, non adularmi, sii severo con me. Quando scrivo io non devo pensare troppo, altrimenti mi arrotolo nelle parole e inciampo. Devo piuttosto lasciarmi scorrere, come sto facendo adesso, come in uno stato d’estasi. Se solo riuscissi a non ficcare qua e là aggettivi, virgole e punti, tutti fronzoli inutili, potresti vedere direttamente il mio pensiero, la mia anima di fronte a te, lì sul monitor. Ho tanto da imparare e tu hai tanto ancora da insegnarmi! Ma c’è tempo, tutto il tempo per assaporare il piacere di quella “lentezza” ingorda che io non conoscevo ma che tu, pazientemente, mi stai allenando a praticare, insegnandomi a gustare ogni attimo con tutti i sensi, senza soffocarlo nell’impazienza di consumarlo. Vorrei averti conosciuto da sempre per diventare donna insieme a te. ... Ecco, finalmente è arrivato qualcosa di tuo, ora, una tua e-mail, Henry! Magari è il progetto per un prossimo romanzo e tu sai quanto esulto di fronte alle tue proposte sempre vulcaniche. Magari è invece uno dei tuoi sfoghi, perché anche tu come me a volte ti senti in trappola, diventi poetico e fragile, e hai bisogno di svuotarti per resuscitare. O forse, semplicemente, sono due righe, due righe di fuoco per confessarmi la voglia sfacciata che hai di me, due righe oscene, che scotteranno come le tue dita sulla mia pelle.
T’invio questa mia e-mail prima di bere le tue parole, così saremo in completa simbiosi nella lettura. Un altro scambio contemporaneo di pensieri in attesa di trovarci ancora qui, questa notte, allacciati dai sospiri segreti del nostro infinito spazio virtuale ...
Anaïs

Mia Anaïs,
Oggi ho provato ad immaginare la mia vita senza te. E’ così che si può morire anche per gioco.
Io non posso forse risolvere il tuo dubbio ma di certo cancello il tuo rammarico, perché io, Henry, io ci sono! Hai lanciato nell’etere parole preziose, come un messaggio imbavagliato dentro una bottiglia affidata al mare in tempesta, nella speranza che trovasse il modo di far sentire la sua voce. Le tue parole non andranno perdute, perché io sono qui a raccoglierle e a farle parlare anche attraverso me. Ho appena ricevuto la tua e-mail e non posso aspettare a risponderti. Io non l’ho letta, l'ho  leccata, assaporata e divorata come un cibo per l'anima. L'ho goduta  come cento orgasmi di cento amplessi proibiti.
Ogni volta che ti leggo mi ritrovo dentro una storia bellissima, più reale di un  sogno, più eccitante di un film erotico, più poetica di una poesia, più infinita di ogni storia infinita. Chi sei tu? Mi chiedo. Chi sei tu che parli di me come scrittore quando tu sai esprimere queste confessanti parole che mai io saprei scrivere, mai saprei dire? Parlo a te, Anaïs, o qual altra realtà tu sia: continua a far vivere questo sogno a me e a tutti coloro che  ti leggeranno. Anche tu fai parte di questa eternità, giovane e meravigliosa autrice, perché sei tu che con le tue parole diventerai immortale. Una volta, parlandomi dei tuoi diari, hai detto “Che bello scherzo sarebbe se un giorno il mondo leggesse queste pagine che ho riempito di ciò che pensavo fosse privo di interesse per gli altri!” Stanne certa, così sarà! L’entusiasmo con cui ti precipiti nelle cose è contagioso e sempre, anche quando non hai sufficiente cognizione, riesci a trasmettere esattamente ciò che senti. Più ci si addentra nel tuo linguaggio, più questo diventa vitale. La tua impronta è unica, intima, è il linguaggio dei nervi, dei pensieri larvali, dei processi onirici, inconsci, perversi, è … “un percorso marezzato e venato di verderame”, come ha detto Téophile Gautier a proposito dello stile decadentistico. Il tuo linguaggio è talmente vero, talmente nudo che solo chi è stato vaccinato da un eccesso di vivere può permettersi il piacere di leggerlo senza restarne travolto. A volte mi sento presuntuoso, perché quando ti correggo violento non solo il tuo modo di scrivere ma anche il tuo pensiero. Il fatto è, mia cara, che io penso troppo, soffro di una “superfluità” che spesso mi fa sentire letteralmente sottosopra, perché troppo poco filtra del getto continuo dei miei pensieri attraverso le maglie della mia corazza. Tu hai definito il mio stile “eiaculatorio”, io non avrei saputo battezzarlo meglio. Il tuo è “uterino”. Dimmi, non siamo forse fatti l’uno per l’altra? Ti conosco così a fondo, Anaïs, che a volte mi sembra di poter prendere il tuo pensiero tra le mie mani e plasmarlo per immortalarlo sulle pagine mischiato di me. E’ come far l’amore con la tua mente. Noi trasformiamo in letteratura le nostre pene, i nostri godimenti, il nostro senso tragico della vita, la nostra fame di vivere, … noi stessi. Non lasciarti scoraggiare dalla mia testardaggine, dalla mia tenacia, dal mio spronarti all’estremo limite. Se lo faccio è solo perché so che tu puoi raggiungere vette a te impensabili ora. I tuoi aggettivi … non ti critico, tu hai bisogno di aggettivi, perché tu non racconti semplicemente cronache e avventure, tu scandagli gli attimi infiniti delle emozioni e delle sensazioni, fino a toccare l’anima e renderla comprensibile a chi ti legge. Hai bisogno di esprimere le sfumature delle passioni, le pieghe più nascoste dei brividi. Perciò, Anaïs, nutrimi con le tue parole zuccherose, perché sono tutto ciò che ti rende presente nonostante la tua assenza. Lo so, è un delitto la distanza fisica che ci separa ma noi siamo comunque insieme e nemmeno il tempo ha il potere di farci sentire lontani, perché è come se tu fossi con me da sempre, da quando eri bambina e con me sei cresciuta e sei diventata donna. Insieme abbiamo fatto dei progressi intellettuali incredibili, io forse ti ho insegnato a guardare il mondo da una prospettiva più dilatata, più complessa. Ma tu, Anaïs, mi hai preso per mano e mi hai fatto penetrare il tuo punto di vista, quello femminino, e così mi hai completato. Persino la notte circoli dentro la mia testa, e … non solo lì. Anche questa notte ti ho sognata, sai? Eri sfacciatamente bella e maledettamente crudele, distesa accanto a me ... mi torturavi di desiderio con la tua voce roca, che scivolava fuori da quelle labbra indecenti, fatte solo per procurare piacere, il tuo profumo di sesso mi dava alla testa, persino i tuoi capelli impregnavano il cuscino dei tuoi umori … ti sfioravo appena e mi pareva di sentire scorrere sotto le mie dita il tuo sangue più denso, il tuo corpo pronto a inondarmi di sé … i tuoi occhi rivelavano un languido turgore che mi faceva impazzire di gelosia e di piacere insieme, sì … era una fitta acuta di piacere quella che sentivo, perché ti immaginavo presa da tutti gli uomini di cui ti sei resa voluttuosa schiava. Avrei voluto cancellare tutte le impronte di chi ha goduto di te, di Anaïs donna, bambina, complice meretrice e tenera amante … Avrei voluto tu fossi sempre stata solo mia per donarti l’insaziabile delizia dell’esperienza! E quando mi sono svegliato grondante di voglia di te, ho allungato il braccio per toccarti, divorarti, punirti e proteggerti, impossessarmi per sempre di te … ma tu non c’eri. Sai com’è finita, vero? La mia mano ha sostituito le tue labbra, in una tirannica necessità, restituendomi per un attimo la mia pace.
La salvezza definitiva dopo il mio risveglio è stato leggere la tua “delirante” e-mail, cara Anaïs. Non so perché ma,  quando vedo un tuo messaggio apparire sul monitor,  il cuore mi batte più veloce. "A livello cardiaco sono rimasto un ragazzino" mi son detto  e, beatamente alleggerito dal … fardello che in sogno tu mi avevi procurato, mi è venuta voglia di fare un gioco: ho fatto mentalmente un'ipotesi  statistica di me stesso. Ho pensato … se il mio cuore dimostra 20 anni, direi che il mio cervello merita una più attenta valutazione: l’emisfero sinistro, 50 anni; quello destro, 40; per un’età cerebrale media complessiva di 90 anni (la somma dei due = saggezza!). Cosa ne pensi Anaïs? Passando agli altri organi fondamentali direi che i polmoni si aggirerebbero attorno ai 55 anni, a parte quando tu mi costringi a correrti dietro per sculacciarti! Tatto, sensualità, vista, udito direi che variano dai 15 ai 74 anni, a seconda delle tue fantasie, dei tuoi capricci e delle tue provocazioni! E poi? … Béh, il mio pene: con te si aggira attorno ai 40 anni, o quanti tu ne vuoi (di anni, ovviamente!), senza di te invece è assolutamente non rilevabile. Il fondoschiena? Direi che non è significativo, a meno che tu …. Infine i piedi, che valuto indifferenti se non sono in contatto con i tuoi. … In conclusione, la mia età complessiva è assolutamente mutevole, a seconda dei tuoi desideri! Io sono tutti gli uomini che vuoi Anaïs, così come in te c’è tutto quello che io desidero in una donna. Tu sei una nave che salpa per il mare aperto, con tutte le vele piegate al vento, tu sei il vento e sei la luce abbagliante del sole. Io sono saltato a bordo, all’ultimo minuto mi sono salvato, ho sentito scorrere linfa nuova dentro di me e ora, ora non sono più solo, né tu lo sarai mai. Sei grande, e io non sono che un riflesso, una luce che tu hai acceso.
Anaïs, tu sei vera, il nostro amore è vero, e io non farò altro che pensarti, in attesa di godere nuovamente delle tue parole e di riaverti tra le mie braccia, il più presto possibile ...
Henry

Torno in me. Chissà … Se settanta anni fa fosse esistita la comunicazione telematica, la passione tra i due amanti sarebbe bruciata con la stessa ardente velocità con cui si era accesa e non sarebbe mai diventata un’opera d’arte. Probabilmente le lunghe attese e i sospirati desideri sono serviti a dar loro la possibilità di cogliere l’affinità mentale, la vera anima del loro legame. Oppure, la comunicazione virtuale avrebbe alimentato la fiamma del loro amore senza limiti e quest’avventura intellettuale ed erotica sarebbe sopravvissuta fino alla fine delle loro lunghe vite.
E’ un dubbio che avrò sempre, insieme al rammarico che non esista, oggi, un Henry Miller pronto a rispondere con prepotente passione a questa mia delirante e-mail!
O forse c’è?