mercoledì 17 ottobre 2012
Il mantello
E quando anche il tempo meteorologico sembra infierire sul clima emotivo già cupo, non resta che avvolgersi dentro il caldo mantello dei ricordi più teneri e delle speranze più improbabili.
Così, si diventa magicamente inviolabili. E beatamente invisibili agli occhi degli altri, si sprofonda silenziosamente nell’ombra di se stessi.
martedì 16 ottobre 2012
Orfana
Quando si è piccoli si gioca anche a morire.
O a fare morire.
“Se muoiono i
miei genitori
– si chiede la bambina – come potrò
sopravvivere, chi mi adotterà?”
“Nessuno – risponde la donna che c’è
in lei – siamo tutti orfani, non vedi?”
“Vuoi dire che
siamo tutti bambini?” Insiste la piccola guardandosi un po' in giro.
“No. Vuol dire
che siamo tutti soli. Dai, dammi la mano, così ci consoliamo.”
Il valore delle parole
E’ vero, le parole sono gratis ma hanno sempre un
valore per chi scrive. Non sempre per chi le riceve.
Un valore che nasce dal costo emotivo di queste
manciate di lettere nere messe in fila su un candido scenario al ritmo di un
confuso batticuore.
Le parole si offrono, si prendono, si copiano, si
scambiano, si prestano, si regalano, si dedicano o si estorcono. E quando son
sputate fuori dalla febbre di un sentimento che tracima, finiscono per prostituirsi
e appartenere a tutti, intiepidendosi e svuotandosi di quel calore verginale da
cui son nate.
Ma quando leggete, o voi che state lì fuori, badate
bene che talvolta il costo emotivo di quelle lettere sfuse che rimbalzano senza
un apparente scopo e bussano a un freddo schermo senza volto, può essere
altissimo, doloroso, sofferto e persino sanguinoso.
Non tutti quelli che scrivono cercano l’originalità,
non tutti inseguono l’anonimo applauso corale attraverso la battuta, l’enfasi o
la rima. Magari, scrivono solo per svuotarsi, per via quel maledetto scroscio
d’energia emotiva che fa la differenza e che altri manifesterebbero nella
pittura, nella musica, nello sport, nel sesso, nel lavoro, nell'alcol, nella droga, nell’ozio o nell’oblio.
Ci sarà sempre qualcuno, in mezzo al mucchio di
scribacchini ebbri di emozioni, che scrive solo per sognare o per dimenticare, con
la speranza di un illusorio sfogo, di un respiro, di una carezza, di un sorso
di consolazione, perché un'antica lacrima venga finalmente asciugata all’ombra di un
tenero sorriso.
Il tempo di una frase, di una pagina, di un racconto
o, se si è un po’ bravi e poco pigri, di un romanzo, quanto basta per sciogliere il bavaglio del cuore con
rivoli di libere parole. Parole gratis, sì, ma proprio per questo, forse, con un immenso valore.
Fine.
lunedì 15 ottobre 2012
Incomunicabilità
Non c'è peggior sordo di un cieco.
Eppure,
amerò sempre quegli occhi
che non hanno voluto ascoltare.
Eppure,
amerò sempre quegli occhi
che non hanno voluto ascoltare.
I saggi assaggi di Montaigne
Se
Montaigne, geniale filosofo e appassionato scrittore francese del Cinquecento,
fosse in vita oggi, sarebbe sicuramente un perfetto “supertaster”.
Apparterrebbe,
cioè, a quel venticinque percento di popolazione in grado di percepire odori,
aromi e sapori più intensamente della media, distinguendoli in sfumature
inafferrabili ai più. Di conseguenza, sarebbe conteso, ammirato e forse anche
temuto da chi produce, commercia e consuma olio, vino e prelibatezze affini,
come gli analisti sensoriali possono ben immaginare.
Non
intendo limitare la grandezza di Montaigne a questa virtù istintuale, perché il
suo fermento intellettuale spazia ovunque e lambisce sia la concretezza fisica
e scientifica, sia la profondità filosofica e psicologica. Tuttavia, vorrei
soffermarmi su questo razionalismo sensualista, perché è quello che guida il
filosofo durante tutta la sua esistenza, un’esistenza sempre golosa e mai sazia
di avventure e conoscenza.
Montaigne
ama la vita, in tutti i sensi e con tutti i sensi. Mangia spesso con
ingordigia, si morde la lingua dal piacere, adora il buon vino, odia essere
interrotto mentre è in bagno, riconosce il profumo di violette nella sua urina,
apprezza l’odore neutro della sua pelle e spera che la morte lo sorprenda
mentre sarà intento a piantare degli odorosi cavoli nel suo orto. Nelle sue
eccentricità, una cosa è per lui certa: la conoscenza di sé, che passa
innanzitutto attraverso i sensi, accresce la consapevolezza dell’altro e
l’apprezzamento del diverso da sé.
Durante
i suoi continui viaggi, Montaigne annota e spesso detta al suo fedele
servitore, ogni minimo dettaglio circa le esperienze vissute a contatto con le
persone, gli animali e i cibi. Tutto è importante per lui e aristotelicamente
sostiene che nulla è inutile in natura. Lo ribadisce spesso nei “Saggi”, dove emerge con evidenza quanto
amasse mangiare, bere, annusare e assaggiare, non con l’arida dissolutezza
dell’ingordo ma con la fine sensibilità di colui che vuole imparare. E
nonostante i seri problemi renali, probabilmente ereditati dal padre, che gli
procurano spesso feroci sofferenze, Montaigne non rinuncia mai ai piaceri della
vita, compresi appunto quelli della tavola.
Non
a caso, il filosofo inventa l’espressione “science
de gueule”, scienza della gola, proprio negli anni in cui la cucina
francese sboccia verso un rigoglioso e promettente fiorire. In quest’epoca,
infatti, la ricerca della perfezione nell’arte culinaria è d’obbligo, tanto che
Montaigne racconta di un famoso chef, Vatel, che alla vigilia di un banchetto
reale si suicida, essendosi accorto di aver clamorosamente terminato il pesce
ordinatogli dal suo sovrano.
E’
in questo contesto storico pregno di sperimentazioni gastronomiche, che
Montaigne arricchisce il proprio bagaglio culturale aprendosi a esotici e
speziati orizzonti, grazie al senso del gusto ma anche al senso dell’olfatto.
Dedica un intero saggio a questo senso primordiale eppur prezioso, intitolato “Degli odori”, in cui precisa: “mi piace molto sentire i buoni odori e odio
straordinariamente i cattivi, che sento da lontano più di ogni altro.” E’
lui stesso a definire il suo naso “straordinario”
per la sua non comune sensibilità, una sensibilità che non distingue tra anima
e corpo perché, come Montaigne afferma, la persona umana è un’unità in cui
convivono armoniosamente i piaceri sensuali e quelli spirituali. Affidarsi al
proprio naso è, dunque, per Montaigne il modo più preciso per cercare di
afferrare l’essenza di una persona, così come la qualità di un cibo o di una bevanda.
L’odore rivela molto più di quel che l’occhio può vedere, in ogni situazione.
Così, Montaigne si diverte a descrivere con minuzia la dolcezza dell’alito dei
bambini sani; racconta come l’odore dei guanti gli resti addosso per tutto il
giorno; critica ripetutamente la bellezza di città come Venezia e Parigi per
via dell’odore paludoso dell’aria; mentre esalta le strade austriache per i
fumi aromatici emanati dalle stufe delle case.
Ma
la sensibilità olfattiva e gustativa di Montaigne spicca soprattutto nel suo “Viaggio in Italia”, un saggio che viene
tuttora considerato un vera e propria guida ai vini dell’epoca. Il filosofo
fiuta, assaggia, beve ed espettora con acuta attenzione i vini che gli vengono
offerti durante gli spostamenti in Europa, annotando con minuzia ogni
sensazione e senza risparmiare severe critiche. A Plombières il vino non è per
niente buono, così come non lo è il pane; a Schongau ci si deve accontentare di
vino novello da consumarsi appena imbottigliato; ad Augusta, i vini buoni sono
per lo più bianchi, come a Vipiteno, perché i rossi deludono; in Germania i
vini vengono aromatizzati con varie erbe o spezie, tra cui la salvia, di cui i
germanici son ghiotti; a Basilea sono tutti troppo delicati, per non dire
blandamente annacquati. Ma è in Italia, e specialmente a Lucca, che Montaigne
assaggia un “vino bonissimo”,
regalatogli da un ministro dei frati francescani con dell’ottimo marzapane che,
insieme, allietano una delle sue tante soste ai bagni termali. Anche quando è
costretto a curare i dolori renali, infatti, Montaigne non rinuncia alle cose
buone, consolandosi così dei propri acciacchi e sperimentando su di sé
possibili cure alternative, certamente più piacevoli di clisteri e salassi.
Qualche
storico sostiene che il rapporto viscerale tra il filosofo e il vino dipenda
dal fatto che quest’ultimo entra nel sangue, scaldando i pensieri e sciogliendo
la scrittura. A me, invece, piace pensare che l’amore di Montaigne per il vino
nasca prima, cioè dalla terra e dalle vigne, che lui stesso quando può cura con
passione. Il filosofo è, infatti, anche un esperto e ricco vigneron e dalla finestra del suo studio ama osservare il gelo
pizzicare le viti intirizzite, la potatura e la legatura dei tralicci
d’inverno, il sole estivo che riscalda i grappoli e l’allegria della vendemmia
settembrina. “Quando gelano le vigne del
mio villaggio, il mio prete argomenta che è l’ira di Dio sulla razza umana”,
scrive. Ecco, forse solo dopo questo profondo significato simbolicamente legato
alla vita e alla giovinezza arriva per Montaigne il piacere più strettamente
legato al gusto, così pregnante nei suoi scritti.
Alcuni
sostengono che il titolo stesso dei suoi manoscritti “Essais” non vada tradotto come “Saggi”
bensì come “Assaggi”. E’ possibile,
visto che l’origine arcaica del termine “assai” è presumibilmente legata al
cibo e al vino. Letto in questa chiave, l’intero manoscritto di Montaigne (il
cui titolo originale era “Essais de
Messire Michel de Montaigne”) sarebbe coerente con la premessa che il
filosofo dedica al lettore, in cui presenta i suoi racconti come un mezzo per alimentare il proprio ricordo
presso amici e parenti. Il titolo potrebbe dunque essere tradotto come “Assaggi di Michel de Montaigne”.
Tuttavia
Montaigne estende le sue riflessioni sensoriali oltre al vino e al cibo e
arriva a toccare il corpo umano. Ed è qui che va ricondotta la sua saggezza.
Attraverso le impressioni olfattive, Montaigne arriva a leggere dentro le
persone, intuendo temperamento, abitudini e umori. Per esempio, disapprova
l’abuso di profumi artificiali, perché mascherano la verità e sono sintomo di
mancanza di pulizia, quindi chi profuma troppo, in realtà, puzza. I suoi folti
baffi, oltretutto, non lo tradiscono mai e gli sono complici nell’imprimere
sensazioni gustative e olfattive essenziali, soprattutto in amore. Scrive,
infatti, che “gli appassionati baci della
gioventù, saporosi, ghiotti e appiccicaticci, un tempo vi s’incollavano e vi
restavano per molte ore.” Inoltre, Montaigne sottolinea come “il più squisito profumo di donna è non
avere alcun odore, così come il miglior odore delle sue azioni è che esse siano
impercettibili e tacite.” Se da un punto di vista ideale, la donna
dev’essere inodore, Montaigne apprezza certi aromi delicati, come quelli che
usavano le ragazze di Scizia. Esse, infatti, “dopo essersi lavate, spargevano e ricoprivano tutto il corpo con una
certa droga odorosa che nasce nel loro paese; e al momento di avvicinare gli
uomini, la toglievano per essere lisce e profumate.”
Con
l’età, forse, il sapore tumido dei baci e le sensuali fragranze femminili
cambiano per Montaigne ma altri effluvi verranno da lui assorbiti e studiati
con altrettanta meticolosa passione. Per esempio, egli nota come l’utilizzo
dell’incenso durante i riti religiosi sia fondamentale per purificare i sensi e
indurre alla contemplazione. Allo stesso modo, rimpiange di non possedere
l’arte di aromatizzare i cibi di cui certi cuochi son mirabilmente dotati.
Insomma,
“annusare il più possibile” sempre e
ovunque, per esplorare tutto ciò che appartiene alla vita: questa sembra essere
la missione umanista sottesa alla saggezza di Montaigne, il quale fa del
proprio naso e del proprio palato un unico prezioso strumento di conoscenza e
di profondo godimento.
Il
filosofo assaggerà la vita fino all’ultimo respiro quando, ironia della sorte,
un ascesso alla lingua gli impedirà di parlare per tre sofferti giorni. “Non mi fa piacere essere malato ma se lo
sono, voglio saperlo, voglio sentirlo” scrive, mentre, disteso nel letto
della sua casa, gli amici più cari gli rendono le ultime commosse visite. Si
dice che abbia affrontato la morte con una serenità naturale, non piantando
cavoli come avrebbe desiderato, ma scrivendo in conclusione dei “Saggi” che era semplicemente giunto il
momento di raccogliere le sue cose e far fagotto.
E’ il 13 settembre del 1592, il giorno in cui Montaigne deve aver
annusato l’unico profumo a lui ancora sconosciuto, quello della morte, che come
un ultimo bacio s’è posato morbidamente sui suoi baffi stanchi, senza concedergli
il tempo di ricambiare, né di poterlo raccontare.
domenica 14 ottobre 2012
Solo due parole
“Ti amo” è la frase
più abusata al mondo, spesso scambiata tra persone che appena si conoscono. E’
un passe-partout che fluidifica il bisogno di contatto affettivo o pseudo affettivo quotidiano
anche a distanza, ponte verbale di una realtà che diventa virtualità, e viceversa.
Ci sono ti amo
istintuali, pronunciati sotto l’effetto di un’emozione, di una febbrile vibrazione
la cui durata non sopravvive oltre lo spasmo d’un fugace orgasmo; ti amo gonfi come
palloni, talmente gonfi da non rivolgersi a nessuno in particolare ma a un
anonimo amante che forse, dopo tutto, altro non è che il nostro tronfio sé; ti
amo aggressivi lanciati come un sacco di spazzatura verso chi magari non ha la
stessa sfrontatezza di ricambiare questo dono verbale senza prima rifletterci
un po’ su; ti amo placebo che fanno tanto bene al narcisismo cieco di chi
ascolta ma tanto male a chi li pronuncia che resta inevitabilmente solo nel suo
sterile involucro affettivo; ti amo supplichevoli, petulanti richieste d’aiuto,
di prendersi cura di sè come si potrebbe fare con un figlio ma come non si deve
assolutamente fare con un amante; ti amo vuoti, talmente vuoti che rimbalzano
contro il proprio desiderio di provare un sentimento, un sentimento che nemmeno
si conosce, perché ci vuole l’altro per costruirlo davvero.
E in mezzo a
quest’ammucchiata affabulata, confusa e delirante, ci son ti amo focosi,
timidi, urlati, balbettati, graffianti, carezzevoli, incoraggianti, frustranti,
sinceri e beffardi … Da qualche recondito recesso dell’anima, tuttavia,
schizzano fuori senza possibilità d’incatenarli e una volta pronunciati ecco che,
come tante creature selvagge restituite alla libertà, esistono. Lettere incise
nella mente che scavano nel cuore, multiformi e cangevoli, pericolose e consolatorie.
E infine c’è un ti
amo consapevole, ponderato, condiviso e corrisposto. Talmente reale che può
essere appena sussurrato e persino taciuto.
Una cosa è certa: un
Ti amo così fiero e allo stesso tempo umile spazza via tutti gli altri,
precedenti e futuri, perché conquistarlo costa fatica e il suo valore non ha
prezzo. Un Ti amo così non può essere improvvisato, va coltivato perché racchiude
in sé l’accettazione dell’altro, non il bisogno che dell’altro si ha. E’ una
conquista che sa di libertà perché non aspira alla perfezione ma, al contrario,
abbraccia tutti i difetti della realtà. E il segreto per trasformare due
anonime parole in un autentico messaggio d’amore è innanzitutto riconoscere
d’essere in due, proprio come queste parole. Due creature diverse, incomplete e
imperfette e non una specchio dell’altra, due creature che tuttavia parlano lo
stesso linguaggio fatalmente incomprensibile agli altri. Un linguaggio tessuto
di promesse in grado di sciogliere dubbi, timori e incertezze, svuotato di
tutti quei fantasmi capaci di animare miraggi e di seminare reciproche,
insanabili amarezze.
venerdì 12 ottobre 2012
Il gioco dell'ostrica
Il
piacere sessuale è per l’anima ciò che la buona tavola è per lo stomaco.
Quest’associazione
gustativa è il leitmotiv sotteso al
pensiero e, soprattutto, allo stile di vita dei libertini del XVIII secolo che,
in fatto di piaceri, non si facevano mancare nulla. Sesso e cibo: tutto doveva
passare attraverso la bocca per soddisfare il corpo e lo spirito. Se possibile
prima uno e poi l’altro, altrimenti e ben volentieri, contemporaneamente.
Primo
tra tutti i famosi libertini dell’epoca è, naturalmente, Gian Giacomo Casanova.
Veneziano, figlio di artisti, cresciuto con un innato istinto all’amore fisico,
il giovane fa ben presto delle proprie esuberanti virtù un’arte. A tavola e a
letto.
“Coltivare i piaceri dei
sensi è stato in tutta la mia vita il mio primo impegno. Sentendomi nato per il
sesso diverso dal mio, l’ho sempre amato, e me ne sono fatto amare quanto ho
potuto. Ho anche amato con trasporto la buona tavola …” scrive Casanova nella prefazione del
celebre “Histoire de ma vie.”
Non
disdegna alcun cibo, il baldanzoso rubacuori, così come non esita ad
accompagnare i più squisiti piaceri del palato ai più viscerali amplessi
carnali. E le sue amanti sembrano essere puntualmente deliziate, nonché
appagate, da tale sposalizio dei sensi, profferto sempre con generosa
abbondanza.
Alcune
delle vicende più colorite, divenute leggendarie nella letteratura del
libertinaggio settecentesco, riguarda il rapporto di Casanova con un
particolare cibo, simbolicamente ineguagliabile nel linguaggio amoroso:
l’ostrica. Bisogna premettere che già nel secolo precedente l’allusivo mollusco
era considerato un potente afrodisiaco, in grado di surriscaldare l’ardore di
Venere e inturgidire il vigore di Priapo. Ma è soprattutto nel Settecento che
l’ostrica diventa il preludio gastronomico per eccellenza, il pretesto
esplicito per bere ottimo vino, champagne, liquori e ben altro. Non è raro che
durante gli orgiastici banchetti, gli invitati riescano a inghiottire anche
centinaia di ostriche a malapena masticate, incoraggiati dall’effervescenza del
vino profusamente offerto. E questo spesso non è che il ghiotto preambolo al
pranzo o alla cena veri e propri.
In
effetti, il mollusco pare rappresentare l’esatto opposto delle carni, sia nella
concretezza sia nel simbolismo. Carni che puntualmente abbondano con ostentata
opulenza sulle ricche tavole settecentesche. La leggerezza dell’ostrica
compensa la pesantezza dei manzi; la trasparenza risplende sull’opacità dei
maiali; l’effluvio d’oceano inonda i sentori di terra dei polli.
Leggerezza
e delicatezza conciliano, dunque, anche gli ardori di Casanova predisponendo i
sensi alla complicità più lasciva. Si narra, infatti, che l’audace libertino
amasse ordinare un piatto di ostriche prima di andare a dormire, indipendentemente
dai bagordi appena consumati. Lo fa ad Amsterdam, per esempio, per corroborarsi
dopo una faticosa corsa in slitta sull’Amstel ghiacciato; confessa di averne
mangiate trecento insieme a otto amici, una sera a Milano, ricordata non solo
per l’abbuffata di conchiglie ma anche per i fiumi di ottimo champagne; e lo fa
a Roma, in compagnia di due dame, Emilia e Armellina, gentilmente corrotte a
ogni genere di eccesso.
L’ostrica,
per Casanova, è come il bacio. La fusione del mollusco vivo con la bocca trasforma
il boccone in una sorta di ostia profana. Diventa persino deliziosamente
blasfema se si pensa, per esempio, alla relazione carnale che il giovane
intreccia nel 1754 con un’enigmatica religiosa sedotta con voluttuose ostriche
e poi posseduta, con suo compiaciuto consenso, in una petite maison veneziana. “Ci
divertimmo – scrive il Casanova – a
mangiare le ostriche scambiandole quando già le avevamo in bocca. Lei mi
presentava sulla sua lingua la sua nello stesso istante in cui io le imboccavo
la mia. Non esiste gioco più lascivo, più voluttuoso tra due innamorati. E’
anche comico e il comico non guasta poiché le risa son fatte soltanto per gli
esseri felici.” A incorniciare la scena già di per sé conturbante e ben
dipinta dalle parole dello stesso protagonista, va aggiunto un dettaglio ancor
più scabroso. L’erotismo ostreario tra i due è spiato da una stanza attigua
dall’ambasciatore di Francia, Pierre de Bernis, amante ufficiale della
religiosa, la quale deve avere un’imbarazzante confusione tra cosa sia l’amore
per Dio e l’amore per l’uomo.
In
seguito, e per molti anni, Casanova ripete spesso questo piacevole rituale
erotico-gastronomico che qualcuno ha battezzato “il gioco dell’ostrica.” Un gioco che il Pigmalione oramai navigato
non utilizza più come apoteosi di una partita di piaceri tra due amanti già
ardenti, bensì come strumento per sedurre e corrompere progressivamente anche
le dame più caste e recalcitranti.
Memorabile
è una cena, nel 1770, in una locanda di Roma, dove Casanova è intenzionato a
sciogliere la timidezza di quelle due giovani amiche, Armellina ed Emilia, con
delle costose ostriche. Cinquanta paoli per cento ostriche, questo è il prezzo
che l’ospite sottolinea con calcolato orgoglio alle invitate, solleticando
ancor di più il gusto peccaminoso del loro scontato consenso. Non solo, insieme
allo champagne Casanova ordina allo sguattero altrettante ostriche da consumare
dopo cena, come dessert, raccomandandogli di non gettare la deliziosa acqua in
cui esse nuotano.
A
questo punto, la funzione dei molluschi diventa essenzialmente ludica e
straordinariamente carica di un raffinato erotismo che i tre consumano con
reciproco diletto. Ne godono a tal punto da riderne insieme, abbandonati nel
languido abbraccio del piacere. Addio timidezza, dunque, come testimoniano le
memorie di Casanova: “Convengo che era
difficile il gioco dell’ostrica. Ma mi sono impegnato a insegnar loro come fare
per conservare l’ostrica con l’acqua nella bocca, innalzando in fondo ad essa
una barriera con la lingua per impedirle di scivolare nell’esofago. Tenuto a
dare l’esempio, ho loro insegnato a introdurre come me l’ostrica e l’acqua
nella bocca dell’altro, introducendo al tempo stesso in tutta la sua lunghezza
la lingua … ridendo, poi, convenivano con me che nulla poteva essere più
innocente.”
Il
“gioco dell’ostrica” ha talmente
successo che degenera, spesso e volentieri, con scivolamenti apparentemente
sbadati dei molluschi nei décolleté delle dame e persino più in basso, laggiù
dove il velato mistero rende ancor più eccitante la caccia e gaudente la
cattura.
Licenziando
le sospirate estasi dei libertini del Settecento, mi rammarico pensando che
oggi non siano più diffusi certi innocenti giochi d’amorosi sensi. Del resto,
mi pare inevitabile rassegnarsi e adeguarsi ai tempi che cambiano: pochi
privilegiati possono permettersi ormai il consumo frequente e cospicuo di
ostriche d’eccellente qualità. Tutt’al più nove o dodici, se proprio si vuole
strafare accentuando l’enfasi di una cena intima in compagnia del proprio amore.
Per non parlare poi dello champagne, oro liquido sempre più prezioso e
ricercato.
Tuttavia,
alla fine mi domando se in realtà non sia forse un altro l’afrodisiaco assente
nei giochi erotici degli amanti di oggi, a tavola così come a letto. Ovvero la
fantasia. O forse, pensandoci ancor meglio, quel che spesso manca è un
autentico Casanova: un seduttore intrigante, elegante, intelligente e
divertente, naturalmente fedele, innamorato ed esclusivo per ogni dama
all’altezza delle sue prodezze, naturalmente ricambiate con reciproco piacere.
Con o senza ostriche, un afrodisiaco così non
avrebbe certo concorrenti!
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