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lunedì 3 febbraio 2014

Bau!



Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, mi domando – e gli domando – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi, perché non parli…
Eppure lui, il mio amato e innamorato molosso, col suo sguardo silente parla, parla eccome, perché lui pensa, sente e comunica, proprio come noi esseri umani. E noi sempre ci capiamo!
E ogni volta che mi perdo nei suoi amorevoli occhi scuri, è impossibile non vedere quella parte di me che c’è in lui. Allora,  da buona darwiniana, penso che se si smettesse di voler antropomorfizzare gli animali in impossibili proiezioni di sé e si accettasse, piuttosto, l’animalità che c’è in noi, riusciremmo a gestire meglio pulsioni, istinti e paure che con i nostri simili a quattro zampe per natura condividiamo, relazionandoci meglio con noi stessi e con gli altri. Animali compresi.
Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, anche lui sicuramente si domanderà – e mi domanderà – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi … e perché parli? Non serve ... tanto noi ci capiamo!”

sabato 27 aprile 2013

Il Puledro Nero



A volte è utile sguinzagliare la mente. Scodinzolare tra pensieri apparentemente illogici per scoprire la loro nascosta razionalità.
In questo libero scorazzare della mente, possono essere di grande ispirazione gli animali, tutti gli animali, dagli insetti ai pachidermi. Certo, avere la fortuna di vivere accanto a un animale domestico, un gatto, un cane, ma anche un coniglio o un cavallo, dà la possibilità di osservarlo per imparare a leggerne il linguaggio. Chissà mai che gli animali, attraverso i loro movimenti, non vogliano costantemente trasmetterci dei messaggi che vanno oltre l’assenza di uno scambio linguistico! Vinta la naturale presunzione di una millantata superiorità della specie umana sulle altre, avremmo l’opportunità di allargare finalmente i nostri orizzonti: facendoci più piccoli, paradossalmente diventeremmo più grandi.
La convinzione che gli animali, e persino le piante, siano in grado di comunicare con noi nonostante le nostre “ignoranze” nei loro confronti sta prendendo sempre più autorevolezza nel mondo scientifico. Eppure, questo pensiero vien da lontano, molti filosofi in passato hanno intuito l’esistenza di grammatiche naturali che noi esseri umani non siamo in grado di interpretare. Un esempio del nostro retaggio culturale più recente ci è offerto da Wittgenstein, il quale nel 1951 a Cambridge, ormai malato terminale di cancro alla gola, si mise a leggere un libro importante. Questo libro era “Il puledro nero” scritto nel 1877 dall’invalida Anna Sewell per istruire la gente sulle sofferenze patite dai cavalli. Potremmo dire che il libro di Anna fu il precursore di “La macchina degli abbracci” di Temple Granding, con il merito di basarsi essenzialmente sulla sensibilità e sull'intuito, senza alcuna base scientifica.
Wittgenstein era sempre stato interessato alla visione delle creature animali nei confronti del mondo. Nel suo “Ricerche Filosofiche” compaiono una papera-coniglio, un’oca, una mucca, un leone e un cane ipocrita. Quando alloggiava in un remoto cottage sulla costa occidentale dell’Irlanda, amava addomesticare pettirossi e fringuelli, affinché mangiassero dalle sue stesse mani. Si pensa addirittura che il filosofo soffrisse della sindrome di Asperger, dato il suo ossessivo bisogno di ordine e prevedibilità, preferendo la bucolica compagnia degli animali alla complessità dei normali affari umani.
Da qui, forse, il suo interesse per “Il Puledro Nero”. L’innovazione stilistica di Anna Sewell era molto audace all’epoca ma quanto mai attuale oggi. L’autrice introdusse la narrazione dal punto di vista dell’animale, che parlava in prima ‘persona’, annunciata dal sottotitolo in copertina: “Tradotto dall’equino”. Così, in questo libro che ha sedotto anche Wittgenstein, si legge della vita lavorativa del cavallo Beauty e dei rapporti con i padroni umani, a volte gentili ma più spesso crudeli. E alla fine del libro, il cavallo viene portato al pascolo, finché nell’ultima pagina trova finalmente il suo anelato equilibrio:
“Willie mi parla sempre quando può, e mi tratta come un amico speciale. Le mie signore hanno promesso che non sarò mai venduto, dunque non ho nulla da temere, e qui la mia storia finisce. Le mie traversie sono terminate e sono a casa; e spesso prima di svegliarmi del tutto, fantastico ancora di essere nel frutteto di Birtwick, sotto i meli con i miei vecchi amici …”
Beauty, tutto sommato, è stato un cavallo fortunato, molto più di altri oggi. Pensiamoci ogni tanto, pensiamo agli animali dal loro punto di vista, non dal nostro. Pensiamoci e ascoltiamoli! Perchè ogni tanto fa bene sguinzagliare la mente…scodinzolare tra pensieri apparentemente illogici per scoprire la loro nascosta razionalità.  

domenica 14 ottobre 2012

Solo due parole



“Ti amo” è la frase più abusata al mondo, spesso scambiata tra persone che appena si conoscono. E’ un passe-partout che fluidifica il bisogno di contatto affettivo o pseudo affettivo quotidiano anche a distanza, ponte verbale di una realtà che diventa virtualità, e viceversa.
Ci sono ti amo istintuali, pronunciati sotto l’effetto di un’emozione, di una febbrile vibrazione la cui durata non sopravvive oltre lo spasmo d’un fugace orgasmo; ti amo gonfi come palloni, talmente gonfi da non rivolgersi a nessuno in particolare ma a un anonimo amante che forse, dopo tutto, altro non è che il nostro tronfio sé; ti amo aggressivi lanciati come un sacco di spazzatura verso chi magari non ha la stessa sfrontatezza di ricambiare questo dono verbale senza prima rifletterci un po’ su; ti amo placebo che fanno tanto bene al narcisismo cieco di chi ascolta ma tanto male a chi li pronuncia che resta inevitabilmente solo nel suo sterile involucro affettivo; ti amo supplichevoli, petulanti richieste d’aiuto, di prendersi cura di sè come si potrebbe fare con un figlio ma come non si deve assolutamente fare con un amante; ti amo vuoti, talmente vuoti che rimbalzano contro il proprio desiderio di provare un sentimento, un sentimento che nemmeno si conosce, perché ci vuole l’altro per costruirlo davvero. 
E in mezzo a quest’ammucchiata affabulata, confusa e delirante, ci son ti amo focosi, timidi, urlati, balbettati, graffianti, carezzevoli, incoraggianti, frustranti, sinceri e beffardi … Da qualche recondito recesso dell’anima, tuttavia, schizzano fuori senza possibilità d’incatenarli e una volta pronunciati ecco che, come tante creature selvagge restituite alla libertà, esistono. Lettere incise nella mente che scavano nel cuore, multiformi e cangevoli, pericolose e consolatorie.
E infine c’è un ti amo consapevole, ponderato, condiviso e corrisposto. Talmente reale che può essere appena sussurrato e persino taciuto.

Una cosa è certa: un Ti amo così fiero e allo stesso tempo umile spazza via tutti gli altri, precedenti e futuri, perché conquistarlo costa fatica e il suo valore non ha prezzo. Un Ti amo così non può essere improvvisato, va coltivato perché racchiude in sé l’accettazione dell’altro, non il bisogno che dell’altro si ha. E’ una conquista che sa di libertà perché non aspira alla perfezione ma, al contrario, abbraccia tutti i difetti della realtà. E il segreto per trasformare due anonime parole in un autentico messaggio d’amore è innanzitutto riconoscere d’essere in due, proprio come queste parole. Due creature diverse, incomplete e imperfette e non una specchio dell’altra, due creature che tuttavia parlano lo stesso linguaggio fatalmente incomprensibile agli altri. Un linguaggio tessuto di promesse in grado di sciogliere dubbi, timori e incertezze, svuotato di tutti quei fantasmi capaci di animare miraggi e di seminare reciproche, insanabili amarezze. 

martedì 4 settembre 2012

La vita è un pettegolezzo




Vi siete mai chiesti perché il pettegolezzo sia un’occupazione praticata con tanto diletto dagli esseri umani? Anche gli individui più seri e riservati non possono resistere alla tentazione di qualche pettegolezzo quotidiano, perché pare trasmetta una sensazione di benessere e di leggerezza.
Ebbene, al contrario di quel che potrebbe sembrare, il pettegolezzo, o gossip com’è di moda chiamarlo, non è figlio della civiltà moderna. Certo, grazie ai mezzi di comunicazione, è aumentato in maniera esponenziale, tanto da diventare la prima attività umana, superiore persino a quella sessuale, se non altro perché quest’ultima richiede ogni tanto un po’ di riposo. Ad ogni modo, l’irresistibile e, talvolta, morboso piacere di chiacchierare su cose assolutamente futili che riguardano i fatti altrui sembra essere un comportamento istintivo che risale agli albori della storia evolutiva, quando gli esseri umani ancora non conoscevano l’uso della parola.
Una delle prime cose che i nostri progenitori fecero, non appena si differenziarono dagli altri primati, fu quella di mettersi in piedi sugli arti posteriori. Questa posizione privilegiata rivoluzionò un’infinità di comportamenti sociali, dalla caccia, alla nutrizione, al sesso. Contemporaneamente, la libertà d’azione delle mani e, in particolare, il pollice opponibile permisero qualcosa di più, dalle conseguenze assolutamente straordinarie. I nostri antenati cominciarono, infatti, a dialogare attraverso i gesti, in maniera nuova e completamente diversa dagli altri antropomorfi. Secondo questa teoria gestuale, il lato sinistro del cervello negli esseri umani si sarebbe sviluppato, non tanto in funzione del linguaggio, quanto in funzione della gestualità, che ha permesso poi l’evoluzione della parola tra gli uomini, e non invece tra le nostre parenti scimpanzé.
Cosa c’entra tutto questo con il gossip? C’entra, perché secondo un autorevole antropologo, Robin Dunbar, quando i nostri antenati pelosi si sono elevati in posizione eretta, il linguaggio ha gradualmente sostituito quello che fino a poco prima era il grooming, ossia lo spulciamento, lo spidocchiamento, insomma tutti quei vicendevoli gesti di pulizia e di cura che le scimmie tuttora amorevolmente si scambiano. Nei primati che vivono in grandi gruppi sociali, il grooming è un’attività molto dispendiosa in termini di tempo che soddisfa esigenze di coesione e di appartenenza sociale fondamentali. I bonomo e i babbuini, per esempio, trascorrono la maggior parte delle ore di veglia curandosi reciprocamente il mantello, con un’attenzione maniacale che va oltre la semplice pulizia. Ebbene, si ipotizza che a un certo punto dell’evoluzione, l’Homo Erectus abbia cominciato a vivere in gruppi talmente numerosi che fu necessario escogitare una nuova forma di grooming, in grado di tenere impegnati diversi individui contemporaneamente per rafforzare lo spirito gregario. Dallo spulciamento si passò, dunque, a una gestualità più articolata e complessa che si trasformò via via in linguaggio sempre più strutturato. Col tempo, la loquacità non s’è diffusa solo come veicolo d’informazioni importanti e funzionali ma anche di frivolezze e banalità, proprio in virtù della sua utilità sociale. I protoumani, poco a poco, hanno cominciato a trascurare il grooming per dedicarsi a chiacchierare del più e del meno, attività altrettanto piacevole e utile, origine di un progressivo contagio d’informazioni emotive. Volendo aggiungere un pizzico di fantasia, verrebbe da pensare che questo spostamento dal grooming al gossip avrebbe generato qualche trascuratezza nell’igiene personale. Un problema che trovò una soluzione dopo che i nostri progenitori si spogliarono della pelliccia e cominciarono a coprirsi con i frutti del loro ingegno. A questo punto si potrebbe azzardare l’ipotesi, nient’affatto malandrina, che dal grooming e dal gossip sia nata la moda.
Senza rischiare di confondere la storia con le favole, si può dire che, indipendentemente dalla validità della teoria gestuale, l’intreccio tra gestualità e linguaggio è davvero affascinante, perché ha generato non solo il pettegolezzo in senso stretto ma anche la cultura e l’arte in tutte le sue più elevate declinazioni.
In sintesi, possiamo tranquillamente ammettere di essere le creature più pettegole, maliziose e bugiarde della Terra, per quanto ci è concesso di sapere, ma anche le più fantasiose, ironiche e creative. Paradossalmente, anche dietro le chiacchiere malevole e pungenti potrebbe nascondere, dopo tutto, l’innata esigenza di stare insieme, di sentirsi uniti e, in fondo, di volersi bene. Lo suggerisce, a modo suo, una frase che il buon Gioacchino Belli – noto anche per il suo sarcasmo verso papa Gregorio XVI - ha scritto in una delle sue colorite opere: “A ppapa Grigorio io jje volevo bbene, perché mme dava er gusto de potenne parlà mmale!”