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lunedì 3 febbraio 2014

Bau!



Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, mi domando – e gli domando – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi, perché non parli…
Eppure lui, il mio amato e innamorato molosso, col suo sguardo silente parla, parla eccome, perché lui pensa, sente e comunica, proprio come noi esseri umani. E noi sempre ci capiamo!
E ogni volta che mi perdo nei suoi amorevoli occhi scuri, è impossibile non vedere quella parte di me che c’è in lui. Allora,  da buona darwiniana, penso che se si smettesse di voler antropomorfizzare gli animali in impossibili proiezioni di sé e si accettasse, piuttosto, l’animalità che c’è in noi, riusciremmo a gestire meglio pulsioni, istinti e paure che con i nostri simili a quattro zampe per natura condividiamo, relazionandoci meglio con noi stessi e con gli altri. Animali compresi.
Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, anche lui sicuramente si domanderà – e mi domanderà – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi … e perché parli? Non serve ... tanto noi ci capiamo!”

sabato 27 aprile 2013

Il Puledro Nero



A volte è utile sguinzagliare la mente. Scodinzolare tra pensieri apparentemente illogici per scoprire la loro nascosta razionalità.
In questo libero scorazzare della mente, possono essere di grande ispirazione gli animali, tutti gli animali, dagli insetti ai pachidermi. Certo, avere la fortuna di vivere accanto a un animale domestico, un gatto, un cane, ma anche un coniglio o un cavallo, dà la possibilità di osservarlo per imparare a leggerne il linguaggio. Chissà mai che gli animali, attraverso i loro movimenti, non vogliano costantemente trasmetterci dei messaggi che vanno oltre l’assenza di uno scambio linguistico! Vinta la naturale presunzione di una millantata superiorità della specie umana sulle altre, avremmo l’opportunità di allargare finalmente i nostri orizzonti: facendoci più piccoli, paradossalmente diventeremmo più grandi.
La convinzione che gli animali, e persino le piante, siano in grado di comunicare con noi nonostante le nostre “ignoranze” nei loro confronti sta prendendo sempre più autorevolezza nel mondo scientifico. Eppure, questo pensiero vien da lontano, molti filosofi in passato hanno intuito l’esistenza di grammatiche naturali che noi esseri umani non siamo in grado di interpretare. Un esempio del nostro retaggio culturale più recente ci è offerto da Wittgenstein, il quale nel 1951 a Cambridge, ormai malato terminale di cancro alla gola, si mise a leggere un libro importante. Questo libro era “Il puledro nero” scritto nel 1877 dall’invalida Anna Sewell per istruire la gente sulle sofferenze patite dai cavalli. Potremmo dire che il libro di Anna fu il precursore di “La macchina degli abbracci” di Temple Granding, con il merito di basarsi essenzialmente sulla sensibilità e sull'intuito, senza alcuna base scientifica.
Wittgenstein era sempre stato interessato alla visione delle creature animali nei confronti del mondo. Nel suo “Ricerche Filosofiche” compaiono una papera-coniglio, un’oca, una mucca, un leone e un cane ipocrita. Quando alloggiava in un remoto cottage sulla costa occidentale dell’Irlanda, amava addomesticare pettirossi e fringuelli, affinché mangiassero dalle sue stesse mani. Si pensa addirittura che il filosofo soffrisse della sindrome di Asperger, dato il suo ossessivo bisogno di ordine e prevedibilità, preferendo la bucolica compagnia degli animali alla complessità dei normali affari umani.
Da qui, forse, il suo interesse per “Il Puledro Nero”. L’innovazione stilistica di Anna Sewell era molto audace all’epoca ma quanto mai attuale oggi. L’autrice introdusse la narrazione dal punto di vista dell’animale, che parlava in prima ‘persona’, annunciata dal sottotitolo in copertina: “Tradotto dall’equino”. Così, in questo libro che ha sedotto anche Wittgenstein, si legge della vita lavorativa del cavallo Beauty e dei rapporti con i padroni umani, a volte gentili ma più spesso crudeli. E alla fine del libro, il cavallo viene portato al pascolo, finché nell’ultima pagina trova finalmente il suo anelato equilibrio:
“Willie mi parla sempre quando può, e mi tratta come un amico speciale. Le mie signore hanno promesso che non sarò mai venduto, dunque non ho nulla da temere, e qui la mia storia finisce. Le mie traversie sono terminate e sono a casa; e spesso prima di svegliarmi del tutto, fantastico ancora di essere nel frutteto di Birtwick, sotto i meli con i miei vecchi amici …”
Beauty, tutto sommato, è stato un cavallo fortunato, molto più di altri oggi. Pensiamoci ogni tanto, pensiamo agli animali dal loro punto di vista, non dal nostro. Pensiamoci e ascoltiamoli! Perchè ogni tanto fa bene sguinzagliare la mente…scodinzolare tra pensieri apparentemente illogici per scoprire la loro nascosta razionalità.  

martedì 4 settembre 2012

A cena con Darwin



Benché la mia ammirazione per Charles Darwin sia immensa, avrei avuto qualche titubanza ad accettare un ipotetico invito a cena da lui. Leggendo, ho scoperto infatti alcune bizzarre curiosità circa le sue abitudini culinarie, che urtano un poco il mio pudore vegetariano.
Pare, innanzitutto, che l’interesse di Darwin per gli animali fosse tanto precoce quanto viscerale, al punto che, annunciando in casa di non voler proseguire gli studi di medicina, suo padre, offeso, gli rimproverò: “A te interessa solo sparare, occuparti dei cani e acchiappare topi: sarai una vergogna per te stesso e la tua famiglia!” Così, per non scontentare troppo papà Robert, il giovane Darwin provò a ripiegare sull’unica alternativa rispettabile, ovvero la carriera ecclesiastica, con la speranza di poter capire il disegno divino della Natura attraverso lo studio di Dio. Fu invece nella Natura che Darwin finì col cercare Dio, obbedendo all’indole avventurosa probabilmente ereditata da nonno Erasmus.
Il fatto è che quest’interesse smisurato per gli animali non era solo di natura scientifica ma anche gastronomica. Infatti, mentre si logorava sui testi di teologia alla Cambridge University, Darwin cominciò a frequentare con viva passione il Gourmet Club, un’Accademia nota per proporre ai selezionati soci menù alternativi, consistenti in carne d’animali normalmente banditi dalle tavole, come il falco e il tarabuso. Non solo. Abbandonati definitivamente i libri, il 7 dicembre 1831 Darwin s’imbarcò sul Beagle e durante i cinque anni di navigazione, oltre a partorire la ben nota teoria, alimentò anche le sue curiosità culinarie. Fece grandi scorpacciate di armadilli, che sapevano e avevano l’aspetto di anatre, e di un roditore color cioccolato che descrisse come la miglior carne che avessi mai assaggiato. Probabilmente si trattava di un aguti, della famiglia dei Dasyproctidae, che in greco significa ‘deretano peloso’, dal sapore per noi certamente inimmaginabile. In Patagonia gozzovigliò con carne di puma, trovandolo incredibilmente somigliante al vitello, e con il nandù maggiore, che scambiò per struzzo; mentre nelle Galapagos banchettò con polposi iguana e succulenti tartarughe giganti. Evidentemente, Darwin ignorava ancora l’importanza delle tartarughe nella teoria dell’evoluzione, teoria che sviluppò navigando sul Beagle, dove si premurò di far caricare ben 48 esemplari di quelle splendide imponenti creature. Non come soggetti di studio, ahimè, ma come goloso combustibile per gli appetiti suoi, del capitano FitzRoy e di tutto l’equipaggio.
Ma cosa avevano di tanto speciale tutti quei tipi di carne? Cosa di così appetitoso da renderli irresistibili al palato? Darwin, nonostante il suo straordinario acume, non poteva certo immaginare che, prima o poi, qualche scienziato avrebbe scoperto il quinto gusto, l’umami, legato al glutammato monosodico presente nelle proteine animali. In realtà, già Aristotele aveva intuito che il grasso costituisse una classe gustativa fondamentale e distinta dalle altre ma non ne aveva definito un sapore specifico. Oggi, la scienza fornisce una spiegazione più profonda, che scava oltre la chimica del gusto e che giustifica in qualche modo anche i capricci gastronomici di Darwin. L’attrazione per i grassi, infatti, non dipende solo dal sapore particolarmente gradevole ma anche da una predisposizione evolutiva dell’Uomo, cioè da una necessità biologica. Così come l’uomo prova un piacere innato nel consumare alimenti ricchi di zucchero (in origine, frutta e latte materno) perché la Natura lo induce a immagazzinare cibi energetici, abbondanti e a portata di mano per sopravvivere, allo stesso modo è istintivamente attratto dai grassi, perché essi svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo del cervello. Gli scienziati sostengono, infatti, che l’espansione del cervello degli ominidi è conseguenza diretta dei cambiamenti dietetici derivati dalla migrazione dell’Homo Sapiens dalle savane alle regioni fluviali e costiere, cominciata circa 250.000 anni fa. Il passaggio da un’alimentazione esclusivamente frugivora a una ricca di grassi ha, dunque, rivoluzionato l’evoluzione della specie umana nella sua struttura fondamentale, il cervello. In fin dei conti, Darwin senza saperlo confermava su di sé le ipotesi delle sue stesse ricerche, sacrificando armadilli e tartarughe in nome di una scienza che si sarebbe evoluta anche grazie al suo contributo!
Oggi si sa con esattezza che il mattone fondamentale della vita, la membrana cellulare, è composto da un doppio strato lipidico che protegge gli organi interni della cellula. Nei bambini piccoli, una dieta ricca di grassi è cruciale per un corretto sviluppo del cervello. Garantisce, cioè, l’energia necessaria attraverso l’immagazzinamento di acidi grassi presenti nei trigliceridi e fornisce una riserva di acidi grassi polinsaturi a catena lunga, essenziali per la formazione della retina e delle giunzioni sinaptiche che permettono alle cellule cerebrali di comunicare tra loro. In virtù di ciò, è verosimile che la nostra passione innata per i grassi sia ancora più potente di quella per gli zuccheri, come gli esperimenti scientifici dimostrano. Infatti, tutti amiamo i cibi carichi di zucchero, eppure c’è un limite, un livello di saturazione oltre il quale la piacevolezza del dolce diventa nauseante e la preferenza edonica s’inverte in disgusto. Ciò non sembra accadere, invece, nei confronti dei grassi, per cui non si riscontra un punto di saturazione nell’apprezzarne la concentrazione ma, al contrario, un crescente piacere.
La Natura, dunque, sembra abbia voluto prendere l’Uomo per la gola, in modo da garantirgli robustezza e resistenza, al di là dell’effimero piacere del palato. Non dovremmo sentirci in colpa, allora, di fronte all’irresistibile attrazione di una fetta di Sacher, di un cannolo o di un babà (esempi della sofisticata evoluzione della frutta e del latte materno). Così, come non dovremmo, forse, farci troppi problemi di coscienza davanti a un povero pollo arrosto o a una fumante bistecca al sangue. Ci resta, tuttavia, il beneficio della scelta. Innanzitutto, perché – al contrario della pancia - pare che il nostro cervello sia destinato a non svilupparsi oltre il traguardo finora raggiunto e, tutt’al più, oggi la sfida è quella di imparare a utilizzarlo meglio e più spesso (Use or Lose it, come dicono gli anglofoni). Inoltre, oggi si sa che moltissimi vegetali posseggono gli stessi elementi nutritivi della carne e che il sapor d’umami può essere sostituito dalle infinite sfumature aromatiche intrinseche d’ogni verdura, magari con l’accompagnamento di un buon Olio extravergine d’oliva, accontentando così il palato senza scuotere la coscienza.
Ciò detto - per amore di scienza e verità - immagino che se per ipotesi Mr. Darwin m’avesse invitato a cena e si fosse persino invaghito di me, mi sarei trasformata in una petulante Santippe, persuadendo a modo mio il famelico spasimante ad evitare scorpacciate di aguti e tartarughe. Senza volerlo, né saperlo, lo avrei forse reso molto meno geniale e, probabilmente, avrei privato l’umanità di una delle più grandi intuizioni scientifiche di tutti tempi. Chi lo sa, forse Darwin avrebbe scritto un trattato leggermente diverso da quello noto e l’avrebbe titolato così: “Sull’origine della Specie per mezzo della Seduzione naturale”. E magari avrebbe anche venduto molte più copie!

Il colore del bacio




L’articolo che avevo scritto settimana scorsa sul pettegolezzo ha suscitato parecchie curiosità. Alcune persone mi hanno scritto chiedendomi se anche le coccole e, soprattutto, i baci potessero avere la stessa atavica origine e derivassero, quindi, dall’evoluzione dell’uomo.
Ebbene, sollecitata da questi interrogativi, mi sono informata e ho imparato qualcosa d’interessante che spero affascini anche voi. Premetto che mentre c’è concordanza tra gli scienziati sul fatto che carezze e coccole appaghino i bisogni primari di appartenenza e familiarità - sia nei primati, sia negli umani - più complesso è il significato sociale del bacio. Da un punto di vista evolutivo, non è chiaro se noi umani ci baciamo per puro istinto o per apprendimento culturale. Si sa solo che ci piace farlo. Lo stesso Darwin, nel suo trattato “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, del 1872, era molto incuriosito da questo comportamento affettivo. Notava che il bacio, in varie parti del mondo, era espresso con lo strofinamento dei nasi, anziché con l’unione delle labbra e fosse comunque qualcosa di molto antico. Il coinvolgimento del naso gli fece pensare che l’annusare fosse legato alla necessità di stabilire un rapporto con gli altri. Tuttavia, riconobbe anche un evidente desiderio di scambiarsi piacere attraverso questo contatto ravvicinato. Darwin concluse, dunque, che il bacio, sia labiale che nasale, fosse un comportamento innato ed ereditario, rinforzato dal piacere.
Oggi, alcuni antropologi cercano di mettere in discussione quest’ipotesi, considerando il bacio come un’espressione puramente appresa e culturalmente diversificata. Tuttavia, il buon vecchio Darwin resiste, anche perché la sua accezione originaria di bacio comprende una vastissima gamma di atteggiamenti, comuni sia agli umani sia ai primati: accostare le guance, strofinarsi, darsi colpetti sulle braccia, sul petto o sullo stomaco o portarsi al viso le mani o i piedi altrui. Probabilmente, il bacio labiale come lo concepiamo noi, è frutto sia dell’esperienza della nutrizione durante la primissima infanzia, sia dell’annusare un altro individuo per riconoscerlo o misconoscerlo (cosa che facciamo normalmente tutti i giorni, anche se inconsapevolmente). Entrambe le esperienze – nutrizione e annusamento - sarebbero a loro volta intrecciate nell’interconnessione tra visione dei colori, desiderio sessuale ed estroflessione delle labbra, assai accentuate negli umani rispetto ai primati. Milioni d’anni fa, infatti, i nostri antenati frugivori dovettero affinare i sensi per sopravvivere. L’olfatto non bastò più a un certo punto e la vista prese il sopravvento: imparare a individuare a distanza le diverse sfumature di rosso fu indispensabile per scoprire tra i cespugli i frutti più maturi e le bacche più nutrienti. Il segnale ‘rosso’, nel corso dell’evoluzione, ha significato quindi ‘ricompensa’ e tale corrispondenza si è fissata nei circuiti neurali degli ominidi trasferendosi fino a noi. Si sa, infatti, che il rosso accelera i battiti cardiaci e le pulsazioni, creando uno stato d’eccitazione e aspettativa. Secondo uno dei più autorevoli neuroscienziati, Vilayanur Ramachandran, i nostri antenati condizionati al ‘rosso = cibo’, hanno spostato la stessa attenzione sulle parti del corpo di colore rosso, trovandole altrettanto attraenti delle bacche e dei frutti. In pratica, il colore rosso è diventato il segnale di ottenimento del piacere non solo dal comportamento di ‘mangiare’ ma anche di ‘fare sesso’. Basta pensare al ‘di dietro’ delle femmine di certe scimmie quando sono in estro per capirlo: sembrano dei cuscini prêt-à-porter gonfi e rossi come il fuoco, segnale del momento buono per accoppiarsi. In senso traslato, è lo stesso richiamo sessuale che le donne umane lanciano attraverso le labbra.
Ma come s’è spostata l’attenzione dalle parti basse alle labbra? L’evoluzione sarebbe avvenuta con il passaggio dalle quattro zampe alla postura eretta, un’elevazione che ha trasferito i segnali sessuali femminili più vistosi dal basso all’alto, col conseguente spostamento  dello sguardo maschile. Le labbra sarebbero, dunque, un’eco genitale, come ben lo definisce lo zoologo britannico Desmond Morris: la bocca femminile somiglia alle labbra intime, per consistenza, spessore e colore. Infatti, con l’eccitazione, anche le labbra della bocca s’inturgidiscono e s’arrossano, diventando più gonfie, sensibili e attraenti. In fin dei conti, noi donne utilizziamo i rossetti proprio per accentuare questo atavico messaggio, anche se lo facciamo inconsapevolmente, mascherandolo dietro effimera vanità. Pensate che i primi rossetti sembrano risalire a cinquemila anni fa, ai Sumeri, mentre le donne egizie, greche e romane usavano bacche e vino rosso per rosseggiare le labbra e invogliare gli amanti a voluttuosi baci.
Un’ipotesi ulteriore, proposta sempre dal genio di Morris, è che l’eco genitale della femmina appaia anche di foggia perfetta per suggere il capezzolo, altro richiamo sessuale necessario all’evoluzione. Ebbene, con la postura eretta, le labbra rosse non furono il solo segnale migrato dal basso all’alto, poiché anche il seno divenne gradualmente più vistoso e nudo di peli, per evocare la tonda morbidezza delle natiche. Non sorprenderebbe, seguendo Morris, che l’evoluzione abbia plasmato capezzolo e labbra in modo da stare bene insieme per nutrire e dare piacere, dato che l’allattamento soddisfa anche il bisogno ancestrale di sicurezza, fiducia e amore, con la conseguente cascata chimica che inebria il cervello.
Visto così, il bacio è senz’altro rosso e anche se s’allontana un po’ dalla visione romantica che ne abbiamo, ci fa capire quanto sia intimamente connesso con la nostra natura primordiale. Lo dimostrerebbe anche il fatto che non solo noi umani ci scambiamo labbra, lingua, alito e saliva. Lo fanno anche gli animali, a modo loro. I bonobo, per esempio, si baciano esattamente come noi, spessissimo e con evidente godimento. Lo fanno, però, per ragioni non necessariamente legate al sesso e alla riproduzione: si baciano per risolvere conflitti nel gruppo, per consolidare relazioni, per calmarsi dopo uno spavento o per sfogare ansie troppo intense. Ma anche tanti altri animali si baciano: i gatti si scambiano delicate leccatine sulla testa; i cani, le mucche e i cavalli si leccano con avidità da ogni parte del corpo tecnicamente raggiungibile; i criceti aderiscono muso a muso; gli scoiattoli si strofinano i nasi come gli eschimesi; le tartarughe si danno piccoli colpi con le teste; le giraffe intrecciano i colli; gli elefanti si esplorano con le proboscidi; e persino certi pesci tropicali (i gourami) aderiscono bocca a bocca spesso e volentieri. Sono tutti comportamenti di scambio olfattivo, gustativo e tattile che somigliano molto a quello che per noi rappresenta il bacio e, pur non avendo nulla a che fare con l’innamoramento, soddisfano gli stessi nostri bisogni primari.
Insomma, probabilmente il bacio fa parte del nostro retaggio evolutivo ed è quindi imparentato con lo spulciamento, il linguaggio e il pettegolezzo. Di certo, quest’appassionato comportamento sociale è molto più piacevole di altre eredità e nei secoli s’è diffuso ovunque, modificandosi con le mode e le culture, contagiando anche i popoli più refrattari. In qualsiasi maniera si manifesti e lo si chiami –alla francese, all’eschimese, con la lingua, sulle guance – il bacio è un meraviglioso istinto che non mente, un linguaggio universale che allaccia visceralmente due anime trascendendo i corpi. Con il bacio si conosce l’altro raggirando tutte le sovrastrutture razionali e logiche che l'essere umano ha sviluppato, trovandosene suo malgrado spesso prigioniero. Baciare è il preludio erotico che muove la carne senza interferenze, è sentire il fremito del corpo là dove esso sgorga, cavalcando i sensi fino a penetrare le emozioni più segrete. Ammettiamolo: un bacio soffice, lento e profondo scioglie le pieghe più intime del nostro essere e può sconvolgere più di un focoso amplesso.
In conclusione, è affascinante riscoprire ogni tanto la scimmia che c’è in noi. E se non è il bacio in sé a renderci creature speciali sulla Terra, ci resta sempre il privilegio di poter descrivere questa magica alchimia. Personalmente, ritengo che il bacio sia un’arte animata dalla complicità e che nessuno meglio degli innamorati possa esprimerne l’essenza. Forse, solo i poeti rasentano i sospiri degli amanti e possono prestar loro le liriche adatte a ricamare la passione. Una delle definizioni più belle e originali del bacio, a mio parere, è stata scritta proprio da un poeta e drammaturgo francese, Edmond Rostand, che nel suo Cyrano de Bergerac lo colora così:
“Ma poi che cos’è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, una promessa più precisa, una confessione che si vuol confermare … un apostrofo rosa messo tra le parole T’amo.”

La vita è un pettegolezzo




Vi siete mai chiesti perché il pettegolezzo sia un’occupazione praticata con tanto diletto dagli esseri umani? Anche gli individui più seri e riservati non possono resistere alla tentazione di qualche pettegolezzo quotidiano, perché pare trasmetta una sensazione di benessere e di leggerezza.
Ebbene, al contrario di quel che potrebbe sembrare, il pettegolezzo, o gossip com’è di moda chiamarlo, non è figlio della civiltà moderna. Certo, grazie ai mezzi di comunicazione, è aumentato in maniera esponenziale, tanto da diventare la prima attività umana, superiore persino a quella sessuale, se non altro perché quest’ultima richiede ogni tanto un po’ di riposo. Ad ogni modo, l’irresistibile e, talvolta, morboso piacere di chiacchierare su cose assolutamente futili che riguardano i fatti altrui sembra essere un comportamento istintivo che risale agli albori della storia evolutiva, quando gli esseri umani ancora non conoscevano l’uso della parola.
Una delle prime cose che i nostri progenitori fecero, non appena si differenziarono dagli altri primati, fu quella di mettersi in piedi sugli arti posteriori. Questa posizione privilegiata rivoluzionò un’infinità di comportamenti sociali, dalla caccia, alla nutrizione, al sesso. Contemporaneamente, la libertà d’azione delle mani e, in particolare, il pollice opponibile permisero qualcosa di più, dalle conseguenze assolutamente straordinarie. I nostri antenati cominciarono, infatti, a dialogare attraverso i gesti, in maniera nuova e completamente diversa dagli altri antropomorfi. Secondo questa teoria gestuale, il lato sinistro del cervello negli esseri umani si sarebbe sviluppato, non tanto in funzione del linguaggio, quanto in funzione della gestualità, che ha permesso poi l’evoluzione della parola tra gli uomini, e non invece tra le nostre parenti scimpanzé.
Cosa c’entra tutto questo con il gossip? C’entra, perché secondo un autorevole antropologo, Robin Dunbar, quando i nostri antenati pelosi si sono elevati in posizione eretta, il linguaggio ha gradualmente sostituito quello che fino a poco prima era il grooming, ossia lo spulciamento, lo spidocchiamento, insomma tutti quei vicendevoli gesti di pulizia e di cura che le scimmie tuttora amorevolmente si scambiano. Nei primati che vivono in grandi gruppi sociali, il grooming è un’attività molto dispendiosa in termini di tempo che soddisfa esigenze di coesione e di appartenenza sociale fondamentali. I bonomo e i babbuini, per esempio, trascorrono la maggior parte delle ore di veglia curandosi reciprocamente il mantello, con un’attenzione maniacale che va oltre la semplice pulizia. Ebbene, si ipotizza che a un certo punto dell’evoluzione, l’Homo Erectus abbia cominciato a vivere in gruppi talmente numerosi che fu necessario escogitare una nuova forma di grooming, in grado di tenere impegnati diversi individui contemporaneamente per rafforzare lo spirito gregario. Dallo spulciamento si passò, dunque, a una gestualità più articolata e complessa che si trasformò via via in linguaggio sempre più strutturato. Col tempo, la loquacità non s’è diffusa solo come veicolo d’informazioni importanti e funzionali ma anche di frivolezze e banalità, proprio in virtù della sua utilità sociale. I protoumani, poco a poco, hanno cominciato a trascurare il grooming per dedicarsi a chiacchierare del più e del meno, attività altrettanto piacevole e utile, origine di un progressivo contagio d’informazioni emotive. Volendo aggiungere un pizzico di fantasia, verrebbe da pensare che questo spostamento dal grooming al gossip avrebbe generato qualche trascuratezza nell’igiene personale. Un problema che trovò una soluzione dopo che i nostri progenitori si spogliarono della pelliccia e cominciarono a coprirsi con i frutti del loro ingegno. A questo punto si potrebbe azzardare l’ipotesi, nient’affatto malandrina, che dal grooming e dal gossip sia nata la moda.
Senza rischiare di confondere la storia con le favole, si può dire che, indipendentemente dalla validità della teoria gestuale, l’intreccio tra gestualità e linguaggio è davvero affascinante, perché ha generato non solo il pettegolezzo in senso stretto ma anche la cultura e l’arte in tutte le sue più elevate declinazioni.
In sintesi, possiamo tranquillamente ammettere di essere le creature più pettegole, maliziose e bugiarde della Terra, per quanto ci è concesso di sapere, ma anche le più fantasiose, ironiche e creative. Paradossalmente, anche dietro le chiacchiere malevole e pungenti potrebbe nascondere, dopo tutto, l’innata esigenza di stare insieme, di sentirsi uniti e, in fondo, di volersi bene. Lo suggerisce, a modo suo, una frase che il buon Gioacchino Belli – noto anche per il suo sarcasmo verso papa Gregorio XVI - ha scritto in una delle sue colorite opere: “A ppapa Grigorio io jje volevo bbene, perché mme dava er gusto de potenne parlà mmale!”