giovedì 18 ottobre 2012

Convalescenza


Come il corpo, anche l'anima quando si ammala ha una sua convalescenza.
Ma mentre il corpo, per guarire ha bisogno di mare, l'anima ha bisogno di amore.

mercoledì 17 ottobre 2012

L'onda



Quando senti che l’onda ruggisce e s’avvicina, è inutile osteggiarla. Lascia che venga, lascia che sia e che ti porti via. Tanto ormai lo sai, quando bussa vince sempre lei.
Dura un minuto, un giorno, una vita, non fa differenza. In quel tempo che trascorre dall’inondazione alla probabile emersione, sei talmente soffocata dall’abisso che c’è in te da perdere ogni confine temporale. Non spaziale, però. Perché hai bisogno di affondare le unghie nel cuscino, di sprofondare la testa sotto le coperte, di annegare lo sguardo sul soffitto, di imbavagliare le labbra contro il fazzoletto stretto dentro un pugno vuoto. Quando l’onda t’ha preso, sei talmente aderente a te stessa che non riesci nemmeno a respirare. I polmoni son solo due lembi di plastica risucchiati l’uno contro l’altro, flaccidi e inermi, due ridicoli fardelli sottovuoto. E mentre annaspi in cerca d’inutile ossigeno, rotoli e rotoli sempre più giù rimescolata nel marasma di quella schiuma densa fatta di un passato che non ti molla mai. Sensi di colpa, rimorsi, amarezze, fantasmi, maschere, volti che hai amato, che ancora ami e che sempre amerai ti perseguitano e ti confondono danzando come folletti dentro i tuoi occhi già colmi di lacrime. Un nodo alla gola stringe sempre più forte e ghigliottina anche quel flebile filo che amorevolmente ti cuce alla vita. L’onda che ti ha preso s’insinua subdola dentro lo stomaco e si riversa nelle viscere con un soffocato gorgoglio che sa d’inumano. E’ una strana sensazione sentire di affogare dal di dentro, è come autodigerirsi e autoespellersi in un sol boccone.
Ma quando cominci a piangere, e continui a piangere senza l’inutile ritegno che l’orgoglio chiederebbe, quando ti abbandoni molle a questa forza liquida misteriosamente tenace sgorgata da chissà dove, allora poco a poco sentirai che quell’onda che è dentro di te tracimerà, sconfinerà oltre i tuoi occhi lucidi e oltre la tua mente opaca. Piano piano anche i polmoni si dilateranno e non somiglieranno più a lembi stravolti di plastica grigia ma sii animeranno come meduse trasparenti, fluttuanti in un fluido vitale consistente e palpabile. 
Ecco che, piano piano, quell’attimo, quel giorno e quella vita che pareva annaspare inesorabilmente alla deriva ritroverà un pallido respiro sempre più lungo, sempre più profondo. L’onda lascerà spazio a un piccolo lembo di terra su cui cominciare a seminare nuovi passi, nuovi brandelli di sogni e di speranze, dove il passato germinerà non più come un velenoso carnefice ma come un mite consolatore, arginando l'acqua per consolidare un presente che ha bisogno solo di te per inventarsi un futuro.
E allora, quando senti che l’onda ruggisce e s’avvicina, lascia che sia. Tanto sai che vince sempre lei ma sai anche che prima o poi se ne va sempre via. 

Il mantello


E quando anche il tempo meteorologico sembra infierire sul clima emotivo già cupo, non resta che avvolgersi dentro il caldo mantello dei ricordi più teneri e delle speranze più improbabili. 
Così, si diventa magicamente inviolabili. E beatamente invisibili agli occhi degli altri, si sprofonda silenziosamente nell’ombra di se stessi.

martedì 16 ottobre 2012

Orfana



Quando si è piccoli si gioca anche a morire.
O a fare morire.
“Se muoiono i miei genitori – si chiede la bambina – come potrò sopravvivere, chi mi adotterà?”
“Nessuno – risponde la donna che c’è in lei – siamo tutti orfani, non vedi?”
“Vuoi dire che siamo tutti bambini?” Insiste la piccola guardandosi un po' in giro.
“No. Vuol dire che siamo tutti soli. Dai, dammi la mano, così ci consoliamo.” 

Il valore delle parole



E’ vero, le parole sono gratis ma hanno sempre un valore per chi scrive. Non sempre per chi le riceve.
Un valore che nasce dal costo emotivo di queste manciate di lettere nere messe in fila su un candido scenario al ritmo di un confuso batticuore.
Le parole si offrono, si prendono, si copiano, si scambiano, si prestano, si regalano, si dedicano o si estorcono. E quando son sputate fuori dalla febbre di un sentimento che tracima, finiscono per prostituirsi e appartenere a tutti, intiepidendosi e svuotandosi di quel calore verginale da cui son nate.
Ma quando leggete, o voi che state lì fuori, badate bene che talvolta il costo emotivo di quelle lettere sfuse che rimbalzano senza un apparente scopo e bussano a un freddo schermo senza volto, può essere altissimo, doloroso, sofferto e persino sanguinoso.
Non tutti quelli che scrivono cercano l’originalità, non tutti inseguono l’anonimo applauso corale attraverso la battuta, l’enfasi o la rima. Magari, scrivono solo per svuotarsi, per via quel maledetto scroscio d’energia emotiva che fa la differenza e che altri manifesterebbero nella pittura, nella musica, nello sport, nel sesso, nel lavoro, nell'alcol, nella droga, nell’ozio o nell’oblio.
Ci sarà sempre qualcuno, in mezzo al mucchio di scribacchini ebbri di emozioni, che scrive solo per sognare o per dimenticare, con la speranza di un illusorio sfogo, di un respiro, di una carezza, di un sorso di consolazione, perché un'antica lacrima venga finalmente asciugata all’ombra di un tenero sorriso.
Il tempo di una frase, di una pagina, di un racconto o, se si è un po’ bravi e poco pigri, di un romanzo, quanto basta per sciogliere il bavaglio del cuore con rivoli di libere parole. Parole gratis, sì, ma proprio per questo, forse, con un immenso valore.
Fine. 

lunedì 15 ottobre 2012

Incomunicabilità


Non c'è peggior sordo di un cieco.
Eppure, 
amerò sempre quegli occhi 
che non hanno voluto ascoltare.

I saggi assaggi di Montaigne



Se Montaigne, geniale filosofo e appassionato scrittore francese del Cinquecento, fosse in vita oggi, sarebbe sicuramente un perfetto “supertaster”.
Apparterrebbe, cioè, a quel venticinque percento di popolazione in grado di percepire odori, aromi e sapori più intensamente della media, distinguendoli in sfumature inafferrabili ai più. Di conseguenza, sarebbe conteso, ammirato e forse anche temuto da chi produce, commercia e consuma olio, vino e prelibatezze affini, come gli analisti sensoriali possono ben immaginare.
Non intendo limitare la grandezza di Montaigne a questa virtù istintuale, perché il suo fermento intellettuale spazia ovunque e lambisce sia la concretezza fisica e scientifica, sia la profondità filosofica e psicologica. Tuttavia, vorrei soffermarmi su questo razionalismo sensualista, perché è quello che guida il filosofo durante tutta la sua esistenza, un’esistenza sempre golosa e mai sazia di avventure e conoscenza.
Montaigne ama la vita, in tutti i sensi e con tutti i sensi. Mangia spesso con ingordigia, si morde la lingua dal piacere, adora il buon vino, odia essere interrotto mentre è in bagno, riconosce il profumo di violette nella sua urina, apprezza l’odore neutro della sua pelle e spera che la morte lo sorprenda mentre sarà intento a piantare degli odorosi cavoli nel suo orto. Nelle sue eccentricità, una cosa è per lui certa: la conoscenza di sé, che passa innanzitutto attraverso i sensi, accresce la consapevolezza dell’altro e l’apprezzamento del diverso da sé.
Durante i suoi continui viaggi, Montaigne annota e spesso detta al suo fedele servitore, ogni minimo dettaglio circa le esperienze vissute a contatto con le persone, gli animali e i cibi. Tutto è importante per lui e aristotelicamente sostiene che nulla è inutile in natura. Lo ribadisce spesso nei “Saggi”, dove emerge con evidenza quanto amasse mangiare, bere, annusare e assaggiare, non con l’arida dissolutezza dell’ingordo ma con la fine sensibilità di colui che vuole imparare. E nonostante i seri problemi renali, probabilmente ereditati dal padre, che gli procurano spesso feroci sofferenze, Montaigne non rinuncia mai ai piaceri della vita, compresi appunto quelli della tavola.
Non a caso, il filosofo inventa l’espressione “science de gueule”, scienza della gola, proprio negli anni in cui la cucina francese sboccia verso un rigoglioso e promettente fiorire. In quest’epoca, infatti, la ricerca della perfezione nell’arte culinaria è d’obbligo, tanto che Montaigne racconta di un famoso chef, Vatel, che alla vigilia di un banchetto reale si suicida, essendosi accorto di aver clamorosamente terminato il pesce ordinatogli dal suo sovrano.
E’ in questo contesto storico pregno di sperimentazioni gastronomiche, che Montaigne arricchisce il proprio bagaglio culturale aprendosi a esotici e speziati orizzonti, grazie al senso del gusto ma anche al senso dell’olfatto. Dedica un intero saggio a questo senso primordiale eppur prezioso, intitolato “Degli odori”, in cui precisa: “mi piace molto sentire i buoni odori e odio straordinariamente i cattivi, che sento da lontano più di ogni altro.” E’ lui stesso a definire il suo naso “straordinario” per la sua non comune sensibilità, una sensibilità che non distingue tra anima e corpo perché, come Montaigne afferma, la persona umana è un’unità in cui convivono armoniosamente i piaceri sensuali e quelli spirituali. Affidarsi al proprio naso è, dunque, per Montaigne il modo più preciso per cercare di afferrare l’essenza di una persona, così come la qualità di un cibo o di una bevanda. L’odore rivela molto più di quel che l’occhio può vedere, in ogni situazione. Così, Montaigne si diverte a descrivere con minuzia la dolcezza dell’alito dei bambini sani; racconta come l’odore dei guanti gli resti addosso per tutto il giorno; critica ripetutamente la bellezza di città come Venezia e Parigi per via dell’odore paludoso dell’aria; mentre esalta le strade austriache per i fumi aromatici emanati dalle stufe delle case.
Ma la sensibilità olfattiva e gustativa di Montaigne spicca soprattutto nel suo “Viaggio in Italia”, un saggio che viene tuttora considerato un vera e propria guida ai vini dell’epoca. Il filosofo fiuta, assaggia, beve ed espettora con acuta attenzione i vini che gli vengono offerti durante gli spostamenti in Europa, annotando con minuzia ogni sensazione e senza risparmiare severe critiche. A Plombières il vino non è per niente buono, così come non lo è il pane; a Schongau ci si deve accontentare di vino novello da consumarsi appena imbottigliato; ad Augusta, i vini buoni sono per lo più bianchi, come a Vipiteno, perché i rossi deludono; in Germania i vini vengono aromatizzati con varie erbe o spezie, tra cui la salvia, di cui i germanici son ghiotti; a Basilea sono tutti troppo delicati, per non dire blandamente annacquati. Ma è in Italia, e specialmente a Lucca, che Montaigne assaggia un “vino bonissimo”, regalatogli da un ministro dei frati francescani con dell’ottimo marzapane che, insieme, allietano una delle sue tante soste ai bagni termali. Anche quando è costretto a curare i dolori renali, infatti, Montaigne non rinuncia alle cose buone, consolandosi così dei propri acciacchi e sperimentando su di sé possibili cure alternative, certamente più piacevoli di clisteri e salassi.
Qualche storico sostiene che il rapporto viscerale tra il filosofo e il vino dipenda dal fatto che quest’ultimo entra nel sangue, scaldando i pensieri e sciogliendo la scrittura. A me, invece, piace pensare che l’amore di Montaigne per il vino nasca prima, cioè dalla terra e dalle vigne, che lui stesso quando può cura con passione. Il filosofo è, infatti, anche un esperto e ricco vigneron e dalla finestra del suo studio ama osservare il gelo pizzicare le viti intirizzite, la potatura e la legatura dei tralicci d’inverno, il sole estivo che riscalda i grappoli e l’allegria della vendemmia settembrina. “Quando gelano le vigne del mio villaggio, il mio prete argomenta che è l’ira di Dio sulla razza umana”, scrive. Ecco, forse solo dopo questo profondo significato simbolicamente legato alla vita e alla giovinezza arriva per Montaigne il piacere più strettamente legato al gusto, così pregnante nei suoi scritti.
Alcuni sostengono che il titolo stesso dei suoi manoscritti “Essais” non vada tradotto come “Saggi” bensì come “Assaggi”. E’ possibile, visto che l’origine arcaica del termine “assai” è presumibilmente legata al cibo e al vino. Letto in questa chiave, l’intero manoscritto di Montaigne (il cui titolo originale era “Essais de Messire Michel de Montaigne”) sarebbe coerente con la premessa che il filosofo dedica al lettore, in cui presenta i suoi racconti come un mezzo per alimentare il proprio ricordo presso amici e parenti. Il titolo potrebbe dunque essere tradotto come “Assaggi di Michel de Montaigne”.
Tuttavia Montaigne estende le sue riflessioni sensoriali oltre al vino e al cibo e arriva a toccare il corpo umano. Ed è qui che va ricondotta la sua saggezza. Attraverso le impressioni olfattive, Montaigne arriva a leggere dentro le persone, intuendo temperamento, abitudini e umori. Per esempio, disapprova l’abuso di profumi artificiali, perché mascherano la verità e sono sintomo di mancanza di pulizia, quindi chi profuma troppo, in realtà, puzza. I suoi folti baffi, oltretutto, non lo tradiscono mai e gli sono complici nell’imprimere sensazioni gustative e olfattive essenziali, soprattutto in amore. Scrive, infatti, che “gli appassionati baci della gioventù, saporosi, ghiotti e appiccicaticci, un tempo vi s’incollavano e vi restavano per molte ore.” Inoltre, Montaigne sottolinea come “il più squisito profumo di donna è non avere alcun odore, così come il miglior odore delle sue azioni è che esse siano impercettibili e tacite.” Se da un punto di vista ideale, la donna dev’essere inodore, Montaigne apprezza certi aromi delicati, come quelli che usavano le ragazze di Scizia. Esse, infatti, “dopo essersi lavate, spargevano e ricoprivano tutto il corpo con una certa droga odorosa che nasce nel loro paese; e al momento di avvicinare gli uomini, la toglievano per essere lisce e profumate.”
Con l’età, forse, il sapore tumido dei baci e le sensuali fragranze femminili cambiano per Montaigne ma altri effluvi verranno da lui assorbiti e studiati con altrettanta meticolosa passione. Per esempio, egli nota come l’utilizzo dell’incenso durante i riti religiosi sia fondamentale per purificare i sensi e indurre alla contemplazione. Allo stesso modo, rimpiange di non possedere l’arte di aromatizzare i cibi di cui certi cuochi son mirabilmente dotati.
Insomma, “annusare il più possibile” sempre e ovunque, per esplorare tutto ciò che appartiene alla vita: questa sembra essere la missione umanista sottesa alla saggezza di Montaigne, il quale fa del proprio naso e del proprio palato un unico prezioso strumento di conoscenza e di profondo godimento.
Il filosofo assaggerà la vita fino all’ultimo respiro quando, ironia della sorte, un ascesso alla lingua gli impedirà di parlare per tre sofferti giorni. “Non mi fa piacere essere malato ma se lo sono, voglio saperlo, voglio sentirlo” scrive, mentre, disteso nel letto della sua casa, gli amici più cari gli rendono le ultime commosse visite. Si dice che abbia affrontato la morte con una serenità naturale, non piantando cavoli come avrebbe desiderato, ma scrivendo in conclusione dei “Saggi” che era semplicemente giunto il momento di raccogliere le sue cose e far fagotto.
E’ il 13 settembre del 1592, il giorno in cui Montaigne deve aver annusato l’unico profumo a lui ancora sconosciuto, quello della morte, che come un ultimo bacio s’è posato morbidamente sui suoi baffi stanchi, senza concedergli il tempo di ricambiare, né di poterlo raccontare.