sabato 25 giugno 2016

Puntino giallo


Pagaiare in solitudine lascia il tempo per pensare.
Anzi, non è nemmeno un ‘pensare’ ma un ‘sentire’. 
Uno scorrere liquido di immagini, di sensazioni, di emozioni che affiorano in superficie con lieve naturalezza così come l’acqua del lago si fa d’incanto docile al passaggio fluido del kayak. Vagabondare per qualche ora in compagnia solo di se stessi, manifestarsi in un minuscolo puntino giallo sospeso a metà tra nuvole e vento, può essere un’occasione privilegiata per guardarsi in faccia e dirsi tutta la verità.
Infiniti attimi di solenne ricongiungimento con la natura, non solo quella meravigliosa che incornicia la nostra effimera presenza, ma anche quella più greve, complessa, contradditoria, torbida, fatta di ombre, graffi e contrasti impossibili da affogare nel mare piatto dell’oblio. 
E quando finalmente, un colpo di pagaia dopo l’altro, si arriva a toccare il fondo umanamente esperibile (perché esiste sempre un Oltre), ecco che un sospiro di soddisfazione, scappato così per caso da un sorriso rivolto al cielo, aiuta a capire che la pace è fatta. Sì, niente più conti in sospeso con l’ombra di noi stessi ma solo una salda stretta di mano, una pacca sulla spalla, una strizzatina d’occhio, con la certezza che la complicità tra ciò che si E’ e ciò che si E’ VERAMENTE è un traguardo raggiunto.
In verità pagaiare in solitudine non è mai possibile.

Perché non si è mai soli quando si sta bene con se stessi.

mercoledì 22 giugno 2016

La voce che 'sente'


La voce è lo specchio dell’Anima. Non gli occhi.
Musica che scivola nel petto, fluido che si inietta nelle vene, brivido che si riverbera nella testa accendendo sinapsi emotive senza fine. Un diapason che scuote di onde le viscere, come un maremoto perpetuo, insonne e ineluttabile. 
Questo è la voce, di chi oltrepassa il confine sterile delle parole per versare il loro vero contenuto direttamente dal suo spirito allo spirito di chi ascolta. Un travaso di essenze vitali che disseta e nutre in un ancestrale ritorno alle origini, al paradiso perduto, alla Grande Madre.
Poesia, magia, spiritualità, sacralità, follia, delirio, morte, rinascita…sarebbero solo lettere inanellate tra loro dalla logica della grammatica eppure svuotate di senso se non fossero sottese da una voce che, oltre a parlare, ‘sente’. E’ questo saper ‘sentire’ l’altro - l’amato, il desiderato - a trasformare la voce nello specchio dell’Anima. Specchio che a quel punto - il punto del non ritorno - diventa a due facce: il reciproco specchiarsi diventa il tramite tra due universi che si toccano, tra due vissuti che si fondono in una sola realtà. E la voce allora si fa ponte tra quelle due esistenze inconsapevolmente in cammino l’una verso l’altra, calamitate da invisibili maglie che sempre più stringono la morsa.
In questo specchio a due facce confluisce Tutto: il caldo e il freddo, la pazzia e la ragione, il satiro e la vergine, il puro e il peccaminoso. Il sì e il no. Gli estremi si corteggiano, gli opposti si compenetrano e i paradossi si sposano.
La voce che ‘sente’ è lo specchio dell’Anima. Non gli occhi.
E io sento la tua.



martedì 21 giugno 2016

E'.


Sana follia o folle saggezza?
Non so che cosa sia, so solo che E’.
E’ il mistero, il numinoso, il perturbante. E’ ciò che attrae e intimorisce, seduce e spaventa, innamora e addolora. E’ l’inconsueto, il delirante, il mai banale. Una sensazione d’inspiegabile richiamo verso un universo in cui ci specchiamo e in cui vediamo ribollire le immagini riflesse delle parti più oscure di noi stessi. Oscure eppure luminose, perché foriere di sogni, sogni eloquenti che parlano il linguaggio alchemico dell’Anima e che, in fondo, inconsapevolmente ci rassicurano come la carezza della buonanotte di un padre alla sua bambina.
Capita a volte nella vita di imbattersi in qualcosa o qualcuno che senza volerlo ci scaraventa addosso quest’universo, questo misterioso, numinoso, perturbante universo che dritto come una spada va a penetrare gli anfratti più teneri dei nostri desideri. Quelli più taciuti, quelli più repressi eppure malcelati sotto il tessuto ingombrante della moralità, della socialità, della banalità. E per quanto il pensiero si sforzi di alzare lo scudo della ragione a fermare la spada dell’istinto, ecco che inermi cadono i muri, crollano gli argini, sprofondano le pareti.
E così, nudi di fronte a noi stessi, accogliamo l’affondo. E ci ricongiungiamo finalmente alla nostra ombra, riconoscendola come benevola amica e inevitabile complice della nostra luce. Così insieme procediamo senza paura, rinati, adulti, forti di quella carezza che ogni notte un padre continuerà ad offrire alla sua bambina, traghettandola dal mondo dei sogni al mondo della realtà.
Sana follia o folle saggezza, non so cosa sia. 
So solo che E’.