domenica 11 gennaio 2015

COMPLICE ALCHIMIA



Capita, talvolta, di sentirsi attratti da una persona che non si conosce affatto come se, invece, la si conoscesse da sempre. Incuriositi da qualche fugace dettaglio, intercettato magari in un abbozzo di conversazione, o in un timido scambio di sguardi, ecco che scatta in noi un guizzo che ci fa improvvisamente sentire in contatto fisico e mentale con quello ... 'sconosciuto'. 
Un guizzo di eccitazione, sicuramente condiviso, che agita piacevolmente entrambe le creature magicamente connesse da un  dialogo sospeso in un una complice alchimia.  
Allora mi chiedo, non sarà che anche per gli esseri umani valga una specie di legge gravitazionale universale? Non sarà che, come i pianeti, anche le persone obbediscano a loro insaputa ad invisibili ordini ineluttabili, dettati da una grammatica fisica, chimica o matematica?
Chissà, forse è meglio non sapere. Forse è meglio accontentarsi d'essere romantici poeti anzichè dotti astrofisici e abbandonarsi alle leggi di questa deliziosa congiunzione astrale!

sabato 10 gennaio 2015

OCCHI VUOTI



Ieri, seguendo le notizie sulle violenze subite da Parigi e dall’Occidente intero, guardavo rapita e confusa i volti dei terroristi. Guardavo i loro occhi ipnotizzata, paralizzata. Occhi apparentemente vuoti, senza un indizio di espressione, indifferenti a tutto e a tutti, alla vita e alla morte. 
Cercavo di capire, di trovare risposte alle domande che ogni persona ragionevole – non ‘buona’, semplicemente ‘ragionevole’ – si starà ponendo in queste ore.
Cosa ci sarà dietro quegli occhi? Cosa dentro quelle teste, quei neuroni, quelle sinapsi, quei pensieri, e soprattutto cosa dentro quei cuori … quale storia, quale cammino, quale credo può riuscire ad azzerare anche l’ultima briciola di umanità che dovrebbe albergare in un essere umano, se non altro per puro istinto di sopravvivenza?
Avvilita, e senza risposte, mi sono poi guardata allo specchio. Ho guardato i miei occhi, smarriti, increduli, pieni di domande. E, con evidente imbarazzo, ho cercato di capire che senso ha tutto quello che faccio quotidianamente, che utilità ho io, di fronte ai grandi sconvolgimenti di questa assurda e complicata vita. Briciole, parole, pensieri scribacchiati, pensieri sciolti, gocce disperse in un oceano che non m'appartiene. Scrivere articoli su cosa si mangia, cosa si beve, dove si va in vacanza, quali ristoranti piacciono, quali hotel raccomandare, che città visitare, quali fiere consigliare ... Che misera quotidianità è questa, quando nel frattempo il mondo fuori impazzisce per mano di un esercito occulto di fanatici dagli occhi vuoti!
Eppure, tornando a guardare i miei di occhi, un pensiero più sciolto degli altri mi raggiunge allo specchio e mi salva dall'imbarazzante frugare in me stessa. E se fosse proprio questo il senso del mio agire? Se fosse proprio quello di prendermi cura con amore della mia piccola quotidianità senza personali fanatismi e cieche ambizioni, con coerenza e onestà d’animo, con trasparenza e disinteresse. Scrivere. Usare le parole con spontanea passione, cercando possibilmente di aggiungere un po’ di bellezza alla realtà, senza mentire, che di bugie in giro ce n’è già abbastanza. Forse ha un senso anche regalare a chi legge un po’ di leggerezza con la dovuta intelligenza: un orizzonte nuovo, un panorama sconosciuto, un sapore inatteso, un profumo eccitante … creare desiderio, suscitare curiosità, invogliare a sognare. Guai smettere di sognare!
Allora, mi son detta, anche le parole scritte su argomenti un po’ frivoli, che parlano ai sensi e meno all’animo, possono avere una propria utilità. Allora, anche il tempo speso a ragionare su un cibo, un vino, un hotel o un viaggio, può avere un senso che non è sprecato: quello di creare un tessuto comune, piacevolmente condiviso anche nella consapevolezza della superficialità, un tessuto fatto di fiducia e di sguardi aperti, diretti, luminosi, nonostante tutto il buio che c’è intorno. Un tessuto leggero, fatto di parole, che possa sfidare il senso di paura, la diffidenza e la tentazione di vendetta contro tutti i volti dagli occhi vuoti, passati, presenti e speriamo non futuri, in cui si possa continuare a fare esistere e resistere un mondo bello e buono … buono in tutti i sensi.

mercoledì 7 gennaio 2015

La Danza



La scrittura è per la mente ciò che la danza è per il corpo: libertà.
Libertà d’espressione, movimento, creazione, eccitazione, fervore, amore!
Nel momento in cui diventa un’imposizione, ci sono almeno tre scelte: assecondare il coro e trasformare la ballerina in una marionetta; abbandonare il palcoscenico e smettere di danzare; riprendere a suonare la propria musica e tornare a danzare seguendo i passi del proprio cuore.

giovedì 1 gennaio 2015

La verità



Rifiutare di confrontarsi in un dialogo diretto può significare almeno due cose.
1) Chi si nega al confronto non ritiene il suo interlocutore all’altezza della situazione. 
In tal caso peccherebbe di presunzione.
2) Chi si nega al confronto ritiene che il suo interlocutore possa avere ragione. 
In tal caso peccherebbe di viltà.
In entrambi i casi, vincendo il silenzio non vincerà mai la verità.

mercoledì 31 dicembre 2014

L'inganno


Questa notte brinderò alla sincerità, 
all'onestà 
e alla trasparenza.
Ovvero, all'amicizia di una vita
finita per sempre.

sabato 27 dicembre 2014

Silenzio



Sms. Email. Messenger. Facebook. Twitter. Linkedin. Cartoline virtuali.
Ormai gli auguri si fanno così, in un reciproco scambio di monosillabi digitati e di immagini preconfezionate pescate a caso in rete. Uno scambio di parole fugace e indolore. Il più delle volte senza aggiungerci niente di personale, di originale, di speciale. 
Ma perché, mi chiedo, non affidare alla voce qualche parola sentita, magari non eccezionale, ma pur sempre importante perché dedicata a chi si vuol bene, a chi occupa i nostri pensieri?
“La voce … lo specchio dell’anima”, avevo scritto tempo fa da qualche parte. E sono ancora convinta che, più degli occhi, la voce sia lo strumento che meglio trasmette senza veli il sentimento del momento.
Forse, allora, è proprio per questo che la si cela: per paura di svelarsi. Un pudore un po’ paradossale, in un mondo in cui tutto viene detto a tutti, spesso senza dire in verità nulla. E’ forse per questo che si preferisce il disimpegno di una manciata di parole scritte alla comunicazione diretta che, per altro, implica un ascolto e una risposta, una reazione immediata, naturale, spontanea, non deviata nel tempo, come invece è la comunicazione virtuale. Perché davanti a un monitor si è da soli, al telefono si è in due.
Una email può sempre non arrivare, un messaggio non essere letto, un’immagine finire in spam. Mentre una telefonata, un “Ciao, come stai…volevo sentirti …” bhe, a quella non si scampa! Così come non si scampa all’emozione dell'attimo, a quel brivido sottile che quella telefonata tanto attesa, sperata o temuta ci procura.
... Silenzio ... lo specchio dell'anima tace. 

venerdì 19 dicembre 2014

Sparpagliata dal vento



“Credo di essere stato trasportato dai venti fino a questa terra di fango; di certo sono nato altrove, ho sempre avuto ricordi o intuizioni di coste olezzanti e di mari blu …”
Così scriveva Flaubert in una lettera a un amico, lagnandosi della nazione in cui era malauguratamente nato – la Francia – non riconoscendola in cuor suo come la sua vera patria. Lui, per qualche oscura ragione perdutamente innamorato dell’esotico e in particolare dell’Egitto, fin da adolescente non si era mai sentito francese e pertanto, alimentando corpo e anima di frequenti viaggi all’estero, aveva partorito un’idea nient’affatto peregrina. Propose, cioè, un nuovo criterio di attribuzione della nazionalità: non in base al paese di nascita o di appartenenza dei genitori, bensì in funzione dei luoghi verso cui una persona si sente naturalmente attratta, o predisposta. Immaginò una specie di affinità elettiva, insomma, non tra due individui ma tra un essere umano e un paese, una città o un’isola.
“Sono nato per essere imperatore della Cocincina – proseguiva Flaubert sulle ali della propria libertà immaginativa - per fumare pipe lunghe trenta metri, per avere seimila mogli e millequattrocento efebi, scimitarre con cui mozzare teste che non mi piacciono, montare cavalli della Numidia, nuotare in marmoree piscine …”
Ebbene, con simile libertà immaginativa ma senza pretendere di armarmi di scimitarra con cui mozzare teste che non mi piacciono (e ce ne sono!) anch’io come Flaubert sin da bambina non mi sono mai sentita appartenere al luogo in cui son nata e cresciuta, come se anche per me nazionalità e cittadinanza fossero state una beffa del destino. Straniera nella mia città: quali venti capricciosi mi hanno sparpagliato qui, in una terra bigia e nebbiosa che non riconosco, che non mi è affine, che mi rimbalza? Non saprei dire. Ma so bene quali sono i luoghi in cui mi sento davvero a casa, i luoghi che mi fanno sentire davvero me stessa. Mi basta chiudere gli occhi per ritrovarmi là, lontano dal grigio e dal cemento, come in un bel quadro, circondata da pennellate di verde e ricami d’azzurro, incorniciata da profili di vento, di acqua e di soffice sabbia.
Così, un po’ come il romanziere francese (o egiziano, o cinese, o indiano, a suo piacimento …), anch’io ripenso all’idea di “patria” non come a una porzione di terra separata dalle altre da una linea rossa o una blu, ma come a quel paese che amo, che mi somiglia, quello in cui semplicemente sto bene.
In fondo, anche Socrate, quando gli chiedevano da dove venisse, non rispondeva “da Atene”: rispondeva “dal mondo”! Chissà, forse anche lui si sentiva ingiustamente sparpagliato da venti capricciosi e segretamente sognava coste olezzanti e mari blu.