lunedì 17 settembre 2012

La gioia di vivere



Il grande Matisse, quando si trovava con il pennello in mano di fronte alla tela bianca, con ispirata solennità era solito dire:
“Sono guidato da un’idea che afferro solo mentre cresce con il quadro.”
Ora, non somiglia all’opera di un grande artista, l’Amore?
Anche una storia d’amore, dopo tutto, in origine è non è che una tela bianca. Una tela nuda, spoglia, senza cornice né orizzonte, che, con pazienza, passione e perseveranza, diventa dapprima bozza, poi schizzo, in seguito progetto, fino a crescere pennellata dopo pennellata, con i colori, le forme e le prospettive che i due artisti, gli Innamorati, concertano all’unisono, in un’improvvisazione dei sensi unica e inimitabile.
Come nell’arte, quindi, anche nell’Amore, non bastano la tecnica e il talento degli autori. Occorre un ingrediente fondamentale: la fantasia, tanta, tanta fantasia!
Allora, è possibile sperare di creare insieme un’opera d’arte traboccante di colori, proprio come una delle più belle tele di Matisse, intitolata “La gioia di vivere”.
Perché la gioia di vivere è gioia d’amare e una vita senza Amore sarebbe una vita senza colore. 

A tu per tu con lo squalo



Rangiroa è un tuffo nel blu, là dove il cielo si confonde con l’oceano. Non per nulla il suo nome significa “cielo infinito”.
E’ l’atollo più grande della Polinesia francese. Appartiene all’Arcipelago delle Tuamotu e con i suoi 240 motu, isolotti, separati da più di 100 hoa, piccoli canali, è l’angolo di Mondo più remoto che io abbia finora raggiunto.
Della Polinesia abbiamo normalmente l’idea di un paradiso talmente lontano da restare un sogno. Un paradiso fatto di ghirlande di fiori, perle rare e morbide ballerine ancheggianti al ritmo lento del tamurè, la danza locale. Anche Paul Gauguin, che visse al villaggio di Maiatea a Tahiti, restò così sedotto dalla sensualità delle donne tahitiane, le vahinè, da affermare: “Nessun uomo, nemmeno il più felice, può tener testa agli occhi di una vahinè”.
Altrettanto mozzafiato, però, è la straordinaria bellezza di questi motu. Rangiroa, in particolare, emerge dall’oceano come una collana di perle, ognuna delle quali è un’isola in miniatura, intrecciata alle altre da un anello di preziosi coralli, che abbracciano l’arcipelago formando una delle barriere coralline più ricche al mondo. Vista dall’alto dell’aereo Rangiroa è una tavolozza di azzurri e blu, pennellata da spruzzi di madreperla. Vista da sotto, in immersione, è un arcobaleno ricamato, un gioiello della natura, dove squali grigi, mante, razze, pesci napoleone e barracuda imperano, insieme ad una infinità di minuscoli pesci multicolore e conchiglie dalle forme più bizzarre.
Sull’isola non c’è praticamente nulla. Avatou è il villaggio più grande, per modo di dire, perché è un breve susseguirsi di piccole costruzioni colorate, che ospitano gli uffici amministrativi e le sedi delle attività economiche. Prima tra tutte la coltivazione della perla nera. Infatti, sull’isola si può visitare il Pearl Industry Research Center, il Centro di ricerca della perla. La pesca alla traina o d’altura e il turismo sono le altre due uniche fonti di ricchezza di una Terra non ancora contaminata dal ritmo asfissiante del progresso.
Qui ci si sposta prevalentemente in bicicletta, il mezzo migliore per gustare al rallentatore tutte le sfumature di un paesaggio che nasconde ad ogni angolo un incanto da scoprire. In sottofondo solo il silenzio, ravvivato dai richiami misteriosi di uccelli variopinti, dallo spumeggiare dolce delle onde sulle spiagge e dal vociare gentile della gente che sorride stupita, forse, dall’espressione incantata dei mie occhi davanti a tanta meraviglia.
Alloggio al Kia Ora Sauvage, una manciata di capanne in riva all’oceano, protette da una fitta foresta di palme tanto alte e folte da impedire al sole di fare capolino. Non c’è chiave alla porta della capanna, né televisione, né telefono, né cassaforte. Nulla di tecnologico. Bellissimo! Il ristorante è sulla spiaggia, ci si va a piedi nudi. Pochi tavolini sotto fronde di paglia, illuminati solo dalla luce fioca delle candele e da spettacolari tramonti, anticipo perfetto di un cielo stellato che pare ogni sera voler tuffarsi in mare. Una simbiosi magica con la natura condita, però, dallo stile francese che traspare in ogni dettaglio, dalla cucina, alla lingua, ai modi di fare della gente.
La popolazione polinesiana trasmette una sensazione di calma, di imperturbabilità. E’ cortese ma sempre riservata, molto religiosa e fedele alle tradizioni, tanto che non devono ingannare i costumi succinti delle vahinè, semplice eredità di un’antica usanza e non sfacciata seduzione. Traspare, dai tratti somatici, un caleidoscopio di razze diverse. Avventurieri provenienti da Malesia, Cina, Giappone, Arabia, Caucaso e persino Germania e Norvegia pare siano approdati fin qui mescolandosi, negli anni, con gli indigeni, originariamente frutto di un incrocio tra Indi e Peruviani. 
Parlando con alcuni ragazzi del villaggio imparo tanto, come sempre quando viaggio e mi mescolo alla gente. E’ così che una vacanza diventa esperienza. Scopro che, come tutte le popolazioni del Pacifico, anche i Polinesiani non hanno una storia scritta, avendo a lungo ignorato la scrittura. Quindi tutti gli eventi sono stati tramandati oralmente di generazione in generazione, mescolando storia e leggenda, realtà e fantasia. Ogni avvenimento tribale, dalla nascita alla circoncisione, dal matrimonio alla morte, viene ancora oggi celebrato con canti e danze che si prolungano anche tutta una notte, rigorosamente all’aperto. Quindi la musica, che per i turisti spesso non è altro che un souvenir da portarsi a casa impacchettato in un cd, è per i Polinesiani una forma espressiva molto importante.
Le canzoni raccontano di dei e leggende quasi sempre legate al mare e i balli sono praticati esclusivamente di notte, al ritmo dei pahu, strumenti a percussione ricavati da grossi tronchi d’albero. Esistono balli di coppia, gli upa upa, altri invece singoli, sia maschili che femminili. L’otea è, per esempio, un tipico ballo in cui l’uomo ancheggia simulando la grazia femminile, con tanto di gonnellina di paglia e ghirlanda di fiori sulla testa e attorno al collo.
Seduta a gambe incrociate sulla sabbia che mi culla, li osservo, un po’ drogata dalle note pigre del tamurè, dal fuoco dei falò e dal sole accumulato durante il giorno. La stanchezza si fa piacere e lascio ballare i pensieri incoraggiati dalla musica. Davanti a queste danze, che possono forse far sorridere chi è abituato all’esuberanza dei ritmi occidentali, mi viene in mente una bella frase di Proust dal sapore Zen: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuovi paesaggi ma nell’avere nuovi occhi”. E’ proprio così, si può imparare a vedere. Allora anche questi riti apparentemente semplici, quasi infantili, acquistano un fascino e si riappropriano del loro vero significato.
Un vecchio canto polinesiano racconta della creazione del mondo, avvenuta ad opera di un soffio di vita da parte degli dei che infusero il loro spirito a tutte le creature dell’universo. E’ credenza ancora oggi che questi dei si nascondessero all’interno dei crateri dei vulcani, nel mare e sulle cime delle montagne. Per questo i motu sono considerati tapu, cioè sacri. E a guardare bene queste isole, devo ammettere che infondono davvero qualcosa di misterioso, con il loro ergersi orgoglioso su verso il cielo, direttamente dal profondo del mare. Sembra che la loro piccolezza racchiuda una forza sproporzionata. Una leggenda racconta che il dio del mare Ruahatu-Tini-Rau, innamorato di una principessa, salvò lei, la sua famiglia e tutti i sudditi da un tremendo nubifragio, sradicando l’isolotto su cui si trovavano, sollevandolo su in alto, fino al cielo.
Ma è negli abissi che l’incanto di Rangiroa sfiora l’estasi e sfida quasi a credere che un dio del mare sia davvero esistito. Una mattina, con una guida polinesiana e un piccolo gruppo di turisti giapponesi, raggiungo con la barca un hoa, un’apertura della barriera corallina che permette all’oceano di scivolare dentro la laguna. Con l’oceano anche gli squali fanno spesso visita qui e li si può osservare comodamente dalle barche dal fondo di vetro, insieme a coralli e spugne di ogni tipo. Ma quando il ragazzo polinesiano àncora la barca e si tuffa con maschera e pinne, io non resisto. Lo seguo e per la prima volta in vita mia provo il brivido di imboccare uno squalo nutrice con le mie nude mani. Non ho paura. Il silenzio e il blu riempiono la mia testa e lo squalo sembra comunque molto più interessato ai brandelli di pesce che gli offro, piuttosto che a me. Sento che strattona forte il mio braccio rubandomi il cibo di mano, mi guarda un istante e soddisfatto se ne va. Io sorrido dentro la maschera pensando ad un’altra leggenda che mi era stata raccontata la notte prima.
E’ credenza diffusa qui che le persone dopo la morte si reincarnino in squali. Ebbene, la leggenda racconta di un isolano che fu attaccato da uno squalo, mentre pagaiava con la sua canoa. Lo squalo balzò dentro la canoa ma mentre l’uomo stava per uccidere il pesce con una scure notò il suo sguardo, assolutamente umano. Così, temendo di colpire qualcuno che poteva aver conosciuto, l’uomo abbandonò la canoa e nuotò fino a riva. Lo stesso fece lo squalo, nuotando nella direzione opposta, verso l’orizzonte.
La semplicità di questi racconti è toccante e fotografa perfettamente l’anima di un popolo così lontano dal nostro modo di pensare.
Risalita in barca, guardo per l’ultima volta l’oceano che mi ha regalato così tante emozioni e mi sento felice, orgogliosa, arricchita. Tra i commenti incomprensibili dei Giapponesi e le loro espressioni incredule, saluto in cuor mio lo squalo chiedendomi chi possa essere stato prima di tuffarsi per sempre libero nel blu.
Sarà bello saperlo quando un giorno, forse, sarò anch’io uno squalo.

domenica 16 settembre 2012

Il Poeta e la ballerina




Mi piacerebbe saper scrivere poesie. Invece mi devo rassegnare a leggerle perché, ogni volta che tento di ricamare parole e d’infilarle come perle in delicate liriche, finisco col sentirmi ridicola. Non mi si addice, sarebbe come forzarmi dentro un abito lungo e tacchi a spillo. Guai!
Allora levo tutto, parole, abito e scarpe, e mi consolo leggendo. Non so, a dire il vero, spiegare perché una certa poesia mi piace oppure no ma so che mi fa bene leggerle rispondendo allo stato d’animo di turno, così come a tutti fa bene sognare per alleggerire i fardelli quotidiani.
Qual è il segreto del Poeta, allora? Forse la semplicità. Il Poeta vero, non il poetastro esibizionista, con il suo pathos delicatamente fiorito ha il potere di farmi levitare, di sollevarmi da terra, di strapparmi dalle radici e mettermi le ali. Con le sue parole nude, vere, trasparenti, allunga una mano e prende la mia per portarmi via, altrove, e con un semplice tocco unisce la sua intimità alla mia.
Perché la poesia è intimità, non esibizione. E' sentire, non pensare, emozionare e non ragionare.
Allora, abbandonarsi a una poesia è come danzare al buio, a piedi nudi, per il semplice piacere di riprendere contatto con se stessi. E’ una danza, soffice, vibrante, struggente, eccitante, coinvolgente e sconvolgente. Perché al Poeta, al vero Poeta, è concesso tutto. Può volare troppo in alto o cadere troppo in basso, muovendosi sempre con rara eleganza, unendo mirabilmente il cielo con la terra, il paradiso con gli inferi, il sogno con la realtà.
Questo stato di languida reverie, questo sprofondare per levitare che la poesia suscita in me, è sempre straordinariamente consolatorio e appagante. Che volteggi su note gioiose o drammatiche, sensuali o nostalgiche, l’importante è che m’inviti alla danza, come fossi una ballerina cullata da un invisibile musicista.
Ecco, probabilmente non imparerò mai scrivere poesie ma di certo non smetterò mai di danzare, finché al mondo ci sarà un Poeta capace di farmi vibrare. 

sabato 15 settembre 2012

I sogni


I sogni vanno coltivati nell'orto della speranza, 
nutriti con il seme  della fantasia
e raccolti con la volontà
dell'amore.

Caro Diario ...




E’ sorprendente notare come si scrive bene quando si pensa di non essere letti, magari tenendo un caro vecchio Diario nella penombra della propria stanza da letto. 
E’ un po’ come camminare nudi per strada senza inutili fardelli né falsi pudori, esibendo non la sensualità del corpo ma la naturalezza dell’anima.
Purtroppo, l’impellenza a condividere sempre le parole con un pubblico è ormai la droga più diffusa che eccita il nostro piacere narcisistico mortificando invece il gusto dell’intimità. 
E’ una droga subdola che spesso costringe la scrittura a mascherarsi, a truccarsi, a ornarsi, trasformando noi piccoli scrittori in ambiziosi attori, spudorati esibizionisti intenti a sedurre un gigantesco anonimo voyeur, di cui noi stessi, ahimè, facciamo parte.

venerdì 14 settembre 2012

Un mondo di parole




Penso che chi scrive essenzialmente per passione, come me, lo faccia innanzitutto per rispondere a un bisogno viscerale, prima che mentale. Quello di creare un mondo su misura in cui poter vivere e non solo sopravvivere.
Un mondo che quasi mai corrisponde a quello che ci hanno offerto con la nascita, con la scuola, con le amicizie, con l’amore, con la religione. No, tutto questo non ci basta, evidentemente! Attraverso le parole architettiamo un mondo nuovo che si nutre e si abbevera di sentimenti esterni, certo, perché lo strumento principe dello scrittore sono i sensi che si fanno pensiero. Ma poi, varcata la soglia di questo microcosmo alternativo, impalpabile ed esclusivo, i sentimenti si rimescolano secondo una logica nuova, che parla il linguaggio dell’anima, con una grammatica che si forma mano a mano che viene pensata.
Ecco, scrivere permette di inventare questo mondo in cui si può creare liberamente seguendo la propria natura a dispetto delle imposizioni, dei confini, delle regole, degli stop, dei sensi vietati e dei semafori rossi, creandosi e ricreandosi all’infinito, finché l’ossigeno basterà al respiro. E quando le parole saranno finite, se mai finiranno, se ne inventeranno di nuove, così come si alimenta il vigore del fuoco soffiando sull'esile fiammella. 

Poesia, l'anima del sesso




E' l’aprile del 1940 quando un eccentrico collezionista di libri offre allo scrittore americano Henry Miller cento dollari al mese per scrivere racconti erotici – o meglio, pornografici - esclusivamente per il suo privato piacere.
In quel periodo, Miller è già abbastanza noto sia per il suo talento di romanziere dalle tinte piccanti, sia per essere spesso a corto di denaro. Perciò è senz’altro l’autore perfetto per quel tipo di lavoro. Tuttavia, per un uomo dalla personalità tanto esuberante e libera, scrivere su ordinazione a un dollaro a pagina è una sorta di punizione dantesca, un dovere castrante che, costringendo l’autore a vendersi a un anonimo voyeur, rischia di spegnere ogni suo spontaneo piacere creativo.
Attorno alla figura di questo collezionista aleggia, oltretutto, una nebulosa ambiguità che disorienta lo scrittore. I racconti erotici richiesti, infatti, non sono voluti direttamente da lui ma da un misterioso mandante. Si tratta un vecchio e ricco patrono che resterà sempre sconosciuto a Miller e alla cerchia di amici che parteciperanno con lui a questa scrittura su commissione.
All’inizio, Miller comincia a scrivere allegramente, con ironia, prendendosi gioco di quel maniaco masturbatore che, evidentemente, non sa trovare eccitazione dalle proprie fantasie. Presto, però, cominciando a sentirsi creativamente inaridito, frustrato e soprattutto trovandosi sempre più a corto di soldi, invita la sua amante e complice letteraria Anaïs Nin a collaborare a questa morbosa missione. Lei, penna altrettanto sensuale e smaliziata, si lascia coinvolgere, intrecciando la calda seduzione femminile al piglio virile di Miller e da questo lavoro, emotivamente conflittuale, nasceranno “Il delta di Venere” e “Uccellini”.
Tutte le mattine dopo colazione, per un lungo periodo, Anaïs si siede davanti alla macchina da scrivere per produrre la sua dose di cruda pornografia. “Perché questo è quello che vuole quell’arido masturbatore: solo sesso, niente poesia”.
Ad Anaïs - così viscerale, così uterina, specchio femminile della sensualità filosofica di Miller - pare inconcepibile l’esistenza di qualcuno capace di eccitarsi con descrizioni anatomiche che trasformano i piaceri dei sensi in una sterile operazione chirurgica. E’ convinta che quel vecchio erotomane non conoscerà mai l’essenza del piacere, quella che sgorga dall’orchestrazione di tutti i sensi, di tutte le note euforiche, travolgenti, passionali, dirompenti. Perché l’anima del sesso, per Anaïs, è la poesia, l’unico vero afrodisiaco della mente e del corpo.
Tuttavia, la necessità di denaro spinge Anaïs Nin e Henry Miller a scrivere centinaia di pagine per il collezionista, o chi per lui, coinvolgendo altri amici poeti e scrittori altrettanto poveri e creativi. Condannati come sono a fare pornografia, partoriscono manoscritti traboccanti di gioie morbose e perverse che, mentre appagano l’insana libidine del vecchio sempre più avido di parole, nauseano gli autori privati della propria lirica poetica. Tra loro, gli omosessuali si mettono a scrivere come donne, i timidi si lanciano in torbide orge, i frigidi si scatenano in orgiastici amplessi e i più poetici si macchiano delle bestialità più grette e degradanti.
Un giorno, frustrati da tutto questo, Anaïs, Henry e gli amici scrittori coinvolti in tale naufragio letterario, giocano a immaginare quel vecchio erotomane, maledicendolo per aver mortificato la letteratura erotica, la sensualità, la poesia, l’amore, e per aver trasformato tutti loro in prostitute di parole, in dissoluti mercenari della pornografia. Così, non potendo dichiarare direttamente il suo feroce odio a un uomo che insiste a restare anonimo, Anaïs decide di indirizzargli una lettera, in cui confessa brutalmente i sentimenti che lei e i suoi compagni di scrittura nutrono per lui.
“Caro collezionista, noi la odiamo. Il sesso perde ogni potere quando diventa esplicito, meccanico, ripetuto, quando diventa ossessione. Diventa una noia … Lei non sa cosa si perde con il suo esame al microscopio dell’attività sessuale, con l’esclusione degli aspetti che sono il carburante che le infiamma. Componenti intellettuali, fantasiose, romantiche, emotive. Questo è quello che conferisce al sesso la sua struttura sorprendente, le sue trasformazioni sottili, i suoi elementi afrodisiaci. Lei sta rimpicciolendo il mondo delle sue sensazioni, lo sta facendo appassire, morir di fame, ne sta prosciugando il sangue. … Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di gelosia, di tutte le spezie della paura, di viaggi, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di sogni, di fantasia, di musica, di danza, di oppio e di vino. … Quanto perde con questo periscopio sulla punta del pisello, quando potrebbe godersi un harem di meraviglie tutte diverse e mai ripetute! …
Siamo rimasti seduti per ore a chiederci che aspetto lei abbia. Se ha reso i sensi indifferenti alla seta, alla luce, al colore, all’odore, al carattere, al temperamento, a questo punto dev’essere completamente avvizzito. Ci sono tanti sensi minori che buttano come affluenti nel fiume del sesso. Solo il battito unito del sesso e del cuore può creare l’estasi.”
In questa lettera, scritta con l’inimitabile impeto uterino di Anaïs, si spiega mirabilmente quel sottile velo che distingue e separa la pornografia dall’erotismo. Velo che ancora oggi per alcuni è un’inutile minuzia da spazzar via per affrettare l’esplosione di effimeri godimenti, mentre per altri (che per fortuna esistono) è un confine sacro e invalicabile, necessario per prolungare il vero piacere e raggiungere l’amplesso congiunto di mente e corpo.
Perché, come scrive Anaïs, il piacere che due amanti possono scambiarsi e donarsi è come una febbre che fonde due Esseri in uno, “una gioia troppo grande, una gioia che è come una piccola morte accecante che nessuna droga può provocare, che niente può provocare se non due corpi innamorati che si amano in ogni atomo, fin nel profondo del loro essere, con ogni cellula e nervo e pensiero.”
Solo così, infatti, attraverso il battito unito del sesso e del cuore, si può toccare l’estasi.