martedì 26 gennaio 2016

La luna all'alba


Peccaminosa seduttrice.
Somiglia a una donna in vestaglia, languidamente scomposta, che si appresta a coricarsi per ricaricarsi.
Femmina furtiva, ancora calda dopo una notte insonne di piacere, si leva il trucco e si veste di quelle poche stelle ancora sveglie.
Ebbra di baci mai sazi di vita, scivola piano tra le lenzuola del primo mattino, tra uno sbadiglio svogliato e un fremito eccitato, tra un ricordo ancora vivo e un desiderio mai spento.

La luna all’alba è ogni donna. Ogni donna in cerca del suo sole.

venerdì 8 gennaio 2016

lunedì 4 gennaio 2016

Il senso del bello per la neve


E d’improvviso tutto si veste di bianco.
Mi domando perché la neve, comune fenomeno atmosferico stagionale, desti in noi un senso di magica fascinazione. L’impatto visivo con quel mistico candore che ammanta i contorni terrestri rivelandone un’altra bellezza risveglia d’istinto un sentimento di ipnotica attrazione, del tutto slegato al pensiero razionale. E’ come se la neve, con le sue segrete geometrie, possedesse un senso tutto suo che dialoga direttamente con i nostri recettori emotivi.
Lo chiamerei il senso del bello per la neve.
I bambini lo capiscono al volo.
Loro non hanno bisogno di parole per sentire. 
E la comparsa della neve è sempre una eccitazione dei sensi, una giostra di entusiasmi. Eppure, anche crescendo, anche disfacendoci dolorosamente di quella morbida placenta fatta di ingenuità e di elementare sentire, anche noi adulti avvertiamo puntualmente l’emozione per la neve.
Forse, non è solo una risposta estetica, allora. Forse, sotto quell’immensa mano bianca che ci emotivizza riportandoci all’infanzia, germinano radici ancestrali che si abbeverano di questa magia destinata a liquefarsi nel tempo.
E se fossero tutti e cinque i nostri sensi a concertare il senso del bello per la neve?
Il bianco, dopo tutto, è la fusione di tutti i colori. Lì dentro si riversa tutto l’arcobaleno.
Un bianco che piace perché solletica la vista, quindi, evocando un candore verginale, una purezza, un’innocenza propria dei bambini, degli angeli e degli animali, io direi, un bianco che sa di bontà.
Un bianco che piace perché stuzzica il tatto, con quella soffice lama tagliente che brucia le dita e che tuttavia invita a giocarci con un irresistibile fame di stringerla e darle forma, forse per offrirle inconsciamente un vita concreta.
Un bianco che vien voglia di mangiare, anzi di bere, come fosse latte, il primo nutriente affettivo, dono di un’osmosi materna scolpita non solo in ognuno di noi ma nella memoria dell’umanità.
Un bianco che si fa ascoltare, con quel suo religioso silenzio che tutto assorbe, tutto racchiude e tutto domina, risucchiandoci in un altro universo, quello di una fiaba, quello di noi stessi, riportandoci al primo rigurgito di vita.
E un bianco che incuriosisce anche l’olfatto, sì, perché anche se i limiti umani non ci consentono di cogliere gli umori che la terra emana sotto la neve, questi fremono: basterebbe guardare i nostri cani seguire eccitati le tracce visibili solo al proprio naso e imparare che anche la neve odora di vita. Forse, in questo caso, noi adulti dovremmo osare un passo ancora più umile, ancora più coraggioso, e avventurarci ben più indietro nel tempo. 
Forse dovremmo tornare non solo bambini ma animali.

Allora sì che scopriremmo finalmente il senso del bello per la neve.

mercoledì 30 dicembre 2015

Il prezzo dell'amore


Non ci si abitua mai al dolore.
Ogni volta ti sorprende come fosse la prima.
E sì che l’avevi già conosciuto, l’avevi colto altre volte nello sguardo di chi cercava, con composto timore, di nascondersi al tuo per non versare inutilmente la sua tristezza nel tuo cuore.
Ogni volta torna più nero, così, all’improvviso quando tutto sembra azzurro, come il cinico jolly di un gioco beffardo le cui regole son note solo al suo diabolico autore. E ti lascia lì, vuoto e inerme, davanti ai tuoi fantasmi messi in fila come tante candele spente ancora fumanti, a pensare ai dolori passati, cui hai assistito brandendo un fragile scudo di speranza che non sai bene se fosse paura, rabbia o banale impotenza.
In ogni caso, il nodo in gola che ti impedisce di inghiottire quel freddo male che non sarai mai pronto ad affrontare, ti scaraventa addosso in un secondo tutta la tua vita. La tua e quella delle persone perse che ti hanno amato e che vorresti riabbracciare un attimo, una volta ancora, l’ultima come fosse la prima.
Ma allora, pensa. Fermati, apri gli occhi e affonda lo sguardo dentro lo sguardo di chi forse non vuole nascondersi al tuo, perché dopo tutto la sua tristezza non è un peso nel tuo cuore ma è solo il prezzo dell’amore. Forse è proprio questo l’immenso abbraccio che vorresti dare per stringere in un solo afflato tutti gli affetti che sopravvivono in te. Quel patto tra sguardi è la condivisione di un momento triste che passerà superando se stesso e che germinerà altre emozioni, nuove, improvvise, culla a loro volta di altre emozioni altrettanto vive. Sconosciute persino al diabolico autore del gioco beffardo che guida verso l’ombra del misero capolinea. Armato dei suoi macabri jolly, forse, ma incapace di sconfiggere l’amore per gli altri, l’amore per la vita. Perché quello non è un gioco dettato dai dadi ma l’unico mezzo per arrivare vincenti al traguardo.
E allora, sguardo nello sguardo, uniti in un abbraccio, diventa chiara una cosa.
Non ci si abitua mai al dolore, è vero, perché l’amore ha un prezzo. Ma non ci si abitua mai neanche alla gioia, perchè l'amore premia. E quel nodo in gola che ti paralizza di fronte a un male che non sarai mai pronto ad affrontare soccomberà ogni volta di fronte al tuffo al cuore che puntualmente, capricciosamente e inesorabilmente ti riporterà sempre ad alzarti, a guardare avanti e a mordere la vita. 
Insieme.

giovedì 3 dicembre 2015

Gioco di specchi


Mi domando se siano i paesaggi a colorare le nostre emozioni o viceversa.
Se un cielo gravido di grigio possa essere artefice di un inspiegabile malessere interiore, oppure se sia un’inconsapevole negatività emotiva a rendere quel medesimo cielo minaccioso ai nostri occhi.
E che dire di un languido lago rassegnato all’abbraccio dell’inverno? Ai più, un paesaggio lacustre che galleggia nella stagione più arida di colori suggerisce indolenza, tristezza, melanconia. Persino depressione. A pochi altri, invece, il lago d’inverno rassicura e accompagna con la sua muta quiete una palpabile serenità interiore.
Allora penso che forse questo dialogo silente tra i nostri stati d’animo e gli scenari in cui ci immergiamo altro non sia che un gioco di specchi. Noi vediamo fuori ciò che siamo dentro.
L’importante è non abituare lo sguardo, non lasciarlo addormentare davanti alle sfumature dei paesaggi apparentemente immobili, perché anche quelle più impercettibili sono messaggere di vitali vibrazioni.
E’ lo sguardo capace di stupirsi, di emozionarsi e di innamorarsi ogni volta, anche davanti allo stesso panorama, quello che sa cogliere la poesia della Natura, sempre e comunque. Che sia un cielo gravido di grigio, o un lago sprofondato nell’inverno.

E lo stupore, si sa, è quel colore che rende tutto migliore. 
Dentro e fuori.

mercoledì 2 dicembre 2015

Il vagito dell'Universo


Facile è amare la Natura quando si risveglia. Quando la primavera sboccia d’inebrianti colori e l’estate schiude i suoi sensuali odori.
Ma si può altrettanto amare la Natura quando si assopisce. Quando si ritira nel suo letargico sonno, piano piano, in punta di piedi, sottovoce. Quasi chiedendo scusa alle creature viventi per sottrar loro colori e profumi, ecco che mesta si avvia verso il suo obbligato regredire, al ritmo ossequioso di una luce sempre più pallida, sempre più fredda. Fino a liquefarsi in una fragile penombra ai confini col mondo soffice dei sogni.
Così le piante finiscono per somigliare a immobili scheletri abbozzati in uno sfumato leonardesco, il cielo sembra piovere dentro il lago e le colline attorno paiono scivolare anch’esse dentro quell’enorme pozza grigioazzurra che è l’inverno.
Il silenzio si fa forte. Tutto tace. Eppure da qui, tra cedri e cipressi che come spavaldi scudieri sorvegliano il mio scrivere, sembra quasi di avvertire un leggero suono, un rumore di sottofondo, denso, costante, emanato da una sorgente invisibile, vicina o lontana non saprei dire. Sembra un filo teso tra la Natura e me. Che sia il primo vagito dell’Universo? L’eco sordo del Big Bang? Quella inquietante radiazione cosmica di fondo sfuggita di bocca alla Terra nell’istante del suo nascere, tanto impalpabile quanto presente, testimone di immensa forza e precaria certezza?
Ecco che allora, cullata da questo ancestrale lamento mai spento, sento che la Natura non muore mai per davvero. E che quel suo puntuale, lento e progressivo sopirsi fino quasi a scomparire non è che un’altra splendente manifestazione della sua eterna bellezza.
Un altro volto. Un altro vestito. Un altro trucco con cui lei si mostra, si spiega, si lascia guardare e si lascia amare.

Da chi la sa vedere.