martedì 11 febbraio 2014

Me voy!




Una pequena porciòn de maravillosa tierra perdida entre las turbulentas aguas del Caribe me està esperando. 
Esta isla se llama Culebra! 
Por dos semanas voy a olvidarme del trabajo, de la politica, de la economia, de todos los problemas de nuestro pobre pays, y voy a buscar mi misma en el silencio del viento y en las caricias del mar … Me voy a olvidar de mi idioma también y no quiero escribir nada de nada, solo vivir cada dia como si fuera el ultimo, en el abrazo del Caribe.
Hasta luego a todos, la Natura me llama!

venerdì 7 febbraio 2014

Le ali che m'invento



Ci sono giornate in cui le preoccupazioni sembrano fare a gara per arrivare prime al traguardo, quello della sopportazione.
Eppure, anche così, con la fronte corrugata da solchi già scolpiti e la mente ingombra di crucci esasperati, ecco che sempre, all’ultimo scatto della corsa verso l’angoscia, spunta qualcosa d’inatteso a vincere su tutto.
Un sogno!
Sarà incoscienza, sarà ingenuità, sarà quel sottofondo fanciullesco sopravvissuto intatto nonostante gli anni, sarà l’esser poco legata a radici che non sento e rapita da ali che m’invento, non lo so… ma so che puntuale, come risucchiata dentro un quadro di Chagall, trovo sempre un magico appiglio a un sogno colorato, gioioso, che mi trasmette energia, eccitazione, passione e tanta voglia di volare per raggiungerlo, nonostante le intemperie reali e umorali.
Se poi non lo raggiungerò pazienza, sognare è un esorcismo che porta alla rinascita! Un sogno è un’opera d’arte e basta a se stesso, tutt’al più sarà un’opera d’arte incompiuta, resa ancor più seducente dalle sue infinite evoluzioni e possibili soluzioni. Sarà tuttavia sempre sufficiente per andare oltre l’inutile autocompatimento, le lagnanze per la propria impotenza e le recriminazioni per le ingiustizie esterne.
Tanto prima o poi le preoccupazioni, grandi e piccole, saranno sempre lì, a turno, a bussare alla mente per irrompere nella quiete interiore coltivata con amore. Quindi, tanto vale lasciarsi andare, chiudere gli occhi, spalancare le ali e sognare.
Venite, venite pure grigie preoccupazioni … io ho il mio sogno colorato che mi difende ed è più forte di voi tutte messe insieme. Perché lui viene dal volere del mio Cuore!

mercoledì 5 febbraio 2014

Amico o non Amico ...



A dieci anni dalla nascita di Facebook, una riflessione tra tutte vince in me.
Al di là della rivoluzione che il concetto di Amicizia ha subito – un’amara involuzione, in verità – s’è radicata a mio parere un’esasperata incapacità di stare soli con se stessi. Forse i due fatti son connessi, anzi mi pare evidente sia così: l’illusoria sensazione di essere in contatto con persone idealmente vicine - per idee, gusti, sentimenti, emozioni, obiettivi - ha generato un diffuso bisogno di condividere tutto subito – idee, gusti, sentimenti, emozioni, obiettivi – per bearsi dell’urgente compiacimento, e autocompiacimento, che questa distorta maniera di stare insieme infonde.
Il problema è che spesso le immagini di sé trasmesse da quest’infinito parco giochi virtuale sono assolutamente dissonanti con la realtà e con le nostre attese, e si finisce per identificarsi nell’autoreferenzialità altrui, anziché stabilire un dialogo critico di reciproco ascolto in cui si impara realmente a conoscersi piano piano. La faccenda meriterebbe una profonda analisi psicologica, che per adesso rimando.
Ora m’interessa seguire un altro pensiero: anche quando s’accende in noi la consapevolezza che tutta questa giostra di amichevoli ‘mi piace’ è solo un’illusione, non si ha voglia di rinunciarci. Non si rinuncia perché è consolatoria, perché alleggerisce anche se illude ma pazienza, intanto si sorride trascinati spesso sempre più lontano da ciò che ci circonda nelle immediate vicinanze e che a volte proprio ‘non piace’. Ecco perché penso sia la paura di stare soli con se stessi a impedire il generale risveglio da quest’ipnotico risucchio virtuale.
Da parte mia, continuo a partecipare con il dovuto disincanto a questo gioco di prestigio, senza urgenza e con molta ironia, e questo me lo rende piacevole. Ma soprattutto continuo a chiamare ‘amica’ e ‘amico’ solo quelle poche persone che conto sulle dita di una mano. E per quanto riguarda lo spauracchio del silenzio, dell’isolamento, del pazientare, del non-comunicare e non-condividere, e dunque del rischio di restare sola con me stessa … bhe, questo per me è sempre e solo un grande piacere, mai un timore, un piacere che ho imparato ad esercitare fin da piccola e che tuttora mi salva. 
Ma probabilmente, a parte me, solo quelle due o tre persone mie amiche, quelle che conto sulle dita di una mano, sanno davvero di cosa sto parlando...e forse senza di loro sì che mi sentirei davvero sola!
p.s. sempre che anch'esse non si siano già perse nell'attrazione fatalmortale di Facebook :)

lunedì 3 febbraio 2014

Bau!



Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, mi domando – e gli domando – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi, perché non parli…
Eppure lui, il mio amato e innamorato molosso, col suo sguardo silente parla, parla eccome, perché lui pensa, sente e comunica, proprio come noi esseri umani. E noi sempre ci capiamo!
E ogni volta che mi perdo nei suoi amorevoli occhi scuri, è impossibile non vedere quella parte di me che c’è in lui. Allora,  da buona darwiniana, penso che se si smettesse di voler antropomorfizzare gli animali in impossibili proiezioni di sé e si accettasse, piuttosto, l’animalità che c’è in noi, riusciremmo a gestire meglio pulsioni, istinti e paure che con i nostri simili a quattro zampe per natura condividiamo, relazionandoci meglio con noi stessi e con gli altri. Animali compresi.
Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, anche lui sicuramente si domanderà – e mi domanderà – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi … e perché parli? Non serve ... tanto noi ci capiamo!”

venerdì 31 gennaio 2014

"Ogni lavoro è arido se svolto senza amore"


DALLA TERRA DOVE ULISSE FU STREGATO DA CALIPSO, LA FAMIGLIA CERAUDO STREGA I SENSI CON OLIO E VINO DEGNI DI OMERO


In balia di un clima economico altamente instabile che rischia di portare alla deriva anche le più tenaci resistenze, esistono alcune realtà italiane che sfidano con successo le intemperie congiunturali. Mi riferisco a quel mondo che ha saputo trasformare la ruralità in imprenditorialità, e l’amore per la terra in business di qualità. Una di queste realtà viene dalla Calabria, precisamente da Strongoli, in provincia di Crotone, dove la Famiglia Ceraudo ha stretto una rispettosa alleanza con il territorio, indovinandone la severità ma anche la generosità. Lungo i crinali di questa terra che, morbidamente e senza fretta, si versano nell’azzurro Mar Ionio, s’intuiscono le gesta di Ulisse stregato da Calipso, ninfa dalle crespe chiome narrata da Omero, e si odono i profumi della vite e dell’ulivo, tanto cari a Plinio. Il mare è così vicino da sentirne la brezza all’aurora, e il fruscio della risacca nelle quiete sere d’estate è una poesia che sfiora la leggenda. Qui non intervengono severi sbalzi termici da nuocere alle coltivazioni, ogni chicco d’uva e ogni oliva hanno il privilegio di maturare sotto i raggi ruggenti di un sole che si protrae anche oltre la stagione estiva. È in questi luoghi ameni e terreni, l’antica Petelia, oggi Strongoli, che la Famiglia Ceraudo ha deciso di consacrare la propria vita alla produzione del vino e dell’olio. Era il 1973, quando decise di acquistare la tenuta appartenuta ai Principi Campitello e Pignatello e in seguito ai Baroni Giunti, con il casolare del 1600. Nello stesso anno sono cresciuti, accanto agli ulivi secolari, i primi vigneti, da cui con tenacia e sacrificio è nato il primo vino. Oggi l’Azienda Agricola Ceraudo si estende su 60 ettari, di cui 38 coperti da uliveti, 20 da vigneti e 2 da agrumeti.
“Ogni lavoro è arido se svolto senza amore” ha ammesso con orgoglio Roberto Ceraudo, il quale ha saputo trasmettere questa semplice ma preziosa eredità ai suoi figli, Giuseppe, Susy e Caterina che, insieme, rappresentano la squadra vincente dell’azienda, ognuno con un ruolo diverso ma tutti con lo stesso obiettivo: continuare, portare avanti quello che in origine era solo un sogno ma che col tempo s’e’ trasformato in realtà.
Ma i sogni, si sa, non si realizzano senza tanta buona volontà. Ecco dunque che c’è voluta l’esperienza, il rigore e la passione umana per ottenere dalla terra i potenziali doni desiderati e sfidare con successo gli andamenti del mercato. I vigneti e gli uliveti sono coltivati senza l’invadenza di prodotti chimici, difesi dai parassiti con capannine meteorologiche e trappole di ferormoni a richiamo sessuale. Questo è un esempio di come si possa sfruttare la natura per preservare la natura stessa. Tutte le fasi della produzione vengono gestite internamente, ricalcando un microsistema simile a quello in uso nelle vecchie fattorie.
Il risultato non si può esprimere pienamente a parole, occorre l’assaggio, possibilmente approfittando dell’agriturismo e del ristorante dell’Azienda. Innanzitutto i vini, carichi di profumi, persistenti e freschi, in cui il sole, la frutta e i fiori primeggiano al palato regalando emozioni degne di un racconto omerico: i rossi Dattilo, Doro Be, Petraro; i bianchi Grisara, Petrella, Imyr; i rosati Grayasusi (etichetta argento) e Grayasusi (etichetta rame). E poi l’olio. Il pluripremiato Ceraudo, frutto dell’agricoltura biologica, dal sapore fruttato lievemente amaro e piccante, con sentori di mandorla e rosmarino è un piacevole stupore. Anche in questo prodotto, alla ricchezza del terreno si mescola la sapienza dell’uomo: “C’è sempre un periodo nell’anno in cui la pianta esprime le sue migliori qualità organolettiche ed è il momento in cui intervenire, anticipando la raccolta per prevenire alcuni parassiti. Componente fondamentale è anche il clima asciutto che limita la presenza della mosca olearia, ma anche l’utilizzo di tecnologie d’avanguardia, che permettono di ottenere il migliore olio in Calabria. Un prodotto naturale per antonomasia ... Come l’acqua che si attinge alla sorgente, dall’oliva, l’olio!”