martedì 11 settembre 2012

Una sfida vertiginosa



La curiosità per tutto ciò che è nuovo e sconosciuto mi ha portato spesso a sfidare i miei limiti, viaggiando a metà tra il coraggio e l’incoscienza.
Ripenso ancora con viva emozione a una delle mie più straordinarie avventure, una vera e propria partita contro me stessa, e raccontarla ora è un po’ come riviverla. 


E’ estate e mi trovo a Roatan, al largo delle coste dell’Honduras. Affascinata dallo spirito d’avventura di un gruppo di Americani, mi lascio convincere a partecipare al Seeshore Canopy Tour, senza sapere nemmeno esattamente di cosa si tratti. Con una pacca sulla spalla e un fragoroso “don’t worry, let’s go baby!”, mi trascinano con loro, assicurandomi che in America il canopy è uno sport ormai diffusissimo, divertentissimo e nient’affatto pericoloso. In pratica, ci si lancia da un albero all’altro appesi a delle funi come scimmie. Ma sarà, proprio, solo così?


Scopro, in realtà, che il canopy nasce diversi anni fa, in Costa Rica, dal progetto di Darren Hreniuk, un canadese innamorato della natura, che ha voluto inventare un modo tutto nuovo per far conoscere la foresta ai turisti, partendo da una diversa prospettiva, ovvero dall’alto! Da allora, il canopy si è diffuso un po’ ovunque, dall’Alaska alla foresta amazzonica, fino ad approdare anche in Europa e sta riscuotendo un crescente successo come sport estremo, con diversi livelli di difficoltà, abbordabile anche dai meno esperti e dai più giovani. Come avrei potuto rinunciare, quindi, a quest’esperienza da brivido a me sconosciuta? Ok, let’s go! 
Unici italiani, tra una decina di vivaci Americani, siamo io e mio figlio di dieci anni, che si è sempre dimostrato molto più coraggioso di me. Al parcheggio del resort ci aspetta un vecchio camioncino un po’ ammaccato, senza finestrini e tutto colorato, che ci dovrebbe portare - almeno si spera - fino al punto più alto dell’isola. Già questa pare essere un’impresa: la foresta è raggiungibile attraverso salite tortuose e sterrati a strapiombo, che ci tocca affrontare a bordo di questo trabiccolo tutt’altro che rassicurante. 
Per fortuna, ce la fa! Arriviamo in cima alla montagna, alla base di partenza del Seeshore Canopy Tour, dove tre simpatici ragazzi hondureni ci accolgono con un gran sorriso, pronti a fornirci l’attrezzatura necessaria e le istruzioni utili prima di intraprendere l’avventura. Già alla vista dell’equipaggiamento capisco che non deve essere affatto uno scherzo: elmetto di protezione per la testa, imbragatura con doppio moschettone (capirò dopo perché ne occorrono due) e guanti enormi e spessi per proteggere le mani. Ognuno di noi comincia a infilarsi l’attrezzatura e, alla fine della vestizione, vedendo mio figlio mascherato in quel modo, mi pento immediatamente d’averlo coinvolto in quest’impresa, anche se lui, al contrario, pare molto divertito e nient’affatto preoccupato. Nemmeno quando gli traduco tutte le istruzioni da seguire durante il percorso, per evitare di farsi male, sembra esitare, mentre io, per un attimo, vorrei davvero poter tornare indietro e non aver mai dato ascolto agli Americani e al mio maledetto spirito avventuriero. 

Ma siamo qui, ormai, e siamo tutti pronti. Tra poco si vola! 


Il tour consiste in un percorso di un’ora circa. Partendo da una piccola piattaforma di legno, costruita sui rami di un albero, ci si lancia agganciati ad un cavo d’acciaio - zip line – collegato ad un altro albero, fino a raggiungere la successiva piattaforma, ad un’altezza variabile dai 50 ai 100 metri. I cavi sono lunghi da 50 a 135 metri e sono due, tesi parallelamente, ecco perché due moschettoni: uno è di sicurezza, così, nel caso il primo dovesse malauguratamente sganciarsi, ci sarebbe sempre il secondo (e se si sganciasse anche il secondo …?). La postura durante il volo è fondamentale per evitare incidenti: una mano, quella davanti, afferra il moschettone, mentre quella dietro sta sul cavo, per frenare all’arrivo. Ma attenzione, perché se per caso un dito scappa oltre il moschettone addio mano! Non solo: la testa dev’essere sempre leggermente scostata di lato, perché l’urto contro il cavo d’acciaio non sarebbe piacevole, nonostante la protezione del casco; tuttavia non deve essere troppo esposta all’esterno, per evitare di colpire rami e foglie. Infine, le gambe vanno spinte in avanti rispetto al resto del corpo e tenute sempre incrociate, come essere seduti, per evitare di roteare su se stessi e perdere l’equilibrio durante il volo. 

Mi spiegano che appena ci si lancia, si ha la tentazione di stringere forte il cavo con la mano dietro per frenare, dato che la velocità mette i brividi e a tratti spaventa. In realtà, questo è un errore da non fare, perché così facendo si rischierebbe di fermare la corsa, restando sospesi a metà line, per dover essere poi recuperati da uno dei ragazzi, con enorme fatica per lui e perdita di tempo per tutti. 

Ok, capito tutto! Siamo pronti per la prima zip line! Io e il mio ragazzo siamo gli ultimi. Guardando gli Americani volare uno alla volta, come uccelli un po’ goffi nell’aria, sono presa da un duplice pensiero. Uno mi conforta e l’altro un po’ mi angoscia: tutti prima di noi sono arrivati sani e salvi alla seconda piattaforma, bene! … ma una volta fatto il primo lancio non esiste possibilità di tornare indietro, è un percorso a senso unico, fatto di una sequenza di lines a lunghezza e velocità crescente. Quindi, una volta partiti è inutile ogni ripensamento. Così come è inutile questa mia sciocca riflessione, perché adesso tocca a me e dopo di me … al mio ragazzo! 

Mi lancio, socchiudo gli occhi come a voler dimezzare la paura e spontaneo mi scappa un grido liberatorio. La sensazione è un miscuglio di paura di cadere, voglia di arrivare ma anche di fermare quei secondi in volo che mi separano dalla piattaforma che mi aspetta. L’adrenalina mi percorre in una scossa: energia, illusione di libertà, di assenza di limiti … tutto concentrato in pochi secondi che sembrano durare un’eternità. Sento solo il vento che mi sostiene, mi spinge e mi frena. Spariscono cavi, moschettoni e imbragatura, mi sembra davvero di volare calamitata da una forza atavica che annulla ogni umana debolezza. Quasi non mi rendo conto di averlo fatto davvero e approdo sulla piattaforma successiva col cuore a mille e il vento ancora tra i capelli.

Una volta atterrati occorre essere svelti e ripartire subito, non c’è tempo per pensare né per voltarsi indietro. I ragazzi mi aiutano a sganciare i moschettoni e a riagganciarmi alla successiva line, in fretta, perché le piattaforme sono strette e non ospitano più di tre o quattro persone contemporaneamente. Tutto sommato, mi sento molto più sicura appesa al cavo che non in piedi su quel fazzoletto di legno senza riparo alcuno, vista anche la mole di alcuni miei compagni d’avventura. Nel trambusto, faccio a malapena in tempo a lanciare uno sguardo indietro e vedere il mio ragazzo sospeso nel vuoto: sta volando anche lui, viene verso di me mentre io sto per ripartire. Niente grido liberatorio, gli occhi bene aperti sul vuoto, nessuna traccia di paura sul suo viso … sembra un piccolo Tarzan, penso, che coraggio! Mi commuove e mi rende ancora più orgogliosa di lui. Adesso posso affrontare la prossima corsa con più gusto e con maggior tranquillità.

Cinque, dieci, quindici lines, perdo quasi il conto dei voli a strapiombo nel vuoto! E’ vero che ogni lancio è sempre più lungo e la velocità aumenta ma, paradossalmente, il timore scivola via e l’insicurezza lascia pieno spazio ad una piacevole ebbrezza. E’ una sensazione orgasmica, corpo e mente si fondono in un rimescolarsi dei sensi. La foresta tutt’attorno e l’oceano in lontananza non sono semplicemente un panorama, non stanno fuori di me: mi sento appartenere a questa natura. Potrei essere un falco o una scimmia, un qualsiasi animale in perfetta armonia con questo teatro selvaggio. L’oceano sembra vicino da quassù, si vede persino la barriera corallina dove il blu si stempera d’azzurro. Mi vien voglia di volare su una line così lunga da poter arrivare a tuffarmi nel mare. Peccato invece, l’ultima piattaforma è alle mie spalle ormai e l’avventura è quasi finita.
Una volta atterrata definitivamente al capolinea, sento le gambe tremare per la tensione; le mani e i muscoli delle braccia fanno un po’ male per aver stretto troppo il cavo e il moschettone; la testa gira ancora piena di vento, vagamente ubriaca. Lentamente, ci liberiamo tutti dell’imbragatura. Gli Americani si complimentano col mio giovanotto con uno spontaneo applauso corale e sembrano dei giganti buoni attorno a un cucciolo. E lui si sente fiero per essere il più giovane intrepido del gruppo, forse non del tutto consapevole delle sue prodezze ma certamente felice per avere qualcosa di speciale da raccontare agli amici, al suo ritorno a casa. 

Il tour è durato un po’ più di un’ora eppure i minuti sono volati, come noi sulle lines. Sarei pronta a ripartire per una nuova serie ma non sarebbe la stessa emozione, forse. Mancherebbe l’incoscienza, l’incognita della reazione fisica e soprattutto emotiva, l’aspettativa adesso sminuirebbe la sorpresa, chissà ... Così salutiamo e ringraziamo i ragazzi che ci hanno accompagnato e assistito durante il viaggio e risaliamo a bordo del nostro scassatissimo camioncino colorato, che non fa più alcuna paura ormai. 

Il caldo e l’umidità aumentano la percezione della stanchezza fisica che all’improvviso mi assale ma la soddisfazione è indescrivibile. Guardo le espressioni degli Americani che, lungimiranti, si erano premurati di portar con sé birra e rhum per ricaricarsi, e resto in ascolto dei loro commenti, curiosa di conoscere le loro sensazioni. Da tutti i loro sospirati “Oh my God!”, scopro con una certa soddisfazione che anche i più spavaldi e temerari hanno provato un brivido di paura. Qualcuno, addirittura, si ripromette di non ripetere mai più una simile pazzia, nonostante l’entusiasmo. 

Così, sprofondo nel sedile, accarezzo la mano di mio figlio e silenziosamente mi consolo, pensando a come sono fatta! Intrepida e curiosa sì ma … le vertigini sono un mio limite fisico da sempre, che non ho mai potuto superare! Mi bastano pochi metri da terra per soffrire e mai e poi mai avrei immaginato di riuscire a vincere quella ridicola sensazione di angoscia e d’impotenza di fronte all’altitudine. 

Accetto, quindi, un rhum, come meritato premio al mio riscatto, e brindo con gli amici Americani mentre la radio trasmette un’allegra canzone country. George Strait canta “There’s a road a winding road that never ends, full of curves lessons learned at every bend, going’s rough unlike the straight and narrow … It’s for those who go against the grain, have no fear dare to dream of a change…”. 


Mai aver paura di osare e di sognare di cambiare, è vero … Faccio mie queste parole e, durante il lento viaggio di ritorno, guardo con occhi nuovi la foresta che si tuffa nell’oceano, quella foresta che mi ha accolto nel suo cuore e che mi ha restituito al mondo più ricca e più forte. 
Intanto penso già a quale sarà la prossima sfida con me stessa!

Sensualità a ritmo di clave



“Vengo de Nigeria, Yoruba y Carabalì
Nigeria y Congo son mi tierra
Mozambique y Angola soy de allì
Esa musica que heredamos
Hijos y nietos de los africanos …”

“Vengo dalla Nigeria, Yoruba e Carabalì, Nigeria e Congo sono la mia terra, Mozambico e Angola, io sono di là, questa è la musica che abbiamo ereditato, figli e nipoti degli africani …”
Era il 1997 quando Los Van Van, storica band cubana, incendiava le piste da ballo con “Esto te pone la cabeza mala”. A quell’epoca conoscevo ancora poco delle tradizioni musicali di Cuba ma ballare per me era una droga. Non perdevo occasione per abbandonarmi alla danza e inseguire i concerti dei gruppi che concedevano la loro esplosiva energia al timido pubblico milanese.
Ballare a ritmo di salsa significa abbandonarsi al flusso prorompente delle percussioni. Bongos e tambores diventano un tutt’uno col battito del cuore. E’ un po’ come entrare in trance, posseduti dentro un vortice sempre più concitato di giravolte e ondeggiamenti. Ho sempre pensato che questo tipo di danza rappresentasse un modo socialmente accettabile per comunicare la propria carica erotica, possibilmente con un partner complice. I due corpi si intrecciano, uniti da un linguaggio fatto di movimenti allusivi e sguardi esclusivi, incomprensibili agli altri. Perché una coppia quando balla diventa un corpo unico. E’ un’ espressione della sensualità che a Cuba, in special modo, viene esaltata e accettata come qualcosa di naturale e fisiologico. Un’ eredità fondamentale della cultura africana, che tanto ha determinato l’identità nazionale del popolo cubano.
Laggiù è facile lasciarsi andare. Non per niente si parla di Isla caliente. La musica è nell’aria, la si respira, scorre nelle vene, la gente non cammina ma balla, di giorno e di notte, nelle case, per le strade, sulle guaguas, gli scalcinati autobus locali. Dappertutto traspira la sensualità che musica e danza, insieme, diffondono.
Pare che lo stesso Cristoforo Colombo, giunto a Cuba nell’ottobre del 1492, restò colpito dall’esuberanza degli indigeni, con quella loro naturale propensione per i balli, i cosiddetti areitos. Era sorprendente come, sotto gli effetti dell’alcool e del tabacco, riuscissero a ballare per ore ed ore a suon di guiros, maracas e mayahoacàn.
Anche se la musica degli areitos si è persa col tempo, insieme ai suoi interpreti, decimati dalle epidemie e dalla schiavitù, gli strumenti musicali, la chiave ritmica, i canti, i passi di danza si sono tramandati fino ad oggi, mescolandosi via via con influenze americane ed  europee, fino ad arrivare alla salsa di oggi. Musica e ballo sono la migliore accoppiata della storia culturale cubana. E’ impossibile scinderli. Ed è impossibile godere appieno del piacevole stordimento che una rumba, un bolero e un mambo trasmettono se non si scava dentro al significato di questi ritmi. Perché questi balli non sono solo semplici esibizioni da palcoscenico ma linguaggi, storia e cultura da conoscere e capire.
L’origine di queste danze va cercata lontano, al tempo delle colonizzazioni, quando migliaia di schiavi africani venivano portati a Cuba, costretti a lavorare nelle piantagioni di tabacco e canna da zucchero. Insieme agli schiavi approdarono sull’isola le loro tradizioni e le loro credenze religiose che si esprimevano in canti e rituali frenetici. Accompagnato dal suono incalzante dei tamburi, il crescendo ritmico portava ad uno stato di trance. L’incrocio dei riti africani con la religione spagnola ha dato vita a una serie di culti sincretici che ancora oggi vengono praticati sull’isola. La Santeria è la più diffusa e la più complessa e si manifesta, oggi come allora, in rituali fatti di  danze in cui si rappresentavano la vita e le gesta degli Orishas, dèi tutelari delle tribù. E la musica, sempre presente nei deliri delle preghiere dei neri yoruba, era composta da basi ritmiche e melodie vocali scandite da tamburi e percussioni, detti Batà, che venivano custoditi nelle case-tempio Ilè Ochà dei Santeros e dei Babalawos, i capi spirituali.
Cuba è oggi uno dei pochi paesi al mondo in cui la religione si vive quotidianamente con allegria e le cerimonie sono vere e proprie feste, in cui abbondano cibo, rum, tabacco e musica appunto, in un’esaltazione del corpo e delle gioie terrene.
Ma è l’incontro con la cultura ispanica, prima, e francese e nordamericana, più tardi, ad aver fornito alla musica cubana quell’identità propria, inconfondibile e contagiosa che ha dato vita ai ritmi, generi, figure e balli che oggi vanno tanto di moda. Due sono le influenze artistiche che hanno portato all’evoluzione dell’attuale salsa. Innanzitutto il danzòn, ballo da sala frutto della contraddanza francese nato nel 1871, quando un musicista di Matanzas, Miguel Faìlde, interpretò quello che viene considerato appunto il primo danzòn, Las alturas de Simpson.
Da allora esso ha subito diverse trasformazioni fino a diventare il ballo da sala più popolare in Messico per tutto il XX secolo. L’orchestra che suonava danzònes, costituita da piano, flauto e violino, era conosciuta come tipica o charanga ed è tuttora la base dei gruppi musicali cubani più in voga. Ciò che contraddistingueva il danzòn rispetto ai precedenti balli da sala era una sfrontata sensualità e allusività dei movimenti. Tanto da risultare scandaloso, soprattutto tra i bianchi dell’epoca. La carica erotica venne man mano esasperata fino a trasformare il danzòn in rumba, in cui il contatto fisico era portato all’eccesso da scosse di spalle, vita e pelvi, in un’imitazione senza ritegno dell’atto sessuale.
  Il secondo contributo musicale fondamentale è il son, ritmo mulatto, meno bianco del danzòn ma anche meno nero della rumba, amalgama di elementi ispanici e africani, che riassume in sé l’intero patrimonio culturale cubano. Nato nella campagna d’oriente di Cuba, a Santiago, nella seconda metà del secolo scorso, ha attraversato tutta l’isola, arrivando fino a La Habana e da lì ha invaso tutto il mondo. La ritmica del son è data dalla clave, due bastoncini di legno percossi tra loro secondo una misura matematica, che forma la struttura portante dell’orchestra. Ma la clave è molto di più perché fornisce ai ballerini la frase musicale su cui giocare i passi. E’ uno schema mentale che permette l’intesa dei movimenti all’interno della coppia.
 Ancora oggi si ballano bellissimi pezzi rivisitati del Sexteto Habanero, del Trio Matamoros o di Arsenio Rodriguez, il “cieco meraviglioso”. Pur con l’introduzione di strumenti e orchestrazioni moderne non si perde nel tempo l’anima del vecchio son.
A partire da questi storici soneros, esso ha vissuto uno sviluppo vertiginoso, mescolandosi sempre più con i ritmi puertoricani e newyorkesi che come un boomerang rimandavano sull’isola novità musicali, strumentali e ritmiche non più riconducibili ad alcun genere preesistente. Fu Benny Moré con la sua Banda Gigante, negli anni cinquanta, a trasformare definitivamente il son in un punto di riferimento insostituibile per tutti i musicisti salseri. Dopo di lui, infatti, si cominciò a parlare di salsa, per cercare di definire un miscuglio musicale nuovo, saporito, tutto da gustare. Oltretutto il fatto che dentro Cuba non ci fosse l’esigenza di competere commercialmente per vendere musica, ha lasciato spazio e tempo per sperimentare sempre nuovi stili e forme musicali, senza compromessi e oltre ogni schema rigido, spaziando dall’afro al jazz, dal pop al rock. Ma mai perdendo il ritmo del cuore del son.
Oggi si parla di salsa cubana, puertoricana, venezuelana, free style, new york style e timba ma nulla toglierà al son la paternità di un ritmo e di un modo di ballarlo che è diventato banalmente di moda. Quanti italiani sono stati trascinati ad iscriversi a scuole di ballo e a frequentare lezioni, nel tentativo disperato di educare i piedi e sciogliere le cintole, ostentando una sensualità impropria e spesso ridicola! Il problema vero, per la maggior parte di loro, è l’incapacità di abbandonarsi, di liberare la mente, oltre che il corpo. Prevale il desiderio di esibirsi agli occhi del pubblico. Niente di più sbagliato. Il ballo è un fatto privato, intimo. Si potrebbe ballare ad occhi chiusi. Seguire e accompagnare il proprio partner in un dialogo segreto, comunione di spirito e corpo, legati in armoniosa sinergia.
Questo dovrebbe essere il ballo. Gioia, energia, vita! Così come gli schiavi yoruba si riscattavano dalle oppressioni attraverso l’espressione del corpo nella musica anche noi dovremmo imparare a sentirci liberi ballando. E magari cantando con Los Van Van …
“Bombo canilla y campana
Un buen guiro y hasta manana
Ay con este ritmo tan afinca’o!
Bailen bien que aquì el que baila gana
Esto te pone la cabeza mala”
“Cassa, bacchetta e campana, un buon guiro e fino al mattino, con questo ritmo così coinvolgente, balli bene chi ha voglia di ballare, questo ti fa impazzire …”

Sulle tracce di Henry Morgan



E’ l’ora della siesta. Cullata dall’amaca guardo l’oceano e ascolto il rifrangersi delle onde sul reef che accompagna una carezza di azzurri, verdi e blu fin sulla spiaggia.
Mi trovo a Roatan, a cinquantasei chilometri al largo della costa dell’Honduras, una piccola isola che appartiene all’arcipelago della Bahia, prolungamento naturale della barriera corallina del Belize. Insieme a Utila e Guanaja è la maggiore delle isole della Bahia, la più popolata e anche la più tecnologicamente avanzata, tanto che vanta addirittura qualche strada asfaltata, particolare che quasi stona in tanta selvaggia natura. Tutto attorno altri sessantacinque atolli, tra cui i Cayos Cochinos, coronano l’arcipelago e pare quasi siano lì a proteggere un incanto in gran parte ancora vergine.
Affascinata da tanta bellezza mi rendo conto del perché un pirata della portata di Henry Morgan avesse scelto proprio queste terre come quartier generale delle sue prodezze. L’intraprendente giovane arrivò dal Galles nel 1655 circa come manovale di contratto, ovvero come schiavo bianco ma grazie alle sue intrepide imprese divenne ben presto bucaniere e in seguito  corsaro, fino ad essere nominato Governatore di Giamaica. Insomma, una carriera degna di merito e ancora oggi si parla di lui come il leggendario Re dei Pirati.
Gli abitanti di Roatan, gli islenos, hanno voluto dedicare proprio ai pirati la capitale dell’isola, battezzandola Coxen Hole, da Coxen, altro famoso brigante dei mari, anche se il centro commerciale e vitale resta West End, col suo susseguirsi di negozi di souvenirs,  ristoranti, pulperias, spesso costruiti su palafitte di legno bagnate dalle onde. Pare che i pirati abbiano tenuto qui a lungo le loro basi e ancora oggi si narra di tesori sommersi che il mare tuttora custodisce e che il fato, o meglio la suerte, potrebbe un giorno decidere di restituire a qualche fortunato. L’ultima cassa piena d’oro è stata rinvenuta alla fine degli anni ’50, da allora più nulla ma la leggenda vuole che il più ricco tesoro di Henry Morgan sia ancora nascosto qui e non necessariamente negli abissi.
Mi guardo attorno e penso che fortunatamente siano davvero pochi a conoscere o a credere a questa leggenda, perché quest’isola gode del privilegio di non essere ancora infestata dai turisti (al contrario dei mosquitos purtroppo). Gli stessi islenos vivono pigramente, incuranti di ricchezze da scoprire e forse proprio per questo motivo sempre gentili e sorridenti, nonostante spesso manchi l’acqua potabile o l’energia elettrica, paiono sempre invidiabilmente sereni. Gli abitanti di Roatan discendono dai Garifuna, tribù originaria di Saint Vincent, nata da una mescolanza non sempre pacifica tra neri africani e caribi. Il popolo dei Garifuna nel 1797 viene in parte deportato dagli Inglesi a Roatan e  ancora oggi convivono sull’isola aspetti culturali e linguistici tipici dei Caraibi britannici assieme a quelli più marcatamente ispanici. E’ così che spesso gli islenos comunicano tra loro in una sorta di spanglish assolutamente incomprensibile ai turisti. Anche i tratti somatici rivelano questa dualità e all’esuberanza della pelle nera e di una corporatura forte e atletica si contrappone la dolcezza mulatta e mite tipica della sensualità latina.
A questo mix culturale fa da scenario un panorama naturale altrettanto ricco di contrasti, un concentrato di colori e profumi davvero unico. Eccolo, io penso, questo è il vero tesoro di Roatan. Non oro e preziosi nascosti negli abissi o seppelliti sulle montagne, bensì una natura prepotente, mozzafiato, esuberante come i pirati che ha ospitato. Sulle spiagge si alternano palme da cocco e pini marittimi che affondano le radici fin quasi nel mare, lasciando qua e là respiro a rigogliose piante di papaya. Anche l’interno dell’isola è un groviglio fitto di vegetazione capace di scoraggiare qualsiasi umana penetrazione.
Quel che più mi colpisce rispetto ad altre isole caraibiche è il silenzio che qui domina, o meglio l’assenza dei ritmi musicali, frenetici e sensuali che lascia rispettosamente la parola alla natura. Strani gorgheggi, veri e propri dialoghi, si elevano dalle piante, pappagalli e tucani, gabbiani e avvoltoi si scambiano voci in un tam-tam continuo mentre anatre e pavoni fanno bella mostra di sé fin sulla spiaggia, tra ombrelloni di paglia scomposti dal vento,  per un bagno al tramonto.
Sgranocchiano giorno e notte le guatusas, piccoli simpatici roditori simili al tapiro, che si uniscono così alla sinfonia. A dire il vero spesso capita anche di sentire grida di spavento di qualche gringo impreparato agli assalti delle scimmie, piccole curiose scimmie dispettose, golose e ladre che sorprendono alle spalle, si arrampicano su gambe e braccia, non demordono, anzi spesso mordono, finchè non viene offerto loro qualche cosa di ghiotto. Molto meno invadenti le iguana, lente e silenziose, che osservano immobili quasi pensierose, veri e propri draghi, a ricordare che i dinosauri sono davvero esistiti.
Unica nota dolente nel panorama faunistico di Roatan sono le sunflies, instancabili, impercettibili, insopportabili insetti dalle minuscole ali bianche, le cui punture sono inversamente proporzionali alle loro dimensioni. Non c’è repellente che tenga ma, penso, se la loro presenza può fungere da deterrente ad una rovinosa invasione turistica, allora tutto sommato provo simpatia anche per loro.
Il linguaggio della natura che colma il silenzio dell’isola proviene anche dal mare. Sono i delfini a parlare questa volta, pare ridano e mi piace credere che davvero sia così, che si prendano gioco di quei tipi mascherati con tubi di gomma, occhiali e pinne, tutti intenti a corromperli con qualche sardina per rubare loro una fotografia, una carezza e magari, perché no, un bacio.
E’ così che ripenso a Roatan, ora che sono rientrata nei confini della civiltà. Rivivo i colori dell’oceano e il silenzio delle montagne, il profumo dolce di sigaro e rhum al tramonto, la sabbia docile sotto i piedi e il vento tiepido tra i capelli … rivedo il bacio che il delfino mi ha regalato, le conchiglie di madreperla accarezzate e restituite al blu, le stelle cadenti che la notte mi hanno suggerito desideri proibiti, … ripenso al sorriso e ai volti gentili che hanno stupito i miei occhi e che non scorderò mai …
Cullata dall’amaca, questa volta nel mio giardino, mi vengono in mente le parole di una ballata gallese, lette su una scatola di rhum prima di partire :
“Eri un grand’uomo Henry Morgan, un re senza corona, quando alzavi le tue vele, eccoti ora essere tutt’uno con questa tua meravigliosa terra.” 

Il letto nel deserto



Sembra un miraggio quella piccola tenda bianca nel deserto. Da lontano si nota appena, accampata ai piedi di una duna a due passi dall’oceano. Sembra un fazzoletto svolazzante, trattenuto a stento da quattro pali di legno conficcati nella sabbia, che resistono fieri agli schiaffi del vento. E’ piccola ma grande abbastanza da accogliere un lettino su cui distendersi, una sedia dove lasciare gli indumenti e un piccolo tavolo dove appoggiare asciugamani, creme e alambicchi con profumi e oli essenziali.
E’ lì dentro che lavora Ramilton, un giovane capoverdiano dalla pelle di seta e i riccioli color d’ebano. Non è un alchimista, come tutte quelle boccette di vetro potrebbero far pensare, ma un massaggiatore molto apprezzato sull’isola. E la piccola tenda bianca è il suo regno, un’oasi di riposo, ombra e abbandono, per chiunque desideri chiudere fuori per un po’ il caldo incessante del sole e la violenza del vento che, in certi giorni, è davvero prepotente a Sal.
Il via vai dalla tenda è continuo, con un ritmo variabile e soste che durano da poche decine di minuti  fino a due o più ore. Per lo più sono donne quelle che la frequentano, donne di tutti tipi, turiste di tutte le età, anche se a volte persino qualche uomo fa visita a Ramilton, forse incuriosito dai racconti delle signore che decantano entusiaste i suoi sapienti massaggi.
Pur riconoscendone il fascino, Ramilton è decisamente troppo giovane per i miei gusti. Sembra un ragazzino sbocciato tutto d’un colpo, spremuto dall’esuberanza precoce della natura. Troppo delicata la sua pelle ambrata rispetto al nero africano, duro e animale di queste isole; troppo dolce il suo sguardo di cerbiatto, come fosse un cucciolo in cerca di carezze, proprio lui che ne è dispensatore. Il suo sorriso morbido è così disarmate che mette in moto dentro di me tutti i sentimenti più vicini alla tenerezza, piuttosto che all’eccitazione. Per questo non considero seriamente i suoi insistenti inviti ad assaggiare le sue virtù.
Vieni un giorno a farti massaggiare da me, nella mia tenda, sono bravo” mi ha detto sorridente una mattina sulla spiaggia, mostrandomi le sue belle mani di velluto. Ramilton parla un inglese talmente improvvisato che sembra una lingua nuova, inventata apposta per un sogno. Si rivolge a me quasi sottovoce e il suo tono è in sintonia perfetta con il suo modo d’essere garbato e rispettoso. Puntualmente, quando mi parla, gli vado incontro in quel buffo crocevia d’idiomi e declino gentilmente l’invito, spiegandogli di non avere bisogno dei suoi massaggi, perché ci pensa il mare, con le sue onde, ad occuparsi generosamente del mio corpo.
In effetti, così è. Ci sono momenti in cui è difficile, persino rischioso, tentare di tuffarsi nell’oceano, tanto sono alte le onde. Osservandole, ho capito che bisogna studiare il mare, calcolare il ritmo e la frequenza con cui si susseguono le onde violente fino a diventare sempre più deboli. Quello, il momento in cui la forza si esaurisce, è l’attimo in cui poter approfittare per avvicinarsi e tuffarsi, andare al largo e aspettare che il successivo moto d’acqua faccia il suo corso e ritorni quieto prima di tentare di uscire nuovamente sulla spiaggia. Bisogna essere intonati con il mare, altrimenti si rischia di esserne travolti.
Ramilton non si mette mai in costume da bagno. Anche quando esce dalla sua oasi e raggiunge la spiaggia, magari a caccia di nuove clienti, indossa sempre il suo grembiule bianco, candido come la sua tenda. Sembra un dottore. Le signore lo salutano sempre con calore, s’intrattengono a chiacchierare con lui e spesso le vedo offrirgli una bibita o chiedergli di scattare qualche foto insieme, per non rischiare di dimenticare quel viso d’angelo tentatore.
E’ sempre gentile e sorridente, con tutti, ma con me lo è di più.
Cedo al suo invito solo il giorno prima di partire, quando la nostalgia morde e anticipa l’amarezza del ritorno a casa. Cedo solo per fargli un piacere. E’ strano, non avverto alcun desiderio né necessità di offrirmi alle sue mani. Ma quando quest’ultimo giorno Ramilton mi dice “Ti prego, oggi vieni alla tenda”, il mio Ok esce di bocca così spontaneo che, senza nemmeno avere il tempo di ripensarci, sento la sua mano afferrare la mia per condurmi nel suo regno. Cammino controvento di un passo dietro a lui e quando di tanto in tanto si volta a guardarmi mi lancia un sorriso talmente raggiante e uno sguardo così grato che mi mette in imbarazzo.
Dieci minuti Ramilton, ok? Solo dieci minuti …” E’ il massimo di tempo che voglio concedergli, il perché poi non lo capisco, visto che sono libera e oltretutto adoro i massaggi. Da cosa voglio cautelarmi?
E’ l’ora in cui il calore raggiunge la sua massima temperatura sull’isola e la gente se ne sta tutta a riposare al riparo dal sole. Attraversare la spiaggia a quell’ora è un’incoscienza ma a me sono sempre piaciute le sfide, ed è una dolce tortura sentire la sabbia scottare sotto i piedi nudi, che scavano per cercare il contatto con quella più fresca.
Provo comunque un sollievo immediato appena m’infilo nella tenda, preceduta da Ramilton che tiene sollevato il telo dell’ingresso sbattuto dal vento. Appena dentro ho l’impressione di infilarmi in una conchiglia madreperlata, per via dei raggi del sole che filtrano smorzati e giocano con le ombre sulla sabbia. Tutto è candido e pulito: il lettino, le lenzuola e gli asciugamani ripiegati sul tavolo e la poltroncina dove avrei dovuto lasciare i vestiti. Non ho vestiti, solo un pareo azzurro cielo a coprire il bikini.
Comunichiamo in silenzio ora, solo cenni e sguardi. Ramilton m’invita a sciogliere il pareo e a distendermi pancia sotto sul lettino, mentre lui dà inizio ai preparativi: si lava le mani versando dell’acqua da una brocca e, dopo averle asciugate lentamente, afferra un alambicco di vetro appoggiato su un piccolo fornello, facendolo roteare adagio in una mano.
I suoi gesti sono rituali, così lenti da mettermi leggermente in agitazione anziché invitarmi all’abbandono. Mi distendo al rallentatore, ricalcando il suo ritmo, con il viso adagiato su un cuscino talmente soffice che sembra fatto di panna montata. Lo respiro, è fresco e sa di buono. Il silenzio sembra fermare il tempo, solo il sibilo del vento e un sussurrato canticchiare di Ramilton che insegue probabilmente una canzone della sua isola, dolce e triste insieme. Concentrata sulla melodia, cerco a questo punto di rilassarmi, sforzandomi di domare il battito del cuore che, inspiegabilmente, non vuole rallentare. Ho paura che Ramilton se ne accorga, non voglio mostrarmi insicura, quando fino ad ora l’ho considerato solo un ragazzino. Ho tenuto duro così a lungo e ora è lui ad essere il duro! Perché proprio adesso comincio a sentirmi io piccola e fragile? Perché sono nelle sue mani, ecco perché! E lui sapeva sin dall’inizio che avermi qui, nel suo regno, sarebbe stato l’unico modo per ribaltare la relazione e dimostrarmi la sua virilità. Mi sento improvvisamente in trappola, un’eccitante trappola.
Immersa in tutti questi ragionamenti, ormai senza speranza, sento Ramilton slacciare il reggiseno del costume da bagno e i lacci abbandonati ai lati della schiena mi procurano un brivido. Impossibile controllare il fremito, lui l’ha sicuramente notato ma chiudo gli occhi sul suo sguardo curioso.
A questo punto, sento qualcosa di caldo piovere lentamente lungo la schiena: gocce dense e profumate, forse olio di cocco, che scivolano giù, dalla nuca lungo la spina dorsale, in un rivoletto che si divide in due all’altezza dei lombi. Ramilton sta in piedi di fronte a me, il suo bacino è a un palmo dal mio viso. Senza avvicinare troppo il suo corpo al lettino, sposta leggermente i miei capelli da un lato, liberandomi il collo e accarezzandoli con un gesto gentile e premuroso, come fossero vivi. Ho paura che persino i miei capelli trasmettano fremiti invisibili.
Poi allunga le braccia e comincia a scivolare con le mani lungo la schiena, all’inseguimento delle gocce d’olio versate. Prima un lungo e lento massaggio fino alla vita per recuperare l’olio, per poi tornare su, di nuovo alla nuca. Sento i polpastrelli indugiare con cautela, come se stessero cercando il punto segreto per scatenare chissà quale piacere. Eppure mi rendo conto di pensare, anziché sentire. E’ troppo acceso il mio cervello, troppo in guardia, attento a seguire lucidamente i movimenti sul mio corpo, piuttosto che a rassegnarsi a goderne.
Shhh, rilassati …” Ramilton accompagna i movimenti delle mani con respiri profondi e lenti come i suoi gesti, tanto che piano piano riesce ad ammorbidire le mie resistenze. Ogni tanto versa nuovo olio e ogni volta il calore mi mette un brivido. La nuca, le spalle, i fianchi si rassegnano all’esplorazione sempre più piacevole e al ritmo sempre più concitato del massaggio.
Ramilton dialoga con il mio corpo, come un artista con la sua opera d’arte. Le sue mani fanno ribollire i miei lombi, premendo i pollici all’interno sulla spina dorsale, fino ad abbracciare con le altre dita i fianchi, al sorgere dei glutei, che ora vorrebbero liberarsi dall’ingombrante bikini. E lì si ferma, ha trovato il punto segreto. Sembra immobile eppure avverto leggere circonvoluzioni, sussulti caldi che mi penetrano fino dentro alla pancia, con la stessa prepotenza delle onde del mare. Sembra che, con una delicatezza inaudita, quelle mani vogliano scavare sotto la pelle, fino ad afferrare direttamente il coccige per rivoltare e raggomitolare la coda e continuare ad accarezzarmi come fossi un animale selvatico da acquietare.
Per arrivare fin laggiù,  Ramilton ha dovuto sporgersi sul lettino e allungarsi tutto sopra il mio corpo e il suo grembiule sulla schiena mi solletica la pelle aumentandone i brividi. Quando schiudo gli occhi, vedo il grembiule in parte sbottonato davanti al viso, ho le braccia raccolte sul cuscino e sfioro il tessuto bianco che si apre sempre di più, rivelando una peluria bruna e ricciuta, squarciata da un guizzo di piacere. Mi basterebbe allungare una mano … I miei mugolii sono eloquenti e Ramilton sa di aver ottenuto definitivamente la mia resa e la sua vittoria. Le carezze oleose hanno conquistato e corrotto l’animale ribelle e diffidente. Il profumo di cocco mi ubriaca di dolcezza e mi sento sciogliere di caldo sempre più dentro, tanto che le cosce si schiudono e il bacino s’inarca senza che io lo comandi. Allungo finalmente una mano verso Ramilton, che dietro al grembiule semiaperto non può nascondere la sua naturale reazione e lo incoraggio silenziosamente ad avvicinare alla mia bocca il suo corpo gonfio di desiderio e a mescolare i suoi sospiri ai miei.
L’atmosfera è ormai troppo carica di energia e di attesa perché quel massaggio a senso unico possa durare ancora a lungo. Non posso più restare ferma, il mio corpo scivola come l’olio che ha addosso e non bastano più le mani a domarlo. Nuove onde violente s’impossessano di me e voglio esserne travolta. La tenda bianca s’incendia irrimediabilmente di desiderio, gli oli profumati fanno scintille, evaporano, liberando nell’aria umori animali, densi e incontenibili e le mani scivolano in carezze reciproche, disobbedienti ormai alla ragione e beate vittime degli istinti. Il vento fuori sembra d’un tratto soffiare più forte, per poi placarsi improvvisamente, così come l’incandescenza dell’eccitazione cede spazio lentamente all’estasi del languore.
Dieci minuti Ramilton, ti avevo detto solo dieci minuti …” mormoro pigramente con un soffio di voce, mentre mi crogiolo molle, esangue ancora abbandonata ad un piacere che non vuole finire. Mi sembra d’essere un ghiotto mollusco protetto dentro la sua conchiglia, cullato lievemente dallo sciacquio del mare. Guardo Ramilton, il suo corpo snello, il suo sesso stanco e il suo volto aperto ad un sorriso di gratitudine che, per la prima volta, mi appare non più come quello di un ragazzo ma di un uomo, un uomo grande, sicuro di sé e del suo potere.
Mi sembra di sentire ancora le sue mani scivolare lungo la schiena, scendere lungo le cosce e afferrarmi forte per le caviglie … forte, sempre più forte … di più, di più, ma che succede? Quelle che afferrano le mie caviglie non sono più mani di velluto ma mani violente … mani fredde che mi strattonano e mi trascinano giù dal lettino, strappandomi al mio molle languore come per punirmi … per portarmi via. Ma per portarmi dove? Mi aggrappo con tutta la forza che mi rimane al lettino ma è inutile: le lenzuola svaniscono come fantasmi, il letto si sgretola come canne sotto la violenza del ghibli. Alambicchi, oli, profumi ed essenze vengono risucchiati da un vortice misterioso, insieme a Ramilton che, con il suo sorriso fiero, sembra salutarmi mentre si allontana sempre di più, fino a sparire del tutto dietro a un sipario evanescente. La tenda diventa sempre più piccola, un fazzoletto bianco minuscolo, che perde inesorabilmente forma e consistenza, fino a svanire anch’essa per sempre nel nulla.  La morsa invisibile mi trascina con sé, come fossi un geco sorpreso nella sua tana e strappato via da un predatore alieno verso chissà quale destino. Le mie dita tentano inutilmente di aggrapparsi alla sabbia che invece diventa sempre più cedevole e complice della “cosa” che mi trascina. Improvvisamente,  il mio corpo comincia a diventare pesante … sempre più pesante finché, di colpo, tutto si ferma intorno a me. Le mani fredde che mi tengono prigioniera si allentano e io precipito, su qualcosa di morbido e ostile allo stesso tempo. Immobile, a pancia sotto, apro le palpebre a stento e immediatamente un bianco abbagliante violenta i miei occhi. Con le mani comincio a tastare intorno a me e mi rendo conto di giacere tra lenzuola setose di un letto che non somiglia affatto a quello piccolo e magico  della tenda. Nell’aria non sento più le note dolci e tristi che Ramilton cantava ma solo un trillo martellante che mi scalpella le meningi. Resto attonita: pochi secondi che mi sembrano durare un’eternità, il tempo per orientarmi come farebbe una esploratrice di fronte a una terra ignota.  Non c’è più sabbia intorno a me, né tende, né vento, né mare.
Il trillo insiste … allungo un braccio per fermare quella  sveglia crudele che suona sul comodino da chissà quanto tempo. Cerco di riprendermi, di scrollarmi di dosso il torpore di un piacere ormai svanito, la delusione di un paradiso perduto. Così, d’improvviso, mi rendo conto d’essere tornata nel mondo della realtà, in un deserto senza sabbia e senza gechi, senza tende né essenze, senza nenie o carezze ma, come ogni mattina,  nel deserto del mio letto!  Mentre mi accingo ad alzarmi, vago ancora con lo sguardo intorno e, all’improvviso, provo uno strano fremito: appoggiato sulla poltroncina accanto al letto, vedo il mio pareo azzurro cielo, umido d’olio e di sudore. Con un sorriso assaporo il mio peccaminoso segreto e silenziosamente urlo:  
“No!… Perché? Perché solo dieci minuti …?”

La libreria del Signor Lehec



Quando ero bambina, nella mia città c’era una sola libreria importante e si affacciava proprio sulla piazza principale. Non era molto grande ma, si sa, gli occhi dei piccoli vedono oltre i limiti della realtà. Quindi, per me, quella libreria era, in verità, un regno infinito in cui addentrarsi per scoprire dietro ogni angolo qualche segreto, qualcosa d’inatteso, impaziente d’essere scovato e sfogliato.
Si entrava salendo una scala di legno e ricordo che l’ultimo scalino scricchiolava sempre, come per annunciare l’arrivo di un nuovo cliente. Io ero piccola e leggera e mi divertivo a sfidarlo cercando di non farlo cigolare troppo sotto il mio insignificante peso. Entravo con eccitata curiosità ma anche con riverente rispetto, quasi trattenendo il fiato, perché quella era la Casa dei Libri.
Una volta dentro, venivo accolta da un buon odore familiare, dolciastro, che emanava dal miscuglio di gomme, matite, pastelli a cera, penne e pennelli esposti su uno scaffale. Sì, perché la libreria era anche il paradiso dei colori e degli odori gommosi che a me facevano gola. Oltretutto stavano proprio tutti lì, all’altezza del mio naso. Una tentazione bellissima, da cui però venivo presto distratta, perché tutt’attorno c’erano loro, i padroni di casa, che mi aspettavano: i libri!  
Un altro buon odore era quello del legno scuro degli scaffali che si mescolava alla delicata morbidezza delle pagine bianche. Ricordo che quando una copertina attirava la mia attenzione, afferravo il libro e lo sfogliavo lasciando frusciare le pagine come lievi battiti d’ali davanti al mio viso, in modo che l’odore della carta stampata mi parlasse senza bisogno di leggere. Pensavo che ogni libro avesse il suo odore, proprio come le persone.
I libri respiravano, trasudavano sapienza e bellezza. Erano vivi e mi sembrava che il tempo si fermasse in mezzo a loro, anche se, paradossalmente, non vedevo l’ora di crescere per leggerli tutti. Quelli che mi sembravano più interessanti stavano sempre troppo in alto per la mia portata. Proust, Kafka, Hesse, Joyce e quello dall’impronunciabile nome, Dostoevskij, stavano lassù come misteriosi microcosmi inafferrabili. Non avevo la più pallida idea di chi fossero quei signori, eppure mi affascinavano. Pensavo che per essere arrivati tanto in alto dovevano essere stati davvero dei grandissimi scrittori e mi sarebbe piaciuto diventare brava e importante come uno di loro da grande. Non so perché ma immaginavo che su, nel cielo,  quei magnifici maghi delle parole passassero il tempo a giocare tra loro e ad inventare trame talmente sublimi da poter essere lette solo dagli Angeli.
Con gli anni, le mie visite alla libreria sono diventate un immancabile rituale e, crescendo, tanti dei suoi misteriosi libri sono stati per me una preziosa esperienza e una piacevole compagnia. A guidarmi nella scelta era quasi sempre lei, la mia dolce, erudita libraia, che sapeva a memoria titoli e autori e conosceva esattamente la collocazione di ogni opera sugli scaffali. Amava i libri e riusciva a farli amare a me e a tutti coloro che ad essa si affidavano . Bastava chiedere a lei e, oplà, saltava fuori proprio quel libretto che sembrava non esistere e che invece sarebbe stato un delitto non leggere. Invidiavo un po’ la brava libraia, perché credevo fosse la depositaria eletta di tutto ciò che al mondo era stato scritto.
Oggi quella libreria c’è ancora. Un po’ più grande, questo sì,  ma con lo stesso odoroso miscuglio di legno e carta che la distingue da tutte le altre. L’amica libraia è tuttora la guida erudita che accompagna discreta i clienti attraverso i labirinti della cultura, della storia, della scienza, della fantasia e del divertimento. Ma la sopravvivenza è dura, oggi, per chi vive questo mestiere con passione, entusiasmo e amore perché, intorno a loro, prepotenti e inarrestabili, sono sorti i MEGA STORE del libro.
I Mega Store sono negozi enormi, lucidi e freddi, che sorgono senza carattere, tutti uguali tra loro, in tutte le città. Anche nella mia. Non sembrano più le accoglienti dimore dei libri e dei pensieri ma asettici ospedali, ricoveri plastificati, senza calore e né anima. Lì dentro non c’è rischio di sorprendersi né di ammaliarsi. Tutti gli autori sono rigidamente inscaffalati in ordine alfabetico nella zona di loro pertinenza e non ci si può sbagliare nella ricerca. Ciò nonostante, pur trovando quasi tutto, qualcosa lì manca. Manca la magia. Lì i libri non respirano, sono muti e spenti. Persino il contatto umano con il commesso o la commessa di turno, seduto davanti ad un video, mi sembra irrimediabilmente contagiato dall’atmosfera indifferente. Al posto della libraia erudita mi è capitato di trovare una giovane donna che mi ha guardato stralunata alla mia richiesta di un libro fuori moda. “Henry and June”? mi ha chiesto sforzandosi di digitare il nome di Anaïs Nin in maniera corretta, per affidare la ricerca dello strano testo al computer. Il libro non c’era, ovviamente, ma l’espressione smarrita della ragazza mi fece recedere dal tentativo di chiedere anche “Opus pistorum” di Henry Miller o il  Diario di uno scrittore” di Dostoevskij, opere e autori il cui spelling, e la relativa digitazione sulla tastiera, avrebbero potuto portarci ad un conflitto ideologico-generazionale all’ultimo sangue! Certamente avrebbe dato risultati assolutamente immediati ripiegare su un libro compreso tra le top ten di oggi, magari scritto da un noto calciatore, o da un comico qualsiasi della scuderia di Zelig, in vena di più moderne e popolari analisi sociologiche.
Molto meglio sarebbe stato, tuttavia, tornare alla vecchia cara libreria, dove l’amica libraia avrebbe certamente saputo suggerirmi un volume poco conosciuto, uno di quelli che parlano al cuore e alla mente. Sicuramente, con un sorriso, avrebbe trovato anche il tempo di scambiare due chiacchiere su com’è bello leggere, riscoprire antiche emozioni nelle letture del passato o lasciarsi sorprendere dalla piacevolezza e dall’inventiva di qualche piccolo autore d’oggi che, ahimé, nessuno di quei commessi conosce e, dunque, pochi lettori leggeranno. Forse avremmo ricordato con tenerezza, Guillaume Apollinaire, il suo “Il flaneur di Parigi” e, in particolare, un racconto intitolato “La libreria del signor Lehec”, senza doverne sillabare più volte e lentamente il nome e i titoli.  Se non ricordo male, il racconto inizia così: Il signor Lehec, il libraio, amava i suoi libri al punto di venderli solo alle rare persone che giudicava degne di acquistarli Al tempo in cui aveva la libreria in rue Saint-André-des-Arts andavo spesso a chiacchierare con lui …diventato quasi cieco si è messo in disparte … nessuno può far più ricorso ormai alla sua cortese erudizione.
Ebbene, se di questo avessi parlato e chiesto a quella commessa del Mega Store, mi avrebbe preso definitivamente per una bizzarra lettrice demodè e, probabilmente, mi avrebbe consigliato di leggere l’ultimo trattato di Francesco Totti, tanto per spaziare un po’ negli abissi della cultura moderna. 
Io sono ottimista e spero che in mezzo a questi supermercati all’ingrosso di parole possano continuare a sopravvivere fieri quei piccoli regni del pensiero, della fantasia e della curiosità. Quelle librerie, cioè, con un’anima, fatta dalle libraie e dai librai appassionati come il signor Lehec.
Ma mi chiedo: come riconoscere a prima vista i preziosi depositari del sapere del mondo da quelli invece fasulli, costretti ad affidare il proprio sapere alla memoria di un computer? Mi viene in mente quello che si fa per molti prodotti, in particolare quelli alimentari, in cui il consumatore può valutare la qualità di ognuno di essi attraverso sigle, come per esempio DOC, DOP e DOCG. Perché non utilizzare lo stesso criterio per valutare le qualità delle librerie e dei librai cui rivolgersi per le nostre scelte letterarie?
Immaginiamo, ad esempio, una libreria dove campeggiasse la sigla LET e poniamo che questa significhi che ad accogliermi ci sarà un gentile, e probabilmente attempato, “Libraio Erudito Tradizionale”,  come certamente era il signor Lehec. Oppure, una libreria LEM, dove potremmo incontrare un piacevole e spiritoso “Libraio Esperto Moderno”, come la cara libraia della mia città. Infine, tutte le altre librerie, quasi sempre enormi, in cui sicuramente incontreremo quegli addetti per i quali i libri sono soltanto  titoli o nomi di autori da digitare su una tastiera, spesso non senza difficoltà. Lì, a chiunque chiedessimo, ci troveremmo di sicuro di fronte ad un “Commesso Acculturato Zero”, inevitabilmente e sinteticamente identificato con  la sigla:  CAZ!
Con questo metodo, entrando in una libreria che espone l’insegna LET o LEM, avrei la certezza di potermi ritrovare, come da bambina, a vagabondare nel sapere, in compagnia di una guida all’altezza, senza perdere tempo ad entrare nelle altre librerie. A meno che, spiando casualmente attraverso le loro vetrine, non vedessi davanti ad un computer un bell’esemplare di CAZ somigliante, magari, a George Clooney!  

Il vecchio Leone di Wamba



Conosco un “Vecchio Leone”, si chiama Lngatuny Arary. E' con questo nome che una tribù Samburu ha voluto condividere la propria africanità con un uomo che africano non è ma che si dedica con coraggio e passione a curare gli abitanti di un villaggio molto povero, nel nord est del Kenya. 
Il “Vecchio Leone” è il dottor Oscar Sola, primario di ginecologia e mio caro amico che, insieme alla sua équipe medica di Legnano, lavora da oltre trent’anni come volontario in un ospedale missionario, situato nel distretto di Samburu, a circa 400 chilometri da Nairobi, in mezzo al nulla più assoluto. Qui si trova la culla del mondo, il luogo dove avrebbe avuto origine l’Uomo e, paradossalmente, questa è rimasta una delle zone più povere della Terra.

La popolazione, divisa nelle etnie Samburu e Turkana, appartiene ai Nilo-Camiti ma al ceppo originario si mescolano altre etnie minori, ognuna con la propria lingua, il che rende ancora più difficile la comunicazione tra loro e con gli stranieri. Essendo oltretutto nomade, per via dell’asprezza del territorio, questa gente non ha mai avuto il tempo per dedicarsi ad alcuna forma di cultura, costretta a migrare perennemente in costante lotta per la sopravvivenza.

Oscar, il Vecchio Leone, lavora qui, a Wamba, dove nel 1965 fu progettato il Catholic Hospital di Wamba, pensato e fortemente voluto dai Padri della Consolata. Non fu facile, allora, vincere le resistenze e ottenere le autorizzazioni del governo locale, che era inspiegabilmente ostile alla messa in opera del progetto umanitario, ma la tenacia dei padri missionari alla fine vinse. In pochi anni, sotto la direzione del Dottor Silvio Prandoni, medico missionario ma soprattutto uomo di grande generosità e forza di volontà, il progetto divenne realtà. Uomini di fede e uomini di scienza hanno unito le proprie energie in vista di un unico obiettivo: l’amore per la vita.

L’ospedale nacque inizialmente per curare malattie oculari, di cui la popolazione locale soffriva particolarmente. In seguito, superate le difficoltà burocratiche e le diffidenze culturali, la struttura si è via via ampliata fino a diventare quello che è oggi: un ospedale vero e proprio, esteso su 40 ettari di terreno, che offre ricovero e sostegno ad una popolazione di oltre 40.000 individui, destinati altrimenti a rimanere isolati da ogni contatto civile, umano e sanitario. 

All’inizio Wamba offriva appena venti posti letto ma era già una grande vittoria. Mancava completamente l’acqua e non c’erano né elettricità né strade. Da allora sono stati scavati due pozzi, recuperata l’acqua piovana e trattate le acque nere; sono stati acquistati quattro generatori diesel, sufficienti a far funzionare l’intero complesso; e nell’arida savana sono state ricavate strade abbastanza praticabili, almeno dalle jeep. Solo chi conosce l’Africa e le sue misteriose contraddizioni può immaginare le difficoltà che si sono dovute superare per raggiungere simili obiettivi.

Oggi Wamba ospita duecento posti letto. Ha un efficiente ambulatorio, diverse sale operatorie, un servizio di day hospital, un reparto maternità con sala parto e asilo nido, reparti d’infettivologia, ortopedia, chirurgia, con relativa palestra per la riabilitazione e la rieducazione. Questa struttura ha praticato il trapianto della cornea ancor prima che fosse diffuso in molti paesi italiani e la sua collaudata Scuola per infermiere avvia anche gli abitanti del villaggio alla professione medica e infermieristica. Il personale specialistico è sempre stato fornito dal volontariato e gran parte del sostegno economico è frutto di beneficienza e donazioni. 

Si chiamano “Amici di Wamba” – tra loro il Dottor Oscar Sola - i medici professionisti italiani che sacrificano ogni anno alcune settimane di lavoro retribuito, per portare qui il proprio prezioso contributo, sempre gratuitamente. E’ grazie alla loro generosità che le cure in quest’ospedale sono sempre state garantite a chiunque ne avesse bisogno, anche ai pazienti indigenti. Ed è grazie al loro impegno che moltissimi bambini orfani possono avere una vita dignitosa, anche attraverso le adozioni a distanza.

La storia di Wamba è ben documentata anche in rete, con dettagliate informazioni tecniche che rendono perfettamente la misura della struttura e la qualità dei servizi. Ciò che, invece, è impossibile trovare in alcun documento è tutto quello che sta racchiuso dentro il cuore di chi ha visto nascere l’ospedale e dei volontari che vivono e lavorano nel villaggio: umanità, passione, paure, frustrazioni, soddisfazioni e speranze di uomini e donne che con il loro aiuto hanno saputo trasformare un sogno in realtà, cambiando il destino di molta gente. 

Invisibili macigni di emozioni che brillano come lucciole negli occhi di Oscar, il Vecchio Leone, mentre, seduta di fronte a lui nel suo studio, gli chiedo di parlarmi di Wamba, a modo suo, perché vorrei provare a raccontarlo attraverso le sue impressioni e le sue emozioni. 

Nel suo sguardo vedo scorrere le immagini che la sua voce calda e pacata fa vivere anche a me. Vede lontano lui, il Leone. E io lo seguo: a caccia di facoceri nella savana, insieme agli amici missionari, con cui spartirà la preda a tavola, la sera, ricordando con soddisfazione la fatica fatta per catturarla; salgo con lui verso il nord, con la jeep che arranca verso il lago Turkana, il mare di giada, con le sue rocce lunari e il caldo infernale che ti toglie il fiato; lo guardo giocare con i bambini della sua tribù, tra i cespugli rigogliosi delle buganvillee, tutte accese di colori, a ridosso della terra brulla; lo spio dentro la sala operatoria, con il fiato sospeso, mentre invoca silenziosamente tutta la concentrazione di cui è capace, per poter compiere l’ennesimo piccolo miracolo; e lo accompagno nel suo alloggio, infine, la sera tardi, stanco, ma con l’inesprimibile soddisfazione d’essere stato ancora una volta utile in questa meravigliosa culla d’Africa, troppo spesso dimenticata dal mondo o ricordata solo per i suoi eterni drammi. 


Ascolto Oscar rapita, non ho nemmeno bisogno di prendere appunti perché le sue parole scolpiscono la mia mente animandola di bellissimi fotogrammi colorati. Vedo il saggio che c’è in lui, proprio come fosse un vecchio leone a capo del suo branco, eppure nel suo modo di ricordare e di raccontare trapela la purezza di un bambino, una semplicità che mi commuove. Guardo le sue mani, quelle mani miracolose che salvano vite, dispensano carezze, restituiscono sorrisi e consolano lacrime. Eppure, mentre seguo il suo racconto, penso che il vero dono di quest’uomo sia altrove, invisibile, perché è racchiuso dentro la sua anima tenace, generosa e umile. 

Un velo di tristezza cala sul suo viso, proprio mentre mi racconta di come i Samburu lo hanno accolto nella loro comunità, battezzandolo Vecchio Leone, facendolo così rinascere africano e quindi degno di appartenere alla tribù. Rispondendo al mio silenzioso stupore, Oscar mi spiega con un sorriso malinconico che questa è l’Africa e questo è sempre stato lo spirito di Wamba: la savana infuocata, gli acquazzoni improvvisi, gli scorpioni tra i piedi e dentro il letto, le capanne di paglia e fango. “Persino la chiesa è una capanna”, mi dice raccontandomi di una delle missioni cui lui è particolarmente affezionato, Sererit. Ma, soprattutto, Wamba è la sua gente, persone da capire, da rispettare, da conquistare con la fiducia e con l’onestà. Fino a qualche anno fa, quando calava il buio sul villaggio, si sentivano solo i ruggiti dei leoni, il canto degli uccelli, i tamburi dei Samburu e il tintinnio degli ornamenti delle donne che cucinavano e accudivano i bambini. La campana della chiesa era l’unica voce di civiltà in mezzo a quel coro libero e selvaggio. La sveglia era annunciata dall’alba che, con i suoi colori, bussava alle porte accendendo una nuova giornata di lavoro e sacrificio ma anche d’impagabili soddisfazioni umane. Oggi, ormai, gli alloggi dei medici hanno persino la tv, tanti sono i progressi che sono stati fatti in questi anni. 
Ecco da dove nasce la malinconia del mio amico Leone! 

“Ho paura che Wamba diventi un ospedale “normale”, come i nostri, con tutti i suoi vantaggi ma anche con tutte le difficoltà della burocrazia ” mi confessa Oscar, con un’aria di rassegnato rammarico, come quella di un padre che dopo aver cresciuto ed educato con amore un figlio sa di doverlo lasciare andare al proprio destino. 
“E’ per questo – prosegue – che appena posso scappo via, in foresta, nella missione di Sererit, o sul lago Turkana, nella missione di Loyiangalani, dove ritrovo la mia Wamba, quella degli anni 70.” 
Sì, perché recentemente l’ospedale di Wamba ha visto subentrare una società no profit, Wamba e Athena onlus, e anche se la tradizione umanitaria verrà rispettata, gli interessi economici in gioco potrebbero diventare sempre più forti e corrompere lo spirito caritatevole con cui la struttura era stata progettata. Sicuramente nulla cambierà nella sua efficienza, anzi, gli obiettivi per il prossimo futuro sono ambiziosi. Ma quale sarà lo spirito che animerà d’ora in poi i suoi uomini, i medici, le infermiere, i tecnici? Saranno anche loro davvero “amici di Wamba”? 

Chi ha visto il leone ruggire corre più veloce di chi l’ha soltanto sentito, dice un proverbio di queste parti. Il timore di Oscar, e di chi ha visto crescere Wamba, è che con il cambio di gestione si rischi di dimenticare la sua anima più profonda. Chi verrà a lavorare qui per la prima volta non capirà, forse, il valore di un’opera così immensa nata dal nulla: solo deserto, diffidenza e tanta povertà. E soprattutto dovrà imparare a conoscere la sua gente. Il combustibile per continuare far girare al massimo questo motore viene dal cuore, non dai muscoli, perché è fatto di generosità, sacrificio e umiltà, non solo di denaro e tecnica. Speriamo che il leone, con il suo ruggito, sappia farsi conoscere e rispettare, anche da chi non l’ha mai guardato negli occhi.

Chiedo a Oscar quando tornerà la prossima volta a Wamba e glielo domando con voce emozionata e con la segreta speranza che mi renda complice di altre fascinose notizie sui suoi futuri programmi africani. Invece, il Vecchio Leone mi guarda con un sorriso dolce, cogliendomi di sorpresa: 
“A maggio… Vorresti venire con me?”
L’invito mi travolge come uno tsunami. In una frazione di secondo, immagini meravigliose e commoventi squassano la mia mente: la savana, il lago di giada, i sorrisi dei bambini, i fieri Samburu e l’ospedale miracoloso che ridà vita e speranza. Sto per rispondere un entusiastico “Sì” quando, in un flash, ripenso agli scorpioni dentro il letto e a tutte quelle ridicole paure di cui mi vergogno e che forse non saprei affrontare. Così, quasi in un sospiro, riesco appena a sussurrare: 
“Sarebbe meraviglioso, chissà … ” 
Saluto Oscar, abbracciandolo forte, con la speranza che possa sentire tutto il mio affetto e la mia infinita ammirazione. Uscendo dallo studio, ho ancora in mente lo sguardo dolce e fiero del mio generoso amico, al confronto del quale mi sento come una piccola gazzella impaurita. 
Il suono di un clacson perentorio vorrebbe riportarmi alla grigia realtà del traffico cittadino ma con la mente io mi trovo già laggiù, a Wamba, senza dubbi e senza paure, accanto al mio coraggioso Vecchio Leone.