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martedì 22 marzo 2016

L'anima del piacere


Dire che uomini e donne sono diversi è un’ovvietà. E in questo caso non alludo solo a certe manifeste fattezze fisiche ma, innanzitutto, al cervello che fermenta pensieri, sensazioni, emozioni per natura differenti. Altrettanto evidente è che i due sessi sono destinati a completarsi, inevitabilmente spinti dal desiderio di ripristinare un’originaria idillica unità.
Prima della scienza, è stata la filosofia a cercare di spiegare quest’ineluttabile motore che spinge uomini e donne a ricongiungersi attraverso l’amore e la ricerca di un piacere fisico non circoscritto alla pura procreazione. Per esempio, nel “Simposio”, Platone abbozza con pensosa arguzia uno stuzzicante dialogo sull’origine della sessualità, cercando di spiegare l’anima del piacere attraverso una metafora ben nota. Lo fa tramite il commediografo Aristofane il quale, durante un banchetto, racconta il mito secondo cui in origine, oltre all’uomo e alla donna, esisteva anche una terza creatura: l’ermafrodita. Con eccitato coinvolgimento di tutti i presenti, Aristofane spiega che:
“La figura di questo essere umano era arrotondata, dorso e fianchi formavano un cerchio; aveva quattro mani e quattro pure erano le gambe; aveva anche due facce, piantate su un collo anch’esso rotondo, completamente uguali e attaccate, in senso opposto, a un unico cranio.”
Tuttavia, la potenza di queste ambigue creature deve aver alquanto allarmato gli dei, al punto che Zeus decise di dividerle in due parti, ricucendo la pelle strappata nel punto di mezzo con un nodo. Nodo che sarebbe diventato l’ombelico. Da quel momento in poi, la vita degli esseri umani sarebbe stata dettata dalla costante brama di ricongiungersi con la metà perduta. E il sesso sarebbe diventato il collante necessario per ricucire i frammenti smembrati dalla volontà (o dall’invidia) divina, trasformando così la ricongiunzione squisitamente biologica in un ineguagliabile piacere fisico.
Questo, come la maggior parte dei miti, sopperisce con la fantasia della metafora all’incompiutezza scientifica, azzardando anche un’arguta analisi psicologica. Il desiderio di fare sesso verrebbe così interpretato come una specie di nostalgia, un atavico impulso a tornare all’originale paradiso perduto, fatto di vigore ma soprattutto di equilibrio e completezza. In poche parole, meno liriche di quelle di Aristofane, fare sesso con chi si ama nascerebbe dal desiderio di far l’amore con se stessi per ritrovarsi finalmente completi.
Naturalmente non è possibile ridurre l’anima del piacere sessuale a un nocciolo atavico così lineare, perché i preamboli erotici che anticipano e seguono l’estasi sono infiniti e imprevedibili. Se fosse così semplice, l’eccitazione scoccherebbe dalla somiglianza e non dalla differenza, e l’attrazione sarebbe indotta da quel pallido riflesso di noi stessi riprodotto e ricercato nella persona amata. Non è sempre e solo così, appunto. E quell’inesprimibile richiamo tra le braccia dell’amante, quello scioglimento dei lombi, quel dolce inturgidimento, quel desiderio di fusione, di sperdimento e di ritrovamento che conduce all’estasi resterà, probabilmente, un eterno argomento di disquisizione per filosofi, scienziati, poeti e forse per gli stessi amanti.
Non è, infatti, questo uno dei misteri più belli che unisce la missione di procreare a quella di sperimentare il piacere più intenso mai conosciuto? Un piacere talmente intenso e fulminante da essere paragonato al culmine estremo della vita, ovvero la morte.
L’orgasmo, in letteratura, è stato infatti spesso accostato al decesso, tanto che i francesi, con la loro aristocratica raffinatezza, l’hanno battezzato petit mort. Non somiglia, infatti, all’unione di due semicerchi carnali destinati a liquefarsi quella tra due corpi? Due amanti, unendo le proprie membra e il proprio afflato, diventano complici della loro stessa morte, perché se fossero immortali non avrebbero bisogno di fondersi donandosi un reciproco piacere per creare una nuova vita.
Da qui, l’impercettibile confine – o ponte d’unione – tra estasi sessuale ed estasi mistica, o religiosa. Entrambi gli estatici deliqui, infatti, implicano un donarsi totale all’altro – che sia Uomo o Dio – in un dissolvimento senza possibilità di ritorno, in cui migliaia di particelle di piacere trasformano momentaneamente il corpo in anima e viceversa. Quello dell’orgasmo diventa, forse, l’attimo terreno più vicino al paradiso, in cui la coscienza è paralizzata e l’identità confusa, in cui il dolore si fa dolce e la durezza si scioglie in spasmi primordiali. E’ l’attimo in cui l’essere umano diventa al tempo stesso angelo e animale, non una ma due volte contemporaneamente, perché fuso nell’abbraccio complice dell’amante.
Se la pittoresca metafora di Platone ha dato un sapore squisitamente terreno alla natura del piacere sessuale come ricongiunzione con se stessi, nessuno come Santa Teresa d’Avila ne ha offerto un’interpretazione tanto sublime e sensuale, come comunione con Dio. La mistica spagnola del Cinquecento, infatti, con disarmante semplicità, ha descritto spesso questa sensazione di estremo sdilinquimento che fluttua tra anima e corpo, quest’estasi irrinunciabile che fa vibrare le corde più intime, fino a ricongiungere il cielo con gli inferi, grazie ai sensi terreni:
“Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore che non c’era da desiderarne la fine. E’ un idillio così soave che io supplico la divina bontà di farlo provare a chiunque pensasse che io mento …”
Insomma, dal sacro al profano, le interpretazioni circa la natura del piacere sessuale si sono affastellate nei secoli, facendo spesso accapigliare filosofi e scienziati, psicologi e religiosi. Sarebbe bello poter credere a quest’impulso di ricongiunzione cosmica di due metà separate ma, in realtà, l’argomento resta un intricato mistero più facile da vivere che spiegare. Ad un’interpretazione univoca, probabilmente, non si giungerà tanto facilmente ma, nel frattempo, il piacere sessuale (quando non è fine a se stesso) continua ad essere ciò che di più umano eleva l’anima di chi sa vivere con amore e passione, consolandola delle inevitabili afflizioni dell’esistenza.
Non ultima, l’afflizione di non essere, ahimè, né dei, né santi, né immortali ma semplicemente esseri umani.

venerdì 11 settembre 2015

L'enigma


Esistono uomini 
che hanno poteri magici davvero straordinari.
Riescono a trasformare 
più donne 
in una sola donna.
O in una donna sola
...

giovedì 10 settembre 2015

La differenza


La differenza:

Lui: "Io vorrei tutte le donne del mondo!"
Lei: "Io vorrei solo Un Uomo al mondo!"

venerdì 13 settembre 2013

MANDRAROSSA, UNA FAVOLA VERA


PICCOLI VIGNAIOLI PER UN GRANDE VITIGNO



Il territorio
Secondo i Greci, il vino è opera di un dio, Dioniso, che attraverso la fermentazione penetra nell’uva e in noi esseri mortali, sublimandoci col piacere dell’ebbrezza. Tuttavia, osservando il paesaggio siciliano dove il profumo dei vitigni s’accorda con quello di uliveti, agrumeti e ogni immaginabile ‘ben di Dio’, pare non esserci dubbio: il vino è opera dell’uomo, anzi della donna e dell’uomo. In particolare, la regione attorno a Menfi (AG) è un susseguirsi di morbide vigne che hanno stretto un’amorevole alleanza con il mare africano lambito da spiagge dorate. E’ una fetta di Sicilia ancora poco frequentata dal grande turismo e questo suo naturale pudore ne accresce il fascino. E’ qui, tra orti, giardini, bagli e templi senza tempo che la vite trova le condizioni ideali per crescere, benedetta dalla qualità del terreno (da limoso a calcareo, da argilloso a sabbioso), dal calore del sole e dalla brezza del mare (Bandiera Blu). Viene spontaneo inoltrarsi lentamente tra queste colline, sottovoce per non violare il ritmo dei vignaioli che scompaiono dentro l’abbraccio del verde, mentre i trattori colmi d’uva brulicano per le vie. E al cospetto di queste ritualiche cadenze, s’intuisce il pensiero dei Greci: perché la vigna curata dalla mano dell’uomo diventa un fatto spirituale e non solo vegetale.
Donne e uomini
Un territorio vocato alla viticoltura non avrebbe valore senza la passione delle persone che, ogni giorno, coccolano e crescono i frutti della terra. I volti di donne e uomini parlano chiaro: c’è entusiasmo negli sguardi di chi ha deciso di investire risorse economiche e umane qui, a casa propria. E’ una comunità fondamentalmente rurale questa, forte di una tradizione che si tramanda da generazioni. Una comunità che sorprende per la naturale armonia tra nonni, padri e figli, uniti dall’amore per le stesse radici: i giovani hanno preso le redini di un bagaglio culturale prezioso, arricchendolo con creatività e spirito d’iniziativa. La freschezza portata dalle nuove leve, che s’imbevono d’esperienza all’estero per tornare a casa più forti, è tangibile. Oltre a giocare un ruolo fondamentale nell’organizzazione del lavoro, l’alleanza tra giovani e anziani ha creato un humus socioculturale eccezionalmente fertile. Il ruolo della donna è altresì strategico: la Brigata delle Donne di Menfi, nata dall’esperienza di 25 donne selezionate per la fedeltà alle tradizioni culinarie locali e guidata da Bonetta Dell’Oglio, è portavoce nel mondo di prelibatezze di alta gourmetteria siciliana. Un esempio di come la semplicità possa tramutarsi in alta cucina grazie all’intraprendenza di donne finalmente protagoniste anche fuori casa.
Settesoli e Mandrarossa
Nata nel 1958 a Menfi per iniziativa di un gruppo di viticoltori, Settesoli è maturata sotto la presidenza di Diego Planeta. Non si tratta semplicemente di una Cantina ma di un vero e proprio distretto vinicolo: con 2.000 soci, una superficie vitata di circa 6.000 ettari, quattro stabilimenti e una capacità lavorativa di circa 500.000 quintali di uve l’anno, Settesoli rappresenta la maggiore azienda vitivinicola siciliana nonché il più grande vigneto d’Europa. Il 70% delle 5.000 famiglie presenti qui è coinvolto in Settesoli e questo è un ulteriore punto di forza in un Paese dove è tanto difficile per gli imprenditori riuscire a fare squadra. Questa sinergia favorisce un rapporto qualità prezzo assolutamente competitivo, in Italia e all’estero. Nei vigneti Settesoli sono privilegiati gli allevamenti tipici a contro spalliera e le potature tradizionali, nell’assoluta tutela dell’ambiente. I vini, tutti a Indicazione Geografica Tipica, sono ottenuti da uve selezionate portate a maturazione e vinificate nella zona di origine, che integrano metodi tradizionali e innovazione tecnologica: autoctoni come Nero d’Avola, Grecanico, Grillo, Inzolia e internazionali come Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon. Inoltre, Settesoli è inserita nella Strada Del Vino Delle Terre Sicane, che comprende Menfi, Contessa Entellina, Sciacca, Santa Margherita del Belice e Sambuca di Sicilia, scenari scolpiti nel tempo e resi eterni dal Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. http://www.cantinesettesoli.it/
Mandrarossa rappresenta l’eccellenza all’interno di Settesoli, è una specie di favola divenuta realtà. Il suo nome significa mannara rossa, ossia stazzo rosso, per via del color della terra che dà vita alle uve. Il neo Presidente Vito Varvaro, forte di una lunga esperienza manageriale anche all’estero, è convincente quando afferma che “Le previsioni future prevedono una crescita esponenziale per Mandrarossa, i soci saranno pagati di più e una nuova classe di giovani vignaioli e amministratori emergerà. La neonata Doc Sicilia può essere un trampolino di lancio per l’export su cui dobbiamo investire nuove risorse.” Già vincente in Inghilterra e nel Nord Europa, Mandrarossa rappresenta una sfida anche per gli Stati Uniti e nulla teme dalla concorrenza di Cile e Australia: è straordinario che una regione italiana tenga testa a intere nazioni. Mandrarossa opera come una grande famiglia allargata che, grazie a un’intensa attività di sperimentazione in vigna, ha maturato vitigni autoctoni e internazionali. Così, accanto ai classici Nero d’Avola e Grecanico, si coltivano gli internazionali Merlot, Syrah, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Chardonnay e i più sperimentali Viogner, Fiano, Sauvignon Blanc, Chenin Blanc, Petit Verdot e Alicante Bouschet. I nomi dei vini Mandrarossa alludono al profondo legame con il territorio e parlano di contrade, di mare e di zolle. Ma è solo sorseggiando un Urra di Mare o un Santannella, un Timperosse o un Cartagho che le parole incontrano il piacere del buon bere. http://www.mandrarossa.it/
Il Mandrarossa Vineyard Tour
Settembre è il periodo più bello per visitare il Menfishire. Durante la vendemmia tutta la campagna è in festa, le vigne sono fulgide e la comunità celebra la vita, dedicandosi alla raccolta delle uve alle prime luci dell’alba o la notte, quando l’aria è fresca. Il Mandrarossa Vineyard Tour anche quest’anno - dal 4 all’8 settembre - ha aperto le porte delle case dei vignaioli ai visitatori. Un viaggio multisapore articolato in degustazioni, laboratori sensoriali, eco tour a cavallo, in kayak, in veliero o in deltaplano, insieme a tanti momenti dedicati al contatto con la gente, per scoprire i segreti del dialogo tra persone e territorio. L’accoglienza è emozionante e insieme ai sapori dei piatti e ai profumi dei calici, si apprezza la generosa spontaneità degli abitanti. Piccoli resort, agriturismi e B&B immersi nel verde offrono un’atmosfera calda e famigliare che fa sentire a casa, mentre i ristoranti corteggiano i palati più esigenti con armonie di mare e terra, condite con oli e vini locali. Il piacere della vita agreste s’anima nelle case di campagna - salotti all’aria aperta e dimore d’autentico buon gusto - e il Mandrarossa Vineyard Tour ne propone un vasto assaggio. Imperdibile è Casa Natoli, splendido baglio del 1830 e sede della Cucina Mandrarossa, che incanta con gli affreschi interni, il cortile lastricato e la fioretta, un rigoglioso giardino di piante secolari e palmizi. Mentre a Casa Mangiaracina, Casa del Grano e dell’Olio, si può degustare il pane prodotto con il lievito madre, grigliato e condito con olio da olive Nocellara, Biancolilla e Cerasuola, in abbinamento al Cavadiserpe; a Casa Lombardo, Casa dell’Orto e delle Erbe, si assaggiano le verdure appena colte, cucinate sulla brace e insaporite con olio e sale marino, in abbinamento al Santannella; nella Pineta Molinari, Casa del Mare, il pesce appena pescato è servito in abbinamento al fresco Urra di Mare, di fronte a una spiaggia che incanta. E dopo una giornata squisitamente bucolica, al calar del sole prende vita Villa Varvaro, Casa dell’Arte e della Musica: elegante dimora ottocentesca nel cuore Menfi, dove si ascolta musica brindando alle stelle.



BOX

Dove sostare
Tra le soffici colline di Menfi sorge l’Antico Baglio di Casa Mirabile. Completamente restaurato, il Relais offre tutto il gusto della sicilianità condita dal sorriso del padrone di casa, Lillo Barbera, che vizia gli ospiti con il pane conzato, le aragoste appena pescate e un’infinità di sposalizi tra fragranze di terra e di mare. E dopo i vizi, una bella piscina all’ombra degli ulivi sazierà definitivamente ogni desiderio.
Si trova anch’esso a Menfi, a circa 1 km dal mare. Per la sua ottima posizione e la tipologia dei servizi è l’ambiente ideale per chi desidera una vacanza all’insegna della tranquillità senza rinunciare allo sport nella natura. Le camere e la suite con vista su mare e campagna si traducono in spazi dedicati al godimento estatico più assoluto.
Questo piccolo Relais adagiato sulle colline di Menfi offre, insieme alla squisita ospitalità, tramonti mozzafiato che inebriano gli occhi ed emozionano il cuore, mentre il corpo è coccolato dai sapori buoni della cucina.

Il Ristorante Albergo Da Vittorio, a Porto Palo di Menfi, si articola in due spaziose sale, una interna e una affacciata sulla spiaggia sabbiosa. Propone piatti della migliore tradizione locale, dagli antipasti di pesce crudi e cotti fino ai dolci di mandorle. La carta dei vini è altrettanto golosa e spazia tra le più note etichette del panorama enologico siciliano. Vittorio opera nel settore della ristorazione sin dai primi anni settanta e da allora non delude mai: impossibile non tornarci.
Il Ristorante nasce con Nino Bentivegna nel 1985, nel cuore di Sciacca. L’accoglienza e il menù mescolano sapientemente raffinatezza e semplicità, fedelmente alla tradizione siciliana. I sapori di pesce, pasta e carni sono valorizzati da una presentazione che appaga l’occhio prima del palato. Particolare attenzione è dedicata a piatti vegetariani e senza glutine nonché, naturalmente, alla selezione di vini locali, connubio perfetto per piatti perfetti.
Enoteca Strada del Vino Terre Sicane http://scoprimenfi.com/573-2/
Nello storico Palazzo Planeta di Menfi, l’enoteca, in collaborazione con SI.STE.MAVino (associazione delle aziende vitivinicole del territorio), promuove l’enogastronomia siciliana attraverso eventi tematici e corsi di degustazione, oltre ad essere punto di riferimento per acquistare vini e prodotti della gastronomia locale.

mercoledì 26 giugno 2013

L'Arte dell'Essere Donna



MADRE, REGINA, GUERRIERA E SEDUTTRICE
Nel teatro della vita, i diversi modi dell’Essere Donna

Da sempre l’arte sublima le molte sfumature del femminino, declinate in diverse tipologie caratteriali, a seconda dei momenti storici da cui sono generate e, al di sotto di questi modelli epocali, dà volto agli archetipi psicologici dell’Essere Donna.
Ne abbiamo scelti quattro – l’idea di Madre, Regina, Guerriera e Seduttrice – come emblemi delle anime femminili, per proporre un percorso tra arte e psicologia, che vuole essere un omaggio alla Donna ma anche a coloro che, ogni giorno, si prendono cura della salute femminile. Chiamati a misurarsi con le delicate alchimie di ogni individuo, essi trovano nella sensibilità dell’ascolto lo strumento forse più potente di osservazione, indagine e comprensione della persona.
Le quattro figure di Donna sono qui raccontate attraverso opere di assoluta diversità stilistica, poste a confronto tra loro, in un gioco di richiami che rende evidenti le costanti psicologiche di ogni archetipo e fa riflettere su come ogni donna persegua il proprio equilibrio interpretando una costante molteplicità di ruoli, nella personale ricerca di una sintesi esistenziale tra funzioni sociali, aspirazioni e pulsioni, che prende il nome di Felicità.



DONNA MADRE


Raffaello, Madonna della seggiola, olio su tavola, 1513 - 1514, Italia, Firenze
(Firenze), Palazzo Pitti - Galleria Palatina

La maternità rappresenta un'esperienza primaria che getta le basi di ogni futura evoluzione psichica, in quanto ognuno di noi nella vita – donna e uomo - fa i conti con l’archetipo materno, in primo luogo come figlia e figlio. E’ un archetipo che include non solo l’essenza della vita e della continuità della propria esistenza nel tempo attraverso la prole ma anche un insieme di trasformazioni spesso conflittuali, in questo caso esclusive della Donna. Trasformazioni fisiche, per via degli inevitabili mutamenti del corpo, e psichiche, per via di un’evoluzione personale ineluttabile.  
La Madonna è la Madre per eccellenza e supera ogni significato religioso perché appartiene alla nostra cultura, prima ancora che alla fede. Le Madonne di Raffaello, in particolare, sembrano scolpire proprio quest’archetipo materno nel cuore della sua fonte vitale. Esse paiono trascendere la dimensione perturbante del divenire madre e rassicurare chi le osserva, poiché attraverso i loro sguardi dal candore disarmante è evidente che il bene vince sempre sul male, così come la vita vince sempre sulla morte.
In particolare, la Madonna della seggiola evoca l’afflato protettivo che ogni Donna sprigiona quando il suo essere femminino si realizza in essere materno. Non è la forma del corpo di Donna che conta. E’ la forma circolare a vincere, geometria perfetta che si ripercuote nel movimento rotatorio di tutte le figure: dai volti paffuti ai piedini plastici del Bambino, dalle ginocchia della Madonna all’inclinazione delle teste, la composizione calibra mirabilmente estetica e simbolismo. Non si tratta semplicemente di tratti stilistici e pittorici, bensì di trasposizioni tecniche che rimandano a costanti psicologiche ben precise. La linea verticale della spalliera, infatti, indica rigore e rettitudine bilanciando la morbidezza delle figure e nascondendo gli artifici della tecnica dietro la semplicità della tenerezza. Ecco che la forma circolare traduce l’archetipo uterino per eccellenza: l’abbraccio materno, accogliente, nutritivo e protettivo.
L’alta qualità pittorica con la sua mirabile cromia colloca l’opera intorno al 1514. Tuttavia, questo è solo un colto e superfluo dettaglio perché essa, in realtà, trascende ogni epoca: questo volto dalle fattezze soffici potrebbe essere quello della madre di ognuno di noi, o della madre che è in noi. Gli occhi della Madonna, ovvero della Madre, scrutano nel profondo chi la osserva e i piedini rosei del Bambino chiedono carezze, come quelli di qualunque neonato. Semplicità e grazia, profondità e leggerezza: ecco cosa provò probabilmente Henry James quando vedendo l’opera esclamò di sentirsi: “Happy beyond the common dream”, ovvero “felice al di là del sogno comune”. E ogni Donna sa che nessuno più di una Madre può incarnare la felicità di un sogno che da mistero si fa continuamente realtà.


Picasso, Maternità, olio su tela, 1971, Museo Picasso, Parigi

Il divenire madre non è solo gioia ed esaltazione della vita. E’ anche sacrificio e dolore. Questo pare ricordarci Picasso con le sue Maternità pittoriche. E’ interessante soffermarsi un istante sulla visione della Donna da parte dell’artista per intuire alcuni aspetti più nascosti del significato di maternità. I suoi ritratti di madri potrebbero essere definiti “schizofrenici”, poiché sembrano intimamente connessi con l’inquietudine e con l’inafferrabile, e non solo con l’amore e la femminilità. Da qui, forse, una certa sensazione di estraneità della funzione materna trasmessa dalle sue opere. In questo senso, la visione pittorica diventa psicologica e consente di completare quell’archetipo di maternità essenzialmente concavo, ovvero accogliente e recettivo, con l’altro aspetto più conflittuale e disarmonico. Forse, parte della frustrazione della Donna Madre raccontata da Picasso deriva dall’incapacità dell’uomo di afferrare del tutto quest’esclusiva condizione esistenziale. Condizione che ruba temporaneamente la Donna al compagno per donarla totalmente alla nuova vita che porta in grembo.
In questa Maternità emerge, infatti, tutta la molteplicità di emozioni del fascinoso viaggio da semplice essere Donna a essere Madre. Subentra una scissione inevitabile di un nucleo interno che, attraverso la nascita del figlio, ritrova finalmente coerenza e interezza dando definitivamente senso al dolore della lacerazione. Impossibile, dunque, ignorare le inquietudini e le ansie che la natura di Madre porta con sé: il corpo cambia e la Donna non è padrona della propria trasformazione perché vive un rapporto fusionale ineluttabile. E le pennellate spigolose di Picasso sembrano proprio sottolineare l’acuta e inevitabile complessità psicologica del divenir madre. Perché essere mamma significa anche mettere in secondo piano una parte di sé in virtù di qualche cosa di più grande e di incomprensibile all’universo maschile.
Secondo la psicologia junghiana, in una stessa donna convivono più dee, più anime femminili, e la loro reciproca conoscenza fornisce la chiave per la comprensione di sé e dei rapporti che stabilisce con gli altri. Gli occhi della Donna raffigurata in questo quadro sembrano richiamare proprio questo concetto: la Donna che osserva se stessa Madre.
La sofferenza che fa inevitabilmente parte dell’Essere Madre è tuttavia sopportabile e superabile. Ecco, allora, che tra le tante spigolature della maternità di Picasso, bastano un ginocchio tondeggiante, un braccio avvolgente e una mano sicura a sostenere il piccolo nella sua aurora alla vita, per ristabilire quel rassicurante sospiro che ogni madre, di ogni tempo, emana. Anche in questa opera, nonostante la disinvolta anafettività del cubismo, s’intravede un cerchio: quell’archetipo di vita, che oggi come sempre cuce il sotteso dialogo tra la Donna e la Madre, e tra la Madre e il suo eterno bambino.




DONNA REGINA

Teodolinda dai Mosaici, Basilica San Vitale, Ravenna

Secondo la grammatica psicoanalitica più diffusa, la Regina nei sogni è l'archetipo del femminile evoluto e consapevole di sé, con cui si manifesta l'amante, la sposa, la grande madre e la sacerdotessa. Le sue qualità psicologiche sono il potere e l'autorità che possono esprimersi nella vita attraverso vari ruoli. Infatti, se è vero che all’interno della singola Donna convivono più donne, è importante raggiungere una sorta di cooperazione fra tutte le figure interiori. Tutti gli aspetti della personalità devono interagire armoniosamente al fine di trovare un equilibrio che possa placare le parti attive talvolta in conflitto. Quando la Donna, attraverso la consapevolezza del proprio Io, diviene conscia della compresenza di differenti declinazioni femminili, può sentirsi davvero Regina nel suo regno e considerare le proprie voci interne come una sorta di “assemblea” o di fedele corte a suo sostegno.
Insieme a quello di Madre, l’archetipo di Regina è anche il più antico e sopravvive non solo nei sogni ma anche nei miti e nelle fiabe. E anche se oggi al mondo le signore coronate sono rare, c’è l’arte a rendere eterni i simboli di un potere squisitamente femminile che nei secoli ha subito molte trasformazioni. Al di là del ruolo sociale, è la tempra psicologica a rendere la Donna autorevole e potente. Teodolinda per esempio, due volte moglie, madre e infine Regina, evoca tutt’oggi una figura che rivoluzionò il ruolo della Donna e con il suo carisma assunse tra i Longobardi una dominanza politica e religiosa indiscussa. E’ sorprendente la sua somiglianza con la Donna d’oggi, capace di gestire se stessa nella sfera pubblica e in quella privata, sfidando e spesso soffocando i conflitti interiori. I Mosaici che la raffigurano, pertanto, non sono semplicemente un capolavoro cromatico dove ogni minuscolo tassello riluce di regalità. Sono anche l’emblema di una personalità estremamente sfaccettata, incorruttibile persino dalle tentazioni dei ricchi ornamenti che indossa. Lo sfarzo delle perle e la tracotanza dell’oro completano il suo fascino ma non lo sostituiscono: il potere della regalità non si riduce alle vesti ma traluce dal viso e dai dettagli somatici. Regale è il naso di Teodolinda, affilato, deciso, degno di un uomo di quei tempi. Rispetto alle labbra sottili spicca come un simbolo maschile al centro di un armonioso fluttuare femminile. L’arte bizantina, e non solo, sembra confortare i più accreditati studi di morfopsicologia. Conducendo i tratti somatici alla personalità si deduce, infatti, che il volto sia diviso in tre piani sagittali: istintivo, affettivo e cerebrale. Il naso fornisce informazioni sulla vita sentimentale e in particolare il naso aquilino, più frequente fra gli uomini, esprime un’esigenza d’indipendenza e di padronanza delle passioni e dei sentimenti. Nelle donne, pertanto, è indice di mascolinità che diventa simbolo di potere e autorità, come nel caso dell’imperatrice Teodora o di Cleopatra.
Solo gli ornamenti floreali ricamati sull’abito pomposo evocano una femminilità che, per coerenza al ruolo regale, contornano appena l’aura di potere di una sovrana altera ma innanzitutto Donna, fiera del suo ruolo. I tasselli del mosaico sembrano evocare proprio quella convivenza di più voci femminili all’interno di ogni Donna, un coro psicologico straordinariamente armonico che anche l’arte ha saputo cogliere.


George Gower, Queen Elisabeth, I, 1588, Abbazia di Woburn

Nella nostra società, il volto moderno dell’archetipo femminile di Regina può essere incarnato dalla cosiddetta donna in carriera, almeno nella cultura occidentale. Oggi sempre più donne, infatti, occupano posizioni di potere - metaforicamente il trono delle tradizionali corti - che per anni sono rimaste un’esclusiva dei maschi: dirigenti, imprenditrici, politici, ministri, presidenti, primari. Regine senza corona, insomma, che si sono realizzate personalmente e socialmente facendo emergere la parte più tenace di sé. Le donne al potere funzionano egregiamente, sono intelligenti e appassionate e raggiungono straordinari risultati negli affari, sostenute probabilmente da un estro creativo squisitamente femminile. Succede, tuttavia, che molte di queste moderne Regine, accanto al successo professionale, accusino anche un inspiegabile senso di infelicità, di vuoto e una profonda solitudine nella vita affettiva. Talvolta subentrano problemi e conflitti con i mariti e con i figli, squilibri che conducono a fasi di incertezza, di depressione o d’isolamento dalle relazioni sociali. Immensa dev’essere la padronanza di sé da parte della Donna per gestire al meglio questa giostra di ruoli che la impegna nella vita.
Le donne al potere che presentano questo tipo di conflitti, si dice in termini psicologici, che siano possedute dall’Animus, cioè fagocitate dalla parte più maschile di sé. Una dimensione che tutte le donne potenzialmente posseggono ma che, se mal gestita, rischia di soffocare la componente più femminile, cioè l’Anima. E’ frequente, infatti, che la Donna di potere riesca a reprimere elegantemente la propria carica emozionale in virtù del ruolo che copre, a rischio tuttavia di incorrere in frustrazioni e in quel vuoto sentimentale che nessun essere umano può a lungo sopportare. Ancora una volta, emerge la necessità per la Donna di saper armonizzare tutte le voci femminili che parlano al suo interno, per far sì che la Regina regni senza vittime sacrificali.
La regina Elisabetta è un magnifico esempio delle numerose Donne Regine della storia. L’Armada Portait era stata commissionata per commemorare la vittoria dell’Inghilterra sull’Invincibile Armada spagnola. Un evento memorabile e simbolicamente significativo poiché fu reso possibile anche dalla determinazione della sovrana Elisabetta I, appunto. Donna che nel suo glaciale, eppur perturbante, incedere suscitava istintivamente timore, devozione e rispetto. E’ sorprendente come a distanza di secoli emergano alcuni tratti comuni tra la solenne regalità di un’imperatrice longobarda e una sovrana d’Inghilterra, come se entrambe affondassero le radici caratteriali nello stesso humus psicologico, riconducibile anche alla Donna d’oggi. Ancora una volta, qui spicca lo sfarzo di vesti sontuose e di gioielli luminosi, simboli di conquiste sociali precluse alla maggior parte delle donne. Eppure, ecco che anche in questo ritratto vince l’espressione imperturbabile, regale appunto: lo sguardo impassibile, le labbra appena accennate e quel naso sottile e affilato che senza indugio sfida gli uomini, i nemici e la sorte.



DONNA GUERRIERA

Dante Gabriele Rossetti, Giovanna d'arco, 1863, Museo del castello, Strasburgo

Quando la forza di volontà della Donna si accende di passionalità, ecco che può diventare battagliera e armarsi di una spinta interiore ancora più sorprendente. Chissà se la Donna Guerriera contemporanea assomiglia più ad Antiope, audace regina delle Amazzoni; al Soldato Jane della pellicola americana; oppure conduca le sue battaglie nella concentrazione di un laboratorio, con lo spirito indomito di Rita Levi Montalcini per esempio; o con la tempra delle migliaia di donne impegnate per la difesa dei propri diritti elementari, come accade in molte culture lontane dalla nostra.
Probabilmente, la Donna Guerriera di oggi è tutto questo insieme, declinato a seconda degli spaccati geografici, culturali e sociali. E di certo, sia che si tratti di passione politica o di amore per la scienza, di promozione di una nuova cultura o di attività sociali poco cambia: quando la spinta motivazionale è forte, l’abnegazione femminile è totale per difendere i propri ideali, soprattutto quando è in gioco il bene comune. Forse, in questo donarsi totalmente in virtù di un’ideale giusto, si cela lo stesso afflato che nutre la Donna Madre verso il figlio. E se gli ideali cambiano con l’epoca e la cultura, quella spinta motivazionale non si spegne, come fosse una sorta di energia tellurica pronta a sgorgare dalla bocca di un vulcano in sopita attesa.
L’archetipo femminile di Guerriera è ben rappresentato dall’intramontabile carisma e dall’energia fisica della Pulzella d’Orléans, eroina della Guerra dei Cent’anni e simbolo di una bellicosità mistica. In virtù dell’aura magica che l’accompagnava sin da giovanissima, fu detta, infatti, “la divina” probabilmente come contraltare laico alla sua santità e in omaggio alla sua femminilità oltre che alla sua vocazione di guerriera. Essa è e rimarrà imperituro esempio di come la Donna possa diventare al contempo un mito, una santa e una dea nell’immaginario dell’umanità non solo contemporanea ma millenaria. Vista in trasparenza, oltre le vesti della sua epoca, Giovanna d’Arco è una guerriera profondamente sensuale, castigata e contemporaneamente esaltata dalla sua uniforme da battaglia decorata di bianchi gigli, una guerriera che imbraccia la spada della liberazione come fosse un privilegiato oggetto d’amore. Quell’accostare l’arma al viso suggerisce un’identificazione tra la Donna e il suo ruolo: la lotta per la difesa delle proprie credenze e delle proprie ambizioni, fatte di giustizia e lealtà. Non è un semplice impugnare la spada questo: scatta quasi un bacio tra le labbra carnose appena protese e la lama affilata, e in quest’espressione s’indovina tutta la potenza di una personalità femminile declinata al piglio tradizionalmente maschile.
Ecco perciò che in Giovanna d'Arco i tratti mascolini, sottolineati dal mento prominente e dalla mascella volitiva, contrastano con la dolcezza e la femminilità dello sguardo, con le labbra turgide e i lunghi capelli ondulati. Così come la tunica dai toni caldi e pastosi stride con la freddezza dell'armatura, rendendo ancora più passionale e irresistibile la guerriera, attuale come non mai. Sotto queste vesti, emerge la Donna combattiva che si batte in ogni Donna, oggi come sempre.


Franz von Stuck, Pallas Athene, olio su tela, 1898, Museum Georg Schäfer, Schweinfurt

Combattere per difendere un ideale o per conquistare un diritto non implica affatto l’uso della prepotenza e della sopraffazione. E la Donna lo sa, perché altre sono le armi in suo possesso con cui affrontare le battaglie in cui crede: la dialettica e, in generale, l’intelligenza.
La fanciulla Atena rappresenta mitologicamente le declinazioni più nobili dell’animo battagliero femminile, quelle intellettuali appunto. Nelle sue mani, la guerra diventa strumento di giustizia e non di abuso, di lungimiranza e non di prevaricazione, di astuzia e non di violenza. E’ la natura stessa di Donna a fornire alla Pallade Atena gli strumenti con cui intraprendere le proprie virtuose battaglie: razionalità, sensibilità e saggezza. Per questo motivo la dea incarna un carattere psicologico in cui anche la Donna d’oggi si rispecchia, sotto lo slancio di nuove ambizioni e intraprendenze ma mossa dalla stessa archetipica emotività intellettuale, o intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva fa parte della natura complessa della Donna, anche se non è una prerogativa esclusivamente femminile. Può essere definita come la capacità di far dialogare testa e cuore, ossia combinare pensiero ed emozioni per prendere decisioni ottimali. Per molti secoli, il pensiero occidentale ha cercato di tenere distinta la parte razionale da quella emozionale. Inutilmente, perché psicologi e neuroscienziati hanno dimostrato come senza emozioni non possiamo letteralmente valutare, non siamo in grado di prendere decisioni. E l’intelligenza emotiva sembra essere l’arma per eccellenza della Donna Guerriera, poiché in questa tipologia di Donna, più che in ogni altra, l’emotività diventa cerebrale e sembra essere la somma ultima tra il meglio della femminilità e il meglio della mascolinità. Osservando il ritratto della dea, la prima s’indovina dai tratti affusolati del viso e dall’incarnato tenero, la seconda dalla postura eretta e dai simboli di fierezza che la dea ostenta. Ma quel che trafigge con garbo chi osserva il suo volto è soprattutto l’espressione ironica degli occhi e dell’enigmatico sorriso, molto somigliante a quello della Monna Lisa in quegli angoli delle labbra vagamente voltati all’insù. Questi tratti somatici sono specchio di una personalità sagace e intelligente.
Si sa che l’ironia è la più alta forma di intelligenza, sia nelle relazioni sociali, sia nell’affrontare i conflitti interiori verso se stessi. Ancora una volta psicologia e neuroscienze van d’accordo nel considerare l’ironia come una sorta di raffinata strategia per far fronte ai cataclismi psicologici quotidiani: sapersi guardare allo specchio con il giusto distacco e sorridere ogni tanto di sé aiuta sempre. E’ un’arma di difesa e di attacco che la giovane Atena, con il suo allusivo sorriso, sembra sfoderare e consigliare a tutte le donne, di ogni tempo e di ogni cultura, quale strategia psicologica per sopravvivere, e possibilmente, vincere ogni guerra. Atena insegna esattamente questo: non serve la violenza per comunicare la propria forza, basta uno sguardo intelligente, come quello di una Donna che sappia sfruttare la propria femminilità con l’ingegno dell’intelletto.



DONNA SEDUTTRICE

Tiziano, Venere di Urbino, olio su tela, 1538, Italia, Firenze (Firenze), Galleria degli Uffizi

La seduzione, insieme alla maternità, è tra queste declinazioni di psiche femminile quella più misteriosa per l’uomo. Forse anche perché è la più ancestrale e trasversalmente presente in ognuna delle altre declinazioni: la Donna crescendo può eventualmente diventare Madre, Regina o Guerriera ma inevitabilmente, sin dall’inizio della sua vita, impara a sedurre. La bambina seduce per compiacere e per ricevere affetto dai genitori e questo imprinting appreso dalla madre si sviluppa in diverse modalità nell’età adulta, perché la seduzione biologicamente assolve alla funzione di scelta in amore e, dunque, assolve alla procreazione.
Il linguaggio del corpo che la Donna usa per sedurre è, dunque, inutilizzabile dal suo complementare maschile, in parte resta persino incomprensibile e per questo fascinosamente potente. La Donna normalmente privilegia il tempo, mentre l'uomo propende per l'azione. La Donna palpita nell'attesa, l'uomo agisce direttamente. E questo fa sì che donne e uomini manifestino gestualità e trucchi diversi per comunicare la propria carica seduttiva. Il silenzio, la sospensione e il sottile piacere collegato al desiderio sembrano essere il filo conduttore di un comportamento femminile che spesso viene vissuto come sommerso, interiore, fonte di gratificazioni intense e decisamente personali, in cui l’attesa è già di per sé piacere. Nella donna la ciclicità, legata anche a fattori squisitamente biologici, sembra condurre e ricondurre le cose all'interno di un meccanismo immutabile e identico a sè. Laddove, invece, nell'uomo è la finalità lineare del ritmo a giocare una parte preponderante nel gioco seduttivo e forse è proprio quest’alternanza di tempi e di spazi, di vuoti e di pieni, a creare il dialogo tra i due.
Anche in questo caso, l’arte aiuta a condensare in uno sguardo concetti più complessi. Guardando la Venere di Tiziano, per esempio, pare di immergersi in un istante sospeso nel tempo. Non ci si sente soggiogati da una dea ma si è conquistati da una nobildonna nuda, sdraiata su un letto probabilmente appena svegliata, in attesa che le sue serve le portino i vestiti. Ma anche in attesa di qualcos’altro: di una reazione alla sua seduzione da parte di chi la ammira. La donna è un tutt’uno con la posa lasciva e tuttavia determinata, sfidante: con una mano si copre il pube, con l’altra regge un mazzetto di fiori che lascia languidamente cadere sul materasso, come fosse un invito a chi la osserva a osare di più, a fare un passo avanti. La sensualità della scena è accresciuta dal letto disfatto, dal tepore palpabile del corpo e dal suo sguardo provocante che penetra l’osservatore. Ecco: lo sguardo, l’inclinazione del capo e l’atteggiata morbidezza della postura sono la trasposizione di una grammatica che solo la Donna sa utilizzare per esprimere la propria sensualità. Una grammatica lenta e ponderata, che appartiene a un linguaggio ancestrale, poiché da sempre la Donna si serve della bellezza per conquistare e per confermare a se stessa la propria femminilità. Una femminilità che l’assenza di veli, come in questa Venere, rende pericolosamente vincente, addirittura mortale, se non fosse per quella mano che, pudicamente, impone il rispetto dell’attesa.

De Lempicka Tamara, La chemise rose - La camicia rosa, olio su pannello, 1933, USA, Florida, Courtesy Beatrice Levy

Una mano tra i capelli volutamente scomposti, le gambe accavallate in maniera disinvolta, un battito di ciglia allusivamente ammiccante. Sono solo alcuni dei gesti con cui la Donna, più o meno consapevolmente, lancia continui messaggi di seduzione che da puro istinto diventa arte. Il ruolo di amorevole madre o di autorevole guida non zittisce la voce erotica presente nella natura femminile che, a seconda delle epoche e delle culture, emerge in affascinanti sfumature comportamentali. Dalla seduzione alla trasgressione spesso il passo è breve e l’erotismo che scaturisce dalla personalità femminile dipende, naturalmente, dalla risposta della controparte, dell’altro-da-sé. Difficile, quindi, distinguere in questa tipologia l’Essere Donna dall’Essere Uomo, perché è come se dall’incontro delle due metà scaturisse una terza forma di Essere, mediata dal linguaggio dei due protagonisti.  
Un esempio di seduttrice fortemente trasgressiva è certamente Tamara De Lempicka. Non semplicemente un’artista ma un esempio di anticonformismo esistenziale all’insegna della più raffinata sensualità. Donna dall’audace personalità, sosteneva di non seguire la moda – sia nella vita sia nell’arte - ma di “farla”, cioè di distinguersi dalla “normalità” creando un’alternativa alla normalità. Con l’eleganza di un fuoriclasse, la pittrice sembra interpretare perfettamente il desiderio e insieme la necessità che ogni Donna ha di sedurre gli altri a conferma della propria femminilità.
Femminista ante litteram, disinibita e amante della bella vita, assurge come emblema in questa categoria psicologica poiché visse senza regole, tra lussuria, lusso e fama. Visse la vita che avrebbe voluto vivere, in bilico tra l’effimero, come l’amore per la moda, e l’arte, cui donò impegno e dedizione. Il suo spirito libero è palpabile e sempre presente nelle sue opere, che, proprio per questo trasparire dei sentimenti, sembrano pure e incontaminate, come solo le istantanee delle emozioni riescono ad essere. Tuttavia, nella forma di seduzione da lei raccontata emerge un tratto in più: trapela una forte consapevolezza dell’emancipazione sessuale della Donna che, da rappresentazione su tela diviene incarnazione di molte donne d’oggi. E’ vero che con quello sguardo rivolto lontano, con il volto reclinato e con il reggiseno scivolato quanto basta per suscitare eccitazione, la ragazza mira a sedurre. Ma è anche vero che l’osservatore sembra superfluo, poiché ella si sente già vincente, affascinante e completa in quel suo rivelarsi appena. E’ una Donna perdutamente libera dal senso del peccato e non sente quindi il bisogno di mascherare la propria sessualità, anzi le piace esibirla se pur elegantemente, inseguendo il gusto del proibito. Sembra sognare ad occhi aperti, forse un nuovo amore o forse solo l’illusione di un amore, scivolata in un mondo abitato fondamentalmente solo da se stessa, consapevole del potere non solo seduttivo ma anche distruttivo che una Donna con le sue infinite voci interiori può esercitare.

(Pubblicazione per ALFAWASSWERMANN, Studio Moruzzi, Giugno 2013)

sabato 11 maggio 2013

L'impotenza del potere



“Se un uomo di potere si riduce a pretendere servizi sessuali da una sua collaboratrice, dimostra ignobilmente tutta la sua misera, patetica, nauseante impotenza. 
Impotenza verso le Donne, verso la vita e soprattutto verso se stesso.
Ribellatevi, ribellatevi sempre Donne ai ricatti sessuali. Meglio perdere il lavoro piuttosto che il rispetto verso se stesse.”

mercoledì 8 maggio 2013

L'Arte d'Essere Donna



L'eterno femminino nell'Arte


“Donna non si nasce, si diventa”.
Così affermava Simone De Beauvoir ne “Il Secondo sesso”, opera destinata a mettere a nudo l’immagine della natura femminile e i suoi molteplici ruoli nella società borghese dagli anni Cinquanta in poi.
Ma cosa significa quest’affermazione tanto lapidaria quanto intuitivamente vera?
Creatrice per natura, la donna inventa se stessa sbocciando come un fiore i cui petali si colorano con le sfumature della sua linfa vitale. Fiorisce nella propria casa, nella propria famiglia prima come figlia poi come giovane consapevole spesso ribelle, e quindi come madre. Ma anche nella società, nel teatro culturale, come protagonista rivoluzionaria e conservatrice al tempo stesso di un ciclo vitale ineluttabile. Ogni epoca, attraverso la cultura e il linguaggio che le è proprio, partorisce di volta in volta una donna nuova, originale, frutto di radici e tradizioni ineliminabili ma anche di innovazioni e trasformazioni inevitabili.
La donna riassume in sé, quindi, una duplice natura: una esterna che si muove disinvolta nel presente proiettata verso il futuro e una interiore che respira nell’ombra traendo forza dal passato. Il dialogo tra queste due nature, combinato in migliaia di espressioni diverse, determina la personalità e la socialità di ogni creatura femminile. E’ il risultato di quella sfumatura e di quella fragranza che contraddistingue ogni fiore nell’immenso prato dell’universo.
La storia trabocca di donne che si sono realizzate nella propria interezza, mescolando sapientemente i toni di un’intricata natura in un’armoniosa sinfonia. Personaggi femminili che hanno saputo incarnare quell’eterno femminino tanto caro a Goethe. Faust, infatti, nel “Coro mistico” si rivolgeva all’anima umana definendola il femminile eterno che ci trae in alto.  Esiste qualcosa che ci attrae oltre la materia, oltre l’illusione: è la necessità di pensare, di porci delle domande. Questa facoltà, che probabilmente è presente solo nell’essere umano, che ci spinge a ricercare una soluzione per gli infiniti enigmi del mondo è una facoltà squisitamente femminile: è l’immaginazione.
E cosa meglio dell’arte è in grado di esprimere quest’eterno femminino creativo, fonte di conoscenza che ci trae in alto? Da sempre, in ogni sua sintesi simbolica e mitologica, l’arte traduce l’invisibile in visibile, il mistero in bellezza, il sogno in realtà e, con un linguaggio che trascende la razionalità, permette di cogliere in trasparenza ciò che si nasconde sotto il visibile attraverso la suggestione delle emozioni. La complessità è per definizione anche ambiguità, un’ambiguità che rappresenta l’essenza dell’arte poiché lascia spazio all’interpretazione, cioè al dialogo tra artista e fruitore. Come diceva Voltaire, del resto, “il segreto per diventare noiosi è dire tutto”. Di conseguenza, l’Essere donna non è mai noioso e quando si esprime attraverso la creatività svetta sulle cime del sublime, sia quale musa ispiratrice, sia quale artefice d’opere d’arte.
Le arti figurative, in special modo, essendo più intuitive di altre, ci aiutano a percepire le infinite sfumature del femminino declinato in diverse tipologie caratteriali a seconda dei panorami storici in cui sboccia. Tuttavia, sotto questi modelli epocali, sembrano ricorrere delle costanti sintetizzabili in alcuni archetipi psicologici dell’Essere donna.
Prendendo in prestito il termine “archetipo” dalla teoria psicoanalitica di Jung, è più facile afferrare l’intimo legame tra arte e psicologia femminile. Il concetto d’archetipo si riferisce a una rappresentazione mentale primaria, propria dell'inconscio collettivo, che si manifesta in simboli universali presenti in tutte le culture di ogni epoca storica. Attraverso l’arte, ovvero attraverso il linguaggio dei simboli e delle immagini, si entra direttamente in contatto con la psiche, quindi con le emozioni e i sentimenti. L’immaginazione è il processo che pone in dialogo l’inconscio con il conscio senza la necessità di ricorrere a un linguaggio razionale, ecco perché da sempre l’arte figurativa appartiene alla cultura della specie umana. E da sempre, l’archetipo di Madre - quello femminile per eccellenza - è ciò che permea quell’inconscio collettivo di cui Jung parla, come un magma sotterraneo che scorre nella carne di ognuno di noi. Attraverso l’arte, quest’archetipo diventa intuitivamente percepibile: l’Essere Donna si manifesta e si esprime attraverso simboli riconducibili a tutti. Uomini compresi, perché “tutto l’essere dell’uomo presuppone la donna: corporalmente e spiritualmente. Il suo sistema è a priori messo a fuoco sulla donna, così come nel mondo esistono l’acqua, la luce, l’aria, il sole …” e senza essere necessariamente junghiani risulta condivisibile quest’appassionata affermazione.  La storia dell’arte conferma, infatti, la concezione di Jung e lo dimostra sin dalle prime raffigurazioni artistiche risalenti ai nostri antenati del neolitico, in cui il maschile era del tutto assente o compariva tutt’al più come un piccolo insignificante uomo accanto a una madre potente e maestosa.
Ecco perché l’arte – quale narrazione della psiche – è lo specchio privilegiato del femminino.
L’artista moderno è ormai consapevole dell'interrelazione fra la propria opera, la propria storia e un inconscio sotteso che trascende il tempo. E’ un apriscatole psicologico, come si definiva Kokoschka – uno dei primi artisti moderni - che con quest’espressione ha interpretato bene lo spirito dei suoi contemporanei ma anche l’afflato originale con cui l’arte è nata insieme alla stessa civiltà umana.
Avvicinarsi a un’opera d’arte, dunque, permette di scostare il sottile velo dell’immaginario sulla realtà per avventurarsi alla scoperta di mondi lontani, di creature ignote e di abissi in parte inesplorati.
Primo tra tutti, l’Essere Donna. 

venerdì 29 marzo 2013

Le evoluzioni




Spesso, nel corso della vita, donne e uomini evolvono in maniera diversa.
Le donne cambiano, senza bisogno di cambiar uomo.
Gli uomini cambiano donna, senza riuscire a cambiar se stessi.