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lunedì 3 marzo 2014

Dai Piedi alla Testa



Questa mattina, camminando per la mia grigia città, mi son resa conto di qualcosa che probabilmente farà ridere i più. E cioè che quando torno da un viaggio esotico, dove sole e mare dominano i sensi, quel che più mi manca è la nudità, e quel che più mi tormenta sono … le scarpe!
Sì, dopo aver beatamente camminato a piedi nudi praticamente sempre, per giorni e giorni, su morbide spiagge borotalcose e sabbiosi fondali marini, ecco che quel fardello pesante ai piedi non solo disturba il mio corpo ma infastidisce anche la mente. La presenza delle scarpe ai piedi sobilla i miei pensieri che si ribellano alla costrizione della civile accettazione della quotidianità e vorrebbero, invece, continuare a galoppare animalescamente nella naturale spontaneità della natura. 
Tatto e contatto, dalla testa ai piedi, questo mi manca!
Così, quell’intromissione di gomma, cuoio, tessuto e stringhe tra la terra e me diventa metaforicamente anche un ostacolo tra il mio modo d’essere e il mondo circostante che non mi corrisponde (o io non corrispondo ad esso). 
Del resto si sa che esiste un collegamento stretto tra le sensazioni ricevute dai piedi e le percezioni cerebrali, la reflessologia plantare insegna. Quindi, è naturale che la mancata nuda aderenza delle appendici inferiori con il suolo privi il corpo, e di conseguenza la mente, di sensazioni ‘psicotattili’ penetranti, spesso piacevoli, a volte anche dolorose, ma comunque fitte, intense e complementari di tutte le altre sensazioni che il corpo riceve e trasmette.
Per ovviare a questa mutilazione sensoriale proveniente dal basso, arrivata a casa cerco di stare il più possibile senza scarpe e senza calze, tastando con consapevole gusto il pavimento, o l’erba del giardino, come un’ipovedente capovolta, usando i piedi come le mani, per ‘vedere’ ‘sentire’ ‘assorbire’ sensazioni altrimenti impercettibili. 
E lasciare così che la mia mente torni, attraverso i piedi, a quelle morbide spiagge borotalcose, a quei sabbiosi fondali marini, che tanto mi mancano … in questa mia grigia città!

lunedì 3 settembre 2012

Luna di vaniglia




Si può sentire il sapore della luna? L’odore di un colore o il canto di un fiore?

Una passeggiata attraverso i boschi, in una malinconica giornata autunnale, può rivelarsi un’inattesa esperienza sensoriale, capace di accendere scintille di pensieri ed emozioni. Non occorre andare troppo lontano da casa, scalare montagne o solcare oceani per emozionarsi, e nemmeno c’è bisogno che accada qualcosa di eccezionale per stupirci. E’ sufficiente guardare la Natura con occhi nuovi, lasciare che essa dialoghi con il nostro corpo e il nostro cuore, per mettere in moto una giostra di sensazioni tali da farci sentire in comunione con l’Universo. In questo modo, anche il panorama più quotidiano e disponibile può trasformarsi in un teatro animato di colori, suoni, odori e sapori, che si mescolano tra loro in un modo nuovo e sorprendente.
Pochi giorni fa, camminando lungo un sentiero che costeggia un torrente, non lontano da dove vivo, ho vissuto anch’io questa magia. Ho serpeggiato tra cespugli e fronde rosseggianti, seguendo il corso pigro dell’acqua fino al lago, plumbeo e immobile per l’assenza quasi innaturale del vento. A volte, quando si cammina, si dimentica che esiste uno spazio immenso anche sopra la nostra testa ma basta alzare gli occhi al cielo per scoprirlo e rimanerne incantati. Infatti, dall’alto, attraverso le cime degli alberi, filtrava un filo di luce, sottile ma tagliente come una lama, che animava le tenui sfumature di verde sulle foglie, non ancora del tutto divorate dalle audaci pennellate gialle e rosse dell’autunno.
E’ stato proprio allora che, in quello spumeggiare acceso di colori, ho sentito improvvisamente un sapore ben preciso, come se quei colori io li stessi mangiando! Tutt’a un tratto, ho percepito in bocca il gusto esotico del mango maturo, con la sua polpa densa e fruttata, che si scioglieva lentamente in succo fino al suo cuore.
Inebriata da quel curioso amalgama di sensazioni, ho proseguito emozionata a caccia di altre tracce che solleticassero i miei sensi, come un cane che fiuta il passaggio di un’allettante preda. Mi son sentita in balìa di un’eccitazione sconosciuta, tanto da chiedermi se i colori potessero avere anche un odore oltre ad un sapore. Ed è stato proprio il mio naso a darmi la risposta, poco più avanti, quando mi sono ritrovata come immersa in quello splendido quadro di Rousseau intitolato “Il sogno”. Una cascata di verde, a capofitto sul torrente, ha aggredito il mio olfatto di un non so che d’acre e pungente, che non ho saputo ricondurre a un cibo buono e goloso. Era semplicemente odore di verde, di foglie e di muschio. E l’acqua, dove le fronde s’inchinavano quasi ad abbeverarsi, accentuava prepotentemente quell’asprigno solletico dentro le narici.    
Sempre più estasiata, sazia di mango ed ebbra di verde, ho raggiunto infine il lago, mentre l’ultimo raggio di sole eclissava dietro le colline. Lì la temperatura era sensibilmente più alta rispetto al bosco e un flebile venticello faceva suonare le canne sinuose sull’acqua, come fossero vibranti corde d’arpa.
  Mancava proprio il sonoro in quell’inatteso concerto dei sensi. Ma, tutt’a un tratto, ho avvertito una dissonanza, come quelle improvvisazioni ritmiche della musica jazz, che ti scuotono e ti sorprendono. E ancora una volta è stato il mio naso a parlarmi. Non ho dovuto sforzare troppo la fantasia per distinguere un odore che zaffava prepotente l’aria, caricandola di amaro, di terra, di marrone e di … Difatti, lo scorcio che si è aperto ai miei occhi poco dopo confortava gli inequivocabili messaggi olfattivi.
Un bellissimo cavallo bianco, incurante di me e del mondo intero, beatamente rapito dal suo instancabile brucare, aggiungeva vita e movimento al teatro naturale. E aggiungeva anche l’odore forte di stalla, di fieno, di selvatichezza, che completava il quadro rendendolo più reale. Che animale sensuale! Forse stava riposando, dopo una corsa in libertà. Osservando quella creatura attraverso lo zoom della macchina fotografica, mi pareva di poter allungare un braccio e di riuscire a toccarla. Ho sentito, sotto le mani, il pelo ruvido, compatto e umido di sudore, la criniera ispida, folta e spettinata, nonostante il mantello bianco desse invece un’illusione di morbidezza, e ho sentito scorrere il flusso denso del sangue, il battito del cuore placarsi dopo la corsa, attraverso i muscoli caldi del collo, ancora tesi e pulsanti.
In pochi scatti ho rubato al cavallo tutte queste impressioni, assorbendole e mescolandole con l’incredibile impasto sensoriale già presente in me.
Rapita da tutti quegli incantamenti non mi ero quasi accorta che la sera era ormai inoltrata e che era arrivato il momento di tornare casa. Incamminandomi, mi sentivo leggera e in un certo senso eccitata mentre, nella mia testa, il pensiero logico cercava di farsi strada tra i residui delle emozioni provate fino a quel momento. La cosa mi piaceva, mi divertiva alimentare quella specie di conversazione interiore tra ragione e sentimento. Era come se il mio cammino non fosse più solitario ma che, all’improvviso e per magia, un grande scienziato della mente e un romantico poeta avessero deciso di accompagnarmi a casa per spiegarmi, ciascuno a suo modo, ciò che mi era successo quel pomeriggio. Ho accettato il gioco. In fondo dovevo pur camminare per almeno un quarto d’ora prima di rincasare e cosa di meglio che farlo in compagnia? Così, ho ascoltato dentro di me le parole dell’uomo di scienza che, con tono di ironica benevolenza, mi diceva: 
“Sai bene, che quello che hai provato non è una metafora poetica e non ha semplicemente a che fare con le virtù artistiche di un’anima particolarmente sensibile. Né, tantomeno, con visioni, allucinazioni o distorsioni della mente. In realtà, mia cara, si tratta di un fenomeno che la neuroscienza conosce benissimo e gli ha dato anche un nome: SINESTESIA ovvero “PERCEZIONE SIMULTANEA”. Naturalmente ne ha spiegato anche i meccanismi, dimostrando che, a volte, i segnali provenienti dall’esterno – colori, odori, suoni, sapori e sensazioni tattili – vengono percepiti da regioni del cervello che, normalmente, non sono preposte a quella funzione.”
” E allora che succede?” gli ho chiesto.
“In poche e semplici parole, succede che gli stimoli si avventurano per le vie neuronali attivando simultaneamente più regioni cerebrali, disorientando così i nostri schemi sensoriali e prendendosi un po’ gioco delle nostre percezioni. In questo modo, può succedere che un odore venga udito, un colore possa essere gustato, o un suono alteri la temperatura percepita dal nostro corpo, facendoci sudare o rabbrividire. Mi segui?”
 “Certo che ti seguo, non sono mica stupida.” ho risposto piccata.
“Bene. Non voglio prenderti altro tempo visto che stai per arrivare a casa, ma voglio aggiungerti che la faccenda è molto complessa e affascinante e ha altri interessanti risvolti. Alcune persone, ad esempio, associano ad una precisa nota musicale un colore: il do è rosso, mentre il fa diesis è blu. Pensa, questo può rivelarsi un utile meccanismo di memorizzazione di complessi spartiti musicali, non trovi? Per altri individui sono i numeri o i grafemi ad assumere un colore. Altre persone ancora attribuiscono ai giorni della settimana e ai mesi dell’anno, sapori o colori precisi, senza sapere perché. Il lunedì può assumere l’aroma del caffè, mentre Agosto potrebbe essere una tavolozza di azzurro e ...”
“Va bene, basta, basta ... ho capito”. Ho detto a quel punto, conquistata dal suo sapere ma anche un po’ delusa.
Non so perché ma non mi piaceva sentirmi sinestetica. Preferivo immaginarmi curiosa e ingorda della Natura, in tutte le sue manifestazioni, meravigliose e tragiche che fossero e mi piaceva pensare che l’Autunno fosse davvero giallo-rosso, col sapore di mango e odoroso di verde pungente! 
Mi sono rivolta speranzosa verso il poeta. L’ho osservato di sottecchi: era alto, magro, con una corta ma incolta barba bianca e un sorriso dolce e svagato come, non so perché, ho sempre immaginato tutti i poeti del mondo. Il suo sguardo era  rivolto verso il cielo, in direzione di una splendente luna piena, con un’espressione che mi sembrava la più felice del mondo. Quasi timorosa di disturbarlo, gli ho chiesto:
“Scusa, poeta, anche tu pensi che le sensazioni che ho provato sono state solo un’esaltazione dei miei neuroni?”
Il poeta, non ha distolto lo sguardo dalla luna. Ha sospirato e, con un sorriso ancora più intenso, mi ha risposto:
“Lo sai, bambina, che la Luna profuma di borotalco e ha il sapore di vaniglia?”
Purtroppo, proprio in quel momento, ero arrivata di fronte alla porta di casa. Ma, prima che il mio fantastico sogno sparisse, ho abbracciato il mio poeta e, con un sorriso grato, gli ho sussurrato: … “Sì, poeta, lo sapevo!”
Post scriptum: a chi volesse approfondire le proprie conoscenze sul fenomeno della sinestesia, consiglio di leggere i libri di Vilayanur Ramachandran, neuroscienziato indiano all’avanguardia negli studi di psicofisica, nonché piacevolissimo scrittore. E’ lui lo scienziato che mi ha accompagnato durante la mia fantastica passeggiata. Chi, invece, volesse conoscere il nome del mio poeta, bhé, mi dispiace ma questo è un segreto che terrò gelosamente custodito in me!

“La luna e le stelle brillavano sopra le nostre teste.
Finalmente così ci calmammo.”
Henry David Thoreau

L'odore delle emozioni




Quando Rocky mi corre incontro scodinzolando e mi annusa non sente solo il mio odore. Non cerca solo di scoprire se in mano nascondo un delizioso biscotto o l’odiosa spazzola per strigliarlo. Il mio cane, in realtà, va a caccia di molte altre informazioni su di me, che vanno oltre il senso dell’olfatto a livello epidermico. Lui sente anche le mie emozioni! Mi studia, mi analizza, mi ‘ascolta’e sniffandomi con quel suo tartufo nero e umido riesce a percepire se sono in vena di giocare o se invece ho bisogno di coccole e quiete, se sto per rimproverarlo o se sono in procinto di portarlo a fare una passeggiata, se sono eccitata o malinconica. Senza che io dica nulla, lui mi capisce, inclina da un lato il suo testone e con i suoi occhi profondi mi scruta attento, raggiungendomi laddove raramente lo sguardo umano arriva. Mi comunica così la sua istintiva comprensione, assecondando generosamente il mio stato d’animo e confermando ogni volta un insostituibile rapporto empatico e affettivo.
Si sa, l’olfatto degli animali è straordinario. Non solamente quello dei mammiferi ma anche quello di molti insetti, tra cui le api che fanno concorrenza ai cani, sia in abilità, sia in potenzialità di apprendimento. Ma anche noi umani utilizziamo inconsapevolmente questo senso primario, spesso sottovalutato, nelle relazioni di tutti i giorni, emotive, sociali e affettive. Ciò che il nostro naso percepisce e trasmette al cervello a livello inconscio, si traduce a livello conscio: prendiamo decisioni, traiamo conclusioni, mettiamo in moto azioni che apparentemente non avrebbero nulla a che fare con gli odori che ci circondano, eppure così non è. Non ne siamo quasi mai consapevoli, innanzitutto perché vincono gli altri sensi, soprattutto la vista, e poi perché il nostro cervello viene attivato da un odore mezzo secondo prima che noi stessi possiamo renderci conto dell’effettiva presenza di quell’odore.
Siamo in balìa, dunque, di profumi, aromi, odori, effluvi e puzze che suggestionano il nostro quotidiano agire. E siamo, quindi, molto più simili ai cani di quel che pensiamo, anche se forse non ci piace doverlo ammettere. Certo, non possiamo vantare la stessa capacità di rilevamento degli odori, né la destrezza nell’annusare dei nostri amici pelosi (anche se, con un po’ di esercizio, queste abilità possono essere affinate e addestrate anche negli umani). Il vantaggio indiscutibile dei cani su di noi dipende dal fatto che le cellule dei recettori olfattivi canini sono venti volte superiori alle nostre, insieme ai geni correlati. Inoltre, quasi tutti i cani, sono facilitati dal muso allungato, e comunque sempre più vicino al terreno rispetto al nostro, in grado quindi d’infilarsi ovunque in maniera rapida e flessibile. La natura ha consentito a noi umani di compensare queste lacune sviluppando vertiginosamente tutti gli altri sensi, risparmiandoci così anche molti effetti collaterali spiacevoli legati all’istinto di annusare. Per esempio, la maggior distanza del nostro naso da terra non solo ha stimolato lo sviluppo di una vista notevole ma ci ha consentito di evitare molte infezioni. Sembra una banalità eppure è una conseguenza molto importante dell’evoluzione. Il nostro olfatto resta tuttavia potentissimo, anche se i nostri nasi stanno quasi sempre in stand-by, perché pur possedendo minori recettori olfattivi riusciamo a percepire maggiori molecole olfattive rispetto ai cani, grazie anche alla collaborazione del nostro raffinatissimo sistema gustativo. Almeno così dimostrano gli esperimenti più recenti nel campo delle neuroscienze, eseguiti tramite brainimaging.
Quindi, ciò che fa la differenza tra l’olfatto di Rocky e il mio, non è tanto il naso, bensì il cervello! Il sistema olfattivo umano costringe il cervello a lavorare su più fronti, attivando aree neurali associate alle emozioni, alla memoria, alla reazione motoria e al linguaggio. Un ingranaggio magnifico che, acceso da un soffio, innesca un lavoro a catena miracoloso e infinito. L’aveva intuito perfettamente Proust con la sua madeleine, senza essere ufficialmente uno scienziato. L’attivazione contemporanea di più aree cerebrali consente, dunque, un’elaborazione più significativa degli input olfattivi rispetto a quanto non avvenga negli animali. Infine, il coinvolgimento del linguaggio corona le nostre abilità olfattive, consentendo a scrittori come Proust di scrivere pagine immortali e permettendo a nasi addestrati, come quelli dei sommelier o degli analisti sensoriali, di classificare e descrivere sottilissime differenze volatili che sfuggono alla coscienza della maggior parte di noi, facendo del proprio naso una piacevole professione.
Una delle scoperte più interessanti circa il sistema olfattivo, a livello neurologico, è quella che rivela come operano e collaborano le due narici di fronte agli stimoli. Perché le narici sono due? Non è solo una questione di simmetria e, dunque, di estetica ma anche di specializzazione: ogni narice raccoglie aria da zone spazialmente distinte davanti al nostro viso, nonostante la prossimità che c’è tra loro. E’ facile dimostrare la difficoltà che si ha nella percezione di certi odori tappando una narice, e viceversa: moltissime sfumature non vengono colte da una singola narice. Per non parlare, poi, di quanti problemi devono affrontare gli anosmici! Non ci si pensa, anche perché per fortuna la perdita del senso dell’olfatto (anosmia, appunto) non è una malattia così frequente. Non è nemmeno considerata invalidante ma chi ne soffre sa bene che disagio sia non poter riconoscere gli odori: scambiare per buono un cibo disgustoso, non accorgersi del gas rimasto inavvertitamente aperto in cucina o di un incendio che divampa in casa durante il sonno. Sono tutte situazioni estreme, di pericolo, è vero, ma l’anosmia conduce spesso anche alla depressione, perché è dimostrato che l’esistenza di un anosmico è decisamente più triste, vuota e sterile rispetto a quella di chi sa gustare i piaceri della vita con tutti quanti i sensi.
Al di là degli innumerevoli aneddoti che confermano scientificamente l’importanza di un senso così primario come l’olfatto anche nell’uomo, è il risvolto emotivo che mi affascina di più. Perché un profumo o un odore funziona un po’ come una musica: entrambe stimolano umori e stati d’animo in maniera apparentemente irrazionale, tuttavia i timbri di un profumo sono più subdoli degli accordi musicali. Mentre le note hanno un nome, seguono una ritmica e una grammatica, gli odori sono spesso sconosciuti, inafferrabili, effimeri, imprevedibili, cangianti, indefinibili. Oltretutto chi può dire con certezza se quello che il mio naso avverte è identico a ciò che percepiscono gli altri? Si tratta di un linguaggio misterioso, intimo, ancestrale. Il fatto che qualche giorno dopo la nascita siamo già in grado di riconoscere nostra madre dall’odore prodotto dalle ghiandole apocrine delle ascelle e dei capezzoli la dice già lunga! Siamo abituati a sentire l’odore materno già nel ventre, attraverso il liquido amniotico e tramite questo comune denominatore riconosciamo persino l’odore dei nostri fratelli dopo la nascita. Ed è altrettanto vero che una madre sa riconoscere l’odore del proprio bambino tra tanti, solo annusando la sua tutina o il lettino in cui è stato adagiato. Io stessa, dopo 15 anni dalla sua nascita, fiuto inconsciamente la presenza di mio figlio e ho persino la ridicola abitudine di annusare i suoi indumenti quando rientra la sera, come un vero segugio sulle orme del colpevole, per scoprire eventuali tracce di bugie e soprattutto di fumo. Cosa che, grazie al cielo, non mi è mai capitata. L’unica eccezione all’infallibilità del fiuto materno riguarda i gemelli omozigoti, per cui una madre può confondersi facilmente nel distinguere ciascuno dei suoi figli. Questo conferma l’influenza genetica sulle firme olfattive ed è lo stesso principio per cui ai segugi bastano pochissimi indizi olfattivi per riconoscere una persona ricercata da un qualunque estraneo (a meno che, il ricercato non abbia un gemello omozigote!). E sempre per restare nell’ambito canino, anche noi ‘padroni’ siamo in grado di riconoscere l’odore del nostro amato cane, anche solo annusando la sua coperta tra quelle di altri cani, a prescindere dalla piacevolezza o meno del timbro olfattivo che emana. Se non è amore questo!
Con tutte le conoscenze che oggi abbiamo circa il funzionamento del nostro sistema olfattivo, forse si è perso un po’ il senso misterioso e poetico di alcune relazioni umane a vantaggio di spiegazioni chimiche e neurologiche sempre più infallibili. Così, l‘amore, il sesso e persino la malinconia e la depressione potrebbero essere spiegati attraverso molecole e sinapsi, perché i sensi dialogano strettamente con le emozioni e si mescolano in quel sistema limbico, responsabile dell’emotività e dei ricordi. In pratica, oggi sappiamo che se una persona ci è istintivamente simpatica o antipatica può dipendere anche dalle sue secrezioni endocrine che vanno a stimolare certe zone del nostro cervello; se involontariamente eccitiamo una persona o ne siamo perdutamente attratti è in buona misura dovuto alla tempesta dei nostri feromoni; se scegliamo di frequentare più spesso un locale piuttosto che un altro, può dipendere anche dall’atmosfera olfattiva che ci circonda; se alcuni nostri ricordi sono più vividi di altri è perché vengono probabilmente associati ad effluvi, piacevoli o spiacevoli, delle situazioni rievocate; e chissà, se di notte abbiamo un terribile incubo o viviamo un sogno eccitantissimo, potrebbe dipendere dall’influsso di odori subliminali che inconsapevolmente assorbiamo durante il sonno. Un bel libro di Camilleri s’intitolava, guarda caso, “L’odore della Notte” e ricordo che in quelle pagine si raccontava molto bene come la notte sprigioni odori particolari, del tutto diversi da quelli del giorno. Naturalmente era Montalbano a parlare e lui di fiuto se ne intende!
In conclusione, dovremmo essere fieri di somigliare un po’ ai nostri amici cani, avrebbero molto da insegnarci, aiutandoci a recuperare le nostre capacità olfattive primarie, da addomesticare e utilizzare in maniera più consapevole. Ora ho Rocky, il mio dolce molosso, che mi fa da guida oltre che da guardia e da compagnia. Venti anni fa, invece, il cane che abitava con me era una bella femmina di setter, furba e vivace, e si chiamava Tris. Una fredda sera di dicembre, Tris per tutto il pomeriggio e in maniera del tutto inspiegabile, non volle uscire in giardino, non mangiò nulla, si accoccolò seriosa sulla poltrona di fronte al letto di mio padre e non si mosse di lì fino a notte fonda. Fino all’ora, cioè, in cui mio padre spirò, dopo una lunga brutta malattia, senza che ci fosse stato durante tutto quel giorno un evidente peggioramento del suo stato di salute. Nessuno di noi, a parte il mio cane, aveva avuto sentore che qualche cosa di nuovo e perfido stesse maturando inesorabilmente dentro il corpo ancora apparentemente combattivo di mio padre. Noi umani potevamo usare il cervello per pensare, supporre, immaginare, pregare, scongiurare o lasciarci illudere ma non per ‘sentire’ con certezza la presenza dell’Invisibile.
Forse, persino la Morte ha un suo odore.