martedì 4 settembre 2012

Il colore del bacio




L’articolo che avevo scritto settimana scorsa sul pettegolezzo ha suscitato parecchie curiosità. Alcune persone mi hanno scritto chiedendomi se anche le coccole e, soprattutto, i baci potessero avere la stessa atavica origine e derivassero, quindi, dall’evoluzione dell’uomo.
Ebbene, sollecitata da questi interrogativi, mi sono informata e ho imparato qualcosa d’interessante che spero affascini anche voi. Premetto che mentre c’è concordanza tra gli scienziati sul fatto che carezze e coccole appaghino i bisogni primari di appartenenza e familiarità - sia nei primati, sia negli umani - più complesso è il significato sociale del bacio. Da un punto di vista evolutivo, non è chiaro se noi umani ci baciamo per puro istinto o per apprendimento culturale. Si sa solo che ci piace farlo. Lo stesso Darwin, nel suo trattato “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, del 1872, era molto incuriosito da questo comportamento affettivo. Notava che il bacio, in varie parti del mondo, era espresso con lo strofinamento dei nasi, anziché con l’unione delle labbra e fosse comunque qualcosa di molto antico. Il coinvolgimento del naso gli fece pensare che l’annusare fosse legato alla necessità di stabilire un rapporto con gli altri. Tuttavia, riconobbe anche un evidente desiderio di scambiarsi piacere attraverso questo contatto ravvicinato. Darwin concluse, dunque, che il bacio, sia labiale che nasale, fosse un comportamento innato ed ereditario, rinforzato dal piacere.
Oggi, alcuni antropologi cercano di mettere in discussione quest’ipotesi, considerando il bacio come un’espressione puramente appresa e culturalmente diversificata. Tuttavia, il buon vecchio Darwin resiste, anche perché la sua accezione originaria di bacio comprende una vastissima gamma di atteggiamenti, comuni sia agli umani sia ai primati: accostare le guance, strofinarsi, darsi colpetti sulle braccia, sul petto o sullo stomaco o portarsi al viso le mani o i piedi altrui. Probabilmente, il bacio labiale come lo concepiamo noi, è frutto sia dell’esperienza della nutrizione durante la primissima infanzia, sia dell’annusare un altro individuo per riconoscerlo o misconoscerlo (cosa che facciamo normalmente tutti i giorni, anche se inconsapevolmente). Entrambe le esperienze – nutrizione e annusamento - sarebbero a loro volta intrecciate nell’interconnessione tra visione dei colori, desiderio sessuale ed estroflessione delle labbra, assai accentuate negli umani rispetto ai primati. Milioni d’anni fa, infatti, i nostri antenati frugivori dovettero affinare i sensi per sopravvivere. L’olfatto non bastò più a un certo punto e la vista prese il sopravvento: imparare a individuare a distanza le diverse sfumature di rosso fu indispensabile per scoprire tra i cespugli i frutti più maturi e le bacche più nutrienti. Il segnale ‘rosso’, nel corso dell’evoluzione, ha significato quindi ‘ricompensa’ e tale corrispondenza si è fissata nei circuiti neurali degli ominidi trasferendosi fino a noi. Si sa, infatti, che il rosso accelera i battiti cardiaci e le pulsazioni, creando uno stato d’eccitazione e aspettativa. Secondo uno dei più autorevoli neuroscienziati, Vilayanur Ramachandran, i nostri antenati condizionati al ‘rosso = cibo’, hanno spostato la stessa attenzione sulle parti del corpo di colore rosso, trovandole altrettanto attraenti delle bacche e dei frutti. In pratica, il colore rosso è diventato il segnale di ottenimento del piacere non solo dal comportamento di ‘mangiare’ ma anche di ‘fare sesso’. Basta pensare al ‘di dietro’ delle femmine di certe scimmie quando sono in estro per capirlo: sembrano dei cuscini prêt-à-porter gonfi e rossi come il fuoco, segnale del momento buono per accoppiarsi. In senso traslato, è lo stesso richiamo sessuale che le donne umane lanciano attraverso le labbra.
Ma come s’è spostata l’attenzione dalle parti basse alle labbra? L’evoluzione sarebbe avvenuta con il passaggio dalle quattro zampe alla postura eretta, un’elevazione che ha trasferito i segnali sessuali femminili più vistosi dal basso all’alto, col conseguente spostamento  dello sguardo maschile. Le labbra sarebbero, dunque, un’eco genitale, come ben lo definisce lo zoologo britannico Desmond Morris: la bocca femminile somiglia alle labbra intime, per consistenza, spessore e colore. Infatti, con l’eccitazione, anche le labbra della bocca s’inturgidiscono e s’arrossano, diventando più gonfie, sensibili e attraenti. In fin dei conti, noi donne utilizziamo i rossetti proprio per accentuare questo atavico messaggio, anche se lo facciamo inconsapevolmente, mascherandolo dietro effimera vanità. Pensate che i primi rossetti sembrano risalire a cinquemila anni fa, ai Sumeri, mentre le donne egizie, greche e romane usavano bacche e vino rosso per rosseggiare le labbra e invogliare gli amanti a voluttuosi baci.
Un’ipotesi ulteriore, proposta sempre dal genio di Morris, è che l’eco genitale della femmina appaia anche di foggia perfetta per suggere il capezzolo, altro richiamo sessuale necessario all’evoluzione. Ebbene, con la postura eretta, le labbra rosse non furono il solo segnale migrato dal basso all’alto, poiché anche il seno divenne gradualmente più vistoso e nudo di peli, per evocare la tonda morbidezza delle natiche. Non sorprenderebbe, seguendo Morris, che l’evoluzione abbia plasmato capezzolo e labbra in modo da stare bene insieme per nutrire e dare piacere, dato che l’allattamento soddisfa anche il bisogno ancestrale di sicurezza, fiducia e amore, con la conseguente cascata chimica che inebria il cervello.
Visto così, il bacio è senz’altro rosso e anche se s’allontana un po’ dalla visione romantica che ne abbiamo, ci fa capire quanto sia intimamente connesso con la nostra natura primordiale. Lo dimostrerebbe anche il fatto che non solo noi umani ci scambiamo labbra, lingua, alito e saliva. Lo fanno anche gli animali, a modo loro. I bonobo, per esempio, si baciano esattamente come noi, spessissimo e con evidente godimento. Lo fanno, però, per ragioni non necessariamente legate al sesso e alla riproduzione: si baciano per risolvere conflitti nel gruppo, per consolidare relazioni, per calmarsi dopo uno spavento o per sfogare ansie troppo intense. Ma anche tanti altri animali si baciano: i gatti si scambiano delicate leccatine sulla testa; i cani, le mucche e i cavalli si leccano con avidità da ogni parte del corpo tecnicamente raggiungibile; i criceti aderiscono muso a muso; gli scoiattoli si strofinano i nasi come gli eschimesi; le tartarughe si danno piccoli colpi con le teste; le giraffe intrecciano i colli; gli elefanti si esplorano con le proboscidi; e persino certi pesci tropicali (i gourami) aderiscono bocca a bocca spesso e volentieri. Sono tutti comportamenti di scambio olfattivo, gustativo e tattile che somigliano molto a quello che per noi rappresenta il bacio e, pur non avendo nulla a che fare con l’innamoramento, soddisfano gli stessi nostri bisogni primari.
Insomma, probabilmente il bacio fa parte del nostro retaggio evolutivo ed è quindi imparentato con lo spulciamento, il linguaggio e il pettegolezzo. Di certo, quest’appassionato comportamento sociale è molto più piacevole di altre eredità e nei secoli s’è diffuso ovunque, modificandosi con le mode e le culture, contagiando anche i popoli più refrattari. In qualsiasi maniera si manifesti e lo si chiami –alla francese, all’eschimese, con la lingua, sulle guance – il bacio è un meraviglioso istinto che non mente, un linguaggio universale che allaccia visceralmente due anime trascendendo i corpi. Con il bacio si conosce l’altro raggirando tutte le sovrastrutture razionali e logiche che l'essere umano ha sviluppato, trovandosene suo malgrado spesso prigioniero. Baciare è il preludio erotico che muove la carne senza interferenze, è sentire il fremito del corpo là dove esso sgorga, cavalcando i sensi fino a penetrare le emozioni più segrete. Ammettiamolo: un bacio soffice, lento e profondo scioglie le pieghe più intime del nostro essere e può sconvolgere più di un focoso amplesso.
In conclusione, è affascinante riscoprire ogni tanto la scimmia che c’è in noi. E se non è il bacio in sé a renderci creature speciali sulla Terra, ci resta sempre il privilegio di poter descrivere questa magica alchimia. Personalmente, ritengo che il bacio sia un’arte animata dalla complicità e che nessuno meglio degli innamorati possa esprimerne l’essenza. Forse, solo i poeti rasentano i sospiri degli amanti e possono prestar loro le liriche adatte a ricamare la passione. Una delle definizioni più belle e originali del bacio, a mio parere, è stata scritta proprio da un poeta e drammaturgo francese, Edmond Rostand, che nel suo Cyrano de Bergerac lo colora così:
“Ma poi che cos’è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, una promessa più precisa, una confessione che si vuol confermare … un apostrofo rosa messo tra le parole T’amo.”

La vita è un pettegolezzo




Vi siete mai chiesti perché il pettegolezzo sia un’occupazione praticata con tanto diletto dagli esseri umani? Anche gli individui più seri e riservati non possono resistere alla tentazione di qualche pettegolezzo quotidiano, perché pare trasmetta una sensazione di benessere e di leggerezza.
Ebbene, al contrario di quel che potrebbe sembrare, il pettegolezzo, o gossip com’è di moda chiamarlo, non è figlio della civiltà moderna. Certo, grazie ai mezzi di comunicazione, è aumentato in maniera esponenziale, tanto da diventare la prima attività umana, superiore persino a quella sessuale, se non altro perché quest’ultima richiede ogni tanto un po’ di riposo. Ad ogni modo, l’irresistibile e, talvolta, morboso piacere di chiacchierare su cose assolutamente futili che riguardano i fatti altrui sembra essere un comportamento istintivo che risale agli albori della storia evolutiva, quando gli esseri umani ancora non conoscevano l’uso della parola.
Una delle prime cose che i nostri progenitori fecero, non appena si differenziarono dagli altri primati, fu quella di mettersi in piedi sugli arti posteriori. Questa posizione privilegiata rivoluzionò un’infinità di comportamenti sociali, dalla caccia, alla nutrizione, al sesso. Contemporaneamente, la libertà d’azione delle mani e, in particolare, il pollice opponibile permisero qualcosa di più, dalle conseguenze assolutamente straordinarie. I nostri antenati cominciarono, infatti, a dialogare attraverso i gesti, in maniera nuova e completamente diversa dagli altri antropomorfi. Secondo questa teoria gestuale, il lato sinistro del cervello negli esseri umani si sarebbe sviluppato, non tanto in funzione del linguaggio, quanto in funzione della gestualità, che ha permesso poi l’evoluzione della parola tra gli uomini, e non invece tra le nostre parenti scimpanzé.
Cosa c’entra tutto questo con il gossip? C’entra, perché secondo un autorevole antropologo, Robin Dunbar, quando i nostri antenati pelosi si sono elevati in posizione eretta, il linguaggio ha gradualmente sostituito quello che fino a poco prima era il grooming, ossia lo spulciamento, lo spidocchiamento, insomma tutti quei vicendevoli gesti di pulizia e di cura che le scimmie tuttora amorevolmente si scambiano. Nei primati che vivono in grandi gruppi sociali, il grooming è un’attività molto dispendiosa in termini di tempo che soddisfa esigenze di coesione e di appartenenza sociale fondamentali. I bonomo e i babbuini, per esempio, trascorrono la maggior parte delle ore di veglia curandosi reciprocamente il mantello, con un’attenzione maniacale che va oltre la semplice pulizia. Ebbene, si ipotizza che a un certo punto dell’evoluzione, l’Homo Erectus abbia cominciato a vivere in gruppi talmente numerosi che fu necessario escogitare una nuova forma di grooming, in grado di tenere impegnati diversi individui contemporaneamente per rafforzare lo spirito gregario. Dallo spulciamento si passò, dunque, a una gestualità più articolata e complessa che si trasformò via via in linguaggio sempre più strutturato. Col tempo, la loquacità non s’è diffusa solo come veicolo d’informazioni importanti e funzionali ma anche di frivolezze e banalità, proprio in virtù della sua utilità sociale. I protoumani, poco a poco, hanno cominciato a trascurare il grooming per dedicarsi a chiacchierare del più e del meno, attività altrettanto piacevole e utile, origine di un progressivo contagio d’informazioni emotive. Volendo aggiungere un pizzico di fantasia, verrebbe da pensare che questo spostamento dal grooming al gossip avrebbe generato qualche trascuratezza nell’igiene personale. Un problema che trovò una soluzione dopo che i nostri progenitori si spogliarono della pelliccia e cominciarono a coprirsi con i frutti del loro ingegno. A questo punto si potrebbe azzardare l’ipotesi, nient’affatto malandrina, che dal grooming e dal gossip sia nata la moda.
Senza rischiare di confondere la storia con le favole, si può dire che, indipendentemente dalla validità della teoria gestuale, l’intreccio tra gestualità e linguaggio è davvero affascinante, perché ha generato non solo il pettegolezzo in senso stretto ma anche la cultura e l’arte in tutte le sue più elevate declinazioni.
In sintesi, possiamo tranquillamente ammettere di essere le creature più pettegole, maliziose e bugiarde della Terra, per quanto ci è concesso di sapere, ma anche le più fantasiose, ironiche e creative. Paradossalmente, anche dietro le chiacchiere malevole e pungenti potrebbe nascondere, dopo tutto, l’innata esigenza di stare insieme, di sentirsi uniti e, in fondo, di volersi bene. Lo suggerisce, a modo suo, una frase che il buon Gioacchino Belli – noto anche per il suo sarcasmo verso papa Gregorio XVI - ha scritto in una delle sue colorite opere: “A ppapa Grigorio io jje volevo bbene, perché mme dava er gusto de potenne parlà mmale!” 

Le oche di Lorenz e le rose innamorate



Sono cresciuta in una casa con un magnifico giardino. Un piccolo Eden terrestre che, un po’ come Konrad Lorenz per le sue oche, è stato il mio imprinting esistenziale e ha consacrato la mia iniziazione alla vita.
Il fatto d’aver vissuto da sempre a contatto con piante, fiori e animali ha avuto un impatto psicologico decisivo sulla bambina che ero. Credo, infatti, d’aver amato la Natura prima ancora di capire cosa essa fosse, senza distinguerla come un universo esterno da me ma come un’unica dimensione, magica e vitale, con cui interagire e interloquire.
Ricordo ancora che, mentre giocavo con gli insetti in compagnia del mio cane Teddy, mio papà si occupava delle piante. Erano soprattutto le rose la sua passione, rose che accudiva e carezzava come fossero creature umane. Il roseto si estendeva lungo un vialetto a semicerchio sul retro della casa a compiacere, quindi, non lo sguardo anonimo dei passanti ma quello complice della famiglia.
Camminandoci in mezzo, mio papà si soffermava a guardare da vicino le piantine con rapita ammirazione e, ogni tanto, soffiava forte dentro il cuore dei fiori schiusi per spazzar via i maggiolini nascosti tra i petali. Tanta era la dolcezza con cui maneggiava i boccioli profumati, quanto il vigore con cui estirpava le erbacce dalle radici. Mio papà parlava con le sue rose, a volte più che con me, tanto che ne ero scioccamente gelosa.
Per me è sempre stato naturale, dunque, pensare che piante e fiori avessero una specie d’intelligenza, di sensibilità e di capacità di dialogare con quegli esseri umani in grado di ascoltarle. Quando poi, da grande, ho letto di certi esperimenti a prova di ciò, ho sentito una profonda soddisfazione e, in cuor mio, ancora ringrazio mio papà per avermi inconsapevolmente avviato alla spontanea comprensione di un mondo a molti estraneo.
Forse, l’esperimento più curioso di cui ho letto è quello azzardato, negli anni Sessanta, da un certo Cleve Backster. Lui non era né un botanico, né uno scienziato ma lavorava per la polizia segreta americana ed era uno specialista della macchina della verità usata durante gli interrogatori ai presunti colpevoli. Un giorno, mosso da non so quale istinto, l’agente provò ad applicare gli elettrodi del galvanometro, normalmente utilizzato per registrare le emozioni umane, alle foglie di una pianta ornamentale del suo studio, una dracena. Con sua sorpresa, l’ago del poligrafo cominciò a reagire, tracciando sul nastro delle curve dentate molto simili a quelle prodotte durante le registrazioni delle emozioni umane.
Preso da eccitato entusiasmo, Backster ritentò più volte l’esperimento con altre piantine, scoprendo qualcosa di ancor più straordinario. Le piante reagivano anche quando, in loro presenza, venivano gettati dei gamberetti vivi nell’acqua bollente. Non solo! Le registrazioni emotive sembravano dimostrare che le piante non soffrivano solamente alla vista di un’azione violenta ma ne conservavano anche il ricordo. Backster ideò, infatti, un esperimento in cui uno tra sei studenti doveva sradicare e calpestare una piantina ‘vittima’ di fronte a un’altra pianta ‘testimone’. Ebbene, una volta collegata al poligrafo, la pianta testimone reagiva freneticamente solo al passaggio dello studente colpevole, mentre mostrava indifferenza davanti ai cinque innocenti.
Quando avevo letto per la prima volta questa storia, ero felicemente stupita ma soprattutto compiaciuta, perché finalmente la scienza sembrava dar ragione a certe mie fanciullesche fantasie. Così, ho cercato di saperne sempre di più frugando tra i libri e ho scoperto che, prima di Backster, all’inizio del secolo scorso, un fisiologo indiano di nome Jagadir Chandra Bose aveva condotto un’infinità di esperimenti sulle piante, a lungo ridicolizzati dagli scienziati. Il suo obiettivo era quello di dimostrare che ci fosse una similitudine tra certe reazioni animali e quelle vegetali, presupponendo che anche le piante avessero una specie di sistema nervoso attivato dalla linfa. Del resto, se i vegetali respiravano senza polmoni o branchie, se digerivano senza stomaco, se crescevano senza muscoli, perché non avrebbero potuto anche avere sensazioni fisiche e reazioni emotive? Bose restò a lungo screditato dalla scienza occidentale, che solo molto tardi riconobbe ai suoi studi il giusto merito. Io credo che quell’uomo avesse, in realtà, un preciso vantaggio rispetto agli scienziati tradizionali: il fatto d’essere indiano e di poter interpretare il mondo naturale senza i pregiudizi della cultura occidentale. Questo, probabilmente, gli aveva consentito d’avventurarsi in un universo ancora quasi del tutto inesplorato, con lo stupore di un bambino e con l’esperienza di uno studioso, senza escludere né catalogare a priori le infinite manifestazioni dell’ignoto. Bose sembrava aver intuito l’esistenza di un elemento onnipresente che avvolge ogni creatura, o meglio, come lui stesso ha scritto: “Un granello di polvere che freme in un raggio di luce, la vita che pullula in tutto il pianeta, il sole radioso che brilla nel cielo.”
Gli studi di Bose sono stati rivalutati solo molto tempo dopo, prima in Inghilterra poi in tutto il mondo, confortati anche da alcuni scienziati russi, che avevano fotografato un alone attorno alle piante, una specie di energia o di aura vitale diversa da pianta a pianta. E’ provato che ogni essere umano ne sia circondato, perché non pensare, dunque, che anche altre creature ne siano dotate, qualunque cosa essa sia? Persino Gustav Theodor Fechner, medico e fisiologo tedesco del diciannovesimo secolo si era domandato: “Perché dovremmo credere che una pianta sia meno cosciente della sua fame e della sua sete rispetto a un animale?” Con una certa ironia, Fechner amava provocare il suo pubblico, azzardando che non erano state inventate le piante per servire l’uomo di ossigeno ma, al contrario, fosse stato creato l’uomo per fornire le piante di anidride carbonica! In fin dei conti, le sue convinzioni, così come quelle di Bose, evocavano più il pensiero filosofico dei romantici tedeschi, che il rigore degli scienziati ortodossi. Novalis, Hölderlin, Görres e Goethe esprimevano, infatti, in maniera sublime questo sentimento cosmico che abbraccia piante, animali e uomini. E come spesso la storia ha dimostrato, poeti e filosofi si sono avvicinati ad alcune grandi verità esistenziali prima degli scienziati. La “Metamorfosi delle Piante” di Goethe ha, per esempio, anticipato e influenzato molte ricerche ancora attuali nel campo della fitoterapia, ispirando anche Rudolf Steiner che ha accolto quell’interpretazione dinamica dell’essere vegetale sfruttata oggi nell’agricoltura biodinamica.
Ora, tornando al mio giardino d’infanzia, che conservo non solo nella memoria ma anche nella realtà, mi sento davvero privilegiata. Non potrei vivere serenamente senza questo lussureggiante cuscino verde che mi accoglie e mi protegge dalla nuda città. Guardando attraverso le sue fronde, un senso di appartenenza mi pervade e la sua anima si confonde con la mia. Mi sembra un delitto che certe verità restino inosservate, che certe vibrazioni scorrano sotto lo sguardo e scivolino tra le dita, senza lasciar traccia o, peggio, consapevolezza di sé. Io non so se le piante abbiano davvero intelligenza, emozioni o ricordi ma gusto il beneficio del dubbio e il piacere della curiosità nei confronti di un mondo tanto pacifico come quello vegetale, che nulla chiede in cambio, se non rispetto. Del resto, forse, è solo per colpa dei nostri limitati sensi se non sappiamo comprendere un linguaggio tanto diverso dal nostro. Un proverbio indiano dice che i sensi dell’uomo sono come le porte di una città: “Se le porte sono aperte, nella città pulsa la vita; se sono chiuse, dilaga il deserto.” Ecco, quel giardino d’infanzia ha bussato alle mie porte sensoriali e tuttora rappresenta per me uno spazio segreto tra corpo e anima, tra esterno e interno, tra visibile e invisibile. Ora so che le piante possono insegnare molto a chi le sa ascoltare, basta osservare le loro reazioni verso chi le tratta con passione, come se, attraverso la propria esuberanza, volessero esprimere riconoscenza e gioia.
Le rose del mio giardino, quelle con cui mio papà parlava, erano bellissime e, ogni primavera, gettavano i primi turgidi germogli, a salutare il loro consueto appuntamento. Oggi, non ci sono più, né lui né il roseto. Evidentemente, io non ho saputo trasmettere a quelle rose lo stesso affetto che mio padre per esse nutriva, tanto che si son lasciate morire di nostalgia.
Chissà, forse, un giorno qualche poetico scienziato scoprirà che anche i fiori si comportano come le oche innamorate di Lorenz.

lunedì 3 settembre 2012

Penso, dunque sogno




Uno dei primi surrealisti, Emile Malespine, affermava che per capire Freud occorreva inforcare dei testicoli come fossero occhiali.
Fatto sta, che il padre della psicoanalisi ha contribuito non poco ad alimentare la fantasia e stimolare il genio creativo di molti artisti, in particolar modo dei surrealisti, appunto. Nondimeno, la letteratura è sempre stata di grande ispirazione per Freud, tanto che per molti la psicoanalisi è essa stessa un’opera d’arte molto simile a un romanzo.
Ma come si sono conosciuti psicoanalisi e surrealismo e com’è nata la reciproca attrazione?
Attorno al 1915, Luis Aragon e André Breton, studenti in medicina, interessati alla neurologia e alla psichiatria, hanno fatto propri i lavori di Pierre Janet, professore al Collège de France e, all’epoca, figura di spicco della psicologia. Nel suo saggioAutomatisme psychologicque del 1889, Janet sosteneva il ruolo fondamentale dei traumi psicologici sulla frammentazione dello spirito e anticipava di poco Freud nell’affermare l’importanza dei ricordi subconsci nella quotidianità.
Su questa scia intellettuale e culturale, nel 1924, Breton formula il ben noto manifesto del surrealismo, definendolo "un automatismo psichico puro per mezzo del quale ci si propone di esprimere, o verbalmente, o per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Dettato dal pensiero, in assenza d'ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d'ogni preoccupazione estetica o morale … "
I surrealisti, quindi, hanno cominciato a considerare la creatività automatica come una forma di attività artistica superiore, l’unica in grado di raggiungere la fonte della creazione poetica suprema, svincolata dalla tirannia della ragione, appellandosi a quel nebuloso universo subconscio tanto proclamato da Freud. Breton, in realtà, aveva letto solo documenti di seconda mano riguardo Freud e le sue teorie, anche perché lui, così come la maggior parte dei suoi colleghi, non conosceva il tedesco. Nel 1921, decise di fare un viaggio a Vienna proprio per incontrare il mitico padre della psicoanalisi, il quale però pare lo ricevette piuttosto sbrigativamente, liquidandolo con una compassionevole pacca sulla spalla. Nonostante la sua delusione, Breton sostenne la psicoanalisi, sopportando anche le forti e continue tensioni ideologiche tra il movimento surrealista e quello psicoanalitico.
I surrealisti, infatti, non hanno mai sposato uno dei concetti fondamentali della psicoanalisi, quello del complesso d’Edipo, definendolo come una ridicola uniforme per un astratto manichino. Era il sogno l’anima del surrealismo. Così Freud, consapevole e forse un po’ invidioso del crescente riconoscimento che questi giovani sobillatori stavano conquistando anche in virtù di alcune sue teorie, cominciò a intrattenere una fitta corrispondenza con Breton. L’argomento fondamentale del loro epistolario era la relazione tra sogno e creazione artistica e, pare, che il tono tra i due fosse sempre piuttosto teso, reciprocamente sfidante come fossero due duellanti calamitati da sentimenti contrapposti d’amore e odio, sempre in bilico tra l’ironico e il pedante. Breton fu comunque fino all’ultimo un ammiratore di Freud, pur mantenendo una certa distanza dalle sue teorie, così come dal leninismo e dal marxismo, tanto che prese fermamente le sue difese durante la persecuzione nazista del 1938.
D’altro canto, anche la psicoanalisi è stata fortemente influenzata dal surrealismo. Jacques Lacan s’ispirò quasi certamente a Salvador Dalì nel suo famoso metodo della critica paranoica e gli stessi concetti di dialettica del desiderio, immaginario e inconscio strutturato sembrano ispirarsi in tutto e per tutto a due opere di Breton,L’Amour fou e Le message automaticque.
L’irriverenza e la licenza artistica dei surrealisti ha, infine, permesso loro di sopravvivere alla prepotenza della psicoanalisi, traendo il meglio di Freud per elaborare in maniera originale i metodi di esplorazione delle origini nascoste della metafora. Ogni opera surreale, infatti, può essere interpretata come metafora della realtà trasferendo così al fruitore un messaggio vivo, con una forza devastante, in maniera molto più eloquente e incisiva di qualsiasi opera dichiaratamente realista. In questo, lo scrittore surrealista somiglia un po’ a un astronauta ribelle che se ne va a zonzo nello spazio creativo per i fatti suoi, in un altrove letterario dove tutto è possibile, prendendo per mano il lettore e trasportandolo in un metauniverso colorato, onirico, senza confini, lasciandolo libero di pensare senza mai farlo prigioniero. Forse, Freud - ma questa è solo una mia fantasia - era persino invidioso di questo magico dono proprio degli artisti surrealisti, quello cioè di poter trasformare i sogni ad occhi chiusi in un prolungamento verso la realtà, traducendoli in sogni ad occhi aperti. Si sa, i poeti, quelli veri, vedono sempre più lontano!
Anche Freud, comunque, ha avuto le sue soddisfazioni in campo letterario, realizzando forse un sogno ad occhi aperti, tanto da meritarsi il premio Goethe, conferitogli nel 1930 a Francoforte. Se tutta la psicoanalisi può essere considerata davvero come uno strabiliante romanzo, la sua più bella creazione è, infatti, Freud stesso, il suo romanziere. Nel bene e nel male. Sigmund, come il Sigfried di Wagner, ha saputo forgiarsi una spada invincibile, che i nani della sua epoca mai avrebbero saputo inventare. Una spada cesellata di ‘inconscio’ e ‘resistenze’, inattaccabile quindi dalla ragionevole sfida intellettuale, e affilata da una dialettica potente e suggestiva, da far invidia a qualsiasi narratore d’ogni tempo. Non per niente – forse non tutti lo sanno – Sigmund in tedesco significa ‘bocca trionfante’, e questo eroico nome, accanto al cognome Freud, che significa ‘gioia’, sembra incredibilmente predire il senso della vita di quest’uomo, che ha fatto della sua esistenza una leggenda.
Se Freud era ambivalente nei confronti degli scrittori surrealisti, amava molto, invece, leggere Conan Doyle. Apprezzava particolarmente il metodo d’indagine logica di Sherlock Holmes che, in fin dei conti, non è poi molto lontano da quello di Freud stesso, perché gioca attorno a continue interpretazioni che sembrano dedotte da osservazioni altamente scientifiche. E guarda caso, il personaggio inventato da Doyle ha finito per prendere corpo, diventare un fantasma in carne ed ossa, tanto che per parecchio tempo, la posta di Londra ha ricevuto lettere indirizzate a: Sherlock Holmes, Baker Street 221b. Allo stesso modo, al numero 19 della Bergasse di Vienna, Freud analizzava le sue e i suoi pazienti come un artista all’opera. Immaginava di vedere sfilare davanti a sé l’inconscio delle persone, così come un viaggiatore seduto in treno, dal suo vagone, osserva il paesaggio scorrere e fluire fuori del finestrino. E così facendo, affrontando i demoni della psiche, assorbendo sensazioni e annotando fiumi di interpretazioni, questo Sherlock Holmes dell’anima ha scritto non solo il suo personalissimo, intimo romanzo, tessuto di sogni, fantasie, pulsioni, paure, frustrazioni e desideri altrui ma ha scolpito anche l’immenso prologo dell’intera storia della psicoanalisi, trascendendo la storia stessa per entrare definitivamente nella leggenda.
Non capita spesso che il senso del proprio vissuto sia compreso durante la vita stessa, più facile è lasciare che siano gli altri, a posteriori, a darne interpretazioni e giudizi. Invece, Freud sembrava rendersi perfettamente conto dell’impronta indelebile che stava lasciando sul suo cammino, tanto che durante uno dei suoi dialoghi con gli amici pare abbia affermato: “Se le mie deduzioni dovessero far nascere l'opinione che io abbia scritto un romanzo psicanalitico, risponderei che io stesso non mi esagero la portata dei miei risultati.”
Questo conferma, infine, come Freud e la psicoanalisi siano intimamente affini al surrealismo, invischiati in un reciproco e fertile contagio tuttora vivo e palpitante. E alla famosa massima cartesiana Cogito ergo sum, ovvero Penso dunque sono, emblema del realismo, l’irriverente surrealismo bretoniano ribatterebbe con un ironico sorriso, parafrasando così: Penso dunque sogno. In parole più esplicite, se il realismo mira all’essenza dell’Essere, il surrealismo aspira al suo Mistero, esattamente come la psicoanalisi.
E, come dice un mio caro amico, guarda caso scrittore: La realtà è un dovere. Il sogno, un diritto.

La ricerca






L’ho cercato nel sapere degli uomini
e ho trovato solo la Scienza.
L’ho cercato nella fantasia dei libri
e ho trovato solo la Poesia.
L’ho cercato nella bellezza delle chiese
e ho trovato solo l’Arte.
L’ho ignorato nel silenzio della Natura
e, finalmente, L’ho trovato.

IL MIO DIO

L'orgasmo e "l'area di dio"




Il sesso comincia e finisce nel cervello, si sa. Tutto quello che avviene durante l’atto amoroso, è gioco, fantasia, trasgressione e arte ma in sostanza e in qualsiasi modo si persegua, il piacere ultimo resta essenzialmente chimico. E’ straordinario quello che si può scoprire oggi osservando il cervello nei suoi meccanismi interni. Attraverso la Spect, o Single Photon Emission Computered Tomography, si possono seguire in diretta le più piccole vibrazioni neurali, visualizzando ciò che accade ai nostri circuiti sinaptici quando sentiamo paura, ansia, desiderio, eccitazione e, appunto, piacere.
Se la natura delle emozioni resta in parte ancora velata dalla straordinaria complessità della psiche, l’orgasmo – sublime premio a tante fatiche esistenziali, umane e animali - non sembra invece avere più segreti per i neuroscienziati. Al contrario, agli innamorati questo segreto piace e se lo raccontano da sempre con le parole d’amore tanto care ai poeti.
La risonanza magnetica, meno poeticamente, ne spiega il funzionamento seguendo il tortuoso percorso ormonale del piacere. Le stimolazioni delle zone erogene e degli organi sessuali si trasferiscono al cervello attraverso il midollo spinale, raggiungendo innanzitutto il talamo e disinibendo gradualmente l’attività della corteccia prefrontale, che normalmente fa da supervisore e mantiene sotto controllo gli impulsi. Quando l’eccitazione sensoriale raggiunge l’apice, esplode l’orgasmo, che si traduce in un rilascio di dopamina nel nucleo accumbens del cervello, mentre l’ipotalamo viene inondato di ossitocina, l’ormone dell’amore, dell’appagamento e della complicità affettiva.
Il meccanismo messo così a nudo e qui banalmente sintetizzato è, in realtà, molto più complesso e ingegnoso. Innanzitutto, ci sono importanti differenze tra uomini e donne, più o meno sensibili alle sollecitazioni di alcune parti del corpo che corrispondono rispettivamente a diverse zone cerebrali. Inoltre, l’intensità orgasmica varia dall’interesse verso la sessualità, dalla carica erotica, dalla capacità immaginativa e dal vissuto personale di ognuno. Tuttavia, dalle analisi tomografiche accumulate in tanti anni sono emerse delle regolarità davvero curiose.
Un fatto straordinario, per esempio – a parte quello di riuscire a indurre l’orgasmo in persone immobilizzate sotto un asettico scafandro (soprattutto le signore!) – è che le aree cerebrali attivate durante la sensazione di piacere erotico sono le stesse coinvolte nelle pratiche spirituali, religiose e mistiche. Due tipi di esperienze apparentemente agli antipodi agiscono, in realtà, allo stesso identico modo, a livello chimico e nervoso. E’ la parte destra del cervello, in particolare la zona dei lobi temporali sotto le tempie e dietro gli occhi, ad essere coinvolta nell’estasi, sia in quella erotica sia in quella spirituale. Lo si è verificato stimolando artificialmente un campione di soggetti, con una carica elettrica a basso voltaggio, proprio nell’area cerebrale coinvolta spontaneamente nel piacere sessuale. Ebbene, le persone così elettricamente eccitate hanno affermato di avvertire una presenza soprannaturale, divina, insieme ad una sensazione di intimo struggimento e di beatitudine diffusa. Qualcosa di molto simile all’estasi sessuale. Non a caso, alcuni grandi amatori utilizzano pratiche di meditazione tantrica, per prolungare la propria eccitazione sessuale in una tensione erotica concentrata e concertata, estremamente piacevole per sé e per la partner.
Sacro e profano s’intrecciano, dunque, nel nostro cervello. Non a caso, l’area cerebrale coinvolta nell’esperienza orgasmica come nella meditazione spirituale, è stata battezzata da qualche fantasioso neuroscienziato ‘area di Dio’. Forse, questo scienziato è stato ispirato dall’espressione di Santa Teresa d’Avila, immortalata dallo scalpello del Bernini, che ha saputo farne vibrare il corpo sotto il gelido marmo. La Santa scolpita in un verginale candore, con la testa reclinata, gli occhi trasognati e le labbra schiuse da un mistico piacere, incarna la sintesi dell’erotismo sacro, la materializzazione dell’afflato spirituale che si sublima in deliquio sensuale.
Se quella di Santa Teresa fosse estasi divina o terrena resta un mistero. La scienza non ha potuto spiarne la chimica ma l’arte ne ha saputo cogliere la bellezza. Forse, è vero dunque che gli artisti, insieme ai poeti, hanno il dono di trascendere i confini del visibile e d’intuire i segreti dell’Essere umano ancor prima degli scienziati, senza bisogno di formule e tecniche ma semplicemente ascoltando il cuore visionario dell’immaginazione.

Erotismo d'altri tempi




Madame Julie Récamier, nata a Lione nel 1777, era, come confermano i suoi ritratti, una donna bellissima e, a quanto risulta dalle cronache, anche intelligente, colta e spiritosa. Figlia di un banchiere di nome Bernard, si sposò - neanche a dirlo – con un banchiere parigino, un certo Jaques Récamier. Costui acquistò per lei il palazzo dell’ex ministro Necker, padre della più famosa Madame de Stael, di cui Julie divenne in seguito grande amica e, insieme a lei, acerrima rivale di Napoleone.
Leggendo di lei e intuendo la sua sensualità, sorge naturale in me la tentazione di frugare nelle ardenti passioni della dama e di curiosare un po’ nelle avventure erotiche che condivise con molti dei massimi personaggi dell’epoca, dal principe Augusto di Prussia a Gioacchino Murat, da Benjamin Constant a Chateaubriand. Di lei mi solletica, soprattutto, una frase che usava ripetere a chi, in qualche modo, alludeva alla disinvolta disponibilità di alcune dame a concedersi, spesso e volentieri, ai rudi capricci dei signori. “A loro piace tanto e a noi costa così poco …”
Trovo la prontezza di battuta talmente sagace che, confesso, mi sarebbe piaciuto conoscere personalmente Madame Récamier, tanto che avrei voluto intervistarla, curiosa di scoprire quale sublime arte erotica si celasse dietro a tanta disinvolta audacia. Mi sarebbe piaciuto frequentare il suo spregiudicato salotto per qualche giorno. Solo qualche giorno, non di più, per non cadere definitivamente in tentazione e, soprattutto, perché non avrei potuto vivere a lungo senza computer, idromassaggio e caffè espresso. Ogni epoca ha le sue schiavitù, ahimè! Tuttavia, mi sarei trattenuta un periodo sufficiente per carpirle qualche segreto ed esternarle la mia solidarietà, estendendola anche al marito - complice silente delle tresche amorose - promettendo loro un articolo che fosse all’altezza di tale vivacità amorosa.
A quei tempi, le dame come Julie Récamier sapevano sfruttare abilmente non solo la propria femminilità ma anche la gelosia maschile, inducendo i signori a compiere vere e proprie follie e, soprattutto, a rilanciare offerte e doni in cambio di passionali attenzioni. Con la loro sessualità disinibita e la languida civetteria, le dame francesi erano fate di desideri e il sogno di ogni signore colto, ricco e potente era quello di possederne una (o illudersi di possederla), perché la totale disinibizione era parte fondamentale dell’attrazione. Disinibizione che non era, tuttavia, sinonimo di volgarità e bassezza, tutt’altro: viso grazioso, collo di cigno, occhi sognanti e un concedersi elegante donavano a certe dame un sapore di purezza e castità che le rendeva ancora più peccaminose e desiderabili agli occhi dei potenziali amanti. Mi sarebbe piaciuto, dunque, incontrare anche alcuni dei personaggi che beneficiarono delle grazie di Madame Récamier, visto che con la sua scabrosa arte aveva un ascendente speciale su scrittori e poeti, musicisti e pittori, politici e regnanti.
Avrei chiacchierato con loro, li avrei seguiti nei deliziosi rituali di corteggiamento in cui pudore e malizia intrecciavano dialoghi vibranti dall’esito incerto e, proprio per questo, ancor più eccitanti. Sguardi e baciamano, ventagli e merletti, pizzi e ricami, mussola e veli: uno sfarzo delicato e allo stesso tempo insolente incorniciava l’esuberanza dei sensi. Anche le parole ricamavano trame inconfessabili e persino dietro quella battuta di Madame Récamier, scandalosamente trasgressiva, trapelava un colto erotismo cui tutto era concesso.
Di certo, in quei pochi giorni di lascivia lussuria sarei diventata anch’io una dama d’altri tempi e la mia intervista sarebbe sfumata in una naturale complicità. Mollemente adagiata su una chaise longue di velluto rosso, mi sarei abbeverata di quell’atmosfera seducente, amoreggiando con fragranze e aromi antichi che avrei reso pericolosamente miei. E poi? Poi, dopo aver condiviso con Madame Récamier e i suoi ospiti i sospiri del voluttuoso salotto, avrei forse sentito l’urgenza di scappar via, richiamata dall’impellenza di tornare qui, nel mio tempo e nel mio spazio, per dare un rigore allo sperdimento e mettere ordine al turbinio delle emozioni. Sarei volata qui, al mio computer, il mio salotto moderno, dove il baciamano è un buffo intruso e un bacio rubato un’illusione.
Nel mio solitario e nostalgico languore, avrei rincorso con la mente l’ebbrezza di quei giorni sfacciatamente liberi, cercando le parole adatte per cominciare l’articolo promesso ai miei compiacenti ospiti. E le avrei trovate proprio laggiù, tra i loro ardori, rubandole al fascinoso Chateaubriand che, scivolando sensualmente accanto a me, tra un’audace carezza e un brivido sul collo, mi aveva sussurrato: “Mia cara, ci son parole che dovrebbero essere usate una sola volta …”
Parole proibite, dunque, sospese all’ombra del segreto abbraccio tra desiderio e realtà.