martedì 19 agosto 2014

Pensieri e nuvole


… e così, quando anche quella che credevi essere l’amicizia più vera, più profonda, più viscerale, sfuma e si trasforma in un brandello di memoria, capisci che nella vita prima o poi tutto cambia. Anche il sentimento più genuino, più fanciullesco, più uterino col tempo può perdere calore, così come un fotogramma perde il suo colore. Eppure non muore, così come un fotogramma non svanisce. Cambiano i contorni, la nitidezza, le sfumature ma in fin dei conti qualche cosa resta … la bellezza di quel che è stato.
Così come nella vita anche l’amicizia più vera può sfumare in un brandello di memoria, allo stesso modo nuovi sentimenti, nuovi amori e nuovi modi di amare possono inaspettatamente fiorire e colorare un presente ricamato di speranze. Speranze che chiedono di essere vissute, alimentate e consumate, fino a trasformarsi in nuovi fotogrammi colorati  
Questi sono i pensieri che possono frullare in testa la mattina presto, mentre si cammina in verticale, dalla valle verso la vetta, sotto una velata coltre uggiosa di nuvole senza alcuna presenza umana a violare il silente colloquiare della mente. Nessuna malinconia, solo una sensazione di amara dolcezza: da un lato l’illusione di eternità nel sentirsi parte di una Natura immensa e complice degli infiniti panorami interiori; dall’altra la consapevolezza della fugacità di un’esistenza destinata a rincorrere l’istante, un raggio caldo di sole, il lampo di un temporale...

Così, passo dopo passo, scrollo la testa, scaccio le nuvole e sorrido al fiume che mormora, prendendomi un po' in giro per questo evanescente meditare. Non sarebbe meglio vivere senza troppo pensare?
E allora accelero il ritmo, saluto col pensiero il mio passato e afferro stretto per la mano il mio futuro!

mercoledì 13 agosto 2014

IL VINO, ANIMA E PSICHE




Che cos’hanno in comune Edmondo De Amicis e Cesare Lombroso?
Apparentemente nulla, a parte il periodo storico in cui vissero, la metà dell’Ottocento. Romantico scrittore, celebre autore del libro strappalacrime forse più letto in assoluto, “Cuore”, il primo; psichiatra e antropologo dalle discusse convinzioni materialistiche in materia di psicologia criminale, il secondo.
Eppure, qualcosa di estraneo alle loro personali sfere d’indagine creativa, la letteratura e la criminologia, li accomuna: il Vino!
Sì, perché nell’inverno del 1880, alla Società Filotecnica di Torino, si tenne un curioso seminario articolato di undici conferenze aventi come tema “Il Vino”. Ognuno degli undici relatori fu invitato ad affrontare l’argomento rapportando di volta in volta il nettare di Bacco a: leggenda, letteratura, patologia, fisiologia, chimica, botanica, commercio, delitto, poesia e storia naturale. Undici ‘stelle’ in cattedra, un po’ come una squadra di calcio …del resto il football approdava a Torino proprio in quegli anni, essendo del 1887 la fondazione calcistica del primo club cittadino!).
Due di questi luminari invitati a proferire furono proprio De Amicis e Lombroso. Il primo titolò l’intervento “Gli effetti psicologici del Vino”, il secondo “Il vino nel delitto, nel suicidio e nella pazzia”.
I due discorsi, orchestrati insieme agli altri dal poeta e critico Arturo Graf, suonarono come veri e propri saggi di scrittura, specchio della cultura e delle inclinazioni di quel tempo rispetto alla concezione del Vino nella società. Pertanto sono stati recuperati e raccolti in un saggio edito da Loescher, recentemente riedito, per il piacere di chi, con gioiosa curiosità sa spiluccare qua e là tra gli scaffali di librerie sopravvissute alla superficiale commercializzazione di parolai. Questo libro s’intitola “Il Vino, Anima e Psiche”.
Decisamente “bozzettista”, De Amicis affronta il tema con l’esperienza del bevitore che si dice fosse, raccontando in maniera divertita e divertente il sottile sconfinare dalla leggera ebbrezza alla “ciucca triste”, perché l’ebbrezza cresce a ondate e porta alla deriva. Una sorta di autoritratto, il suo, quello di un bevitore ideale alla rovescia, bonariamenete eccessivo, sempre alla ricerca di sollecitare, attraverso un sorso in più, il sentimento amoroso, galvanizzando il sistema dei sensi ma finendo puntualmente col risultare ridicolo, persino a se stesso. “L’ebbrezza non è che malattia di poche ore, e di guarigione sicura, …” scrive “prima farfalla che spicca quasi all’improvviso nella mente … piccolo sfogo di giovialità e di spensieratezza, ove la conversazione procede mirabilmente e i dispiaceri retrocedono nell’ombra come in uno spettacolo teatrale … Ma improvvisamente – e prima o poi segue sempre – il vetro rosato a traverso al quale vedevamo il mondo, scompare: tutte le cose ripigliano l’aspetto reale, tutti i pensieri molesti ritornano in folla, e siamo quasi sopraffatti da un sentimento di sgomento.” Leggendo attraverso il suo “faccione incorporato dal Barbera”, De Amicis tocca tutte le sfumature umorali dell’ebbrezza, dall’eccitazione, alla commozione, alla malinconia, all’ira, di cui il bevitore è nello stesso tempo reo, vittima e ludibrio. Ma lo fa sempre con ironica benevolenza, consapevole dell’umana fallacia e della duplice anima del vino.
“Ecco le due opposte potenze del vino, o meglio i due vini: l’uno è il veleno che trascina all’ozio, all’instupidimento, alla prigione, alla tomba, e questo fuggiamolo ….; l’altro è quello che fa alzare il calice, la fronte e il pensiero, che mette all’operaio la forza nel braccio e il canto sulle labbra … che riscalda le vene dei nostri vecchi, aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore …E questo onoriamolo benedicendo le due grandi forze benefiche a cui andiamo debitori: la fecondità della Terra e il lavoro dell’Uomo.”
Più crudamente “scientifico”, com’è nel suo stile, Lombroso si mostra implacabile nel ritrarre con dati matematici e gelidi grafici antropologici la “malattia” del bere presso i vari popoli. Solo qua e là tra le righe semina una pallida velatura di filantropismo e di compassione sociale su quello che secondo lui è un mappamondo devastante, uno scenario orrorifico degli effetti brutali del vino sulla fragile natura umana. Parte da lontano, molto lontano, Lombroso, scomodando Adamo, Eva e il Pomo del peccato, cogliendo la prima somiglianza tra il sidro ricavato dalla mela e quell’altro estratto naturale peccaminoso: il Vino, appunto! Da allora nei secoli, ecco che il Vino s’è fatto complice del lato oscuro della storia umana: subdolo alleato di efferatezze, violenze, pauperismi, crimini e delitti d’ogni sorta, fino al suicidio.  “L’ubriachezza acuta, isolata, dà luogo per sé sola al delitto perché arma il braccio, accende le passioni, annebbia la mente e la coscienza e disarma il pudore – scrive – V’hanno alcuni bevoni che sono il terrore delle loro famiglie, poiché l’effetto del vino, del vino triste come lo chiamano i Francesi, non parlano che di ferire, sgozzare le persone che poco prima erano loro carissime …Quello che nei sobri, infatti, è una pensata bizzarra e fugace, si muta in costoro rapidamente in azione, inconscia è vero ma non per questo meno fatale. L’alcol dopo aver eccitato, indirizzato nella via del delitto la sciagurata vittima con atti istantanei, ve la mantiene e la inchioda per sempre rendendola un bevitore abituale, narcotizza i sentimenti più nobili e trasforma in morbosa anche la compagine cerebrale più sana. … E omicidio e suicidio spesso non sono che una ultima manifestazione di quella più grave fra le conseguenze dell’alcol: la pazzia.”
Delizioso! Sia le riflessioni di De Amicis, argute e autoironiche di chi nel Vino sentiva comunque un amico, sia quelle di Lombroso, cinicamente noir da quello speleologo dei cunicoli cavernosi della psiche quale egli era, questo volumetto è una chicca di letteratura e di stile.
Al lettore scegliere, in fine, se il Vino è il secondo sangue della razza umana …oppure una mortale potenza occulta!   

martedì 12 agosto 2014

Silenzio



“Le emozioni sono contagiose.
Ma se condividere entusiasmi può essere indirettamente un gesto altruistico, condividere malinconie è un misero egoismo. 
Le gioie comunicate, infatti, si moltiplicano in chi le riceve, mentre le tristezze si dimezzano in chi le manifesta.
Nel primo caso ben vengano gli schiamazzi ma nel secondo, per cortesia, un po’ di silenzio!”

lunedì 11 agosto 2014

Il colore del desiderio




“… vorrei che un profumo di lavanda si alzasse con il vento della notte da un campo di spighe viola mentre la luna sorprende con il suo bagliore il loro tenue pudore.
Invece sento solo odore di pioggia mentre una coltre grigia si stempera pesante sopra le foglie bagnate del giardino, forse un po’ geloso per non esser bello come un quadro di Provenza.
Ma i colori e i profumi abitano nella mente di chi brama e io ora bramo, bramo, bramo!
E’ così che a volte il desiderio si colora e si profuma di lavanda…”

mercoledì 16 luglio 2014

C'era una volta



C’era una volta l’Amicizia, quella vera.
L’Amicizia fatta di confidenze, di consigli, di intimità, di intese, di malinconie, di gioie … di voce, di musiche e di silenzi. Ma  anche di dissensi, di confronti, di litigi, sì, e di quella "pace fatta" indissolubile stretta ogni volta in un affettuoso, eterno abbraccio,  sigillo certo di un sentimento forte.
Oggi quell’Amicizia manca, almeno a me. Non la riconosco più, niente voce perché basta un ‘mipiace’, niente intime confidenze, perché senza pubblico non si esiste, e niente affettuosi abbracci, perché la connessione virtuale rende superfluo il contatto reale.
Peccato, quanti preziosi sorrisi sprecati nell'illusione dell'astratta condivisione. 
C’era una volta l’Amicizia e oggi non c’è più, forse. 
E questo 'non mipiace'!

mercoledì 25 giugno 2014

“VERSO” MENFI, TERRITORIO “DIVINO”


Sorsi di cultura, arte e sapori nel cuore delle Terre Sicane
per vivere le eccellenze della sicilianità


 Se l’ombelico del Mondo è il Mediterraneo, l’ombelico del Mediterraneo è la Sicilia.
In particolare, quei territori verdeggianti che dalla provincia di Agrigento s’affacciano con 10 chilometri di sinuose spiagge sul Mar d’Africa rimandano proprio all’origine della civiltà umana, quando si viveva con grato rispetto dei frutti di Madre Terra. Terre Sicane si chiamano, dalla popolazione anellenica di origine iberica migrata qui intorno al XII secolo a.C., successivamente ellenizzata dai coloni greci a partire dall’VIII secolo a.C.
In questa culla paradisiaca benedetta dal sole sorgono i comuni di Menfi, Sciacca, Selinunte, Santa Margherita di Belìce, Montevago, Sambuca di Sicilia e Contessa Entellina, che con la loro impronta storica danno un senso compiuto al susseguirsi di verdi colline digradanti verso il Mare Africano. Viti, ulivi, agrumi, fichi d’india e ortaggi si abbeverano di quella linfa vitale che solo la mescolanza tra terra e mare sa creare, donando loro qualità uniche.
Questa particolare personalità climatica e morfologica delle Terre Sicane, insieme ai trascorsi culturali, ne fa un luogo privilegiato non solo per apprezzarne scenari e orizzonti ancora incontaminati ma anche per assaporare un’enogastronomia d’eccellenza che rispecchia la varietà di una tradizione coltivata con passione. Nei prodotti di queste Terre, infatti, c’è tutto l’amore di chi le coltiva, le cura e le rispetta: c’è l’anima delle donne e degli uomini che le custodiscono. Per questo si sente l’esigenza non solo di far conoscere all’Italia e al mondo questo patrimonio paesaggistico, culturale ed enogastronomico ma anche di tutelarlo, difendendo in particolare i prodotti della terra garantendone l’identificazione.
In occasione della XIX edizione di Inycon – il consueto evento dedicato a incontri culturali e degustazioni che ogni mese di giugno coinvolge Menfi – è stata illustrata un’iniziativa che riguarda proprio la tutela delle eccellenze made in Sicily. Alla presenza delle maestranze della città, nella pittoresca cornice di Casa Planeta, è stato ufficialmente presentato il marchio “Qualità Sicura Sicilia” un marchio attribuito a tutti i prodotti che garantiscano l’origine territoriale e osservino un disciplinare tale da poterli definire “siciliani” e di “qualità”. Dietro questo simbolo reclama voce la vocazione della Sicilia, anzi dei Siciliani, perché sono loro - i produttori - i primi artefici della qualità, spesso poco valorizzati in questa frazione di mondo tanto ricca per biodiversità quanto immeritatamente trascurata.
Manifestazioni come Inycon sono quindi un’occasione per parlare di Sicilia e invitare la gente ad assaporare in prima persona la qualità di questo territorio. Non solo vino, dunque. Wine tasting e degustazioni sotto le stelle, cortili animati da musica, arte e sapori, convegni letterari che vantano presenze illustri come quella recente di Marcello Sorgi e sfilate di moda sul red carpet di Piazza Vittorio Emanuele III sono appuntamenti golosi, e al contempo educativi, che richiamano l’attenzione di un pubblico sempre più sensibile al bello e al buono. Appuntamenti che, una volta chiuso il sipario, lasciano a chi ne fruisce il desiderio di approfondire la conoscenza di queste Terre per toccarne l’anima e cogliere il segreto che le rende così affascinanti.


Così, dopo una degustazione o una presentazione letteraria, viene voglia d’incamminarsi attraverso quei meandri disseminati in secoli di storia, ripercorrendone le vicende umane. Tra i comuni di Sciacca e Selinunte non mancano le occasioni per emozionarsi e innamorarsi di un passato che tuttora si esprime nell’arte. Ben note sono le ceramiche di Sciacca, le cui origini risalgono alla fine del 1200, ceramiche che ancora oggi vengono prodotte dai maestri ceramisti, come la tradizione impone. Affascinante anche la lavorazione del corallo, del quale alla fine dell’800 sono stati ritrovati tre giacimenti fossili, con cui vengono cesellati preziosi gioielli.
Il Parco Archeologico di Selinunte, invece, rappresenta un vero e proprio tesoro custodito in uno scrigno già prezioso. Come creature immortali sopravvissute al tempo, i resti di otto templi in stile dorico si ergono imponenti verso il cielo tra la brulla terra spruzzata qua e là da agavi, ulivi e fichi d’india. Risplendono sulle colline a ridosso del mare, naturale custode di questo museo all’aperto, infondendo al paesaggio un’aura sacrale. All’interno del parco, che è il più esteso d’Europa con i 18 ettari visitabili, è custodito il tempio di Demetra Malophoros, con il suo antiquarium, mentre al Museo Comunale è ospitato lo splendido Efebo Selinuntino. Si dice che sotto la superficie visibile altri tesori aspettino pazientemente d’essere resuscitati e si spera che le autorità competenti sappiano adeguatamente investire nella rivalutazione rispettosa e lungimirante di una cultura dal valore incommensurabile.


Anche questa è una sfida della Sicilia: riuscire ad esaltare le proprie ricchezze, non solo enogastronomiche, difendendone l’appartenenza per offrirle al mondo senza tradirne l’identità. Ma non si può dimenticare che il comune denominatore tra patrimonio artistico, paesaggistico e culinario è l’humus umano: sono i Siciliani a fare la qualità della Sicilia, in ogni sua declinazione. Per questo i ristoratori, gli albergatori, i cuochi e le guide turistiche sono, insieme agli agricoltori e ai pescatori, l’altro volto della ricchezza del territorio. Un volto fatto di passione, generosità e spirito di sacrificio con cui, per vocazione, il siciliano affronta ogni giorno il proprio lavoro. Una chiacchierata con queste persone straordinarie, una giornata trascorsa in loro compagnia assaggiando sarde alla brace, cous cous e sorseggiando un buon Grillo è già un ottimo motivo per visitare a Menfi e i suoi dintorni. Un’esperienza indimenticabile che solo la Sicilia sa regalare.


 Dove mangiare e bere
I ristoranti aggiungono al piacere del palato quello dello sguardo: immersi nel verde lussureggiante dei vigneti che si tuffano nel mare, o accoccolati sul dorso delle colline all’ombra degli ulivi, oppure a pochi passi dalle spiagge lambite dalle acque blu. Ai ristoranti più conosciuti, come La Foresteria Planeta Estate (www.planetaestate.it), Da Vittorio (www.ristorantevittorio.it) e Il Vigneto (www.ristoranteilvigneto.com), un tocco di originalità è offerto dalle Cantine De Gregorio a Sciacca. Nata attorno a una torre d’avvistamento del ‘400, la Cantina s’è trasformata in una location dall’atmosfera raffinata ed elegante, che mescola il pregio della storia con la genuinità dei sapori. Una cena qui è d’obbligo per gustare insieme ai padroni di casa la vera sicilianità e, soprattutto, la qualità di vini dall’impronta indelebile.
Altro appuntamento goloso è offerto dalla Cantina Agareno a Menfi, nata nel 1999, che ha saputo dare al vino menfitano un ulteriore slancio grazie alla sinergia di una famiglia armoniosamente dedicata al lavoro e alla valorizzazione del territorio.

Dove dormire
La Strada del Vino delle Terre Sicane offre resort e agriturismi per tutte le esigenze, dove il primo biglietto da visita è l’accoglienza dei padroni di casa. A “Casa”, è proprio così che ci si sente quando si è ospiti qui e senza nulla togliere alle numerose possibilità di soggiorno che Menfi e i suoi dintorni offrono, Casa Mirabile è tra le più piacevoli. Antico Baglio immerso tra gli ulivi, edificato nel 1800 e destinato in origine alla lavorazione del vino, Casa Mirabile è un Relais di 11 camere finemente ristrutturato grazie alla passione di Fabiola e Lillo Barbera che hanno riportato questo luogo a nuovo risveglio. Casa Mirabile, infatti, era un’Antica Riserva del XVII secolo, proprietà di un ricco nobiluomo agrigentino che la volle regalare alla sua adorata in segno d’amore. Scelse quella casa in collina affinché ella ogni mattina potesse svegliarsi guardando il mare protetta dalla calura sicula. Dal fascino del passato, alla seduzione del presente: oggi Casa Mirabile è più graziosa che mai. La sua cucina è una vera tentazione, condita di semplicità e genuinità, perché qui tutto viene direttamente dal mare e dalla terra tutt’attorno. Dalla prima colazione alla cena, Lillo coccola gli ospiti con il suo sorriso e con proposte fuori del comune, in un crescendo di piacevoli attentati alla gola cui è impossibile non cedere.

giovedì 19 giugno 2014

IL COLORE DELL’ARIA: TAMPA E I SUOI CONTORNI


Azzurre come il cielo, turchesi come il mare, verdi come le mangrovie…sono le sfumature della Florida più selvaggia




Atterrare a Tampa, capoluogo della Contea di Hillsborough nella Florida occidentale, infonde una sensazione di rassicurante calma piatta. Sarà per la sua lineare orizzontalità, le sue case basse e allungate che circondano come un abbraccio il centro vitale e commerciale, concentrato in una manciata di grattacieli. Sarà per la predominanza del verde che accoglie e dà fiducia a chi arriva. Gli edifici, infatti, sono alternati da un susseguirsi di laghi, fiumi, specchi d’acqua in cui si riflette l’esuberanza della vegetazione e il cielo terso sfrangiato di nuvole.
La prima sensazione è che qui, nonostante ci si trovi in uno degli Stati più produttivi dell’America (Tampa è la terza città industriale più importante degli USA), sia la natura la vera protagonista, e non l’essere umano. Guardandola dall’aereo, mano a mano che mi avvicino, mi viene in mente un pensiero di Leonardo Da Vinci che considerava i colori come i sentimenti: sfumare i colori sulla tela è un po’ come spalmare i sentimenti nel tempo. Ecco, Tampa sembra una tela tanto è piatta e suscita sentimenti tenui come il cielo e profondi come il mare.
Le due baie su cui si affaccia, la Old Bay e la Tampa Bay, sembrano volerla racchiudere e proteggere dall’Atlantico da un lato e dal Golfo del Messico dall’altro, mentre il fiume che l’attraversa, Hillsborough, pare infondere linfa vitale alle sue membra. Il ponte lungo e affusolato, il Bob Graham Sunshine Skyway Bridge, sembra un sottile filo d’argento che allaccia la città alla Contea di Pinella con le sue spiagge e i suoi villaggi colorati.

I trascorsi spagnoli e inglesi di Tampa sono evidenti soprattutto nella oldtown, dove spicca l’Henry B Plant Museum, ospitato in uno degli edifici vittoriani più imponenti della città, originariamente hotel di gran lusso. Mentre l’eredità cubana si respira piacevolmente nell’Ybor City, un quartiere molto originale, pittoresco in ogni suo anfratto, in cui le strade in acciottolato risalgono al XIX secolo e ancora oggi trasudano di aroma di sigari. Il quartiere nacque, infatti, con la prima manifattura per la lavorazione del tabacco che coinvolse la comunità cubana, abbondantemente presente qui, mescolandola con quella italiana, affine per temperamento e radici idiomatiche. In particolare, insieme ai cubani, sono i siciliani ad aver attecchito qui, con la loro inventiva e la loro nota passionalità, e ancora oggi in tutta la Contea si sente parlare un buffissimo idioma che dondola tra il siculo, l’americano e lo spagnolo.
Sono loro, i miei amici italiani trapiantati qui, a guidarmi alla scoperta della città, dei suoi parchi e delle sue spiagge, un privilegio che al turista comune non sempre è dato. Sono sopraffatta dall’ospitalità che mi viene riservata e l’infatuazione che avevo avvertito per questa città al mio arrivo si trasforma presto in consapevole innamoramento.
Come si potrebbe non innamorarsi del lago, su cui si affaccia la mia stanza: un tappeto di ninfee da cui pudicamente fanno capolino le otarie, mentre in superficie anatre, pellicani, egrets e martin pescatori aspettano pazientemente il pesce di turno. E’ l’incredibile varietà di vegetazione a rendere così altrettanto varia la fauna: laghi, fiumi e mare portano con sé querce e palme, conifere e banani, stimolando così un ecosistema unico per ricchezza. Tutt’attorno ai laghi, infatti, fin sulle strade e sugli alberi, non è raro imbattersi in anatre e egrets insieme a centinaia di scoiattoli che giocano a rincorrersi senza badare alla presenza umana, come se avessero imparato a sopportarla e tollerarla nonostante tutto. Qui a Tampa e nei suoi dintorni è evidente il rispetto dell’essere umano per la natura: gli animali non ci temono e pur stando a distanza di sicurezza non fuggono di fronte al nostro sguardo curioso.

A pochi minuti d’auto dalla città è possibile vivere un’esperienza ancora più entusiasmante se si ama la natura e l’avventura. Il Lettuce Lake Park, aperto nel 1982, è un parco naturale di 240 acri attraversato dal fiume Hillborough e ospita sentieri da esplorare a piedi o in bici e, per i più avventurosi, kayak e canoe per esplorare i segreti della natura dal suo ventre, dal suo cuore. La prospettiva da qui è assai più intrigante: pagaiare morbidamente tra mangrovie e ninfee, in silenzio per non violare la voce dei trampolieri che non si celano allo sguardo, anzi, fieri pare vogliano sfidare il nostro l’ingresso nel regno animale. Così, con rispetto e ammirazione, è facile arrivare quasi a sfiorare uccelli d’ogni foggia e colore, tartarughe scolpite in pose granitiche sulle rocce inondate di sole e poi loro, i coccodrilli, che con occhio vitreo puntano sornioni la canoa in avvicinamento e lentamente scivolano accanto a fior d’acqua procurando un piacevole brivido lungo la schiena. 


Tutto questo è emozionante, soprattutto trovandosi a pochi passi dalla città. Tuttavia, il Lettuce Lake Park non è solo un’indimenticabile avventura per escursionisti di passaggio ma un progetto di mantenimento e sviluppo di un ecosistema preziosissimo che, con le sue 300 specie di piante riconosciute, assicura la sopravvivenza alle centinaia di animali che vi abitano.



I dintorni di Tampa non sono adatti solo agli spiriti avventurieri ma anche a chi cerca la piacevolezza della soffice sabbia sotto i piedi, della brezza tra i capelli, della cucina tropicale e, perché no, anche dell’arte. La Contea di Pinella offre tutto questo.
Da Clearwater a S. Petersburg fino a Fort de Soto un rincorrersi di lingue di spiagge bianchissime invitano a una sosta sotto il sole. Anche da qui si è circondati dalla natura più spontanea e la presenza umana è limitata e rispettosa dell’ambiente: i gabbiani sono particolarmente audaci e voraci, mentre i trampolieri sfilano con la naturale grazie che la loro silhouette impone, mentre in acqua banchi di razze arrivano con le loro ali d’angeli fino ai nostri piedi in cerca di pesce. Non è raro avvistare anche qualche delfino a pochi metri dalla spiaggia e a quel punto ogni appetito di chi, come me, ha fame di natura, è accontentato.



S Petersburg è conosciuta anche per il Dali Museum, un museo interamente dedicato a Salvador Dalì disegnato e progettato dall’architetto Yann Weymouth of HOK. L’edificio, battezzato “L’enigma”, mescola razionalità e fantasia, e con i suoi 1062 triangoli di vetro che riflettono la luce del sole e l’azzurro del cielo sarebbe senz’altro piaciuto al pittore catalano, le cui opere sono molto apprezzate anche qui. Il “giardino matematico” che circonda il museo infonde un senso di quiete e i giganteschi baffi neri insieme alla panchina con l’orologio senza tempo completano l’atmosfera surreale facendo di tutta la struttura un’opera d’arte a sè.   


Anche il corpo tuttavia chiede il suo carburante, non solo lo spirito. Quindi, per gustare qualche piatto particolare della zona si può scegliere tra i tanti ristorantini che da Tampa a S Petersburg offrono pesce e fritti d’ogni tipo, crostacei e tiburon, in particolare lo squalo fritto che pare essere una vera prelibatezza. Se invece si cerca qualcosa di più singolare, dall’eco mediterraneo, si può arrivare fino a Tarpon Springs, un piccolo villaggio a nord di S Petersburg fondato da una comunità greca. Di Grecia qui c’è tutto: i colori pastello bianco-turchese, i profumi di dolci per le stradine, l’artigianato e i ristorantini che offrono il pesce appena pescato e, in particolare, il polpo alla griglia più famoso della zona. Tarpon Springs è tuttavia più conosciuta come la città della lavorazione delle spugne di mare che vengono pescate e manipolate con grande fantasia, tutta mediterranea.


Questo e molto altro è stata la Florida. E nonostante la pienezza di questo viaggio nel sud della Florida, lascio questi luoghi selvatici e poetici con una vaga sensazione di vuoto, sia perché mi mancheranno Tampa e i miei amici, sia perché ci sarebbe ancora così tanto da scoprire e da imparare… Non mi resta altro che partire con la promessa di ritornare, sicura di ritrovare quello stesso colore dell’aria che mi ha fatto innamorare!